21.3.13

Recensione "Sinister"

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
i pochi che ancora mi seguiranno avranno notato una nuova lunga pausa. Ancora gli stimoli per scrivere con continuità non arrivano. Però a tutti quelli che questo mese hanno continuato a commentare voglio dire che entro un giorno risponderò e che d'ora in poi, recensioni a parte (spero copiose), starò molto dietro ai commenti e risponderò sempre in breve tempo. Perchè alla fine sono questi commenti che stanno tenendo in vita tutto e ogni giorno mi fanno venir voglia di ricominciare alla grande.
Vabbeh, ecco Sinister:




Ormai dopo centinaia di visioni in questo campo sono davvero poche le cose che chiedo a un horror, due in particolare, tensione (perchè la paura ormai, ahimè, è davvero una sconosciuta) e un pizzico di originalità, giusto un pizzico per uscire dal mucchio. Purtroppo quello del terrore è il genere che più fa fatica a scrollarsi di dosso tutto ciò che lo precede, ogni sequenza presa a sè ha centinaia di antenati e parenti, più spesso gemelli omozigoti che prozii di quarto grado.
E, purtroppo, anche questo Sinister per buona parte della sua durata è una sequela di scene e stereotipi orrorifici da far quasi paura, appunto. I primi 10 minuti sembrano uno scherzo,c'è tutto.
Lo scrittore di storie horror (30% della produzione kinghiana e relativi adattamenti al cinema), la nuova casa dove trasferirsi, un delitto precedente nella suddetta abitazione (particolare come questi 3 primi elementi ricordino molto il buon horror 1408), la bambina che disegna sui muri, i rumori notturni, i filmini amatoriali, la soffitta. Tutto, non manca nulla se non i bambini morti (arriveranno) o gli esperti del paranormale da consultare (arriverà), il demone di turno bla bla bla. Come al solito la messinscena e il comparto tecnico sono ottimi ma ormai il cinema moderno a livello fotografico è qualcosa di grandioso. E la colonna sonora è davvero magnifica, rarissimo nell'horror.
Sinceramente vedevo attorno a me buoni riscontri, specie il primo tempo.
Io invece non riuscivo nemmeno a capire se stavo vedendo un film per la prima volta o ero nella poltrona di casa a rivedermene uno.


Mentre rimpiangevo i miei Eden Lake (trama all'osso ma tensione assurda), The Orphanage (che ha messo l'anima in un sottogenere stra-abusato come la ghost story), Lake Mungo (must dei mockumentary), Strange Circus (la follia al servizio dell'horror) The Loved Ones (come fare un torture) Them (un gioiello) o anche roba come Shadow e Wolf Creek (che seppur in maniera molto diversa hanno azzeccato il villain in maniera grandiosa), mentre facendo finta di vedere il film ripensavo a tutti quegli horror, come questi citati, che in qualche modo, vuoi per originalità , vuoi per tensione, vuoi per capacità recitative o per atmosfera, sono riusciti a farmi essere ancora innamorato di questo magnifico genere, mentre assonnato penso a tutto questo Sinister migliora.



Niente balzi sotomajoriani intendiamoci, ma un saltello a piè pari verso l'alto sì.
Il dramma del protagonista diventa più intenso,la figura che piano piano viene fuori del demone è abbastanza riuscita, la storia dei filmini, e i filmini stessi, non sono niente male. La recitazione è nella media, scene particolarmente belle da ricordare non le... ricordo ma la vicenda comincia a suscitare un proprio interesse e la catena di Sant'Antonio di morte del demone ( tre complementi di specificazione consecutivi di orribile bellezza) ha un suo perchè, mi è piaciuta. Peccato che i bambini più che far paura sembrano pitturati per la festa di carnevale della scuola e che, incredibile, Ethan Hawke non accendi MAI una luce (vabbeh che è al verde ma perchè crearsi l'amosfera horror da solo?) ma si arriva alla fine senza tante tragedie insomma.


Due cose mi chiedo.
Fate shhhh con il dito, provate. Dove lo mettete? Davanti il naso credo o comunque appena sotto la punta. Ecco, in America- l'ho scoperto con questo film- la parte superiore del dito arriva appena al labbro superiore. Questa è una perla cinematografica, converrete.
Altra cosa.
Il demone opera da millenni.
Ma prima, quando non c'era il super 8, come cazzo faceva?

19.3.13

Recensione "Il Figlio dell'altra"


I figli sono quelli che si crescono o quelli che si sono messi al mondo?
"Tu sei il mio terzo figlio" dice Orith a Joseph, il ragazzo che per lunghi 18 anni ha cresciuto credendo fosse sangue del suo sangue. Ma il sangue, in realtà, era di un'altra donna, Leila, perdipiù una palestinese, figuriamoci. E intanto Leila ha cresciuto per lunghi 18 anni Yacine credendo che fosse suo figlio, sangue del suo sangue. Ma il sangue in realtà era di Orith, perdipiù un'ebrea, figuriamoci. Ma quando ci sono di mezzo due donne, due madri, il mondo è sempre in buone mani perchè il loro amore può sorreggerlo da solo, nemmeno fosse Atlante.
In questo splendido La Figlia dell'altra (altra perla del cinema francese di cui non riuscirò mai a smettere di tessere le lodi) i concetti di madre, padre e fratelli si mixano in un maniera perfetta a quelli di Madre, Padre e Fratelli, la patria, il proprio Dio, il proprio popolo. Le basi di partenza erano quelle di una santabarbara pronta ad esplodere ma la regista (una donna, of course) riesce nel miracolo di non approfittarsi del contesto, di non cercare la tragedia o il drammone e raccontare invece tematiche anche importanti in un'atmosfera pacata, maledettamente verosimile, un'atmosfera di sentimenti instabili, di personaggi che devono scegliere, capire e aiutarsi l'uno all'altro. L'umanità, intesa come genere umano, che viene fuori dal film è orgoglio di sè stessa, tutti riescono alla fine ad ascoltare il proprio cuore e la propria testa e a capire che alla fine quello che nella vita conta di più sono gli uomini, non dove, come o con quali precetti sono cresciuti.



