7.7.18

Recensione: "Oslo, 31 August"

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Il secondo film di Joachim Trier che vedo è, ancora una volta, dopo Thelma, un gran film.
E di nuovo un'opera profondamente umana in cui il regista racconta con molto affetto ed empatia il suo personaggio principale.
E questa volta abbiamo Anders, un ragazzo che esce dalla comunità di recupero in cui sta finendo il suo percorso per vivere una giornata fuori, di vera vita.
Un film in unità di tempo, da alba ad alba.
Un'opera sul sentirsi inutili, falliti, senza futuro, incapaci di rientrare con forza in quella cosa a volte così difficile che è la vita.
Eppure questo non è un film su una spirale senza ritorno ma, al contrario, sull'incredibile paura di poter star bene

presenti spoiler


Anders esce dalla stanza dove ha passato una notte con una bellissima ragazza.
Se c'è una cosa assurda che uno possa fare dopo aver fatto l'amore è uscire poi la mattina dopo, superare campi e boschi e poi prendere una pietra in mano, entrare in un lago e lasciarsi andar giù.
L'acqua da increspata torna piatta, Anders non lo vediamo più. Magari si può pensare a un film che parte dal suo epilogo, da una morte tremenda e ingiustificata.
Poi, invece, Anders riemerge.
Forse la sensazione di morire, alla fine, è andata a braccetto con lo spirito di sopravvivenza.
Però, vedete, questo prologo non dimentichiamolo.
E non solo perchè a livello temporale (è l'alba) è il perfetto inizio di un film che si svolgerà tutto in un solo giorno (altra alba) ma anche perchè, in due soli elementi - fare l'amore e poi tentare comunque il suicidio - c'è tutto il film, tutto.

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Perchè se è vero che questo film racconta di una spirale, dell'incapacità di tornare ad esser felici, del sentirsi vuoti e falliti, è anche vero che racconta, forse soprattutto, della tremenda paura di star bene o, se vogliamo, del sentire che questo star bene non ce lo meritiamo.
Anders torna in una grande casa, ci sono tanti ragazzi, saluta qualcuno e va in camera.
Nella scena successiva capiamo che è una comunità di recupero per tossici.
E Anders sta per finire il "programma", anzi, quel giorno può uscire per iniziare a respirar vita e fare anche un colloquio di lavoro.
Un solo giorno nella vita vera che diventerà denso e lungo come una vita intera.
Ho conosciuto Joachim Trier con lo splendido Thelma (che per me resta mezza tacca sopra questo) e allora ho deciso di approfondirlo un pò.
E ho avuto la conferma di un regista a cui interessa tremendamente il lato umano delle cose, un regista che adora i propri personaggi principali, che vuole bene loro, che cerca di entrare nelle loro teste e, con piccole pennellate, prova a farci capire il contesto dal quale vengono (le due famiglie sono importantissime in entrambi i film).
Thelma e Anders hanno in comune due cose gigantesche, una è la difficoltà tremenda nel sentirsi a proprio agio nel mondo, l'altra l'ancora più tremenda paura della possibilità di star bene.
Oslo, 31 August è un film che racconta tanti trentenni/quarantenni di oggi, esseri umani che si trovano fuori posto, che pensano ormai di aver fallito, che si rendono conto che la vita non li sta aspettando e che loro, forse, non sono in grado di affrontarla.
Certo, Anders era un tossico, ma anche senza la droga, probabilmente, il film avrebbe avuto un percorso abbastanza simile.
Film che dopo il bellissimo prologo ha invece una mezz'ora in cui ho fatto una fatica tremenda ad entrare, con quei 20 minuti passati con l'amico di infanzia che sono sicuramente troppo parlati, troppo espliciti, troppo reiterati.
E poi di certo il norvegese non aiuta...

