21.6.10

I Corti de Il Buio in Sala (N°1): Il Racconto dei Racconti



Chiudo gli occhi, fatelo anche voi. E ripensate alla vostra vita, per lunga che sia. Immaginatevi bambini, immaginate di essere stati cullati, immaginate di giocare sopra un albero, immaginate di mangiare una mela. Poi la mela vi cade, l'innocenza è perduta, quel magico mondo di tori giganti che vi fanno saltare la corda non verrà mai più. Il mondo, la guerra, il male, la vita prendono, inevitabilmente, il sopravvento. Sono cose più grandi di noi ci schiacciano, ci uccidono. Ma, se ancora avete tenuto gli occhi chiusi, immaginate di tornare indietro, immaginate di recuperare il bambino che eravate, il bambino che siete stati, il bambino che vorreste ancora essere; immaginate di prendere questo bambino e di portarlo dove siete adesso, hic et nunc, di cullarlo, di guardarlo negli occhi e ... riconoscervi, e cercate più che potete di amare quel bimbo, cercate, più che potete, di amare voi stessi.

l'Immaginazione,la Fantasia, etimologicamente, significa luce. Per questo, se vogliamo vederne tutta la lucentezza, non abbiamo che chiudere gli occhi.

( voto 9 )

Recensione: "Il Bosco 1" - Gli Abomini di serie Z - 2 -


Due ragazzi in cerca delle bellezze d'Italia, come itinerario passano da Venezia a "uno sperduto bosco"(anzi, da Venezia a "sperduto bosco 1",la sintassi è importante) di un'anch'esso sperduto paesino delle Alpi. Qui invece di un ameno paesaggio avranno a che fare con le versioni Zombie di Solange, Tazio Nuvolari e L' Uomo Fango. Solo la ragazza sopravviverà (insomma ne muore solo 1...) e potrà riuscire a rivedere il Dio della luce.
Capolavoro di tale Marfori che ci propina quasi un'ora e mezza di orrore alternando un'ora di puro trash con mezz'ora di riprese dell'auto dei protagonisti che viaggia. Già il prologo, dove una terribile mano vaginale evira (marfori è uno studioso di Freud, è evidente) uno sventurato ragazzo finito insensatamente in una cascina di un bosco, già questo prologo dicevo sarebbe bastato a un palato fine per fermare la proiezione e, al contrario, a un trashlover per sfregarsi le mani. Poi il capolavoro subito dopo il prologo con la didascalia " NON MOLTO TEMPO DOPO...", che ci ricorda, dopo il titolo del film, quanto tale Marfori abbia a cuore l' uso della nostra lingua.




Poi in vortice meraviglioso abbiamo le calze della protagonista, il divieto di pesca, il discorso di Nuvolari durante una pericolosa discesa atteaverso gli orti del paesello, teste tagliate appoggiando bastoni, carrambate in cui si rivedono padre e figlia, intere sequenze inutili come quella dell'acqua nera solo per dirci che nei sotterranei c'è una sorgente, mani tagliate ma braccia che si allungano, zombie forti come un 9enne, protagonisti che si amano ma l'Uomo Fango è geloso e vuole "amare" anche lui la ragazza, ma con una canna da pesca...
Il tutto in una magica atmosfera in cui si prova la stessa tensione che si avrebbe nell'affrontare un piatto di amatriciana troppo piccante. Trama con lo stesso senso che può avere uscire nudi in mezzo alla neve in pieno inverno a ballare l' hully gully. In definitiva la peggior cosa mai uscita da una telecamera dopo un matrimonio ripreso da mia madre una decina di anni fa.
Magnifico.

( voto 1 )

20.6.10

Recensione: "La Notte dei Morti Viventi" (1968)




DOPO UN ANNO CAMBIEREI QUESTA RECENSIONE, MA TANT'E'

Mi accosto a "La notte dei morti viventi" come potrei avvicinarmi a un vecchio scienziato, famoso nel mondo per aver scoperto qualcosa di importante per la medicina. Il vecchio scienziato va rispettato, ringraziato, ricordato per sempre ma, se volessimo veramente giudicarlo, forse dovremmo analizzare la sua intera vita professionale e scoprire che in realtà di errori ne ha fatti tanti e di difetti ne ha parecchi.
Partendo quindi da un voto di doveroso rispetto, vorrei analizzare il debutto di Romero sotto l'aspetto squisitamente cinematografico, assolutamente solo in quello, senza soffermarmi sugli straordinari meriti che senz'altro ha avuto, specie quello di turning point tra l'horror che fu e quello che sarà.

RECITAZIONE: Assolutamente non male il protagonista, male o malissimo gli altri. Soprattutto Barbara (la prima ragazza) e il padre di famiglia sono totalmente inadeguati, teatrali, esagerati, non credibili. Non è certo un caso (e il tutto va a suffragio di quanto detto) se quasi nessuno degli attori del film non ha pratiìcamente fatto altro in seguito. Mi si potrà dire che furono presi per strada, semiprofessionisti. E allora? Il cinema è pieno di straordinarie interpretazioni di dilettanti, non ultimo Gomorra.

MONTAGGIO Dilettantesco, ho contato più di 20 stacchi assolutamente sbagliati.

MUSICA : Osannata da tanti, io l'ho trovata di un'invadenza unica. Sottolineava praticamente ogni singola azione compiuta, anche l'apertura di un cassetto. A mio parere rumori diegetici avrebbero reso moltissimo di più.