E non è un caso che l'attenzione maggiore, dopo la prima parte introduttiva incentrata sui genitori, sia poi spostata tutta nei figli. Il concetto di Fratello, vera e propria istituzione del popolo arabo (come l'africano) viene affrontato in tutti i versanti possibili. Ci sono Yacine e Joseph, i due ragazzi scambiati appena nati, nessuna parentela effettiva tra i due ma un senso di riconoscimento totale nel vivere la medesima condizione di figli scopertisi non naturali. E' davvero incredibile come quasi mai tra i due si instauri un processo, tra l'altro molto condivisibile, di odio o invidia per l'altro, l'altro che è in realtà il figlio naturale di quella madre che si è amata per 18 anni. La loro amicizia, quella di un palestinese che ha vissuto da ebreo (tra l'altro con un senso di appartenenza mostruoso) e quella di un ebreo che ha vissuto da palestinese (ma che L'Europa, Parigi, ha smussato nel suo lato più politico del termine) è qualcosa che, buonismo o no, fa bene al cuore. Ci sono poi Yacine e Bilal che sono cresciuti insieme e si amavano finchè Bilal non scopre la discendenza ebraica del primo. Tutto il loro legame, tutta la loro storia, tutto l'amore immenso che provavano l'uno per l'altro, tutti i loro sogni svaniscono perchè Bilal,accecato dall'odio decennale della Questione Mediorientale, dimentica in un amen (e non uso una parola ebraica a caso) la vita passata insieme al fratello. Ma, se pur in maniera un pò frettolosa, anche lui capirà e quella stretta di mano con Alon, l'ufficiale ebreo padre di Joseph (o di Yacine...) oltre che rappresentare la sequenza più tesa del film vale più di tante parole. Ci sono poi Bilal e Joseph che sarebbero fratelli di sangue ma che in realtà sono cresciuti entrambi con l'odio verso il popolo nemico. Questo, malgrado nel film sembri il contrario, è forse il rapporto più delicato, quello più denso di significati. Un canto assieme a tavola risolverà (forse) tutto. C'è poi, e nel film sono 30 semplici secondi, il rapporto fraterno più particolare, quello tra Joseph e il piccolo fratellino di Bilal e Yacine (ma in realtà suo) morto bambino, Yoseph che parla vicino quella foto, quella foto che ritrae un bambino praticamente identico a lui ha una forza spaventosa, è come se quel fratellino musulmano morto sia poi tornato nella sua terra nel corpo di un altro. Magistrale.

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Il cast è sublime, la Devos vale sempre il prezzo del biglietto ma non spicca in mezzo agli altri, l'armonia del film si vede anche nelle prove recitative. Malgrado una sceneggiatura che nel finale si perde moltissimo (l'ultimo quarto d'ora è davvero troppo frettoloso, con almeno una scena sbagliata, l'accoltellamento, e risolve troppo facilmente alcuni conflitti) oltre ai superbi dialoghi splendide alcune sequenze come il padre che piange sotto l'auto, le due madri che restano sole davanti al dottore e si guardano o gli sguardi sulla porta quando la famiglia palestinese va a trovare l'altra. Le due madri tentano di guardare tutti ma i loro occhi cercano lo sguardo del figlio naturale a loro "tolto" alla nascita.
E in quella casa, vuoi per caso o per precisa scelta, si formano 4 coppie in cui ogni componente è identico all'altro. In quelle 4 coppie, a mio parere, c'è tutta la "storia" del genere umano. I due padri si parlano con l'odio e la politica, le due madri con il cuore, i due ragazzi con l'intelligenza e il tentativo di riconoscersi, le due bambine con il gioco e una bambola trovata per terra.

( voto 8 )

18.2.13

Recensione "Noi siamo infinito"

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C'era qualcosa nel trailer che mi aveva fatto pensare che non fosse il solito film per adolescenti in crescita pieni di problemi e pulsioni. Vedendo quel trailer non sapevo nemmeno che la vicenda fosse ambientata nei tardi anni 70 (e non ai nostri giorni), come a dire "siamo ancora più distanti dai teen movie di adesso". Non sbagliavo, questa pellicola ha qualcosa di speciale.
Solo apparentemente romanzo di formazione, Noi siamo infinito è più che altro un film sul desiderio di guarigione, sul superamento di un trauma, sul disperato tentativo di riuscire finalmente a provare a star bene con sè stesso stando bene con gli altri. E questi altri non per forza devono essere diversi e migliori di te, possono essere anch'essi "ragazzi da parete" (come il titolo originale richiama) perchè a volte l'importante non è l'aspirazione a, ma la magia e la comprensione del riconoscersi uguali.
C'è qualcosa di speciale perchè il film riesce a raccontare una bellissima storia di amore ed amicizia, difficoltà e gioie, complessi e vanità senza mai eccedere, mantenendo una pacatezza, una dolcezza e un basso profilo da premiare senza se e senza ma. Arrivando poi a quel bellissimo monologo finale sull'importanza della felicità anche se soltanto passeggera, sull'importanza di ogni nostro momento passato di vita anche se tale momento con il tempo rischia di diventare storia o venir dimenticato. 

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Ogni nostra felicità in vita deve invece esser ricordata per l'importanza che aveva al momento, per l'emozione vissuta, inutile o decisiva per la nostra vita futura che sia. Tutto questo monologo in voice off  mentre Charlie si alza in piedi nel tunnel sulle note di Heroes (siamo nel 77, sarà anche per questo che sono ancora più legato al film...). Sequenza magnifica, forse un pò telefonata visto il testo del brano ma chissenefrega. Charlie in quel momento era forse per la prima volta (o seconda...) pienamente felice, senza pensieri e restrizioni, infinito.
Il capolavoro del film sta nell'aver fatto affiorare poco a poco il demone di Charlie. Non solo, per tre quarti di pellicola le sequenze della zia nel passato ci avevano fatto credere in un rapporto magnifico, sostitutivo a quello dei genitori. Sembrava che il trauma di Charlie fosse la perdita della zia e non quello che la zia facesse o il senso di colpa per l'incidente. Il montaggio parallelo (e rivelatore) tra la casta mano di Sam che tocca la gamba di Charlie e quei flash back regalano 3 minuti straordinari, tutti i nodi vengono al pettine, Charlie finalmente esce dal suo guscio e si manifesta a tutti gridandoci a bocca chiusa il suo dolore.

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Tutti i personaggi principali sono raccontati con una dolcezza e tenerezza uniche, il film riesce davvero a raccontare e guardare nelle palle degli occhi quella cosa così magnifica che è l'amicizia. Nessun sensazionalismo, nessuna vicenda troppo retorica, nessuna voglia di colpire lo spettatore o divertirlo volgarmente, il tatto alla regia è ammirevole. Credo che sia uno dei rarissimi casi in cui scrittore originario, sceneggiatore e regista siano la stessa persona, non un caso perchè un film a tematiche così delicate come l'emarginazione, il lutto, la malattia e le prime pulsioni sessuali  non poteva e doveva finire in mani grossolane.
Curioso come mi sia capitato di vedere 3 film di Ezra Miller e tutti sempre legati, bene o male, alll'ambiente scolastico. Per fortuna è uscito dai terribili panni di Kevin o del ragazzo di Afterschool per vestire quelli di un ragazzo dal cuore d'oro, puro e senza sovrastrutture come pochi, capace di amare e dare anche senza ricevere. Bravissimo anche il protagonista, leggermente sotto la Watson ma anche il suo personaggio è davvero scritto benissimo.

