4.10.14

Il vero Buio in Sala: Il cinema Zenith di Perugia



In un anacronismo ti ci puoi imbattere per caso, in un anacronismo ti ci puoi trovare, un piccolo anacronismo, se osservi bene, lo puoi vedere dapertutto.
Ma a volte in un anacronismo ci puoi anche entrare, finir dentro.
E lo puoi fare salendo le scalette esterne di un vecchio edificio, su quello che pare il cortile interno di un antico monastero.
Sali le scalette, entri dentro e tutto ti sembra come 30 anni fa, quando bambino e poi adolescente ti infilavi in questi cinema dall'unica biglietteria, una biglietteria in cui quasi mai trovavi una bella ragazza col sorriso prestampato ma l'ombroso proprietario o una gentil signora che aveva appena impastato la pizza due ore prima.
E già nella biglietteria il fumo delle sigarette (e qui ben venga il progresso ad averle tolte) ti entrava nelle narici, lo spazio è piccolo, non si respira, dai mamma, entriamo in sala.
E in sala lo stesso fumo che si alzava controluce con le immagini.
Il buio, il fumo, le immagini.
E la sala poi non era un anfiteatro moderno con le luci a led ogni 2 metri,ma una vecchia stanza con logore poltrone.
In alcuni casi, nella maggior parte dei casi anzi, tutto messo al piano terra poi, che se davanti a te si sedeva una signora coi bigodini o col cappello nuovo, oppure uno di quei signori alti che a tutto pensano nella vita tranne che la loro altezza in alcuni casi possa procurar danni, ecco, in quei casi la visione diventava una piacevole sofferenza, un kamasutra cinematografico di colli inerpicati.
Che poi in questi cinema, anche oggi, in questo anacronismo in cui sono entrato, ci vado principalmente per film coi sottotitoli.
E se trovo la signora col cappello nuovo o il signore troppo alto leggerli diventa quasi impossibile.
Ma che vuoi, se entriamo qui è perchè questo ci piace e questo vogliamo vivere, se preferissimo stare in comode poltrone 2 metri più alte di quelle davanti e con il porta-bibita incorporato andremmo altrove.
Ad accogliermi c'è Riccardo, un uomo che 15 anni fa mi sembrava identico a Gary Sinise di Forrest Gump ma adesso, con tutto il rispetto per l'attore americano, gli anni se li è portati avanti meglio lui.
E' qui dal 96 (ma lo Zenith ha più di 50 anni di vita) e circa dallo stesso anno io, con presenze più o meno sporadiche, vengo in questo piccolo cinema appena fuori dal centro di Perugia.
Lo Zenith, nel 1996, veniva da anni di inattività, occorreva ripartire quasi da zero.
E Perugia allora, come del resto anche adesso, era all'avanguardia nel campo cinematografico visto che solo nel centro c'erano almeno 5 cinema.
E così al rinato Zenith, la legge del prima ci siamo noi, stai lì buono, faceva in modo che restassero quasi soltanto gli "scarti" degli altri.
Sì, scarti, chiamali così.
Chè all'epoca non c'erano mica i multisala e quindi il cinema di massa e popolare lo trovavi proprio in quei 5 cinema sopracitati. E così i film che restavano fuori più che scarti erano quelli di nicchia, quelli poco pubblicizzati, quelli che avevano come maggior possibilità di successo il passaparola.
E così un pò per necessità e un pò per una scelta sin d'allora molto precisa il nuovo -che dir nuovo in questa storia poi par quasi un'offesa- Cinema Zenith da quasi 20 anni ormai è tornato la roccaforte del piccolo grande cinema, di quello di qualità, di quello più nascosto, di quello che con fatica cerca spazi in mezzo ai pop corn, di quello, diciamocelo, che alla fine della fiera ci fa ancora essere perdutamente innamorati di quest'arte.
Un cinema però che sembra non piacer tanto ai giovani, perennemente innamorati delle luci abbaglianti di altri luoghi.
E fa dispiacere perchè Perugia è (o forse è stata?) da anni una delle capitali italiane della meglio gioventù, degli universitari.
Ma dove sono sti ragazzi, mi chiedo io, mentre mi ritrovo spessissimo ad essere il più giovane in sala.
Ma dove siete, venite qui, e poi andiamo anche in quell'altri di cinema, che guardare una commedia sbrodolosa e un hamburger non hanno mai fatto male a nessuno, anzi.
Ve lo dice uno che senza i suoi horror, specie quelli scrausi, non sa stare.
Qui e là quindi, ci mancherebbe.
Ma anche qui, che non c'è da vergognarsi, che c'è solo da prenderci un pò la mano con certe cose, abituarsi, aspettare e vedere, che poi se ami il cinema la scintilla s'accende.
E invece ora, come 20 anni fa il pubblico è quasi tutto dai 40anni in su e se c'è qualcuno di 60 anni è perchè era il 40enne che ha cominciato a venire vent'anni fa.
E' dura la vita per certi posti, per cinema che ogni tanto, specie nel pomeriggio, hanno 1,2 spettatori (mi è capitato più volte) ma altre, e non poche, sanno ancora richiamare tantissima gente.
E non è la stessa "tanta gente" del multisala.
Non sarà gente migliore, ma migliore è il posto in cui si trovano.
Un posto dove si può ancora parlare di un film, vedere un 70enne che chiede informazioni a un trentenne, fermarsi un attimo in più e lasciare che l'emozione per quello che si è visto svanisca piano piano, magari davanti a un meraviglioso piatto di pasta nel ristorante aperto quasi 2 anni fa, il Nadir.
Lo Zenith e il Nadir, già.
Perchè qui poi, intendiamoci, di gente importante ne è venuta.
Non solo con i suoi film, personalmente.


