16.10.19

Recensione: "Manta Ray" - Perle d'Oriente - 6 -



Un film difficile, pieno di simboli e metafore.
La storia di un pescatore che trova un uomo morente, lo salva e lo accoglie con sè.
Quell'uomo viene dal mare, non ha un nome, non parla.
Sembra impossibile per lui integrarsi in quella nuova situazione, in quella nuova "casa" ma, piano piano, ci riesce.
Ma chi scappa da qualcosa o da qualcuno non troverà mai una nuova casa, prima o poi dovrà andar via, di nuovo.
Film ostico, "magico", pieno di luci e luccicanze che squarciano il buio.

Questa in 10 anni di recensioni è una delle volte in cui la mia "talebaneria" nel non voler sapere niente dei film nè, tantomeno, leggere altri pareri o commenti, mi rende la vita più dura.
Manta Ray è film difficile, difficilissimo e credo che qualche informazione, per scriverne, dovrebbe esser presa. 
Ma niente da fare, mi conoscete, andrò a mie sensazioni.
A dir la verità un'informazione - una sola - il film la fornisce proprio nei titoli di testa. Ed è una dedica, al popolo Rohingya, popolo che, scopro in rete, è perseguitato nella loro terra, la Birmania, e quindi costretto a fuggire e rifugiarsi altrove.
Difficile senza sapere almeno queste due righe capire un film che avrebbe comunque "vita propria" e che rimane comunque aperto a mille possibili interpretazioni.
Quello che conta è il trovarsi davanti un'opera affascinantissima che, oltre ad esser bella da vedersi, ha quella magia tipica di certo cinema in cui quello che vedi è al tempo stesso reale e simbolico, senza che il confine tra i due universi sia mai netto o facilmente individuabile.
Paradossalmente potremmo vedere Manta Ray anche come "semplice" film verità, al confine del documentaristico. Quello però che lo rende quasi trascendente non sta tanto in quello che accade ma nelle millemila suggestioni e simboli che, qua e là, brillano (verbo non scelto a caso) nel film.
Siamo davanti a uno di quei casi in cui se il film lo raccontiamo difficilmente riusciremo a discostarsi dal reale, se invece lo vediamo - e i film in teoria andrebbero visti - le sensazioni che lascia sono di un mondo-altro, di un qualcosa che con forza e disperazione cerca di venir fuori dall'evidenza delle immagini, quasi come quelle pietre preziose che, in una scena magnifica, escon fuori dalla terra bagnata.
Ecco, credo proprio in quella scena ci sia la - doppia - metafora del film, un film di "terra e realtà" in cui c'è sotto qualcosa di prezioso e magico che deve venir fuori.
Dico doppia perchè ce n'è una più diegetica, più legata all'universo che racconta il film, ovvero che quelle pietre simboleggino altro, forse i corpi senza vita dei Rohingya, uomini che provarono ad attraversare il mare per trovare una nuova casa.
Anche per questo Manta Ray diventa film quanto mai attuale e "universalizzabile" a tutti quei popoli e quelle etnie costrette a scappar da casa propria per salvarsi.
La mente va subito al bellissimo Styx, film diversissimo da questo perchè secco, esplicito, essenziale ma, al contempo, tanto simile a Manta Ray.


Un pescatore un giorno trova nelle mangrovie (o almeno credo siano tali) il corpo apparentemente senza vita di un uomo.
Lo porta a casa sua, lo cura, lo salva da morte certa (ma, attenzione, il dubbio che quell'uomo sia sempre stato effettivamente morto ce l'ho), instaura con lui una bella amicizia.
Quell'uomo non ha un nome e nemmeno parla, e qui la metafora con tutti quei popoli di rifugiati che vengono privati di individualità e diritto di parola è fortissima.
E' molto interessante notare come Thongchai - il nome lo dà il pescatore all'uomo ritrovato morente - in realtà capisca tutto quello che gli viene detto ma non solo non risponda mai a parole, ma nemmeno a gesti. Non lo vedrete mai annuire o negare malgrado le decine di domande che gli vengono poste.
In realtà non lo vedrete mai nemmeno esprimere gratitudine, come se fosse un uomo "morto dentro", che viene da sofferenze troppo grandi e che, forse, non si fida nemmeno della salvezza che ha trovato.
Thongchai ha una ferita nel cuore (forse altra metafora), probabilmente dovuta ad un'arma da fuoco. Eppure riesce a sopravvivere.
Un giorno il suo salvatore - il pescatore - scompare e appena dopo torna a casa la moglie fuggita in passato dello stesso pescatore.
Thongchai prenderà così il posto dell'ex marito.
Fino a che questi non tornerà.