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Non è un film sulla necessaria e improvvisa maturazione di un gruppo di adolescenti,come ad esempio in Stand by me o in Mean Creek, ma sulle infinite possibilità che l'amicizia a quell'età può regalarti.
Ti può far guarire, ti può rendere felice, ti può far innamorare, ti può non far sentire quello che ogni adolescente almeno una volta si è sentito in vita sua: solo, terribilmente solo.
E sbagliato, profondamente sbagliato.
Sono quelle amicizie che ancora non devono necessariamente fare a botte con la vita di ognuno, quelle amicizie che anche quando hanno a che fare con difficoltà terribili si basano su cose leggere come una piuma, quelle cose chiamate emozioni.
Poi nella vita arriveranno le cose dure e spigolose e l'amicizia diventerà un rapporto magari ancora più forte e saldo ma annacquato, a volte stanco, a volte dovuto, a volte soltanto un ipocrita simulacro di qualcosa che nemmeno esiste più.

( voto 8 )

6.2.13

Recensione "Looper"

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molti spoiler

C'è un problema di fondo in questo bel sci-fi così "pretenzioso" e complesso.
Volendo c'era di tutto per dare maggiore pathos alla vicenda, per regalare più emozione e per raccontare un conflitto psicologico incredibile. Io sono un killer che uccide criminali provenienti dal futuro, devo far solo quello, un lavoro pulito e strapagato. Se dal futuro vedo arrivare il mio me stesso invecchiato di 30 anni ce la farei a farlo fuori come con tutti gli altri? Ecco, sta qui il problema di Looper, non aver architettato un plot per cui io davanti a tale scelta verrei preso da dilemmi psicologici terribili. Uccidere me stesso... Questa sorta di omicidio-suicidio invece serve praticamente a nulla, la mia vita andrà comunque avanti. Anzi, la mia vita andrà aventi sempre e comunque, volendo più volte. Non è un caso che il Joe giovane la prima volta uccida il Joe sessantenne, poi arrivi di nuovo a quell'età e torni indietro un'altra volta. Ma in questo caso il loop in teoria potrebbe non chiudersi mai e il tuo futuro cambiare chissà quante volte (e quello di Joe è cambiato almeno due, in uno torna incappucciato e muore, nell'altro si libera ed ha un'altra vita). Avrei preferito un'opera in cui in qualche modo il senso di destino fosse marcato, in cui le azioni che solo apparentemente modificano il tuo futuro in realtà non lo fanno o, addirittura ,sono proprio quei tentativi di modificare il futuro a darti quel futuro che volevi cambiare. Approfitto per consigliare il piccolo gioiello Timecrimes (Los Cronocrimenes) al riguardo.



 Non che l'ineluttabilità del destino sia obbligatoria, no, ma avrebbe creato certamente un'aura più tragica, drammatica, umana, tutte caratteristiche che al film a mio vedere mancano un pò.  Ad esempio, come dicevo, mi sarebbe piaciuto che il confronto con il tuo te stesso abbia avuto conseguenze psicologiche e concrete molto più forti. Invece il film sembra contraddirsi più e più volte, molte cose che ci sembra di aver capito e dato per certe si smentiscono poco dopo.
 Peccato perchè il soggetto è grandioso e il film, malgrado tutto, pochissime volte si sputtana nell'action (come In Time) ma cerca sempre di mantenere un tono autorale ben definito. Strano come un film ambientato tra il 2044 e il 2074 usi pochissimi effetti visivi, il futuro viene raccontato in un modo molto vicino al nostro presente in effetti, scelta molto particolare e non so quanto vincente. Gordon Levitt ha un make-up per assomigliare a Willis straordinario ma il bravissimo e giovane attore ci mette anche tanto di suo per riuscirci. Sempre bellissime e brave la Perabo e la Blunt.
A livello di regia non ricordo nessuna scena particolarmente memorabile, il film soltanto a livello di script risulta molto ambizioso, non nella realizzazione (forse mancavano anche i mezzi, le sequenze della moto nel grano sono davvero scarsine...).

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Peccato insomma, un soggetto straordinario che manca quasi totalmente di anima e di conflitti interiori. Anche tutta la vicenda dello Sciamano crea notevoli problemi in effetti. Joe con il suo sacrificio sembrerebbe salvare il futuro ma in realtà è proprio dal futuro del terribile Sciamano che arriva il Joe che poi vuole modificarlo (anche se poi, e con metodi diversi, non lo farà lui ma il suo young). Piani temporali diversi allora? O solo una grande confusione? Non si modifica un futuro che in realtà c'è già stato.
Mamma mia, in mano di un grande autore questo poteva essere un capolavoro.
O forse sono io a non averci capito nulla.
Probabile, come sempre.

( voto 7 )

4.2.13

Recensione "The Impossible"



Era da 4 anni e 2 mesi che aspettavo l'opera seconda di Bayona.
Sì, perchè la sua prima, The Orphanage, senza girarci tanto intorno è con distacco il più bel horror che abbia visto negli ultimi 5 anni. Un film così completo e complesso, capace di vestire da film del terrore una tremenda e delicatissima vicenda famigliare, un'emozione continua dall'inizio alla fine, uno script fantastico e almeno un'interpretazione, quella della Rueda, che resta impressa. Come tutti i talentuosi registi di genere europei, vedi Aja, Laugier, Amenabar, anche Bayona ci ha messo un attimo a ricevere la chiamata da Hollywood. Impossibile dir di no, non va biasimato per questo, quella collina rappresenta comunque la Serie A del cinema per uno che ci lavora, inutile negarlo.
Aspettavo Bayona da 4 anni e Bayona nel frattempo è arrivato ad Hollywood.
Ma, ahimè, ne ha preso tutti i difetti.
Buffo constatare come i due film del regista spagnolo, apparentemente diversissimi uno dall'altro, in realtà per alcuni aspetti sono quasi un copia-incolla. Ancora una volta quello che interessa al cineasta spagnolo è il dramma famigliare, là inserito in una cornice horror, qui in quella di un disaster movie (di basi tremendamente reali e storiche però). 