E' passato Martone e il suo Risorgimento

Guzzanti, lei, con i suoi zapateri e i suoi terremoti
E Guzzanti, lui, con i fascisti scambiati per marziani
E i Manetti col la bomba nell'ascensore e gli spari neomelodici
E Garrone con i suoi nani imbalsamatori, le sue modelle anoressiche e il suo pescivendolo napoletano che voleva diventare famoso.
E l'Avati di sconfinate giovinezze
E Moretti col suo Papa troppo umano
E Sorrentino col suo uomo nascosto in un hotel impaurito da nulla se non dall'amore
E Gilliam, e il giovane Ozpetek e tra poco frse arriverà Tornatore e chissà quanti altri.


Son venuti tutti qui.

Mica dove ci sono le luci a led, qui.
E qualcuno l'avrà fatto per pubblicità, qualcuno come tappa obbligata di una carriera che stava iniziando ma qualcuno, moltissimi, ci vengono anche essendo diventati quello che sono.
E qualcuno ci torna, vincesse pure l'Oscar.
E' il caso di Garrone, persona splendida (l'ho saputo anche per altre vie) che stranamente si vergogna a parlare in pubblico dei suoi film ("Riccardo, se mi inviti per una partita di calcetto vengo, per parlare no" dirà un giorno).
Ma anche la resistenza non può resistere a tutto.
E così è arrivato il digitale, e così la figura del "pizzaiolo" in sala proiezione non esiste più, premi play e che il Dio digitale te la mandi buona, se va male non si risolve.
Proprio oggi ho trovato fuori dalla porta d'ingresso la gigantesca e ferrosa macchina della proiezione in pellicola, che so, magari la stavano portando via per sempre, non l'ho chiesto a Riccardo.
Ma il mercato detta le leggi e se devi aggiornarti non puoi farci nulla.
Per il resto però tutto è ancora soltanto passione, idee e uomini.
Uomini che organizzano rassegne, corsi scolastici, cineforum ed eventi, moltissimi eventi.
E che insieme ad altre ottime realtà stanno facendo di Perugia una cittadina in cui il cinema d'autore è tutt'altro che morto.
Ma qui siamo comunque in uno spazio che è anche mio.
E se ho chiamato un blog Il Buio in sala un motivo c'è.
E forse è proprio il buio di questo cinema quello dove conservo più ricordi.
Non c'è nemmeno bisogno che ripeschi lontano, bastano questi ultimi anni.


In questo buio ho visto un coreano che alza un martello.

Un funzionario che ascolta vite che non sono la sua.
Un uomo malato terminale che incontra suo padre nella neve.
Un altro uomo che ha paura che arrivi un tornado.
Uno che cerca gli affetti delle persone che non ci sono più.
Una famiglia greca e una finestra da cui buttarsi.
Un massacro raccontato prima da chi l'ha compiuto poi da chi l'ha subito.
Un pianeta che si schianta sulla Terra e una capanna di legno che vorrebbe fermarlo.
Un uomo che costruisce New York dentro un capannone.


E tutti gli altri che verranno da domani.

3.10.14

Recensione "Southcliffe" - Le serie tv de Il Buio in Sala

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Veramente strana la vita e le sue coincidenze, specie in quest'ultimo periodo.
Proprio nel mese in cui l'interessantissimo canale Crime di Sky propone la rubrica "Un giorno di ordinaria follia", ossia i racconti dei serial killer -come li chiamo io- sincronici, quelli che hanno ucciso in un solo giorno più persone (uno su tutti per capirsi, la strage di Utoya), assassini in realtà molto diversi dai serial killer tout court o diacronici, quelli che commettono omicidi a intervalli più o meno regolari o comunque in più tempi, e proprio quando la sera prima vedo la puntata di un pazzo inglese che ha fatto fuori per strada non so quante persone, ecco che un amico mi consiglia Southcliffe.
Miniserie, talmente mini che Nymphomaniac di Trier anche in versione tagliata dura un'ora di più.
E proprio di un giorno di ordinaria follia, e proprio di un inglese, parla questa nerissima serie che, a differenza di quanto potete pensare, tutto fa tranne che strumentalizzare, servirsi del dettaglio macabro o mostrare morbosamente come un uomo in pochissime ore possa aver ucciso 15 persone e ferite mortalmente delle altre.
No, nessuno splatter, nessun proiettile che sparge sangue, nessuna concessione alla spettacolarizzazione dell'omicidio.
Southcliffe è la serie del prima e del dopo, il durante è sempre solo accennato, è proprio questa una delle sue peculiarità.
Sarà per questo che inquieta di più.

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Penso alle fotograficamente stupende scene sulle rotaie, tese come poche, alla macchina con la famiglia che vede arrivare Morton, alla ragazza che fa jogging, all'omicidio della madre.
Ci si ferma sempre un attimo prima, a mio parere regola aurea della suspense, oppure si preferisce lasciare tutto fuori campo.
Perchè in realtà questa tutto è tranne che una serie "facile", una di quelle costruite ad hoc per aver successo.
Southcliffe rispetto alle immagini, dà molta più importanza a tematiche e riflessioni.
Altra produzione inglese, altro cast in stato di grazia con un sorprendente Sean Harris (l'indemoniato del da poco recensito Liberaci dal male) e un ancor più bravo Rory Kinnear (l'indimenticabile Ministro del primo episodio di Black Mirror) a svettare su tutti gli altri, comunque bravissimi. Bravissimi è dir poco quando tra questi altri, ad esempio, c'è il favoloso ormai ex caratterista Eddie Marsan che dopo Still Life e Tirannosauro con questa terza interpretazione entra prepotentemente nel mio Olimpo personale.
Ma il punto di forza della serie, almeno nei primi due episodi dei quattro totali è la costruzione temporale, questi continui salti avanti e indietro nel tempo concentrati tutti però in sole 24 ore, quelle a cavallo della strage. Può ricordare un pò, anche per tematiche, l'Elephant vansantiano, e lo fa ad esempio nel virtuoso "trucco" di mostrare una stessa scena da due angolature diverse in due tempi molto lontani tra di loro (strepitoso il primo uso di questa tecnica nella cameretta della madre del killer).
C'è un tempo che pare fermo, si sente nell'aria che sta per accadere qualcosa, il personaggio di Stephen è sempre più morto nello sguardo e nella voce, sta per esplodere.
E la prima avvisaglia della sua pazzia è nella bellissima scena a metà del primo episodio, quella guerra che da gioco rischia di diventare altro.

