Lo so, siamo fuori tempo massimo (ma per parlare di film non lo si è mai). Colpa mia che questi giorni avevo impegni.
E allora beccatevi questi due ultimi post da Venezia, pieni di film, uno oggi e uno domani.
Ah, alcune volte nella sezione di Enrico vedrete due titoli con un + in mezzo.
Ecco, sta a significare che Enrico ha recensito un corto e un film insieme.
Vi lascio a loro
ENRICO G.
The Man who sold his Skin
Finalmente. Finalmente, dopo quattro giorni a Venezia, provo quel senso di scoperta che solo i Festival ti possono dare. Vai quasi alla rinfusa, specie in un’edizione come questa senza grandi nomi, e vedi tante opere. Alcune sono belle, altre ti deludono. E poi trovi The Man who sold his Skin.
Non parlerò della trama, basti sapere che parla di arte, e di come può cambiare la vita. Da qualche parte tra The Neon Demon e La Grande Bellezza c’è il lavoro di questa incredibile regista tunisina, metaforico ma senza la spocchia di esserlo, estetizzante ma profondo, moderno (ispirato al vero lavoro di un artista contemporaneo) ma discepolo del passato (incorpora grandi lavori della pittura e della musica, come la Tosca), pieno di tristezza e durezza ma mai rassegnato, anzi umoristico, persino simpatico, straordinariamente vitale.
Con il giusto ritmo nella frenesia e nella calma, un montaggio creativo, attori perfetti. Oddio perfetti, c’è pure Monica Bellucci… diciamo che non sfigura, col suo buon inglese e la inedita tinta bionda, in un personaggio antipatico ma non senza umanità. Nessuno ne è privo qui, e l’ho apprezzato in particolare nella figura dell’artista Jeoffrey (magnetica interpretazione). Inizialmente ricorda, anche nella fisionomia, il personaggio di Antonio Banderas in La pelle che abito; ma se lì il proseguo della vicenda rendeva quasi impossibile empatizzare con lui, in The Man si presenta immediatamente come colto Mefistofele, e ti viene pure il dubbio che lo sia. Ma no, è solo un artista, e gli artisti possono essere certo spietati, però capiscono il bisogno di libertà, per cui loro stessi combattono ogni giorno.
“Non sono io ad essere cinico, ma il mondo”
Il mondo cinico esiste anche oltre le frontiere dei musei (e dell’Europa), problematico, ingiusto, ma non privo di una sua dignità, una sua bellezza da godersi con le persone giuste, e celebrare ballando nei treni e nei bar. Vale la pena passarci quella grande avventura chiamata vita. E allora lunga vita al Cinema, e all’uomo che vendette la sua pelle.
Mainstream
È incredibile come tutti i film dei Coppola parlino, in un modo o nell’altro, del vuoto. La vita di Frankie a Los Angeles nel nuovo millennio corrisponde a questo stilema, l’insoddisfazione, la voglia di emergere, di avere una scossa. Che arriva, sotto forma del successo come youtuber (anzi, “content creator”, per darsi un tono). Assieme a lei c’è il collega del bar, interpretato da Nat Wolff, e Link, la star del suo show interpretata da Andrew Garfield. Anche la presenza di quest’ultimo ha spinto certi a parlare di un nuovo The Social Network. Personalmente non sono d’accordo: quello è Cinema fatto e finito, dove lo zeitgeist veniva piegato ai bisogni di un grande autore come David Fincher. Mainstream nelle mani della giovane (sia di età che esperienza cinematografica) Gia si abbandona totalmente alla cultura contemporanea che sta raccontando, ne abbraccia la bruttezza. In un certo senso è la stessa operazione di Bling Ring della zia Sofia, solo che mentre quello ritraeva l’inutilità così a fondo da diventare smorto a sua volta, Mainstream si approccia con enfasi fanatica a ciò che vuole raccontare.
Le forme diventano quelle di una live su Twitch, il ritmo si piega al deficit d’attenzione da TikTok. Meravigliosa e quasi macabra la scena, dove la protagonista (bravissima Maya Hawke) vomita nel lavandino e le escono solo effettini grafici, che si liquefanno orribilmente nel sifone.
Questo film (e la mia recensione che ne parla) è destinato ad un precoce invecchiamento da applicazione telefonica. Per questo è così difficile decidere se sia bello o orribile, punta con molto coraggio e molta furberia ad essere una testimonianza dell’adesso, specie nella sua accezione più passeggera, sbagliata e inutile. Ma allora dove sta il Cinema, dove sta la parte di Mainstream destinata a durare? Non certo nelle relazioni tra i tre protagonisti, la bella ingenua che si innamora del fascinoso maledetto finché non realizza che è uno stronzo e si accorge del migliore amico sommesso ma gentile. O come avrebbe detto De Crescenzo: Isso, Essa, e o’ Malamente.