Tutti e due i film raccontano una ricerca piena di disperazione, forza e speranza; in The Orphanage quella di una madre del proprio figlio, in The Impossible di un'intera famiglia spazzata via dal famoso tsunami del 2004. In entrambi i casi l'evidenza porterebbe a non aver speranze ma, a volte, the impossible, appunto, succede.
E forse sta proprio lì il problema del film, lo scontato lieto fine. Tutto lo script è proiettato al momento in cui i due nuclei familiari si uniranno di nuovo, lo spettatore è portato lentamente per mano a un'emozione talmente prevedibile, telefonata e caricata da arrivarci parecchio infreddolito a mio avviso. E'vero, il film non fa altro che raccontare un fatto realmente accaduto ma ci sarebbero stati modi molto migliori per farlo, ad esempio usando un taglio più europeo senza la classica colonna sonora emotiva americana ad accompagnare troppe scene madri o non costellando la pellicola di decine di momenti troppo marcati nel tentativo di facile commozione.



In realtà il film vale, lo tsunami è riportato in modo meraviglioso specie nel momento appena prima dell'arrivo dell'acqua (quel vento, quell'aria così ferma) o in quello in cui il primogenito si tuffa sotto per evitarlo. La devastazione è mostrata in tutto il suo terribile splendore, per almeno un quarto d'ora si rimane davvero a bocca aperta. Non mi rendo conto quanti milioni d'euro possano essere finiti in riprese di tale bellezza. E altrettanto bello è il momento in cui gli abitanti del luogo curano lei, quella vecchia che l'accarezza mi ha dato un brivido. Tra gli innumerevoli "incontri" il più toccante è quello tra i fratelli, quelle urla, quella gioia così primitiva e genuina (non la stessa che può provare un genitore) devo dire che ha fatto alla grande il suo effetto. Ottima, come sempre, la Watts, bravissimo il ragazzino nelle vesti, forse troppo esagerate, di eroe dall'inizio alla fine. Inutile e quasi inconcepibile, a differenza che in El Orfanato, il cameo della Chaplin.
Una pellicola di pregevole fattura, non me la sento di bocciare il mio (ex) idolo Bayona. Ma a me un film per emozionare deve sorprendermi, deve arrivarmi al cuore in maniera inaspettata e genuina, Molte volte rimango fregato, non riesco a vedere i film con la giusta obbiettività. Ci sono riuscito proprio con questo che aspettavo così tanto.
Alla prossima Juan Antonio.

( voto 6,5 )

2.2.13

Recensione: "Red, White & Blue" - Horror Underground - 2 -



Secondo appuntamento (dopo Strange Circus) con la rubrica su film horror, weird, disturbanti e affini.
Anche in questo caso parliamo di un film poco conosciuto e di valore anche perchè queste sono le linee guida che mi sono promesso.

In realtà la prima parte di Red, White & Blue non avrebbe niente a che fare con questa rubrica.
Erica è una giovane ragazza che la dà a tutti.
Ma a tutti tutti eh.
Ogni sera un uomo (o più di uno) diverso, ogni volta puro sesso e poi chi si è visto s'è visto. Erica ha problemi, si vede, qualche segreto custodito dentro di sè, il suo sesso non è solo piacere ma ha la disperazione dietro. Conosce un uomo pericoloso, sfuggente, dal passato molto violento, Nate. Forse lui è l'unica persona che abbia mai incontrato a voler da lei qualcosa di più di una notte di sesso ed Erica se ne accorge. Ma il destino ha in serbo per loro una scia di sangue e tragedia incredibile.
Erroneamente inserito nel filone del rape & revenge il film di Rumley è una pellicola in realtà che si basa tutto soltanto sulla seconda componente, la vendetta. La vendetta di Erica contro il sesso maschile, quello stesso sesso maschile che a 4 anni gli aveva già rovinato l'esistenza. Non è una vendetta violenta o pianificata ma lenta e casuale, un menefreghismo verso l'uomo dovuto a un dolore e una rabbia troppo grandi racchiusi dentro di sè.

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C'è poi la vendetta di Franki contro la stessa Erika, una vendetta diversa questa, carica di dolore, paura, disperazione e momentanea perdita di lucidità. Sarebbe sbagliato considerare il personaggio di Franki solo con accezioni negative, tutt'altro. Ma quando perdi tutto, gli affetti e le sicurezze, e quando scopri che un'altra persona solo per noia e indifferenza ha rischiato di rovinarti irrimediabilmente il futuro scatta una molla difficile da controllare. Franki è una vittima, a prescindere dal finale.
C'è poi la terza vendetta, questa sì cattiva, rabbiosa e pianificata, questa sì vendetta vera e propria. E' quella di Nate contro quei ragazzi (e non solo loro). Nate è un personaggio assolutamente fuori di testa con un passato misterioso e violentissimo. Ma, e qui la pellicola opera una piccola magia, anche con lui lo spettatore non può non empatizzare un pochino, anche per merito di quell'ottimo attore che è Noah Taylor (meritava tutt'altra carriera).
Nate ed Erica erano due persone "sbagliate" che avevano forse trovato insieme un proprio senso.
E l'ultima foto che brucia su quel fuoco racconta qualcosa di più, impossibile da pensare durante il film (e rimanda a quella "domanda folle" che Nate fa a letto a lei, quella domanda che non sentiremo pronunciare).



Ottima la regia, ottima la colonna, basta la prima sequenza per capire che ci troviamo davanti a un film di valore. E la costruzione delle vicende è tutt'altro che banale con i suoi piccoli salti temporali e la geniale ripartizione del film in 3 parti ognuna delle quali con un protagonista diverso.
Anche gli amanti della violenza troveranno pane per i loro denti, l'ultima mezz'ora è un pugno nello stomaco continuo. E Rumley è bravissimo ad alternare scene di violenza solo psicologica o verbale (come quella davvero tosta della famiglia, con quella domanda da brividi alla figlia, emotivamente picco più alto del film) ad altre di violenza esplicita, manifesta, così forti da, almeno in un caso, far star male (mi riferisco all'ultimo omicidio in cui per 4,5 secondi ho voltato lo sguardo).
E in un'ora e mezzo anche il tratteggio psicologico dei 3 protagonisti principali non è affatto male, ognuno ha moltissimi lati oscuri ma lo spettatore in qualche modo ne resta affascinato e cerca di analizzare quel lato oscuro il più possibile.
Film sporco che racconta di tante diverse esistenze tutte disperate a modo loro.E racconta di piccoli errori che portano a conseguenze devastanti. Non ci sono buoni e cattivi, ognuno dalla vita ha preso e dato pugni. Ma pensare che una sola notte di sesso abbia portato alla morte di 6 persone ti fa capire che a volte la tua esistenza e quella di tante altre persone sono legate al caso in un modo così fragile e scivoloso che fa letteralmente paura.