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Il cielo è sempre plumbeo, siamo nella campagne inglesi, campagne di nebbia e fango, campagne restituite in maniera pazzesca dalla regia e dalla fotografia, specie negli innumerevoli e perfetti camera car.
La regia già, magnifica, con un uso della carrellata in avanti lentissima (che io amo da morire, specie su inquadrature ferme) che a volte fa gridare al miracolo, una costruzione delle scene studiata nei minimi dettagli, vedi ad esempio la telefonata tra il campo lunghissimo del cantiere navale e quello strettissimo della moglie nascosta dietro il tavolo (Ti prego! ti prego!), quella specie di Karma Police in cui Stephen deve correre nel fango e nella pioggia davanti la macchina (a livello di plot scena chiave del film) o la notte in cui tra servizi live del giornalista, elicotteri e spari si sancisce, forse, la fine di Norton nella palude.
A proposito di giornalista e servizi, la tv è presente praticamente in ogni scena, e non solo per i notiziari ma anche con programmi molto meno importanti. Sembra quasi essere il film rouge della serie questa massiccia presenza dei media nella vita delle persone.
In realtà non fil rouge ma tematica principale è senz'altro quella dell'elaborazione del lutto.

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Ed è qui che, forse, Southcliffe si perde un pò.
Ma è importante spiegare perchè.
Se le prime due puntate sono un continuo avanti e indietro nel tempo a cavallo tra il prima, l'appena prima, e il dopo la strage, la terza e la quarta abbandonano quasi del tutto questa costruzione per soffermarsi una, la terza, sui giorni successivi alla strage, e la quarta sull'anniversario di un anno dopo.
Tutto quindi è fermo, e si pone l'attenzione su come le varie persone coinvolte nel massacro affrontino le proprie perdite.
E lo si fa in maniera perfetta, umana, mai troppo esagerata.
Uomini che non hanno più niente nella vita (anche se apparentemente sembravano fregarsene) che decidono di farla finita, mamme che tentano il tutto per tutto per cercare di far vivere ancora la propria figlia portando avanti le loro battaglie, gente che vuole dimenticare, ragazzi che si sentono troppo in colpa.
Tutto è raccontato perfettamente.
Ma la serie sembra fermarsi, sembra essere un'altra.
E la vicenda della madre che cerca l'immigrata romena viene talmente esasperata da diventare quasi un'intera puntata, negli episodi conclusivi poi, quando, semmai, poteva essere un'ottima storia di contorno centrale.
Quello che ci aveva affascinato di Southcliffe non c'è più, è diventato altro, è diventata una tremenda e fredda analisi sul dolore e sulla perdita con, parallelamente, una feroce critica a certi piccoli ambienti che sembrano allevare serpi in seno senza accorgersene e poi una volta che avviene la tragedia provano ad individuare un capro espiatorio e tornare alla loro normalità.
O finger di tornare alla normalità.

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In questo senso è fantastica, veramente indovinata, la scelta di fare andare come inviato speciale per il tg proprio un ex bambino di quel posto, un bambino che passò un'infanzia terribile, deriso, umiliato e maltrattato da tutti perchè figlio di quello che si riteneva un assassino (anche se assassino colposo, un errore in fabbrica).
Questo giornalista odia Southcliffe, i ricordi riaffiorano, è quasi più vicino al killer (altro membro della comunità deriso dagli altri, tra l'altro suo amichetto d'infanzia) che alle vittime.
E si crea un corto circuito magnifico.
In questo paese che ormai non sarà più lo stesso, enfio di vite distrutte e di verità forse tenute nascoste, si arriva così al giorno della commemorazione, che non è solo la commemorazione di quella tragedia ma per un assurdo caso del destino -o forse no- anche il giorno di commemorazione di tutti i morti, il 2 Novembre.
Manca solo un minuto alla fine della serie, non può accadere altro.
E invece no, e invece David, il giornalista, quel figlio ripudiato dal proprio paese natale, quel figlio che è tornato per sputare a tutti in faccia quanto quella tragedia se la siano meritata, quell'uomo è lì, fermo.
E vede persone che si abbracciano, lacrime che scendono, un silenzio carico di dolore.
E forse cambia idea David.
Forse in tutto questo dolore e in tutto questo schifo c'è ancora umanità, sembriamo leggergli negli occhi nell'ultimo secondo.
E quando c'è ancora umanità c'è sempre ancora speranza.

2.10.14

Recensione "Boxtrolls - Le Scatole Magiche"




Forse dopo la Pixar abbiamo una nuova dea dell'animazione da adorare che non viene dall'Oriente, la Laika.
Scopro soltanto adesso (per una volta benedetta locandina) che prima di Boxtrolls questo studio di animazione (solo in stop motion, li amo) aveva tirato fuori due gioielli assoluti come Coraline (riconosciuto da tutti) e Paranorman (enormemente sottovalutato).
Quindi tre stop motion e tutti e 3 gotici, alla faccia di Burton.
Lo dico subito, per me siamo allo stesso livello degli altri due, anche se non nascondo che emotivamente quello mi ha dato più e ho trovato più umanamente complesso è Paranorman.
Quali sono i punti di forza del gotico?
Ovviamente le ambientazioni, con la notte e le nebbia che la fanno sempre da padroni (fotograficamente meravigliosa a tal proposito la scena della tuba bianca nella piazza) e i vicoli stretti, le case lugubri e le forme delle cose mai nette e precise, ma spesso confuse e sghembe (c'ho visto tanto anche del Dio Chomet dentro); poi le caratterizzazioni dei personaggi, perchè si sa, più si va nel mostruoso e nel grottesco più le maglie sono larghe (sarà per questo che le principessine son tutte uguali?). Ad esempio ho trovato davvero portentosa la banda delle tube rosse, i Disinfestatori di Boxtrolls, certo abbastanza derivativi nei tratti ma assolutamente spettacolari nella caratterizzazione perchè si sa, un tratto non caratterizzato rimane un tratto. Arraffa, il capo, è un villain magnifico, con quei capelli unti che tentano un riporto e quel desiderio assoluto di finire nel salotto buono della società.