Quello che nella prima parte sembra quasi cinema naturalistico nel secondo tempo si trasformerà in un film surreale, in cui sembra che più realtà si mischino tra loro.
Ne nasce un film che diventa quasi hitchcockiano in quello scambio di ruoli e identità (l'ex moglie farà colorare di biondo platino anche i capelli di Tchongai) e che, addirittura, per un certo momento mi ha sembrato anche toccare il paradosso temporale e il tema della circolarità, de "tutto ritorna".
Sapevamo che il pescatore aveva lasciato la moglie perchè l'aveva vista con un altro uomo. E adesso, dopo il suo ritorno, rivediamo la stessa scena, lui che la vede con Tchongai.
Uno spettatore come me abituato alle pippe mentali e ai thriller non ha potuto non pensare al paradosso temporale, ovvero al rivedere (e rivivere) nel futuro una scena già avvenuta nel passato.
Tanto che quando ad un certo punto Tchongai sostituisce in tutto e per tutto il pescatore - anche nel lavoro - ho pensato che avrebbe ritrovato nelle mangrovie (e la scena nelle mangrovie c'è...) il corpo dell'altro, un perfetto scambio di identità e di ruoli che avrebbe portato a un nuovo inizio e ad affascinanti metafore sul mutuo soccorrersi, sull'essere tutti vittime e su tante altre cose.
Non sarà così ma è stato bello pensarci.


Non che le metafore manchino...
Trovo che la più affascinante sia quella tra le pietre preziose nascoste nel terreno vicino al mare e il fatto di come quello stesso terreno - e ad un certo punto nel film lo dicono esplicitamente - nasconda decine e decine di cadaveri.
In questo senso vedere "The Fisherman" poggiare il proprio orecchio nel terreno per "sentire" le pietre preziose è quasi struggente perchè è come se quell'uomo diventasse una specie di rabdomante della Vita, uno capace di captare qualcosa di prezioso (e cosa è più prezioso della vita umana?) sottoterra.
E che poi lui quelle pietre le "restituisca" al mare fa diventare tutto ancora più bello (e ci prepara, secondo me, al bellissimo finale).
Ma del resto questo è un film in cui la "luccicanza" la fa da padrona. Tutto è scintillante, dalle pietre preziose alle luci da discoteca messe in casa, dai neon della città al cacciatore luminoso, dalle ruote panoramiche alle luci della Manta.
C'è questo continuo scintillare nel buio, questo continuo richiamo a qualcosa di bello nascosto nelle tenebre, a questa scintilla di vita nel nero della morte.
Ma c'è anche qualcos'altro che torna spesso ed è il guardarsi faccia a faccia.
Ci sono 3 scene magistrali a tal proposito.
La prima è nella casa del pescatore, sotto le luci stroboscopiche (una delle tante scene dalla fotografia al confine del magico).
La seconda nella ruota panoramica.
La terza nell'immersione sott'acqua (che mi ha ricordato tanto l'Atalante di Fuori Orario).
Tre diverse scene in cui i due protagonisti, mostrati in primissimo piano, si guardano tra loro, senza dirsi nulla.
Guardarsi, riconoscersi, non parlare.
Molto spesso non c'è comunicazione più grande di questa.
Poi il pescatore scompare e comincia la parte più misteriosa del film.
A mio parere anche la più bella perchè crea ritmo (sapete che per me il ritmo è solo mentale) in un film che stava rischiando di arrivare ad un punto troppo morto e stanco.
Accadranno cose molto strane come ad esempio l'uccisione del datore di lavoro da parte del pescatore. Nella testa del nostro protagonista - però - notiamo una grande cicatrice e unendo i due pezzi (e il fatto che proprio il datore di lavoro sia stato l'ultimo ad averlo visto) facile immaginare che sia stato lo stesso datore di lavoro, in mare, a provare ad ucciderlo (non so se questa mia supposizione nasconda veri fatti di cronaca, magari lavoratori uccisi).
Lui si è salvato, è tornato e si è vendicato.
Ma questo è un film che dall'inizio alla fine racconta di vita e morte, acqua e terraferma, realtà e surrealtà.
Paradossalmente tutto quello che vediamo potrebbe non essere reale, ma solo metafora della condizione dei rifugiati, popolo senza pace che non si sentirà "vivo" da nessuna parte.
Ed è emblematico che proprio quando Tchongai si era finalmente integrato, era diventato uno di "loro" (se ho visto bene indossa addirittura i due vestiti che indossava l'altro a inizio film), il pescatore tornerà a casa e Tchongai dovrà andarsene via senza nemmeno avere una spiegazione.
 E questo bellissimo film (sì, faticoso, ma è una di quelle fatiche che fanno bene) ci dà il suo commiato con una lunghissima cantilena (a proposito di cantilene, fantastica quella di lei alle terme, quasi un Llorando di Mulholland Drive) e una scena molto difficile da cogliere.