( voto 7,5 )

31.1.13

Recensione: "Boy A"



Boy A, ossia il ragazzo A, una semplice lettera per nascondere la tua identità. Sì perchè quando a 10 anni commetti un omicidio è meglio tenerla nascosta la tua identità, sei comunque un bambino, ci sono delle leggi che devono preservarti. Questa è la storia di Eric Wilson, poi divenuto Boy A, poi divenuto Jack Borridge. Già perchè quando dopo 14 anni di prigione, 14 anni, tutti quelli che ti privano del tuo esser bambino, del tuo esser adolescente, del tuo, forse, esser uomo, Eric deve cominciare una nuova vita, non può che farlo se non sotto falso nome. Ma se tu sei davvero cambiato (cambiato di che poi? non sei mai stato un mostro Eric, mai) così non lo pensa la gente, tu hai il male dentro, tu sei un mostro, vai rintracciato, punito. Questa è la storia di un bravo ragazzo che cerca di ricostruirsi un'esistenza, se mai ne abbia avuta una, in una società che non riesce però a vedere oltre il proprio naso, capire,o almeno cercare di farlo,analizzare, perdonare.
Film magnifico, duro e al tempo stesso intenso ed emozionante come il cinema inglese sa proporre sicuramente superiore all'altrettanto ottimo (paragonabile per disagio giovanile e consenso di critica) Fish Tank, uno dei film ad aver lanciato quel mostro di Fassbender.
Forse ne vale la visione anche la sola interpretazione di Andrew Garfield, giovane attore inglese di talento purissimo che ha qualcosa nello sguardo da farti innamorare all'istante, una capacità recitativa unita a qualità extracinematografiche rare. Si vuol bene a sto ragazzo a prescindere dal ruolo che fa, l'empatia per lui, cosa rara, esula dal film in sè. 



Qui poi è perfetto nella parte di un ragazzo che deve ricominciare da capo a 24 anni, che non sa nulla della vita, niente dell'amore, niente della società, niente di niente. Il suo è un approccio impaurito, delicato,dolcissimo. Strano che in lui non si ravveda mai una specie di pentimento ma forse i flash back finali ci mostrano il perchè, la sua odissea molto probabilmente non ha alcuna colpa.Il film in montaggio alternato racconta la vita dell'Eric bambino, vittima di bullismo, famiglia a pezzi e un'amicizia con un violentissimo coetaneo abusato dal fratello alternato all'Eric ormai adulto, ma neonato di vita. che in segreto lascia le carceri aiutato da un fantastico tutor (un sempre grande Mullan) che cerca di reinserirlo come fosse suo figlio. Ma la notizia che Eric è uscito arriva sui giornali, comincia la caccia. Magnifico il modo in cui si racconta la nascita di un amore o quello di un'amicizia, terribile come media e comunità trattano il caso di Eric, considerato un mostro a vita, come se il male fosse genetico. Eric è buono, puro, una tabula rasa pronta a esser scritta dalle meraviglie della vita ma la società lo bracca, la gente non si fida di lui,tutti i suoi affetti gli crollano davanti. 




Il regista Crowley non sbaglia una mossa, la sceneggiatura è semplice ma al contempo accattivante nel delineare piano piano il passato di Eric, perfetta nel raccontare con precisione, obiettività ma anche tenerezza e sensibilità quello che era, è e sarà il suo carattere, il suo profilo psicologico.Non ci manca niente per capire Eric, ed è per questo che il film funziona. L'ultimo quarto d'ora è straordinario e non tanto per l' emozionantissimo finale con quelle telefonate, così vere da far paura e così devastanti per chi le riceve, e non per quel disegno e quel messaggio da pelle d'oca, il sapere da una bambina che tu puoi riscattarti, che sei un angelo quando proprio un'altra bambina aveva fatto cominciare il tuo inferno. La perla sta nel dialogo tra il tutor Terry e il suo vero figlio. Un dialogo lucido, terribile per le conseguenze che porterà ad Eric ma assolutamente comprensibile. Una chicca di sceneggiatura che significa solo una cosa, il dolore adolescenziale, la mancanza di qualcosa genera dei meccanismi, in questo caso una specie di gelosia, che possono avere un effetto devastante. E uccidere un ragazzo che alla fine non era altro che come te.

( voto 8 )

26.1.13

Recensione : "Strange Circus" - Horror Underground - 1 -


In questa nuova rubrica ogni sabato recensirò film, specie horror, che non sono tanto conosciuti dal grosso del pubblico. Non mi limiterò all'horror e a tutti i suoi sottogeneri ma ci saranno anche visioni che hanno a che fare col weird, con il grottesco,con il disturbante. Insomma, rubrica per chi ama l'horror o/e i film un pò "fastidiosi". Come ad esempio questo.

Ero convinto che questo film di Sion Sono fosse un horror a tutti gli effetti. 
Apro una parentesi. Sion Sono a quanto so è un regista formidabile con una quantità e qualità di pellicole da far paura. Per me era il suo primo. Chiusa parentesi. 
Pensavo fosse un horror ma più andava avanti la visione più mi rendevo conto di avere a che fare con un film disturbato, disturbante, quasi immorale, a tratti disgustoso ma tremendamente umano e verosimile. Poi il finale strizza un pò l'occhio al cinema di genere ma ci arriva con un lento percorso psicologico che lo riesce a giustificare. Il film è consigliato a tutti quelli che amano pensare e ragionare durante una visione,ricostruire una trama, perdersi tra scambi di ruolo, essere portati in una direzione e poi trovarsi ribaltati in un'altra. Astenersi tutti quelli a cui turbano le violenze domestiche, le depravazioni sessuali, l'amoralità. Sono ci va giù pesante. Il personaggio del padre/padrone/preside è disgustoso, così tanto da godere della tremenda fine che farà.

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 In realtà questo personaggio è solo un fantoccio, un mezzo per tutt'altro fine. Quello che interessa a Sono sono le terribili conseguenze psicologiche che una madre e una figlia possono riportare dall'essere violentate dalla stessa persona, il marito e il padre. Più che altro il trauma più grande non è il sesso o la violenza in sè ma lo scoprire, il sapere, il dover vedere che la stessa è condivisa dalla madre o, in modo disumano, dalla figlia. Interessantissimo il tema. E' più devastante l'incesto subito o stare dentro quella custodia a dover vedere? E' qui che Sono trova il modo di creare quel gioco di scambio di ruolo che regge alla grande fino alla fine. E chi è la vera protagonista del film, la bimba Mitsuko o sua madre Sayuri? Chi è Mitsuko? Chi è Sayuri? E chi è quella scrittrice? Lo spettatore vaga confuso, all'inizio rischia anche di indispettirsi ma poi Sono non lascerà dubbi. Le scene di sesso riempono lo schermo, il sesso d'altronde, inteso non solo come atto ma anche come genere, è tutto il motore del film, gli psicologi ci possono sguazzare. La struttura ricorda leggermente Audition, una lunga introduzione (ma qui molto più piena di cose del film di Miike) e un'esplosione di violenza finale. Davvero disturbanti gli ultimi 10 minuti, quel tronco umano colpisce come un cazzotto. Ma sono più di una le scene veramente disturbanti, forse alcune volte pure troppo, come l'operazione alle gambe e alcune sequenze con il cibo. Solo una veramente gratuita però, quella della riunione tra mutilati.
Ma la mamma è "innocente" o merita quella fine?
Attenzione, la risposta è più difficile di quello che sembra.