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E, come ultima caratteristica peculiare dei gotici, c'è il fatto che nella trama può finire di tutto, la morte, l'abbandono, la solitudine, i mostri, le schifezze, e questo, per chi scrive, è goduria pura.
Cartone spassosissimo, affatto banale, perfetto in alcuni incastri.
Fantastiche alcune trovate come il governo della città (una specie di Positano Dark che si inerpica in una stretta montagna) affidato a sole 4 persone che alle faccende di stato preferiscono sempre e comunque mangiar formaggio. Sì, non è un vezzo di sceneggiatura buttato là, ma una cosa reiterata e ribadita moltissime volte, così tante che l'effetto se possibile è dirompente (si sa, l'esagerazione rovina tutto ma l'esagerazione dell'esagerazione invece di solito è sempre vincente). Ovvia la critica politica, perfetta, calibrata, simpatica e originale. E anche la gente sembra non accorgersi del disastro di questo potere corrotto, gente che esulta quando viene a sapere che i soldi destinati per un'ospedale sono finiti per creare un gigantesco Brie.
Ma c'è tanto di più.
C'è lo spettacolo teatrale della Drag Queen costruito in maniera mirabile, vorticoso, visivamente bellissimo e dal gran ritmo.
C'è la sequenza della prima volta che i Boxtrolls vanno a dormire, con quel cubo perfetto che prende forma.
C'è il tentativo di entrare in società di "Uovo", davvero molto divertente.

E poi c'è la strepitosa scena dell'allergia di Arraffa al formaggio, portata avanti con tempi comici formidabili (dal taglio del formaggio al tavolo che gira, dall'assaggio in punta di lingua al nanetto -a proposito, forse il personaggio migliore, cattivissimo, pazzo, insensibile- che va a prendere le sanguisughe, dal formarsi delle escrescenze alla voce completamente cambiata).
Stessa scena che si ripete poi nel finale rendendo Arraffa un mostro immondo, visivamente debordante.
E poi ci sono loro, i Boxtrolls, terribili esserini che si cibano di bambini, anzi no, dolcissime creature che hanno paura di tutto e non conoscono sentimenti che non siano i più puri.
Il loro rinchiudersi continuamente per paura dentro le scatole è tenerissimo.
E poi c'è il bambino, vero motore narrativo di tutto ma forse, alla fine, tra Boxtrolls, Disinfestatori, politici mangia formaggi e personaggi di contorno vari (che dire del One Man Band?) è proprio lui il personaggio che ci colpisce di meno.
E la sua storia con il padre, alla fine, è l'unica piccola pecca e l'unica concessione al già visto che c'è dentro questo magnifico film.
Le tematiche affrontate son tantissime, dall'abbandono al concetto di famiglia di fatto, dalla paura del diverso all'accettazione, dalla lotta di classe alla scoperta degli affetti.

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Ma la magia vera è alla fine.
Anzi, dopo di essa.
Già i titoli di cosa valgono di per sè.
Ma poi, dopo, finiti i titoli c'è un'ultima appendice.
E non vi nascondo che la solita lacrima malandrina mi è uscita fuori.
Perchè in quell'appendice non c'era soltanto l'anima di questo film, ma di tutti questi film.
Ringrazio il cielo di non essermi alzato dalla poltrona.

( voto 8 )

30.9.14

Recensione: "Il Cacciatore di Zombie" (Juan de los muertos o anche Juan of the Dead)


A Cuba sono arrivati gli zombie.
Ma un manipolo di eroi sembra non riuscire a capirlo.
Li scambia per dei dissidenti politici al soldo degli Usa.
Poco male, ormai stanno infestando tutta L'Avana.
Vanno sterminati.

Geniale variante del genere apocalittico zombesco Il cacciatore di Zombie (ma molto più bello l'originale Juan de los muertos) è un cult che chi ha amato L'alba dei morti dementi e Benvenuti a Zombieland non può mancare.
La metafora politica ovviamente è fortissima (ma cosa a Cuba può non parlare anche solo indirettamente di politica?) ma non appesantisce per niente il film, anzi.
Sin dalla prima scena, con quella zattera prima vista dall'alto e poi da sott'acqua, quello che sorprende è la cura tecnica e il gusto per l'inquadratura del regista, poi confermato per tutta la durata del film.
Ho trovato davvero notevole l'uso della telecamera e la costruzione delle scene.
Penso al campo medio della coppia "fiocinata" di vecchi, la scena dell'ascensore e la testa giocata anche con il solo audio, l'incredibile decapitazione collettiva nel finale (con quel mucchio di corpi visti dall'alto davvero magnifico) o l'inquadratura subacquea dei non morti che camminano nel fondo del mare.


Ma il punto di forza del film  è tutto nella brillantezza.
Brillantezza nel delineare i personaggi (anche se storco il naso al trans e al bestione nero che sviene alla vista del sangue, attore deprimente e scenetta che si ripete troppe volte) con su tutti i due protagonisti, Juan e soprattutto il suo amico Lazaro, un pervertito che si fa le pippe nei momenti più assurdi.
Brillantezza, ovvio, nell'idea geniale di fondo e non mi riferisco solo a quella metaforica degli zombie-dissidenti ma anche alla trovata per cui l'arte di arrangiarsi (nella quale Cuba si lotta con Napoli il primato mondiale) porta i protagonisti a farsi killer a pagamento dei parenti zombie dei clienti.
E brillantezza anche nelle singole scene, alcune trash come le palle di fuori, oppure come lo strepitoso ultimo volere di Lazaro prima della morte o come il trampolino di Zombie.
Anche se il "trenta" che Lazaro tira fuori come percentuale di esser stato morsicato è il top.
A proposito, l'ex moglie di Juan, dice lui, fa la blogger.
Che significa? gli chiede l'amico.
"Scrive cazzate su internet"
Spettacolo.
Ho amato anche l'uso delle luci, formidabile ad esempio nelle scene notturne di loro nudi, sia fuori che dentro la camionetta.
E bellissime alcune esecuzioni degli zombie (la palla da baseball su tutte).