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SCRITTURA: La sceneggiatura di base è senz'altro buona. C'è un uso dei luoghi e degli spazi veramente ottimo, molto limitato per colpa del budget, ma reso al meglio. Sono i dialoghi a non convincere. Non so se l'avete notato, ma ogni personaggio racconta agli altri come è finito dentro quella casa. Ebbene, i racconti sono tradotti in italiano con un insopportabile passato remoto malgrado si riferiscano a fatti al massimo di poche ore prima. Certo, può darsi che nella versione originale questo non ci sia, ma rimangono 15 minuti di grandissima noia, che stemperano la tensione anzichè aumentarla. Se poi mettiamo anche i 20 minuti per murare la casa ecco già che capiamo la staticità del film, praticamente fermo dall'arrivo della ragazza agli ultimi (ottimi) 20 minuti, nei quali si concentrano a mio parere le vere 2 scene capolavoro (e allucinanti per l'epoca): il banchetto di frattaglie degli zombie, e l'omicidio della donna da parte della figlia.

INVEROSIMIGLIANZE: Le scene di lotta sono veramente malfatte, magari non alla Ed Wood ma quasi. Almeno le percosse, che siano date con pugni o con oggetti contundenti, quando il corpo ricevente è fuori campo potevano essere date con violenza e non al rallentatore o bloccando continuamente il braccio. In più il teschio in cima alle scale si rivela invece poi un corpo ancora florido con un viso praticamente a posto quando il protagonista finalmente sale...

Insomma, i difetti di un giovane regista senza una lira che affronta l'opera prima ci sono tutti. Se questo film fosse uscito ai giorni nostri si prenderebbe un sonoro 4 ma per l'idea, il coraggio, il significato e forza che ha avuto all'epoca merita un 8 pieno. Nel mio piccolo continuo a considerare La Casa il capostipite dell' Horror moderno, ma forse senza Romero non avremmo mai sentito parlare neanche di Raimi.
Il vecchio scienziato è morto e in vita ne ha fatte di tutti i colori ma grazie a lui, in qualche modo, il mondo, la civiltà hanno avuto uno scatto in avanti e per questo è impossibile dimenticarlo.

(voto 6,5 )

18.6.10

Recensione: "The Road"




La Speranza è un diritto di tutti, del migliore e peggior uomo, del più felice e del più disperato. Non si può vivere senza speranza, quasi ossimoricamente non si può. The Road ha lo straordinario coraggio di farci credere che, al contrario, ce la si può fare.
Film grandioso, inumanamente bellissimo. Non tutti possono sopportarlo perchè fa paura, non noia, esplorare così a fondo il buio dell'anima sapendo che non si arriverà mai più alla luce.
Ancora Cormac McCarthy.Il pessimismo relativo di "No country for old men" evolve nel pessimismo assoluto del semplice "No country". Non ci sarà mai più nessuna terra per l' Uomo, nessun paese, solo strade su strade di disperazione da percorrere. Che mondo è quello in cui un padre è costretto ad "insegnare" al proprio figlio il suicidio? Che cosa è successo per far sì che gli uomini si mangino a vicenda? La Fine del mondo, tante volte raccontata sullo schermo raramente coincideva nelle altre pellicole con la fine dell'uomo, della sua anima. La Natura, la Guerra o chissàcosa hanno distrutto il nostro mondo. In seguito il Tempo, la Fame, la Disperazione hanno distrutto l'uomo. Cosa rimane? Rimane l'amore che un padre può dare al proprio figlio. Rimane l'amore che un figlio può dare al proprio padre. Solo questo rapporto varrebbe da solo la grandezza di questo film. E' facile raccontare amicizia, solidarietà, amore, tutti lo fanno. Meno facile è raccontare tali sentimenti quando questi sono totalmente incondizionati, puri, vivi, in un mondo senza più un domani.

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E' un messaggio di vita quello che The Road ci regala. Perchè vivere ancora, perchè soffrire, perchè lottare malgrado la certezza matematica che niente serva più? Perchè gioire davanti a provviste di cibo, godersi la bellezza di una doccia se poi comunque la nostra fine è segnata? The Road è come un interminabile Miglio Verde, lungo migliaia di km e decine di anni. Nessun governatore fermerà l'esecuzione, la morte sarà certa e orribile ma finchè le gambe ci sorreggono manteniamo la dignità di essere uomini, rispettiamo questa meraviglia chiamata vita.
E la cosa incredibile, paradossale, di The Road, è come al suo interno ci sia un percorso di formazione di un ragazzo, un' educazione alla vita che in realtà non avrebbe senso. La formazione, l'educazione, presuppongono un futuro, e un miglioramento in esso. Qui non c'è futuro, ma forse riveste ancora importanza il morire da Uomo, acquisire quella maturità che alla fine ti farà accettare l'inevitabile.
Una fotografia pazzesca, livida. Due grandi attori protagonisti. Una storia che si fa dramma, thriller, horror talvolta (in una scena da brividi). 
Forse non avrei mai voluto vedere The Road perchè tutto sommato anche a me piace viver sereno. L' ho visto però, e dimenticarlo è impresa veramente dura. E come Wall-e è il massimo risultato di sempre nell'animazione, The Road, che molto gli somiglia, è probabilmente il best del genere. Una cosa sola gli avrei chiesto in più però, quella che il cartone ci regala: un briciolo di speranza, una minuscola, verdissima, piantina verde.