Direi che sta in Link, il personaggio di Garfield, diviso tra versione mattatore assoluto e versione “quante gliene darei a lui e alle sue maledette faccette buffe”. Ma credo innegabile quanto sia cinematografico questo personaggio, così ambiguo, così respingente. Non verrà mai chiarito il suo ruolo, se è di vittima che ha perso il controllo della situazione (infatti equipara i telefoni alla droga all’inizio), venditore di fumo nato solo per la manipolazione (“bisogna essere stupidi per essere furbi”), o colui che ha fregato tutti, che ha battuto il sistema sguazzandoci dentro (“bisogna entrare nella pancia della bestia”), scoprendone tutte le brutture per poi farsi acclamare da esso.
Peccato solo che abbia un atteggiamento irritantemente sopra le righe e fintamente alternativo fin dal primo incontro con Frankie, prova che è difficile dimostrarsi genuinamente profondi e anti-sistema quando sei stato Spiderman e ti fai dirigere dall’ultima rampolla della dinastia più longeva di Hollywood. Però se Gia può dirigere una scena meravigliosa come lo show finale, se può far fare a Garfield un sorriso come quello, allora forse si merita attenzione, si merita di provare che sa anche raccontare la bellezza, e non solo denudare il marcio. La attendo alla prova del nove.
Omelia contadina + Narciso em Ferias
“Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e gli artigiani, quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo del consumo, allora la nostra storia sarà finita.” Belle parole, ma non sono state scritte per Omelia contadina, e se ho scoperto che appartenevano a Pasolini è solo tramite un guizzo d’occhio sui titoli di coda. Si intravede già una certa furberia in questo corto, nonostante la lodevole critica alle colture intensive delle multinazionali e la promozione dei contadini. Volti scavati, scelti e ripresi con cura, sul posto, per questo funerale dell’agricoltura, celebrato seppellendo alcune gigantografie dei coltivatori stessi sotto le note scordate di una banda musicale. Certamente d’impatto, bello da guardare, forse abbastanza confuso nei suoi contenuti: un risultato tutto sommato soddisfacente.
Dopo il corto, un lungometraggio, anzi parlerei di un non-film. Prima dell’entrata in sala non avevo nemmeno la vaga idea dell’esistenza di Caetano Veloso, musicista brasiliano scampato alla prigionia militare durante la dittatura del ’68. Ce lo racconta lui, con il suo volto, un muro dietro, e tre oggetti: chitarra, fascicolo del suo interrogatorio, sedia su cui poggia. Una storia a tratti appassionante, ti immerge in quello sguardo che molto ha visto, nella sua voce e fisicità, anni dopo i fatti. Per questo dispiace un trattamento che non è solo, come l’ha definito uno dei registi nel messaggio prima della proiezione, di “asciugatura dell’eccesso”, ma è proprio sottrazione di qualunque cosa, Cinema compreso. Sarebbe stato un ottimo monologo da caricare online, così sottotitolato, per imparare, assorbire pezzetti d’informazione, magari stoppare fino al giorno dopo. La cinematografia non funziona così, è rappresentazione, immaginazione del singolo legata all’immagine per tutti, parola e suono creativo. Anche scarna, anche asciutta. Ma sempre Cinema: Narciso em ferias, semplicemente, non lo è.
Pieces of a Woman
Una sensazione riporta a The man who sold his Skin, guardando questo film. Forse non altrettanto positiva, non si raggiunge quel perfetto equilibrio di drammaticità e coraggio. Anzi, le sequenze iniziali del film sono tutte eccessive: un futuro padre, operaio nella imminente costruzione di un ponte, apre le porte del rumore, del caos, ad un fiume di parole. Stacco e siamo dalla sua compagna: assisteremo al parto domiciliare in piano sequenza, senza interruzioni, senza poter indietreggiare di neanche mezzo centimetro da quegli intensi e imbarazzanti momenti.
Qualcosa va storto, e lì Pieces of a Woman svela la sua carta dalla manica, la rabbia. Questo intendevo paragonandolo al bellissimo belga-tunisino: ha la stessa vibrante energia, incanalata però non nella scrittura, regia e recitazione perfettamente equilibrate, ma nella furia, repressa in lei (bravissima Vanessa Kirby) e strabordante in lui (prendere Shia LaBeuf sul serio, sto sognando?), nella reazione di pancia, nel nervo. Sembra quasi un film di Scorsese imborghesito e senza pistole, e guarda caso Martin è produttore. Ci sono parole dalla linea grezza, ma taglienti come lame, specie nello splendido confronto natalizio della Kirby con la sua madre di finzione, una intensissima Ellen Burstyn.Dura tanto, impegna tanto. E proprio quando tale rabbia viene convogliata in qualcosa di estremamente positivo, dalla scena del processo in poi, perde un poco della sua vitalità. Eppure sento che si farà ricordare in questa selezione festivaliera, con le sue parole dure e relazioni tossiche, in mezzo alle quali mi sono ritrovato, mio malgrado, perfino commosso.



