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La prima volta che il gruppetto va ad uccidere è davvero potente e divertentissima come scena e Lazaro sarà un coglione ninfomane sì, ma il machete lo usa alla grande.
Resta però una parte centrale molto più debole del resto della pellicola, quasi soporifera.
E -oltre ai due personaggi sbagliati citati sopra- ho trovato davvero debolucci alcuni scontri con gli zombie, troppo trash (vedi quello a passo di tango).
Insomma, un film di genere davvero riuscito, originalissimo nel suo essere derivativo ma con i suoi bei difettucci.
Ottimo però il finale, molto umano senza essere retorico.
E aspettate la fine fine perchè, anche se solo a disegni, ci sarà un' "orgogliosa" sorpresa.


( voto 7 )

29.9.14

Recensione: "La Fabbrica di Cioccolato"

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C'è poco da fare, è una roba diversa.
Ho rivisto da circa un annetto la prima e storica trasposizione cinematografica del romanzo di Dahl (ovviamente durante il periodo natalizio nel quale quel film e il Canto di Natale dickensiano la fanno sempre da padroni) trovandoci dentro tutto quello che ci trovai da bambino, ovvero una favola nera terribile, crudele, visionaria sì, ma angosciante.
La fabbrica di Burton è diversa, la fabbrica di Burton è un film per famiglie che sebbene mantenga nel plot tutti gli snodi narrativi del film con Wilder (e del libro, of course) lo fa in un'atmosfera completamente diversa, spettacolare, a tratti divertente, senza raggiungere mai la cattiveria e il cinismo del primo film.
Credo, credo, che più che da Burton e dalle esigenze di marketing tutto dipenda dalla figura di Willy Wonka.
Quello di Wilder era una specie di orco con cappello, un uomo che in maniera fredda, cinica, calibrata e disinteressata si liberava di tutti i bambini viziati che dimostravano, anche dentro la sua fabbrica, di non essere bambini meritevoli di nulla.
Quello di Depp tendenzialmente è lo stesso personaggio ma sembra spaesato, svampito, un istrione che non ha nulla della freddezza del Wonka wilderiano, quella freddezza che era quasi sentenza.


Eppure la misantropia di questo nuovo Wonka è assolutamente marcata (vedere ad esempio il fastidio per l'abbraccio di una delle bambine all'inizio), anche lui pare come una persona che odia l'umanità, o almeno l'umanità che merita di essere odiata.
Ma non fa paura, non ci inquieta, anzi, Burton quasi ce lo dipinge come un personaggio di cui aver tenerezza, veramente l'opposto del suo predecessore.
E' una specie di cappellaio matto che organizza uno show divertente per punir bambini, non pare, come Wilder, qualcosa di trascendentale, una morale e un'etica che spazza via tutto il resto.
E non è un caso che alla fine Burton mostri tutti gli altri bambini che escono dalla fabbrica illesi, anzi, è solo la conferma che abbia avuto paura di affondare il colpo per far sì che questo film avesse successo.
Che poi si vive di un paradosso visto che Burton resta ancora più fedele al romanzo (ad esempio in tutte e 4 le uscite di scena dei bambini insopportabili) ma poi inserisce ex novo tutti i flash back sull'infanzia di Wonka, a mio parere malriusciti ed inutili (è un personaggio magnifico, sfuggente, raccontarlo lo banalizza).
Anche la sua balbuzie e il rifiuto (da trauma) del concetto di famiglia è troppo reiterato, spiegato. Insomma, dove uno ci veniva presentato come un personaggio da "odiare" questo è da amare.
E uno era traumatico, questo traumatizzato.


Ovviamente glisso sugli stacchetti musicali degli Umpa Lumpa, davvero insopportabili...
A proposito, sono (stato?) un Umpa Lumpa anche io e mi ci riconosco moltissimo, specie in quella spersonalizzazione che li (ci) rende tutti uguali.
La forza di questo Burton resta nella potenza visiva, nella passione che ha messo nel raccontare questa storia, in un prologo (di mezz'ora) straordinario sulla famiglia di Charlie e sui vari vincitori dei biglietti d'oro.
C'è amore in questo film, perchè questa è una storia che Burton ama.
Ma io preferivo la perfidia del primo, perchè solo quella restituiva del tutto quello che questa fantastica storia ci vuole raccontare, ossia che l'esser buoni, credere nei propri piccoli sogni, praticare l'umiltà al posto dell'arroganza alla fine potrà premiarti.
Nella nostra vita di biglietti d'oro ce ne capitano pochissimi.
E Charlie non ci insegna che quel biglietto d'oro finisce nelle mani di chi se lo merita.
Perchè non è importante il fatto che Charlie con solo tre barrette di cioccolato abbia trovato il biglietto.
No, quella è fortuna, quello è caso, quello, forse, è destino.
La forza di Charlie non è aver trovato il biglietto d'oro ma averne riconosciuto l'immenso valore.