Anche perchè c'è dentro il personaggio più misterioso, il cacciatore illuminato. 
Io l'ho immaginato come un cacciatore di uomini (pietre preziose), probabilmente un cacciatore di Rohingya, la metafora/personificazione di chi li esclude e caccia.
E come non ripensare a quel foro nel petto di Tchongai, a farci sospettare che forse tutto quello che stiamo vedendo è già successo.
Fatto sta che Tchongai, adesso, di nuovo, è un uomo senza una patria, senza una terra, senza una vita, braccato.
E in un finale bellissimo e commovente torna al mare, forse l'unico luogo a cui può appartenere.
Sembra il finale - l'indimenticabile finale - di un film stupendo che con Manta Ray nulla c'entra, Big Fish.
Entrambi tornano all'acqua, entrambi tornano ad essere quello che sono sempre stati, un grosso pesce.
Non ricordo che pesce fosse nel capolavoro di Burton.
Qui sì.
Una manta.

5 commenti:

  1. Questo sì che sarebbe un film da guardaroba!
    Ti faccio i complimenti: io l'ho visto un anno fa a Venezia (dove ha vinto la sezione Orizzonti) e da allora non sono ancora riuscito a scrivere nulla... in effetti è difficilissimo! Questo film è una vera esperienza visiva: si fa un po' fatica a entrarci, ma se riesci a lasciarti andare alla fine ne rimani affascinato. Almeno per me è stato così...

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    1. grazie Sauro!

      ma figurati, se io l'avessi visto durante un festival sarebbe stato un disastro, le cose che mi sono venute in mente sono frutto di un giorno di riflessione, se ero nel marasma del festival ciaone...

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  2. (Parte 1) Ormai, ultimamente, sono sempre qui nei commenti. “Che rottura questo Riccardo”, dirai. E avresti anche ragione. Però dopo che ti leggo, ho troppe riflessioni nella mente e commentarti è l’unico modo per costringermi a dare un senso ed una razionalità ai pensieri che mi suscita la tua lettura.