17.6.10

Recensione: "Sileni"



E così mi ritrovo meravigliosamente solo, impaurito e in fuga da una schiera di 9 e 10 che mi danno la caccia col forcone. In realtà la mia non è una fuga forsennata, non c'è in gioco la vita, anzi, forse sotto sotto avrei piacere di essere raggiunto e colpito, trafitto dalla bellezza e genio di Sileni.
Così, per ora, non è stato. Non posso negare la mia ASSOLUTA ignoranza di Svankmajer, la cui conoscenza probabilmente mi avrebbe fatto apprezzare e, soprattutto, capire al meglio questo film. Certo è che mettersi di colpo alla visione di Sileni senza alcuna arma non è facile.
Non posso negare l'originalità, il coraggio, l'eccentricità, la forza, se vogliamo la genialità dell'opera. E' indubbio che Sileni sia un film-saggio su uno degli argomenti più affascinanti che cinema e letteratura possano trattare, la pazzia. E' innegabile ancora che siano moltissime le tematiche, le discussioni che tale opera cerchi di intavolare. E sono altrettanto sicuro che sarebbe importante per me scrivere questo commento dopo aver meditato meglio sul film o (cosa buona e giusta) dopo averlo rivisto.
Invece mi ritrovo a scrivere (come sempre) a visione appena effettuata perchè è in questa atmosfera magica nella quale le emozioni sono ancora vive e i pensieri cominciano a formarsi che reputo il momento della scrittura come più stimolante possibile. Ebbene, non ho sopportato alcune "cose" di Sileni. Innanzitutto la verbosità. Il film affronta temi ancestrali, come la pazzia e la ragione, la Natura e la religione, la violenza e il sesso, la coercizione e la libertà. Affida però l'esposizioni di tale tematiche a monologhi lunghissimi, dialoghi didascalici quando invece sarebbe stato molto più bello se tutto (o quasi) quello che avesse voluto dire fosse stato lasciato alla magica forza delle immagini. Invece ci sorbiamo 3 "spiegoni" di 10 minuti l'uno che cercano di mascherare la noia che provocano (almeno a me) con paroloni o concetti trascendentali.




Poi, gli stacchetti... Nessuno mette in dubbio la straordinaria forza di un'arte come la stop motion, nessuno cerca di non vedere la carica metaforica che Svankmeier affida a questi intermezzi, ma, sinceramente, dopo averne visti 7 o 8 ho iniziato ad avere la nausea, specie per l'orribile musichetta che li accompagna.
A me sembra che, come con certi Pasolini, si voglia a tutti i costi gridare al capolavoro quando un'opera ci sembra sovversiva contro la morale comune, le comuni istituzioni o la religione, dimenticandosi però che alla fine quasi tutti noi viviamo (giustamente) nel rispetto delle suddette. Insomma, non voglio cadere nel tranello dello "scandaloso ergo mi piace" anche se Sileni, probabilmente ha tutte le carte in regola per essere un capolavoro. Cercherò in futuro di trovare e scoprire queste carte. Intanto, mi "scuso" e mi defilo.

( voto 6,5 )

5.6.10

Apologia Finale e Definitiva (almeno per me) di Lost


Ho già cercato (e in alcuni casi sono riuscito) in questo blog ed in altri a far capire quanto sia quasi inattaccabile Lost. Siccome mi sta capitando in questi giorni di ripetere cose, vorrei fare un'analisi definitiva in difesa della serie argomentandola in più punti, in più MOTIVI per cui (secondo me) non ci possiamo permettere di accusarla.

1 BELLEZZA E ECCEZIONALITA' DELLA SERIE
Cerchiamo di ragionare a mente fredda, senza "The End", senza discussioni, senza preconcetti. A nessuno di noi è mai capitato in vita di vedere una serie tv più bella di Lost. Questo dato è oggettivo, come mai penso sia mai capitato nella storia della cinematografia. Ho parlato anche di eccezionalità. Lost non è più bella di altre serie assimilabili a lei, è semplicemente UN'ALTRA cosa, una serie che ci ha portato fuori da stazioni di polizia, ospedali, college e supereroi. Per questo fa eccezione. Non è la più bella di un sottogenere come a quanto dicono può esserlo per esempio Dott. House per gli ospedalieri, ma fa parte di un'altra classifica in cui concorre da sola. Non è un altro girone di una categoria pari alle altre, è proprio un'altra categoria, superiore e diversa da tutte. Ma torniamo alla bellezza. Se è pacifico che sia il massimo che abbiamo visto (almeno in tv) come facciamo a condannarla, come facciamo a trovargli solo difetti, come facciamo, ADDIRITTURA! , ad abiurarla? Chi può essere sincero affermando che se avesse saputo la fine avrebbe abbandonato Lost molto prima? Per vedere GUINNES OF WORLD RECORD forse? Qualcuno può dire: appunto perchè è una serie così bella, difficile e completa volevamo che raggiungesse la perfezione, che non presentasse così tanti difetti in mezzo ad un corpo quasi perfetto. Premettendo che la perfezione non esiste per rispondere a questo passo al punto 2.