26.9.14

Tipi da Videoteca (N° 2): L'Ignoto Ladro di Poster




Solo uno stavolta.
E' andata bene.
Butta via.
Parcheggio la macchina, come ogni volta, e come ogni volta con la coda dell'occhio prima di scendere controllo due cose.
Che i due computer del noleggio siano accesi (angoscia che mi ha tolto ore e ore di sonno negli anni) e quanti poster ci sono ancora.
Sì, avete capito bene, non controllo se i poster ci sono ancora, ma quanti ce ne sono, visto che non passa giorno che non ne rubino almeno uno.
Oggi quanti ne avranno rubati?  1, 2 o 3?
Più di 3 è impossibile per fortuna.
Sì perchè tutti gli altri sono attaccati "da dentro", sulle pareti trasparenti.
Mi immagino i ladri che hanno provato a staccarne i bordi accorgendosi solo dopo che tra loro e loro c'era di mezzo un vetro.
Tre invece, i più importanti, quelli dei film appena usciti, sono sotto ai computer, liberi, appetibili, indifesi.
E li fregano sempre, ca va sans dire.
Mi hanno detto di mettere una telecamera e pippe varie ma io non solo non l'ho messa, anzi, ho staccato pure la scritta ipocrita "area videosorvegliata" che le precedenti proprietarie avevano comunque attaccato, così, giusto per impaurire.
Mi sono detto che già mi fregano la roba, se poi lo fanno ridendomi alle spalle per un cartello finto mi rompe ancora di più.
Che questi son tipi che hanno schivato le pallottole in mezzo ai quartieri spagnoli di Napoli, che vuoi non si accorgano che la telecamera finta che metti è quella di Topolino?
E anche se fosse vera che glie frega?
Niente, anzi, me li fregherebbero comunque e poi si farebbero un selfie davanti alla telecamera.
Allora niente telecamera e niente cartello ipocrita da cave canem.
Però quel giorno un pò mi son detto di reagire, echecazzo.
E allora ho preso il mio bel foglio e con la mia scrittura assolutamente illeggibile nel posto, adesso vuoto, dove stava il poster rubato (ripeto, solo 1 su 3 quel giorno, il centrale) ho scritto:

"ANONIMO LADRO DI POSTER, MI PIACEREBBE CONOSCERTI
PER POTERTI DARE GRATIS I POSTER CHE RUBI
NE HO PURE  MOLTI DI PIU' IN NEGOZIO"

Ho tanti difetti, ma sono una persona ironica.
o almeno credo.
Nel negozio me ne hanno fatte di cotte e di crude, forse qualcosa racconterò, ma io non solo non ho mai reagito o denunciato, anzi, ho "premiato" quelle persone con un posto in squadra.
Quella famosa squadra di cui un giorno parleremo e di cui il Terrorista Puttaniere è capitano con numero 8 sulle spalle.
Quindi perchè incazzarmi con un probabile dodicenne che ruba poster?
Cavolo, l'avrei fatto anche io alla sua età.
Anzi, magari è pure appassionato di cinema e allora meglio che rubi i miei poster e ci tappezzi la sua cameretta rispetto a farlo con quelli di Justin Bieber (mi pare che il biberismo stesse nascendo allora) o a quelli di Selena Gomez (e non della comparsa Anna Maria Perez, ahilei).

(Anna Maria Perez avrà poster tutti suoi?
Li avrà?
Mi chiedevo.
Se ce l'avesse che bel regalo sarebbe per lo Step Up Boy...
Ci devo guardare, mi chiesi.
Non ci guarderò mai.)

Insomma, lo stimavo quel ladro.
Quindi volevo conoscerlo.
La giornata finisce, torno a casa.
L'indomani parcheggio smanioso di vedere se quel cartello è servito a qualcosa.
E quello che vedo è l'ennesima conferma che il mio ladro (o i miei ladri) erano ladri speciali che era bello tenersi stretti.

Sotto la mia:

"ANONIMO LADRO DI POSTER, MI PIACEREBBE CONOSCERTI
PER POTERTI DARE GRATIS I POSTER CHE RUBI
NE HO PURE DI PIU' IN NEGOZIO"

c'è una scritta:

"NO GRAZIE, FACCIO PRIMA COSI'"

Stima profonda, assoluta.
Non faccio in tempo a ridere da solo di quella presunta umiliazione (che in realtà era solo un bel gioco tra due persone che probabilmente si stimavano) che mi accorgo di un'altra cosa, inizialmente sfuggitami.

Al centro c'è il mio foglio e la sua risposta.

Ai lati mancano entrambi i poster.

Come non amarlo.

25.9.14

Tipi da Videoteca, a voi la scelta!


Non sembra ma è già passato un mese dal Terrorista Puttaniere, il primo VERO (nel senso di autentico) personaggio che
ho voluto raccontare della mia esperienza quinquiennale in videoteca.
Lo ammetto, scriverne mi ha divertito un mondo e mi ha fatto pure star bene (e anche male) e, magari non nei numeri (anche perchè questo è un blog di piccoli numeri), ma nel gradimento l'esperimento è andato molto bene.
Allora ho pensato di fare scegliere a voi -4,5 lettori a cui è piaciuto-  quale personaggio fare nei prossimi giorni.
Intanto "blocco" chi vince, poi ne scriverò quando avrò voglia e ispirazione (non preparo nulla prima visto che anche questi, come le rece, li scrivo di getto, non so nemmeno cosa racconterò).

Ci sono anche personaggi minori che entreranno dentro, nel Terrorista Puttaniere ne avete già incontrato uno, quel ragazzo alto, magro e con gli occhiali innamorato di una comparsa.
Ma ne arriveranno altri ed entreranno quando se lo sentono, io non li chiamerò.
Anzi, a proposito, chi mi propone un nome per il ragazzo della comparsa?