    Come dici, è davvero difficile parlare di questo film, proprio perché l’opera stessa ha una modalità particolare e spaesante di parlare e comunicare a chi la sta guardando. Non con le parole, non con la narrazione in senso classico (e come dirò poco dopo, il parlare è per me il nocciolo del film). Ma con i simboli e le metafore. Punta insomma sull’esperienza. E proprio per questo motivo, quando ne scrissi qua sul blog da Venezia un anno fa, non avevo avuto fisicamente il tempo di approfondirne il significato in un’analisi scritta, lunga e dettagliata, per quanto, da quelle poche righe scritte al festival, già emergesse l’estrema fascinazione che aveva suscitato in me. In effetti, ancora oggi, dopo la seconda visione in sala, ho ritrovato quelle stesse tematiche e quelle stesse simbologie distintive che avevo sinteticamente inserito più di un anno fa nella recensione.
    Manta Ray è un film che fa dei silenzi (intesi come assenza di parola) e dell’esperienza cinematografica (e quindi presenza visiva astratta) il suo punto forte. Parte da una vicenda storica, ma non si accontenta di raccontarla. Preferisce piuttosto rappresentarla accedendo ad un’altra dimensione. È come vedere un documentario visionario e quasi astratto, prossimo alla videoarte (per questo l’approccio mi ha ricordato tantissimo quel Pietro Marcello di “Bella e perduta” che osava tanto, rifiutando la semplice descrizione degli eventi). Sembra un’estrapolazione metafisica di “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer.
    Così in Manta Ray quell’uomo senza nome, ritrovato in mare, non parla e non ricorda. La sua assenza di voce e di passato è quella che metaforicamente potremmo estendere a tutta la sua gente, a tutti i Rohingya della Birmania, di cui nessuno si è preoccupato, di cui tutti hanno perso il ricordo. Per questo potremmo forse estendere addirittura la questione a tutti quelli che vengono effettivamente dimenticati, a tutte quelle etnie e quelle minoranze che non hanno più voce, perse ormai nel mare, come se i i Rohingya fossero solo l’ennesimo caso di persone ormai abbandonate. E di nuovo in questo senso ho ritrovato il nostro amato Pietro Marcello, uno dei pochi capace di ridare la voce a chi è stato dimenticato.

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    1. (Parte 2) Il naufrago anonimo qui protagonista è appunto senza voce. E lo è, come si diceva, sia perché metaforicamente a forza di usarla, di urlare, di chiedere aiuto, questa si è ormai estinta. Ma egli è muto anche e forse, soprattutto, perché l’umanità è incapace di comprenderlo, come se comunicasse attraverso un linguaggio diverso, totalmente impercettibile, come se si trovasse su una frequenza diversa. Quel naufrago è come un pesce fuor d’acqua, fuori dalla SUA acqua, incapace di parlare, perché lontano dalla sua terra, dal suo ambiente, dal suo habitat.
      L’unico in grado di provare interesse per una persona senza identità ed incapace di parlare è una persona altrettanto sola, incarnata proprio da quel pescatore che ritrova il naufrago. Un pescatore che conosce l’oceano, che usa e sfrutta quell’ambiente per catturare pesci, in contrapposizione ad un naufrago che impara a conoscere quello stesso oceano perché lì, costretto, vi è stato buttato, senza scelta. Un pescatore ed un pescato. Un salvato ed un salvatore. Un mare immenso che vi si interpone, avendoli fatti incontrare per la prima volta e che poi verso la fine li separerà di nuovo.
      La solitudine li unisce, ma non è nella comunicazione (e nella parola) che sta il loro legame e la loro intesa, ma nella condivisione di un’esperienza. Come se, appunto, nei confronti di tutte queste vicende storiche e attuali non bisognasse più semplicemente parlare, ma vivere, capire, entrare direttamente in sintonia e contatto con quelle questioni, così da sentire e vedere (piuttosto che ascoltare) in prima persona cosa voglia dire essere senza nome. Così quell’esperienza diventa altro: si fa spirituale ed immateriale, altalenante tra una condizione surreale e magica fatta di luci e colori vivaci ed una invece caratterizzata da un crudo e crudele realismo violento. Bellissime le immagini che riprendi più volte delle luci che brillano e luccicano. Le stesse luci intermittenti e stroboscopiche che nella realtà del mare vanno simbolicamente a costituire quelle di un faro, che, nell’oscurità della notte, segnala e guida le navi. Un faro ed una guida che tutti i naufraghi hanno ormai perso, condannati alla profondità di un mare che spesso non conosce confini.
      Eccola la Manta, quel pesce gigantesco che vaga nell’acqua, ma che rispetto ad altri animali non è mai stata troppo considerata. Per un pescatore, infatti, (l’uomo che trova il naufrago è in effetti proprio un pescatore) trovarla nella propria rete è un errore, una pesca non voluta e anzi magari proprio per questo fallimentare. Così quel naufrago deve essere inteso come una Manta, come pesce non adatto ad uno scopo commerciale, perché povero di carne e di eccessive dimensioni. Così allo stesso modo quelle vicende di naufraghi sono poco vantaggiose e troppo grandi per essere affrontate concretamente. Ma se l’umanità non considera la Manta, quel pescatore troverà, come si diceva, qualcosa di interessante, di particolare in quel naufrago. Il nome stesso che gli dà è per questo, secondo me, molto significativo: Thongchai, quello di un famoso cantante thailandese, come se effettivamente quel pescatore volesse dare importanza ad una persona (o pesce) da sempre dimenticato.