2 OBBLIGO DI RISPONDERE A TUTTE LE DOMANDE? E DA QUANDO?
Da quando in cinematografia così come in tutte le altre arti l'autore deve darci TUTTE le risposte? Ma che pretesa è? Ma come siamo cresciuti? Perchè Lost deve essere diversa? Quanti film abbiamo visto nei quali moltissime cose non ci erano spiegate? Quanti meravigliosi film abbiamo visto così? Perchè in Mulholland drive Lynch non ci dice niente? Perchè ci lascia lo sforzo di immaginarci la trama e significato del film? E in Shining quante cose non ci vengono dette? Che significa quall'ultima foto? E in Schindler list chi è quella bambina vestita di rosso? Perchè per questi autentici capolavori il NON SAPERE è addirittura un pregio, quel quid che li rende immensi, e in Lost volevamo tutto servito sul piatto? Preferireste rivedere la telefonata tra Desmond e Penny o sapere di che materiale è il fumo nero? Preferireste non aver visto la puntata della morte di Charlie in cambio di sapere chi ha costruito la statua? Preferireste rivivere il momento in cui James cerca di tenere Juliet per non farla cadere nel pozzo o sapere cos'era il virus? Perchè, PERCHE' solo da Lost pretendete tutte le risposte?
Questo punto si allaccia perfettamente al successivo:

3 LA BELLEZZA DEL MISTERO
Punto simile al primo, in realtà suo complementare. Non solo Lost non ci doveva dare tutte le risposte, ma è molto, molto, molto più bello che non ce le abbia date. Quanto è bello il mistero, il cercare la verità, il discutere di questa, anzichè leggerla nero su bianco? Quanto è divertente, stimolante il cercar di capire tante cose non spiegate, quanto ci rende migliori, quanto più intelligenti, quanto più attivi? Mi fa specie chi (come ahimè Ale) avrebbe preferito tutte le spiegazioni, anche la formula chimica del fumo, anzichè imbandire una tavola rotonda per cercar di capire, di comprendere. C'è uno scrittore meraviglioso, per me il più grande, Jose Saramago. Questo autentico genio del nostro tempo ha scritto diversi romanzi tra i quali SI E' PERMESSO di incentrarne alcuni su:
- l'umanità che ad un certo punto diventa di botto cieca per poi riacquisire dopo tempo la vista. non sapremo mai il PERCHE'
- La Morte che per un giorno si dimentica di uccidere. NON SAPREMO MAI IL PERCHE'
- La penisola iberica che si stacca dalla Francia e inizia a vagare per l'Oceano. NON SAPREMO MAI IL PERCHE'
- Tutta una popolazione che senza mettersi d'accordo vota in toto scheda bianca a un' elezione. NON SAPREMO MAI IL PERCHE'
Attenzione, queste non sono vicende del plot, sono le vere e proprie architravi delle trame. Saramago è immenso PER QUESTO, non ci dice mai niente e solo un fisico quantistico non potrebbe non apprezzarlo. In definitiva TUTTE le domande non risolte che ad esempio ha posto Ale nel commento FANNO GRANDE Lost, fanno sì che diventi un motivo per pensare, per crescere. Chi preferisce l' EVIDENZA AL MISTERO? Quasi nessuno, ammettetelo.Saper tutto inoltre ci avrebbe fatto dimenticare Lost (almeno ad alcuni) dopo poco tempo, in questo modo invece può essere per noi materia di studio per tanto tempo.
In più tutti questi "buchi" ci danno una piccolissima speranza che in realtà non finisca qui...

1.6.10

Lost: The End



Sei anni fa vidi quasi per sbaglio la prima puntata di una nuova serie, Lost. C'era qualcosa, qualcosa... Vidi la seconda, la terza... 20 minuti fa, dopo 6 lunghi e intensissimi anni, l'ultima. Penso di essere tra i pochi (non più di un centinaio credo) ad averlo seguito dal principio, in "diretta" dalla prima puntata. Non so se un giorno proverò a recensire l'intera serie, mi limiterò stasera a parlare di "The End", l'ultima, magnifica, epica, straordinaria puntata.

La morte fa parte della vita, lo si sa. Tutti, PRIMA O POI moriremo. Prima però c'è la vita, c'è tutto il resto.C'è un gruppo di persone che vuoi per destino, vuoi per fede o per l'intercessione di qualcuno, si è ritrovata a vedere la propria vita legata INDISSOLUBILMENTE l'uno all'altro. Hanno vissuto insieme storie straordinarie, gioie, amori, sconfitte, paure, in molti casi addirittura la morte. Tutte queste persone sono UN'UNICA persona, tante parti di una sola cosa. Il destino li ha portati a schiantarsi insieme in un'isola, il destino ha voluto che in qualche modo la vita di ognuno si sia legata a doppio filo a quelle degli altri. Tralasciando le varie situazioni, tutte le storie, tutte le vicende, tutta la meraviglia dell'intera serie, c'è però un dato incontrovertibile : prima o poi, chi sull'isola chi altrove, chi ventenne chi (forse) dopo secoli, tutti, prima o poi, sono arrivati alla fine, al "The End", alla propria morte. Tralasciando religioni e filosofie, Lost ci racconta che alla morte del corpo sopravvive però una coscienza, un'anima, o in qualunque altro modo volete chiamarla. Tutti i personaggi di Lost, o meglio, tutte le anime dei personaggi di Lost, si sono ritrovate in un limbo, in una dimensione anticamera di qualcos'altro. Nessuna, NESSUNA, può "andare avanti", raggiungere quel qualcos'altro,la bianca luce dell'eternità. Nessuna può farlo singolarmente perchè i personaggi di Lost sono singole parti di una cosa unica. Qui sta la magia dell'ultima puntata. Queste anime hanno bisogno di un risveglio, di un evento che dia loro la consapevolezza di essere quello che sono, anime appunto. Solo il contatto l'uno con l'altro può dare quella scossa, il ricordo di ciò che fu (ossia la vita passata insieme) e di quello che è stato, la propria morte. Non c'è un tempo in questo limbo. Il tempo lo vediamo noi, lo calcoliamo noi, ma non c'è. Il limbo è uno stato mentale, un luogo dell'anima, dove quest'ultima ricerca quella degli altri. E' una ricerca forse inconsapevole, ma come in vita il destino unì queste persone, così postmortem avviene la stessa cosa. Prima o poi queste coscienze erano destinate a ritrovarsi, o per caso o perchè una già consapevole farà in modo che ciò avvenga. E in quel momento, solo in quel momento, quando tutte saranno di nuovo assieme, si potrà "andare avanti", vivere per sempre l'uno con l'altro non più nel limbo ma nella stanza accanto, la suite delle anime. Non ci sono parole per descrivere il messaggio che ci lascia "The End". Molti l'hanno criticato (o almeno è stato così in America e sarà anche in Italia); gente che ha banchettato per 6 anni a tartufo con Lost, si è permessa di sputare sul piatto. Fa paura, fa paura questo finale. La morte fa paura a tutti, ma chi l'ha bocciato non riesce a concepirla, infila la testa sottoterra. Se si sforzasse capirebbe che la morte che ci ha sbattuto in faccia l'ultima puntata di Lost è al contrario uno dei più bei inni all'amore, all'amicizia, alla SPERANZA, alla VITA che mai opera d'arte ci abbia mai regalato. L' occhio di Jack che si chiude,paragonabile per intensità, importanza,significato emozione e genialità (antitesi tra la primissima e ultimissima immagine della serie) ai più grandi momenti della storia del CINEMA, l'occhio di Jack che si chiude non è altro che l'estasi finale che ognuno, credente o no, dovrebbe augurarsi per la propria fine, un buio mai così lucente.