Dico la verità, secondo me nessun personaggio andrà "lungo" come il nostro chimico, io più di due puntate per uno non ce le vedo

ma dissi così anche per il chimico

scegliete, chi arriva a 3 vince, se poi ci arriva più di uno vediamo chi prende più voti

IL FRUTTIVENDOLO GOMORRIANO

IL PIZZAIOLO A CUI RODEVA IL CULO

IL MESSO DEL DIAVOLO

IL BODYGUARD MADECHE

L'ALBA(NESE) DEL GIORNO DOPO

L'AMEBA COL CANE


23.9.14

Recensione "Dragon trainer 2"


Lo ammetto, il primo capitolo della storia di Hiccup e della sua tenera amicizia con il "terribile" Furia Buia mi aveva folgorato. Era passato in sordina, nessuno l'aveva visto, al cinema era rimasto sì e no due settimane.
Ricordo che in videoteca obbligavo ogni famiglia a prenderlo, sembrava che nessuno lo conoscesse. Ovviamente tutti restavano contentissimi. E non era certo merito mio, quel film era un gioiellino anche perchè abbastanza originale.
E non solo per storia e ambientazione ma anche per un certo coraggio, specie nel finale, quel finale in cui il protagonista, quel giovane protagonista in cui tutti i bambini si erano identificati, rimane storpio.
ll secondo capitolo ci stava, i draghi avevano dimostrato di poter convivere con gli uomini, impossibile non mostrarlo.
E proprio da lì riparte questo secondo capitolo, da questa armonia, da questa pace, da questo bellissimo convivere tra due popoli, tra due razze, tra due specie.
Intendiamoci, il cartone è ottimo, a tratti pure superiore al primo.
Ma manca del tutto la magia della novità, dello scoprire per la prima volta quel mondo.
Molto banalmente penso che un'ambientazione così e la presenza di due soli "protagonisti", uomini e draghi, sia una coperta cortissima. Oltre che vedere le loro interazioni, il loro unirsi o lottare, non c'è la possibilità di mostrare altro.


E così la sceneggiatura deve fare i salti mortali per stare in piedi ed offrire qualcosa di nuovo (ma davvero, speriamo non arrivi mai un terzo capitolo, ogni scena saprebbe di già visto) ma alla fine almeno metà film, giocoforza, è una copia del primo.
Si punta quindi forte sul sentimento e sul chiudere, bene, un cerchio famigliare spezzato che si era soltanto intuito nel primo. Ci sono degli eccessi in questo senso, come ad esempio la canzone cantata dai due genitori, una disneata che non c'entrava niente in questa saga, mai avvenuta prima e mai più ripetuta dopo.
E ci sono troppe parti ferme in cui il plot non va avanti, troppi riempitivi che se affascineranno i bambini annoieranno quelli un pochino più grandi (mi riferisco ad esempio agli almeno 20 minuti, sparsi qua e là, di voli col drago).
Non mi sono entusiasmato, era tutto bello ma non riuscivo a sorprendermi.
Poi succede quello che già successe nel primo, arriva il coraggio.
E questa volta è anche più forte, sorprendente, quasi devastante in un film con questo target. E dopo quella morte ho trovato magnifica, commovente e bellissima la scena degli archi che tirano frecce sulla nave, su quella nave dove giace qualcuno che non sarà più.
Il film, poco prima, era diventato stranissimo, una specie di Godzilla (o Pacific Rim) in cui due bestioni si scontrano tra loro decidendo le sorti del bene e del male. Il loro scontro, quello tra tutti gli altri draghi più piccoli e quello tra Stoick e Drago Bludvist, tutti in contemporanea, è stata un'interessante variante in matrioske di come si mostra una battaglia.


Molto interessante anche il discorso che fa Drago per cui anche tutti gli uomini (o i draghi) buoni sotto il potere di una persona malvagia possono diventare bestie come lui, discorso che avevamo appena affrontato in The Look of Silence citando Le Benevole.
Qualcuno sarà sconfitto e qualcuno trionferà.
Anche se trionfare significherà perdere definitivamente la propria adolescenza e diventare uomo.

( voto 7 )

22.9.14

Il Buio In Sala su Facebook


(non è possibile... scopro adesso grazie a Beatrix che ho aperto la pagina fb del blog lo stesso giorno in cui 10 anni fa è iniziato Lost. Lo stesso identico giorno. 10 anni fa precisi. Questa cosa è impressionante, assurda, e un pò mi fa paura. Per me è un pò come le Torri Gemelle, ricordo perfettamente che stavo facendo questa sera di 10 anni fa. Avevo mangiato un piatto di amatriciana con la nduja a casa di Christian. C'eravamo dati appuntamento proprio perchè cominciava sta serie nuova. Da quel giorno io non salterò mai più una puntata, lui abbandonerà, mi pare, dopo la seconda stagione. Se avessi scelto un giorno in modo consapevole non potevo scegliere meglio di questo)



No, non sono impazzito.
Questo è e resterà sempre un piccolo blog che non vuole nè espandersi nè diventare più di quello che è, ossia un diario, ultimamente quasi giornaliero, dove buttar giù e raccontare questa storia d'amore che ho col cinema.
Ma circa 6 anni fa ho creato per la videoteca un mio profilo facebook che, alla fine, non ho mai chiuso.
Mi sono accorto però che lo stavo usando soltanto da collegamento con il blog, mettendo i link dei post.
Non mi serviva a nient'altro praticamente.
Allora ho pensato che se facebook in qualche modo andrà avanti e servirà a qualcosa lo farà con la pagina de Il Buio in Sala.

questa

https://www.facebook.com/ilbuioinsala


E' un pò paradossale perchè più che un ampliamento è quasi una restrizione, nel senso che se prima mettevo il link dei post e finiva a tutti, ora finirà solo a chi vuole.
Ci sono tantissimi vantaggi a creare questa pagina.

1 come dicevo, i post arriveranno soltanto a chi in qualche modo vuole che gli arrivino

2 creo un posto ad hoc dove parlare di cinema. Nella mia pagina personale mi scocciava farlo e magari scocciava anche agli altri. Così si crea un luogo dove chi vuole può dire la sua sapendo che la cosa la leggono persone in qualche modo interessate

3 creo un posto dove anche altre persone possono pubblicare le loro recensioni, i loro pareri, tutto quello che vogliono. Anche questo nella mia pagina personale non aveva senso. Davvero, questo posto per me è di tutti.