Perchè per una madre vedere il proprio marito che violenta la figlia è devastante. E tutto quello che avviene dopo non può esser letto senza il prima. Sembra il film di Mitsuko ma non lo è. E' il film di una madre che ha perso la testa. E' lei la prima vittima, Mitsuko solo quella più innocente. La cornice del circo lo dimostra, questo film racconta il dramma di una donna, non quello di sua figlia. E mentre sul pubblico Mitsuko accecata dall'odio sta lì a guardare ed applaudire sua madre morire il boia, quel boia schifoso, è suo marito.
E' lui l'unico che doveva finire su quella ghigliottina.
Perchè non c'è niente di più aberrante di queste persone.
E una Mitsuko o una Sayuri ci sono dapertutto purtroppo.
Nascoste lì a soffrire.

( voto 8 )

23.1.13

Recensione "Django Unchained"

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Tarantino è probabilmente il miglior regista verticale in circolazione.
Come riesce a scrivere personaggi e a costruire sequenze lui pochissimi altri al mondo.
Il suo "problema", o almeno una delle poche cose che riesco ad imputargli è il non essere un gran maestro di orizzontalità di sceneggiatura, di racconto.
Cosa ci ricordiamo dei suoi film?
Personaggi magnifici, uno meglio caratterizzato dell'altro. Inutile elencare i vari Marcellus, Vega, Butch, i Mr colorati de Le Iene o tutti quelli che si frappongono tra Beatrix e Bill. E qui non siamo da meno, anzi. Credo ad esempio che il Dot. Schultz e il negro-bianco Stephen siano probabilmente i personaggi tarantiniani più grandi di sempre. Certo aiutano loro le interpretazioni impressionanti, in questo caso, di due mostri come Waltz e Jackson (per me l' M.V.P del film) ma si sa, se sei un bravo attore nessuno come il panciuto regista italo-americano può regalarti ruoli così belli. E nessuno ti mette in bocca battute così fulminanti e brillanti. Magari ti dà uno spessore psicologico prossimo allo zero, magari ti disegna in maniera un pò didascalica, magari nel corso della pellicola le evoluzioni si contano sulle dita di una mano, magari tutto, ma i personaggi sono davvero una bomba. Che poi qua Django in realtà evolve (pure troppo nei modi e nel linguaggio a pare mio ma vabbeh) e il personaggio di Waltz è molto più complesso di quello che pare, molto più sfaccettato. E, incredibile per il cinema del Nostro, il medico tedesco mi ha regalato anche una stilla d'emozione in 2,3 sequenze.
E poi che ci ricordiamo?

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Delle sequenze di cinema puro, scritte, costruite e girate da una divinità in materia. Io finchè morte non sopraggiunga ritengo che la best scene del cinema tarantinano rimanga Butch e Marcellus sullo scantinato di Zed ma se ne potrebbero scegliere a decine. Un uso della telecamera e della fotografia grandioso (la prima piantagione dove arrivano ha una profondità di campo pazzesca, non riuscivo a staccare gli occhi da quei braccianti lì in fondo), i già sopracitati dialoghi, una direzione degli attori di eccellenza, un'atmosfera di divertimento, incanto cinematografico ed estetico raro. Qui in Django poi c'è un uso degli sguardi da far paura,il film è un susseguirsi di sguardi meravigliosi,sguardi di sfida, sguardi d'amore, sguardi di complicità, sguardi di sospetto, sguardi di dolore,sguardi di odio, sguardi di indifferenza. Jackson in questo ha fatto un lavoro da pelle d'oca ad esempio.
Ma Tarantino non è un regista orizzontale, non sa o non gli interessa raccontare.

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Le sue sceneggiature se ne fregano del plot progressivo, della passione per la storia e per l'evoluzione dei proprio personaggi. Sono una galleria d'arte di quadri con soggetti a volte nemmeno simili uno all'altro. Forse proprio in Django abbiamo la scrittura più complessa ma il tutto alla fine è gonfiato all'inverosimile, una trama da un'ora e mezza allungata di oltre un'ora grazie alla maestria cinematografica di Quentin. Che poi mica deve essere un  difetto per forza eh, se Tarantino prediligesse storia e racconto a tutto il resto non avremmo avuto Pulp Fiction, e non dico così solo per il montaggio.
E poi Tarantino è cinico, troppo cinico. L'incontro tra i Mandingo, l'uomo sbranato dai cani o alcune carneficine mi sembra superino leggermente un certo senso di pietà per l'essere umano. Attenzione, anche in Bastardi in nome di una sorta di "pareggio storico" Tarantino aveva troppo esagerato in violenza e disumanità verso i tedeschi.

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 E questo cinismo a volte è eccessivo se non compensato da una capacità, e Tarantino non ce l'ha, di tirare anche fuori il meglio dai suoi personaggi, far vivere a loro e a noi delle emozioni vere, intense, scusatemi la retorica, positive. Io ad esempio non mi sono mai emozionato per la vicenda di Django e della Brumilde ma magari son problemi miei. Però le frustrate e le umiliazioni le ho sentite sulla schiena. E non facciamo finta che Tarantino non avrebbe voluto coinvolgerci un pò nella storia d'amore, tutta la seconda parte del film si basa solo su questo.
In definitiva il solito grande film spettacolo di un regista da preservare.
Ma che di orizzontale ha solo un pancione sempre più enorme.