Solo tra anni e anni si capirà veramente che cos'era Lost. Ora lo si reputa la più bella serie mai creata, "semplicemente" questo. Come in poesia, in letteratura, in pittura, in scultura molte opere hanno oltrepassato la soglia della bellezza per entrare in un'altra dimensione che va al di là dell'eccellenza delle singole arti che rappresentano, una dimensione magica nella quale il cuore e la mente umana faticano a cogliere tutti i significati, così farà questo effetto Lost in cinematografia.

( voto 10,5 )

30.5.10

Ci Siamo...


POST TEMPORANEO PER EVITARE SPOILERATE E PARLARE DEL MIGLIORE PRODOTTO TELEVISIVO DELLA STORIA

27.5.10

Recensione: "Bubba Ho-Tep"


Fa ridere quel clown. Guarda il naso rosso, la guance rubiconde, il sorriso gigante. Guardate quel buffo cappello e come riesce a sprizzare l'acqua dal farfallino. Guardate quelle scarpe che non finiscono mai e come ci inciampa. Straordinario. Guardate tutto questo, guardate, ridete, ma io non ne ho voglia. A me sembra che quel clown non sia felice, a me sembra che abbia sofferto, che dietro il sorriso disegnato ci siano denti serrati, che dietro quegli occhi colorati ci siano lacrime, che dietro quel vestito arlecchineo e ingombrante ci sia un corpo vecchio, malandato.
Tutto questo mi ha suggerito Bubba Ho Tep, un film che è molto più di quello che sembra, che ha un vestito sfarzoso, tempi comici, storia barocca, ma un'anima triste. E bellissima. La vecchiaia, la solitudine a cui porta, la tenerezza dell'amicizia in là con gli anni, l'importanza delle piccole cose, dei piccoli oggetti che ci ricordano fasti, amori e gioie passate, la malattia, le piccole soddisfazioni o meglio le grandi soddisfazioni dovute alle minime cose . E poi nella figura decadente e decadentista di Elvis parliamo del declino, della fine della fama ma poi, meravigliosamente non rimpiangiamo tanto quella fama, quel successo, ma al contrario avremmo voluto evitarlo, avremmo voluto essere persone normali, avremmo voluto stare più tempo possibile vicino a nostra moglie e nostra figlia. 

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Straordinario l'Elvis nato dalla penna di Lansdale, un uomo che per un destino forse autocreatasi si ritrova vecchio e solo in una casa di riposo. Il Re è sceso dal trono, e soffre come e più dei suoi vecchi sudditi. Ma tolti i lustrini acquisisce un'altra regalità, quella dell'anima. E con lui in un processo quasi mimetico si accompagna Bruce Campbell, l'attore che mai più ha raggiunto la fama avuta a trent'anni. Bruce è Elvis, il suo doppio come Rourke era Randy "The Ram"in the Wrestler. La vita non è sempre sulla cresta dell'onda, specie se quella cresta aveva le dimensioni di uno tsunami.
Togliete quella mummia, togliete gli orpelli, perchè Bubba Ho tep non è quello che sembra. Bubba Ho tep è una splendida riflessione su noi e sui nostri ultimi anni, sulla morte e sulla vita vissuta male, sulla mancanza di affetti e sulla chiusura del palcoscenico, sulla pazzia e tenerezza di un vecchio nero convinto di essere Kennedy e, all'opposto, di un uomo che è davvero Elvis ma, forse, non vorrebbe mai esserlo stato.


( voto 7,5 )

21.5.10

Recensione: "Evilenko"


Recensione non facile per questa opera prima e unica di David Grieco, tra l'altro giornalista da sempre interessatosi alla storia del comunismo. Portare in celluloide la storia di Andrej Chikatilo, uno dei più efferati serial killer di sempre, non era certo facile, sia moralmente che cinematograficamente dato che la crudeltà e nefandezza dei suoi omicidi, specie su bambini era, a mio parere giustamente, infilmabile. E qui rendo merito a Grieco e al suo film. Molti avrebbero potuto calcare la mano nel dettaglio macabro degli omicidi, mentre il regista ha sempre mostrato soltanto il Pre e il Post delitto, peraltro con più di una scena riuscita. Rendo poi il doveroso omaggio alla grande prova di McDowell, completamente immerso stanislaskivamente nel personaggio. Cos'è allora che non mi convince appieno? Innanzitutto il "taglio" televisivo del film, e per taglio intendo atmosfera, fotografia, dialoghi, anche recitazione, tutti aspetti che a volte ci fanno sembrare di essere davanti a una puntata di Derrick anzichè al cinema. 