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    2. Mi viene qui da usare una metafora che avevo inserito nella recensione di Martin Eden (in quel caso impiegata per definire il cinema di Pietro Marcello, che, come già detto, secondo me ha tanto in comune con questo film). Quella della perla bellissima, lucente e preziosa, ma che deriva per natura dall’aggregazione di sabbia, detriti, gli scarti “sporchi” del mare. Una luce così unica e piacevole, che nasce da qualcosa di tremendamente oscuro e rifiutato. Proprio come dici tu, parlando di quelle pietre.
      E così quella ricerca del suono sottoterra è come quella di chi cerca con il metal detector tesori sulle spiagge. Oggetti smarriti, rovinati, degradati dalla terra e dal mare, ma spesso preziosi, rilevanti, ognuno con la propria storia che, però, bisogna avere la pazienza di cercare e ad ascoltare.

      Bellissimo il riferimento hitchcockiano che trovi nel loro scambio di ruoli. Per me è davvero segno e sintomo fondamentale di quello che dicevo poco sopra: il loro legame è condivisione di esperienza, quasi di simbiosi. Il pescatore scompare, come se “provasse” (o fosse costretto) dopo quell’esperienza, ad essere naufrago.
      Ma poi torna. Forse quell’esperienza di naufrago è stata troppo dura? Chissà cosa ha visto e vissuto mentre era via...

      In ogni caso, di nuovo, così senza parole com’era arrivato, Thongchai andrà via. E non sarà più Thongchai, ritornerà di nuovo ad essere Manta. Sarà, cioè, di nuovo un pesce anonimo, senza identità. Si chiude così quel cerchio iniziale, compiendosi nuovamente quella ciclità di naufrago/pesce che non può essere arrestata. Per questo mi ha ricordato molto il bellissimo finale di The Shape of Water, di quella strana e gentile, seppur mostruosa, creatura che dovrà comunque alla fine ritornare in mare, nonostante l’emozionante avventura sulla terraferma.

      Così allo stesso modo quel naufrago deve tornare in mare, in quel luogo immenso dove non ci sono strade, non ci sono luci, ma solo buio: uno spazio infinito di oscurità. E così come un pescatore (un uomo che cattura pesci per scopi commerciali) ha dato inizio alla sua avventura su quella terra, sarà sempre un altro uomo che caccia animali a concluderla, forse non più per motivi economici, forse ora per divertimento, forse per crudeltà, forse per questioni umane troppo difficili da comprendere. Un naufrago che non è più umano, ma che è trattato alla stregua di un animale, di un pesce. Solo che per i pesci quel mare è la vera casa, un luogo e habitat sicuro in cui poter nuotare serenamente, mentre per quella Manta dalle sembianze umane quel mare è una condanna. Un estenuante vagare senza meta alcuna. E chissà quante altre terre vedrà quella Manta, chissà quanti altri nomi le saranno attribuiti. E chissà quante altrettante Mante quel pescatore troverà nella sua rete. Per errore.

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