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Ogni persona che incontrerà Anders in questa giornata rappresenterà qualcosa di molto forte. E, nel caso dell'amico, bastavano molte meno cose per farci arrivare allo stesso concetto.
L'amico è quello che "ce l'ha fatta", che ha un lavoro, che ha una famiglia, che è felice.
Questo, almeno, pensa Anders.
In realtà Thomas gli dirà che non c'è niente che vada veramente bene, che non è felice, che avere o fare cose c'entra poco con la felicità.
Ma è comunque uno dei tasselli-metafora di questo film.
Perchè sì, in una sola giornata Anders capirà che in ogni aspetto della sua vita è un puro disastro.
L'aspetto degli amici, quello lavorativo, quello famigliare, quello sentimentale.
Thomas rappresenta l'amicizia.
Il lavoro, invece, è rappresentato da un colloquio nel quale il direttore di un giornale non sembra affatto essere persona insensibile, soltanto una persona che, ovviamente, vuole capire le cose. Ma Anders scatta subito, prende il curriculum e se ne va via.
E questa è la reazione che avrà in ogni ambito.
Da Thomas poteva prendere cose positive e non l'ha fatto.
Dal colloquio potevano venir fuori cose positive ma scappa.
Dalla chiacchierata con la compagna della sorella (la parte "famiglia") doveva solo rendersi conto che per riallacciare rapporti ci vuol tempo. Ma, anche in questo caso, Anders vede subito tutto nero e se ne va.
Per non parlare poi della parte sentimentale, della quale parleremo dopo.
Insomma, se lui vede un 5% di aspetti negativi li fa subito diventare tutto e solo nero.
Trier gira un film apparentemente lineare e scarno sul quale, però, mette dentro 3 sequenze molto particolari.
La prima è l'incipit, con quei "ricordi di Oslo" che forse rappresentano la felicità di un tempo del nostro protagonista.
La seconda è una cosa molto simile, ovvero sempre una voice off (quella di Anders) che racconta di come erano i suoi genitori, di quello che facevano per lui, della sua infanzia.
Sono due parti molto veloci e intense che, a leggerle poi, paiono quasi una specie di testamento.
Ma la scena forse più particolare è quella con Anders nella caffetteria.
Il ragazzo prova a captare la vita degli altri cercando di "isolare" l'audio di ogni tavolo.
Problemi di vita, aspirazioni, sogni, banalità, tutto finisce nelle orecchio di Anders che intanto, con gli occhi, segue anche dei personaggi fuori dal locale (che buffo che abbia visto questo film dopo il sogno-racconto che ho scritto, gli somiglia tanto questa scena).
L'ho trovati 5 minuti bellissimi, quelli di un ragazzo che si sente ormai morto dentro, fallito, senza futuro, incapace di far progetti e allora prova disperatamente a "sentire" e vedere la vita degli altri, non so se per crederci ancora, per tornare a capire come funziona o come ultimo abbeverarsi di qualcosa che si vuole lasciare per sempre.
Intanto Anders manda continui messaggi alla sua ex ragazza, ora a New York.
Sembrano quei messaggi "tranquilli" che invece son disperati, quelli che dicono "solo te puoi salvarmi, ti prego, chiamami".
Non sapremo mai se il fatto che questa ragazza non ci sia più e che nemmeno lo richiami sia decisivo per tutto quello che accadrà ma la sensazione è forte.
Del resto il film partiva là, come vi dissi, in una stanza in cui Anders aveva fatto l'amore con una bellissima ragazza. 
Ma lui lo dice, "non ho sentito niente" e non sappiamo se questo derivi dal fatto che la testa che è ancora là, alla sua amata, oppure al completo distacco che ha ormai il ragazzo con la vita.
Sta di fatto che più il film va avanti più ci sembra che questo sia semplicemente l'ultimo giorno di un (auto)condannato a morte.
Le frasi che dice all'amico, quella che dice alla ragazza che conosce nel locale ("tranquilla, dimenticherai tutto di questa sera") e altri episodi ci parlano di un ragazzo che ha in mente solo una cosa, non esserci più.
E allora arriviamo ai bellissimi venti minuti finali.

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Prima quell'immagine per me struggente di lui che appoggia la testa sulla schiena di lei, come un bambino. E' un piccolo abbandonarsi ad una cosa bella, un piccolo chiudere gli occhi e non pensare.
Poi la scena della piscina.
Lei che si spoglia nuda, bellissima, e lo invita ad entrare.
E intanto l'alba che appare.
E lui che, come nell'incipit, si volta e torna indietro.
E, come l'incipit, volta così le spalle alle cose belle, all'amore, al possibile futuro, per andare a farla finita.
E torna nella casa d'infanzia, quella casa che i genitori stanno vendendo proprio per colpa di tutti i disastri finanziari che il figlio gli ha causato.
Quella casa sottosopra è metafora di tutto quello che c'è nella testa di Anders.
Metafora di un futuro che non c'è più, di confusione, di un felice passato che mai più tornerà.
E allora Anders va sopra il letto e fa quello che deve fare, quello che voleva fare da sempre.
E in un finale straordinario Trier ci mostra, a ritroso, tutti i luoghi del film, tutti i luoghi vissuti da Anders in quell'ultima giornata.
Sono vuoti, silenziosi, luoghi di morte e di un impossibile ritorno.
Eppure questo film di spirali, depressioni, voglia di farla finita e del sentirsi inutili è, come dicevo, soprattutto un film sulla paura dello star bene, del poter uscire dalla disperazione.
Anders aveva tutti gli elementi per poter provare ad uscirne.
Un possibile lavoro, un amico vero, una sorella che lo ama e voleva solo prender tempo, una famiglia che aveva fatto tutto per lui.
E una ragazza che voleva conoscerlo.
E un'alba che prometteva tutto.
Ma se un uomo dà le spalle all'alba allora è un uomo che ormai non vuole essere più bagnato dalla luce.
E se ne va dalla parte opposta, verso le tenebre

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12 commenti:

  1. Una pellicola degna di nota. Mi trovo pienamente d'accordo sulla tua recensione accurata, la scena della piscina è tanta roba. ( A proposito, ho cercato un po' dappertutto ma non sono riuscito a trovare il nome della splendida attrice di quella scena. ) Una scena che non hai menzionato e che mi ha ispirato un sacco è quella del pianoforte, è come se lui volesse suonare per l'ultima volta, quasi mandare un messaggio prima dell'epilogo finale. Un film che fa riflettere intensamente sul senso della vita e sulle conseguenze della solitudine e di fallimenti nella gioventù. Anche le inquadrature sono fantastiche, in particolar modo quella iniziale in cui ti senti nei panni del protagonista e non sai cosa potrà succedere. Parte e finisce con il piede giusto, film potentissimo. Se devo dirla tutta non avendo visto Thelma ma avendo visto qualche tempo fa Segreti di famiglia posso dire che questo è uno dei suoi migliori lavori. Un regista giovane che ci fa immergere nei problemi della vita senza girarci intorno, un realista che usa il cinema per raccontare la vera vita e non quella immaginaria che spesso vediamo nei film. Per la cronaca, bella recensione! :)

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    1. si chiama Johanne Kjellevik Ledang :)

      bravissimo(a), quella scena è una delle più belle, stranissimo non l'abbia citata

      tra l'altro è incredibile come questo film, per come è strutturato (alba alba, suicidio tentato dopo ragazza, suicidio tentato dopo ragazza, stanza vuote etc..) ti suggerisca quasi per scontato che lui muore. Cioè, tecnicamente si buca, nient'altro, anche se la dose è grandissima. Però, ecco, è talmente ben costruito che solo con una morte sembra chiudere il cerchio

      sì, questo è un regista a cui la vita, i rapporti interprersonali e la psicologia interessano moltissimo

      uno che va dentro la testa dei suoi protagonist

      Thelma è più di genere, ma andrebbe visto tutto come metafora. E in quel caso diventa umano come Oslo

      grazie mille ;)

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  2. Mille grazie! Lei è wow, fantastica. La bellezza nordica m'ispira un sacco, bravo Trier a saperla cogliere in tutto per tutto. Aggiungo che anche la scelta della colonna sonora e della musica in generale fa il suo effetto, ci sono alcuni pezzi che mi hanno trascinato nell'atmosfera di Oslo che nel film è ritratta proprio com'è, una città dalle svariate opportunità. Sarebbe figo poter visionare anche il primo film 'Reprise', prima o poi per scoprire ancor meglio il regista.

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    1. a proposito di colonna sonora ad un certo punto me so emozionato

      quando lui arriva alla festa c'è Under your spell, uno degli indimenticabili brani di Drive

      vero, Oslo c'entra molto, ho fatto malissimo a non menzionarla

      guarda il bellissimo trailer qua sopra, finisce con la scena della demolizione del palazzo

      probabilmente la metafora con città è forte, ma noi tante cose non le cogliamo

      reprise prima o poi arriverà ;)

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  3. Gran bella recensione per un film che ho trovato stupendo!
    Questo il mio frame preferito:

    https://www.cinemaclock.com/images/580x326/41/oslo_august_31st_2011_8018.jpg

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    1. praticamente lo zoom di quello che ho messo io a fine recensione ;)

      concordo

      e grazie mille

      ah, ti ho appena ripristinato krisha e la notte eterna del coniglio, che buffo che hai commentato nello stesso istante

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  4. Grazie!
    Conto di godermeli questo week end. Sono molto curioso per il coniglio mentre ho grandi aspettative per Krisha (soprattutto dal lato fotografia e regia) che spero mi faccia innamorare dei film di Shults (non ho ancora visto It comes at night....sob) così come mi è accaduto per quelli dei Trier. Tra l'altro, hai già visto The House That Jack Built?

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    1. beh, se te piace Krisha vai anche con It comes at night ;)

      eh, no no, a parte che credo non esista ancora mezzo file in rete ma poi lo vedrò in sala a prescindere da quando uscirà o no su internet ;)

      e ancora non credo ci sono notizie

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  5. visto poco fa, bello e doloroso, Anders non ce la fa, purtroppo

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  6. Ennesimo capolavoro visto grazie al Guardaroba. Ma credo il titolo suggerisca qualcosa di più della metà storia di Anders. È una città intera, una Nazione che ammicca al suicidio. Sarò sempre troppo marxista ma ci vedo la storia di un uomo che fa affiorare le fragilità di una società perfetta. Il suo tendere al suicidio insomma è una esperienza collettiva, non personale. E si capisce da tanti colloqui. Da tanti sguardi. E non dimentichiamo che la Scandinavia ha il record mondiale in questo campo...

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    1. hai assolutamente ragione

      infatti, non ricordo dove, se qui o altrove, ho scritto che secondo me Oslo e la Norvegia in questo film c'entrano tanto, ma io non sono riuscito a capire come

      ora mi parli dei suicidi, è vero, sapevo benissimo del record di lassù

      ma c'è anche altro, come dici

      ma bast vedere il trailer, finisce con la demolizione di quell'edificio...

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due cose

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3 ciao