Ma, soprattutto, non ho amato la distorsione della storia approntata da Grieco. Perchè prendere la vicenda di Chikatilo e cambiarla ad arte solo dove fa comodo? Sembra che il regista abbia preso la biografia del killer e detto: questo sì (passato da insegnante, capacità di eccitarsi e raggiungere l'orgasmo solo con la violenza, l'omicidio) questo no ( Chikatilo era padre di 2 figli, molto importante a mio parere), questo lo gonfiamo ( Chikatilo aveva la tessera comunista, nel film è addirittura un agente KGB; Chikatilo aveva senz'altro capacità di persuasione con le sue vittime, ma nel film è praticamente un ipnotista) questo lo sminuiamo ( la pazzia, malattia mentale di una persona del genere). Grieco, addirittura, è così immerso nel suo studio sul comunismo che, sebbene il dialogo sia molto buono, sembra addossare nella crisi di quest'ultimo la nascita di mostri come Chikatilo. Riporto il dialogo: -" La schizofrenia nasce sempre da una crisi di identità, l'unica identità dell'uomo sovietico è il comunismo; ora il comunismo sta morendo e l'uomo sovietico per non morire ricorre all'istinto di sopravvivenza" -" Secondo lei siamo tutti malati?" -"Dal momento che i manicomi si sono serviti per chiudere la bocca ai dissidenti, cioè agli unici sani di mente, devo presumere che i veri malati siano ancora tutti là fuori". "in questo paese sta per scoppiare una vera epidemia. Lui (Evilenko- Chikatilo) è il virus. Se lo ucciderete non troverete mai l'antidoto".
Tutto molto bello Grieco, ma usa questi tuoi pensieri per altro. Chikatilo era un malato, punto e basta. L' America ne ha avuti molti di più se è per questo. Sta epidemia che fine ha fatto? Chikatilo era semplicemente un uomo, Chikatilo era semplicemente un mostro.

( voto 6,5 )

15.5.10

Recensione: "Shadow"


(presenti spoiler)

Mi ritrovo per la prima volta a commentare un film il giorno dopo la visione e non immediatamente. Questo perchè Shadow ha bisogno di essere rielaborato, capito, ricostruito, per non rischiare di tacciarlo come semplice gioco registico, peraltro ottimo. Per questo, se la mia ricostruzione fosse giusta, credo di essere davanti a una grande opera di genere (anche se a dir la verità Shadow balla tra più generi). A mio parere il tema dominante del film è il Senso di colpa. Cercherò di spiegarmi il più possibile. David è un soldato che in Iraq, suo malgrado, si è reso complice di un eccidio di civili in una grotta (bruciati vivi). Subito dopo però è colpito da una granata. I suoi due compagni muoiono, lui resta senza gambe. Questa in realtà è la fine del film ma punto di partenza di tutto. David prima del risveglio in ospedale vive un incubo, praticamente l'intero film.E' in Europa a fare biking. Conosce una ragazza, anch'essa biker, della quale si innamora. I 2 sono perseguitati da un paio di cacciatori pazzi pronti ad ucciderli. Ma un' inquietante presenza, quasi un mostro, rapirà tutti e 4 e li trascinerà all'inferno.

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Parlavo del senso di colpa : David in realtà non avrebbe voluto compiere il massacro in Iraq ma non ha saputo fermare i compagni. Questi 2 soldati, nella rielaborazione mentale di David, non sono altro che i due cacciatori. Sono suoi antagonisti nell'incubo perchè colpevoli nella realtà di averlo coinvolto nel massacro. Da qui si spiega anche il fatto che David, per punizione, li faccia morire nel suo incubo. Ma chi li uccide? Qui sta la genialità, sempre che l'abbia colta, di Shadow. Il mostro, l'uomo deforme, non è altro che la l'impersonificazione di tutte le vittime di guerra della storia, la loro crasi ( fisico da ebreo dei campi di concentramento, viso da disastro nucleare, corpo da torturato) che finalmente può avere la sua vendetta sugli uomini della guerra, sui carnefici. Non a caso uccide i due cacciatori, ma non David, che in realtà è stato solo testimone (palpebra tolta, occhio sbarrato: testimone ) del massacro iracheno ma non direttamente colpevole. La ragazza ( in realtà l'infermiera dell' ospedale) non è infatti nemmeno toccata nè la si vede più dopo il rapimento da parte del "mostro", perchè completamente innocente. Però la sua voce, il suo richiamo porterà David fuori dalla casa delle torture, come in effetti nella realtà salverà lui la vita (quando nell'incubo David esce finalmente fuori è raggiunto dal mostro che , presumibilmente, gli taglia le gambe...). 