( voto 8 )

19.1.13

Recensione "Rec 3- La Genesi"


Valutare Rec 3 è solo una questione di approccio.
Valutarlo come film a sè oppure come terzo capitolo della saga?
Ci ho riflettuto parecchio ed alla fine mi sono convinto che non sarebbe nè giusto nè rispettoso per il "nome" che porta giudicare questa pellicola semplicemente per quello che è.
Anche perchè a dirigerlo non c'è un regista "terzo" ma uno dei due creatori della saga, Paco Plaza.
E allora lo dico, Rec 3 è un film completamente sbagliato.
Sbagliato perchè non aggiunge niente, niente, ai precedenti due capitoli. Mentre il tanto bistrattato (non da me) numero 2 era perfettamente legato al primo e aggiungeva moltissimi particolari per una maggior comprensione della serie questo, se non per un morso di cane, coi Rec sembra aver in comune solo il regista. Intendiamoci, l'ambientazione è magnifica - e la scelta del matrimonio geniale-  e doveroso era uscire finalmente fuori da quello storico appartamento che ormai aveva dato tutto ma il problema è che se se mi avessero detto post visione che questo fosse, ad esempio, un film di Romero ex novo, fuori da qualsiasi saga, ci avrei creduto (con tutto il rispetto per Romero, insomma, fino al Romero di qualche anno fa, gli ultimi suoi non valgono nemmeno questo Rec 3)
Sbagliato, e qui magari c'è da opinare, anche perchè abbandona il mockumentary dopo 20 minuti per passare a una regia classica. C'è da opinare perchè la scelta in teoria ci può stare (molti l'avranno amata credo) ma Rec era Rec per quelle telecamerine, c'è poco da fare. E lo stesso titolo della saga si riferisce senza mezze misure alla tecnica di ripresa.

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Sbagliato forse soprattutto perchè cambia quasi completamente l'atmosfera. Dall'inquietudine nuda, cruda e sporca dei primi due capitoli (con un salto anche nel terrore puro degli ultimi 10 minuti del primo) si passa a una pellicola che più di una volta fa una strizzatina d'occhio all'horror comedy, magari quasi mai fino in fondo (anche se l'armatura e Spongebob direi di sì), ma sempre là sul limite. Anche qui volendo possiamo discutere, Rec 3 sarebbe stato un ottimo, ottimo, horror con venature ironiche ma ormai ho impostato tutto st'ambaradan riferito alla serie e non mi muovo.
Sbagliato, se vogliamo, anche nel titolo perchè qui di Genesi non c'è proprio nulla a meno che per Genesi non consideriamo l'inizio di una saga ma l'accezione che le dà  il prete. Già, anche quei sermoni ferma zombie, boh, vabbeh, mah.
Sbagliato, e qui il difetto è assoluto - saga a parte- perchè ha una sceneggiatura quasi inesistente, molto facilona (200 invitati e restano vivi, sì, insomma...vivi per ultimi, solo i due sposi), brevissima (70 minuti di pellicola, quasi offensiva come cosa) e priva di qualsiasi interesse, incastro o sorpresa (forse soltanto il finale).
Peccato perchè il film è un ottimo zombie movie, ben fatto, ben recitato, con sequenze veramente notevoli come la carneficina con la motosega, il frullato di denti, le scene sotto la pioggia (sposa bagnata, sposa fortunata già) e il finale con lui che la prende in braccio come conviene a due novelli sposi e la sparatoria conclusiva.
Aspetto Balaguero.

( voto 6 )

17.1.13

Recensione: "Polisse"


Quando Iris vede quel feto decide di dargli il suo nome.
Iris, appunto.
Una vita abortita prima di esser tale simbolo di una vita abortita durante la vita stessa.
Una maternità non voluta simbolo di una maternità mai arrivata.
E' l'inizio della fine per Iris.

Una premessa doverosa.
Se vogliamo facciamo finta di no ma è innegabile come il cinema francese in questi ultimi anni sia quanto di meglio si sia visto nel Vecchio Continente e, forse, non solo qui.
I cugini hanno eccelso dapertutto, prodotto i migliori esponenti o alcuni dei migliori di ogni genere.
Penso alle commedie con Quasi Amici, all'horror con Martyrs, al polar o poliziesco con L'Ultima Missione (o l'ancor più bello ma più datato Non dirlo a nessuno), all'animazione con L'Illusionista, al prison movie con Il Profeta, al cinema per i più piccoli (e non solo) con Il Piccolo Nicolas e i suoi genitori, al drammatico con Un sapore di ruggine ed ossa senza considerare delle perle difficilmente classificabili come The Artist, Enter the Void e Kill me please. E mi sono limitato veramente agli ultimi 3,4 anni...
E in più ho voluto saltare coproduzioni con altri paesi altrimenti tra Valzer con Bashir, Il Nastro Bianco e company non finivamo più.
E ora raggiungono l'eccellenza anche con questo semidocumentaristico Polisse, una specie di A.c.a.b francese che al posto dei nostri celerini racconta le vicende della polizia di Parigi addetta alla tutela dei minori.
Film frammentario che ha la forza in almeno due particolarità non così evidentissime.
Sì perchè l'evidenza è quella di una pellicola potente, capace di colpire lo spettatore senza mostrar quasi nulla. La forza è tutta nei dialoghi, quasi irreali nella loro violenza verbale. Parliamo di pedofilia, abusi sui minori, menefreghismo, sfruttamento. Più di una volta si arriva a un senso di disgusto raro, specie nel racconto del padre che spiattella tutto quello che fa alla figlia perchè tanto ha protezioni in alto.

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L'unico momento visivamente molto forte è la scena dell'aborto, così nuda e cruda da far star male. E turning point non tanto per il film ma per almeno una delle sue protagoniste principali, Iris.
Cos'erano le due particolarità?
La prima è che malgrado sia un film corale dove almeno 10 personaggi interagiscono sempre tra loro le vicende principali vanno tutte a coppia. Tre coppie raccontate con un tatto e una verosimiglianza rare.
I due giovani agenti che forse si amano ma hanno paura a dichiararselo o non possono (lei ha un compagno ed è incinta). Il loro sfiorarsi la mano all'ospedale è una magnifica conclusione della loro ministoria.
La fotografa e l'agente di colore, entrambi completamente insoddisfatti del loro matrimonio creeranno una relazione che dall'odio passerà a un amore profondo e vero. La fotografa tra l'altro è interpretata dalla stessa regista (bellissima donna) e non è un caso visto che la regia è solo fredda cronaca di quello che accade, come una foto.
Le due agenti donna, forse il rapporto meglio caratterizzato e più particolare. Iris che odia gli uomini e Nadine che si sta separando dal marito ma in fondo lo ama ancora. Magnifico il loro scontro finale in commissariato, decisivo alla luce del finale.

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Ma, soprattutto, e forse tra le righe lo si sarà capito, Polisse non è un film su degli agenti e su pedofili ma sull'insoddisfazione umana. Non c'è un solo, un singolo personaggio realizzato, felice, con una vita sociale e sentimentale stabile. Tutti si sono separati, lo stanno facendo o lo faranno. E tutti hanno un mal di vivere, una nevrosi, uno stress che un lavoro come quello, dove si sentono padri che magnificano le parti anatomiche delle proprie figlie, alla fine inevitabilmente ti porta.
E quel finale è disperazione e liberazione allo stesso tempo.
E sono tanti i motivi che hanno portato a quel gesto.
L'ultimo, il più particolare e inquietante è proprio di quel bambino che in montaggio alternato volteggia mentre lei vola giù.
Ed è la scoperta di come in un rapporto aberrante come quello del pedofilo si possa nascondere a volte un qualcosa che fa solo schifo a pronunciarlo in questo contesto ma che comunque per un momento mi ha messo i brividi addosso.
L'amore.