4 creo un  posto dove piano piano posso anche rimettere (al massimo una al giorno) anche vecchissime recensioni, quelle che praticamente non ha mai letto nessuno, quelle dei primi due anni, quelli eroici in cui c'eravamo solo io, mio fratello, un paio di lettori e un paio di blogger. In questo modo poi posso anche avere un secondo archivio accessibile a persone che preferiscono piattaforme diverse rispetto al blog

Non so nemmeno come si gestisce la pagina, lo capirò strada facendo.
Credo che serva il da me tanto odiato "mi piace" per far sì che arrivino i post.
Se ho ragione mettetelo soltanto se vi interessa, non per amicizia.

Per il resto niente cambia.
E, semmai, c'è solo da guadagnare, magari ci sono persone a cui piacciono brevissime e informali discussioni a caldo in quella piattaforma rispetto allo scrivere in un blog.

Anche se, ve lo dico, per me il blog resta il blog, quando scrivete qua è una cosa che in qualche modo resta.
Io la preferisco.
E non di poco.

Ma non aveva più senso aver fatto diventare il mio profilo facebook il profilo solo ed esclusivamente di un blog.

Un abbraccio.

Recensione "Wrong"

Risultati immagini per wrong film dupieux poster

(oltre ad essere presenti spoiler c'è una mia lettura che paragona questo film ad un altro, di tutt'altro genere. Quindi preferirei che leggeste questa rece dopo la visione, perchè magari quell'idea balza in testa anche a voi. Dico solo a quelli che si ritrovano spesso nei miei gusti di vedere a tutti i costi il film)

Wrong è la conferma definitiva che Quentin Dupieux è un genio.
Certo l'avevo già capito con i video di Mr Oizo, certo l'avevo già capito con Wrong Cops, certo un pò di dubbi mi erano invece venuti con Rubber, probabilmente il film con il soggetto più geniale ma poi svolto in maniera un pò noiosa e deludente a mio parere.
E, già che ci siamo, mi parlano benissimo anche di Reality (sì, come Garrone), il suo ultimo, appena presentato a Venezia.
Ma è qui, credo, l'essenza di Dupieux, in questo Wrong, film divertentissimo, assurdo, surreale, quasi al confine dell'indecifrabile ma irresistibile e per niente banale o superficiale, tutt'altro.

Dolph si sveglia e il suo cane non c'è più.
(un incipit che ricorda quello del bellissimo L'uccello che girava le viti del mondo di Haruki Murakami)
Scopre che gliel'hanno rapito.
Lo riabbraccerà?

Risultati immagini per wrong movie

Cosa dire di un film dove nella prima scena c'è un pompiere che defeca per strada con il giornale in mano, nella seconda la sveglia passa dalle 7.59 alle 7.60, nella terza il vicino di casa si lamenta della vestaglia del protagonista, nella quarta il suo giardiniere gli parla al telefono malgrado siano a 10 metri di distanza, nella quinta Dolph chiama una pizzeria per lamentarsi del logo della stessa, "Ma come, ho capito che volete simboleggiare con la lepre la velocità di consegna delle pizze ma allora perchè mettere la lepre sopra una moto? la lepre è veloce di suo, se la mettete sopra la moto la velocità sarà quella della moto, la lepre non c'entra più niente, questa cosa mi turba, mi potete rispondere?"
E la sesta scena?
Un poliziotto (lo stesso, magnifico, poliziotto di Wrong Cops) che fa finta di prendere informazioni sull'incidente solo per poi dirgli che ha fatto finta di prendere informazioni sull'incidente.
Poi lui arriva in ufficio. Dentro diluvia, letteralmente. La gente lavora tranquillamente sotto l'acquazzone, telefona, sta al pc, sbriga pratiche che si inzuppano.
E Dolph, scopriamo, va al lavoro anche se è già stato licenziato da 3 mesi.
E nella settima scena una palma diventa abete.



Ed ecco che piano piano avviene una cosa incredibile.
Cosa mi ricorda questo film che fa così ridere?
Oddio, cosa mi ricorda?
Incredibile, ci sono, è la parte comica, ironica, spumeggiante di Synecdoche New York.
E più va avanti più tutto me lo conferma.
E' tutto inafferrabile, è tutto una rappresentazione, è tutto sogno che si mischia alla realtà.
Come nel capolavoro di Kaufman i ruoli si invertono così che Dolph può diventare il suo giardiniere e viceversa, anche qui succedono cose inspiegabili, come l'uomo che vernicia le macchine, anche qua il tempo collassa, come la ragazza che dopo un giorno rimane incinta, poi il bambino è già grande, poi lei muore (anche perchè probabilmente Dupieux rifiuta o prende in giro l'istituzione famiglia, tanto che il giardiniere tira un sospiro di sollievo accorgendosi che è morto e non è sposato); addirittura si arriva alla scena in cui il vicino dice che sta solo guidando, guidando senza meta, e lo dice nello stesso identico modo della voce nell'indimenticabile finale di SNY (just drive, come non ricordarsi?) e la casa che brucia in SNY qui diventa l'ufficio in cui piove, e i libri dello psicologo da leggere, come là, e l'incomunicabilità (evidentissima già nei primi 5 minuti col vicino che gli chiede di avvicinarsi e la sopracitata scena del giardiniere che gli telefona da 10 metri), e la difficoltà dei rapporti, e la confusione tra l'esser vivi e l'esser morti tutto, unito a questo senso di realtà che non possiamo capire, realtà che ci confonde e ci stordisce.
Certo qui è tutto divertente e le trovate geniali non finiscono mai, come quella, formidabile, della memoria degli escrementi.



Grandi attori, praticamente tutti quelli di Wrong Cops, grande regia, per un film che sarebbe piaciuto a tutti i più grandi autori dell'Assurdo, letteratura compresa.
Perchè anche questo è un autore, un autore vero.
Mi son divertito tantissimo, ma ho anche parecchio riflettuto perchè quei richiami non volevano uscirmi dalla testa.
E alla fine l'incontro, bellissimo.
E Mister Chang che deve ripartire perchè sa già che tra un quarto d'ora un'anziana signora ritroverà il suo gatto.
Sa tutto Mister Chang.
Come una voce che accompagnava un uomo tra le macerie.

( voto 8 )