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Tre vari sensi di colpa, totale dei soldati, parziale di David, nullo della ragazza sono così sublimati nell'incubo del ragazzo. Se questo era veramente il messaggio di Zampaglione lo considero uno dei metodi più geniali e originali per la rivalsa delle vittime di guerra contro i carnefici.
Gia, Zampaglione. Un film ha anche un aspetto tecnico e Shadow è oltre ogni aspettativa. Fotografia mozzafiato, che passa dai campi lunghissimi degli stupendi paesaggi ai primissimi piani, quasi dettagli, dei protagonisti. Colonna sonora disturbante e funzionale, veramente notevole, firmata in toto dal regista. Interpretazione degli attori di ottimo livello sui quali spicca quella MEMORABILE del mimo Nuot Arquint, capace di dare vita a uno dei più bei cattivi cinematografici degli ultimi anni (le smorfie e lo sguardo durante la prima tortura sono qualcosa di straordinario). Scene d'azione perfette come quella dell'inseguimento in macchina ai 2 bikers. Ambientazioni degli interni da incubo, tensione per tutta la durata della pellicola molto sopra la media. Che dire? Quei piccoli difetti (sicuramente presenti) che può avere la pellicola sono senz'altro superati dalla qualità, originalità e "effetto sorpresa" (per essere un horror italiano) che innegabilmente possiede Shadow. Una boccata d'aria fresca (anzi malsana, sgradevole, irrespirabile) ma comunque ARIA nell'apnea decennale del cinema horror italiano.

( voto 8)

14.5.10

Recensione: "Ben X"

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presenti pesanti spoiler

E' difficile trovare le parole per descrivere le emozioni che questo autentico capolavoro ha saputo suscitarmi. E' difficile, ma doveroso, perchè non potrei trovarle a freddo, non sarebbero le stesse, è giusto che vengano ora, a cuore ancora pulsante, a viso ancora segnato dalle lacrime.
Ben X è uno dei film più toccanti che abbia mai potuto vedere anche se tale aggettivo rischia di sminuirlo, di limitare alla semplice (ma importantissima) componente emozionale quella che è una grandezza a prescindere dell'opera. Cercherò per questo di analizzarlo più completamente che posso anche se le dita, ancora tremanti, potrebbero portarmi a scrivere cose troppo di parte.
Partiamo dalla recitazione. L' interpretazione di Greg Timmermans (Ben) è semplicemente memorabile. Certo, il suo personaggio è straordinario, ma in 9 visi su 10 sarebbe risultato esagerato, forzato, macchiettistico. Lui passa da un registro all'altro, sopra e sotto le righe senza far mai perdere coerenza al personaggio. E che dire della madre, figura dalla straziante umanità, forza e debolezza, speranza e rassegnazione, amore sconfinato per un ragazzo che, solo apparentemente, non sembra ricambiare. E veri, veri, in un cinema che sembra non conoscere le persone e le dinamiche della vita, veri sono tutti gli altri personaggi, forse di contorno (perchè tutto in BEN X è di contorno a Ben, alla sua mente), ma allo stesso tempo tremendamente funzionali.




La regia, modernissima, è a volte forse troppo da videoclip, ma da videoclip, da videogame è la coscienza di Ben, veloce, attenta ai dettagli, incapace di fermarsi, a 2000 l'ora dentro a una testa e a un viso che sembrano , al contrario, essere spenti e fermi. Sono molte le distorsioni e i virtuosismi tanto da arrivare a volte a un senso di iperrealtà, ma iperreale è la vita vista da Ben, vissuta allo stesso modo del videogame dove essere a livello 80 "significa che sei rispettato da tutti" mentre nel mondo reale nessuno lo fa. Nei videogame "puoi essere quello che vuoi", mentre nella vita, quella vera, sei ciò che sei. E qui entriamo nel discorso della sceneggiatura, assolutamente perfetta. Difficilmente ho visto film dove non ci sia neanche un comportamento fuori posto, una sola frase sbagliata o superflua, un solo evento che non sia funzionale alla storia. E così la videocassetta del dileggio massimo, quella videocassetta che ci accompagna come una freccia piantata nel cuore per tutto il film, riviene fuori alla fine, quando ormai nessuno di noi se lo aspettava più. Ed è qui che scopriamo che Ben, alla faccia di tutti, non è semplicemente una vittima predestinata, Ben sa cos'è il dolore, sa cos'è la vergogna, sa qual'è il male e riesce a combatterlo, e a sconfiggerlo, in un modo magnifico, plateale, geniale, definitivo. E le lacrime che avevamo cominciato a spendere per quello che sembrava, diventano lacrime di gioia, di tenerezza, di dolcissima rabbia. E poi il finale, quel cavallo più volte cavalcato virtualmente ed ora lì, davanti a lui, così reale, così vicino.

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E il lirismo di alcune scene, l'abbraccio con la madre nel parco, le urla alla croce ( "Gesù, dove sei?"), l'incontro con la sua guaritrice, che tenendo fede al nome riuscirà a guarirlo dalla malattia più brutta, la malattia del vivere.
Magnifico, poetico e allo stesso tempo forte, sociale. Mi piace chiudere con la descrizione che fa Ben del profumo della pelle di Scarlite, la sua amata, "il profumo di una stagione che deve essere ancora inventata su un continente che deve essere ancora scoperto". Grazie Ben, grazie davvero.

( voto 9 )

12.5.10

Recensione: "Rovine"


Classica pellicola nella quale tutte le componenti "tecniche" prevalgono su quelle di scrittura.
Lo scheletro di sceneggiatura è il solito: gruppo di giovani dalla vita spensierata e promiscua di botto si ritrova a vivere un incubo che li vedrà morire uno dopo l'altro con il classico unico sopravvissuto. Lo scheletro è quello, vero, ma Rovine ha almeno un'ambientazione originale, uno sperduto tempio Maya in Messico. E allo stesso tempo originale è il "serial killer" che decima i ragazzi, nè umano nè mostruoso, ma vegetale. Però, come al solito sono vari gli errori ( 2 litri al giorno d'acqua per sopravvivere, perlopiù detto da un dottore...) le incongruenze (perchè i "selvaggi" si uccidono se toccati dalle piante? Non è mica il semplice contatto a portare la morte) e omissioni (quando era andato alle rovine il fratello del tedesco? Che sappiamo di queste piante?) di sceneggiatura che ci portano a fare troppe congetture quando forse era meglio spiegare.