( voto 8 )

10.1.13

Recensione "Il Sospetto"




Il Sospetto è il mio. Quello che probabilmente ho visto il più bel film dell'anno già il 9 Gennaio.
E ringrazio il cielo che una multisala in Toscana l'abbia recuperato in singola data come rassegna d'autore.
E ringrazio il cielo di esser stato da solo al cinema per poter vivere liberamente una delle più intense, emozionanti e massacranti visioni di questi ultimi anni.
Il tema della piccola comunità e dei danni che può arrecare mi ha sempre affascinato.
Mi vengono in mente tre esempi diversissimi tra loro ma che analizzano in modo spietato tutte quelle dinamiche, tutti quei retaggi culturali, tutti quei pregiudizi che aleggiano, purtroppo, in queste comunità ristrette.
Tre film che per motivi diversi ho amato moltissimo poi: Dogville, Calvaire e Il Vento fa il suo giro.
Beh, Il Sospetto è superiore a tutti.
Lucas lavora in un piccolo asilo di un non meglio precisato piccolo paese nordico, danese per la precisione.
Un giorno, per semplice ripicca, una bimba lo "accusa" di averla molestata.
Lucas è innocente.
Sarà un'inferno.

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Raramente ho fatto così fatica nella visione di un film.
Un malessere incredibile -un misto di rabbia, speranza, incredulità, tristezza- mi ha accompagnato fino, e ben oltre, i titoli di coda.
Il problema è che sto film è perfetto, c'è poco da dire.
Come tratteggia questa pellicola i caratteri dei propri personaggi e le relazioni tra di essi è qualcosa di incredibile. Ovvio il merito anche di un cast in stato di grazia con, ovviamente, su tutti un monumentale Mads Mikkelsen ( il One-Eye di quel quasi indecifrabile film che è Valhalla Rising). Ma gli altri non sono da meno, suo figlio, i suoi due migliori amici, la bimba, la direttrice dell'asilo, chapeau a tutti.
La vicenda ricorda moltissimo quella vergognosa pagina di cronaca italiana che è Rignano Flaminio, quei bimbi molto probabilmente aiutati e manipolati dai genitori a sputtanare, incolpare e rovinare le maestre di quell'asilo.
Lucas sarà messo all'indice, tutto il paese non passerà nemmeno per la fase del sospetto ma direttamente a quella della certezza che lui sia un pedofilo. Non solo, dall'accusa di una sola bimba si arriverà a quella di molti altri. Lucas è un uomo buono, puro, semplice. Inizialmente non riesce a reagire tanto assurde e infamanti sono le accuse rivoltegli (sta lì in silenzio, il suo atteggiamento è così passivo che può davvero esser scambiato per colpevolezza), poi la sua dignità di individuo lo porterà a una ribellione (e a due scene di una bellezza disarmante).

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Sceneggiatura fantastica sorretta da dei dialoghi veri come pochi e da delle sequenze di un'intensità pazzesca.
Ma sono i personaggi a fare la differenza.
Lucas, un uomo che da un giorno all'altro si ritrova ingiustamente etichettato come mostro, malato. E' un inferno così vero, tangibile e al contempo così assurdo che arriviamo a un livello di empatia rara nel cinema. La scelta poi di Vinterberg di farci conoscere subito la verità e non lasciare anche noi spettatori nel dubbio (come avveniva ad esempio ne... Il Dubbio) rende ancora più forte la partecipazione per lui.
Klara, la piccola bimba che inconsciamente fa iniziare tutto. Impossibile colpevolizzarla, per lei era poco più che un capriccio di pochi secondi. Saranno gli adulti a manipolarla.Come tutte le bimbe Klara è innocente.
Theo, il migliore amico di Lucas è un personaggio indimenticabile, un uomo che per difendere sua figlia non può non preoccuparsi e temere che tutto sia vero ma che sotto sotto lui sa che quell'amico è una persona perbene. Sarà travolto dal paese e dalla moglie ma il suo dubbio è una delle più belle caratteristiche del film e colonna portante della sceneggiatura.
Marcus, il figlio di Lucas, anche lui tratteggiato in modo così vero e delicato da alzarsi in piedi. Rappresenta la parte più ribelle di Lucas, quella di un ragazzo pronto a far di tutto per difendere il padre. La scena della visita a casa di Theo è straordinaria, così violenta, intensa, disperata. E quello sputo a Klara...

Pur essendo essenzialmente un film di atmosfera e intensità (quella malata, sporca di un certo cinema nordico, Von Trier in testa, ma del resto Vinterberg, il regista di questo strepitoso film, era uno dei Dogma) Il Sospetto regala una serie di sequenze strepitose.
Alla già citata scena del figlio impossibile non aggiungere le due sequenze che raccontano il cambiamento di Lucas, la voglia di dimostrare a tutti che lui non deve vergognarsi di nulla, la sua ribellione. Parlo del supermercato, di quel ritorno lì dentro sanguinante e ancor più della Chiesa, roba da cinema di livelli altissimi.
Lì dentro c'è tutto il paese, è Natale, Lucas sfida il mondo intero ed entra. Lo sguardo che per due volte manda indietro a Theò ha una potenza non descrivibile, io avevo la pelle d'oca. Sono contento che sia stato preso per la locandina. Credo che sia la scena madre del film e uno degli sguardi più intensi e carichi di significato visti recentemente al cinema. E la Chiesa diviene ancora una volta, come nel meraviglioso Ben X, il luogo dove il protagonista principale trova il coraggio di far sapere o cercare di far sapere la verità.
Ma poi Vinterberg completa il suo capolavoro con quelli che a me piace definire 3 finali di uno stesso film.
Poteva essere finale, un finale aperto, Theò che guarda mangiare Lucas a casa sua. Noi sappiamo cosa è successo nella testa di Theò ma non avremmo potuto sapere il poi. Sarebbe stato un finale magnifico, sospeso.

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Poteva essere finale, un finale stavolta positivo, Lucas che prende in braccio Klara. Anche qua l'emozione è forte e il cerchio si sarebbe chiuso così perfettamente da batter le mani.
Sarà invece finale, un finale più amaro ma forse più giusto, quello sparo, quell'immaginazione.
Da vicende così non si tornerà mai più quelli di prima, impossibile.
E i demoni non verranno mai scacciati completamente.
Lucas, il tuo inferno non è finito.
Nè mai finirà.
Ma sono fiamme e sofferenza sotto un cielo almeno ora stellato.

( voto 10 )