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La parte tecnica però è superba: una fotografia pulitissima, nitida, che ci fa apprezzare al massimo la bellezza del luogo (bellissima l'immagine dal fondo del pozzo con il cielo sullo sfondo); i giovani attori protagonisti che hanno facce giuste e buon mestiere; gli effetti splatter a dir poco perfetti anche se l'unica vera tensione si concentra proprio soltanto in questi momenti quando invece, in un horror ben fatto, dovrebbe coprire tutti i momenti "morti", quelli in cui accade poco. Il regista era probabilmente anche a corto di location se è vero che abbiamo praticamente solo la sommità del tempio e il ristretto pozzo. Da qui una certa ripetitività delle azioni che, inevitabilmente dà staticità al film. Mi sarei aspettato dei cunicoli sotterranei, o comunque qualcosa che aveese aperto nuovi scenari. Rimane un teen horror molto sopra la media, a suo modo originale e, ripeto, molto ben fatto. Da notare che nel film, mentre gli uomini diventano vegetali, la pianta diventa sempre più umana (ha coscienza, ci imita). Non da escludere a questo punto un messaggio ambientalista da parte del regista.

( voto 6,5 )

8.5.10

Recensione: "Piovono Polpette"


 In un'epoca nella quale l'animazione ha ormai raggiunto un livello d'eccellenza (quantomeno visiva) è giusto porre l'accento all'originalità, alla genialità di un'opera. Per questo premio e promuovo a pieni voti Piovono Polpette (straordinario il titolo originale traducibile con " nuvoloso con possibilità di polpette").
In un'isoletta sperduta dell' Atlantico c'è una comunità che vive di sardine: unico cibo, unica fonte di guadagno e unico interesse. Un giovane inventore però cambierà la vita di tutti costruendo una macchina capace di trasformare la pioggia in cibo, qualsiasi tipo di cibo. Fino a che la situazione non precipiterà...
E' vero, il film può risultare, soprattutto "in mezzo", come ripetitivo e un pò statico, ma siamo comunque di fronte a un piccolo gioiello. A livello visivo il risultato è massimo e scene come il rotolamento della palla di vetro, l'arrivo della prima nuvola carica di hamburger e la reggia di gelatina sono un piacere per gli occhi. Ma è la storia, completamente pazza e insensata che ci regala un profumo di nuovo, perlopiù gradevolissimo. Le tematiche certo non sono originali: ragazzino diverso dagli altri, quasi un freak (Dragon Trainer e, soprattutto, Robots); inseguimento di un sogno osteggiato dal padre (Kung fu Panda); successo che dà alla testa (Linguini in Ratatouille); distruzione della Terra da parte dell' uomo (Wall-e); solo per citare le più evidenti e limitandosi alla filmografia recente.Senza dimenticare il riferimento kubrickiano (già ripreso da Wall-e) per il quale la tecnologia, alla fine, acquisisce una propria coscienza e lotta contro l'uomo che l'ha creata.Ma è il modo, la cornice in cui tutto è raccontato a risultare senz'altro sui generis, peculiare. Fortissimo il richiamo al cinema catastrofico o in senso lato ai disastri naturali: il cielo cha cambia colore tipico della bomba atomica, il tornado di spaghetti, l'alluvione finale di cibo che distrugge la città costiera (New Orleans?).

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E, rimanendo in tema con il film, avrà pane per i suoi denti anche chi critica la mancanza di trovate divertenti o personaggi riusciti: che dire del sindaco ingrassante (alla fine identico a Bigweld di Robots)? E del ragazzo-pollo? E degli orsettini gommosi? E del padre? Per non parlare dei topouccelli, dell'immigrato guatemalteco dottore, fisico e altro che si ritrova a fare il cameraman. Mi sembra che rispetto a animali che fuggono da uno zoo o mostri che senza un filo logico si scontrano con alieni... ci sia molta "roba", più genio, più voglia di creare.Insomma in un tempo nel quale inevitabilmente il cinema riutilizza e cita se stesso, Piovono Polpette equivale a una bellissima citazione modificata ad arte che mette in calce la propria firma.

( voto 7,5 )

2.5.10

Recensione: "Birdy"


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L' orrore della guerra e delle sue conseguenze, fisiche e psicologiche; la bellezza eterea del Volo, sogno millenario e mai sopito dell' Uomo: è tra questi 2 estremi che si muove il bellissimo, difficile, intenso Birdy di Alan Parker.
" Si sono presi il meglio di noi" sussurra Al (Cage) nel meraviglioso monologo/dialogo finale al suo grande amico Birdy (un immenso Modine). La guerra. il Vietnam si è preso il meglio di un'intera generazione, morta, ferita, deturpata o impazzita a causa della guerra. Ed anche ragazzi di una purezza quasi irreale, come Birdy, ragazzi con il semplice sogno non tanto di volare come gli uccelli, ma di ESSERE uccelli, ragazzi che alle attrazioni, contingenze e pericoli della vita terrena preferirebbero un'altra vita, quella aerea, anche questi ragazzi, inevitabilmente, hanno dovuto in quel periodo scontrarsi con la realtà, la durezza e l'orrore della guerra, rimanendone devastati . E allo stesso tempo le terribili ferite al volto riportate da Al non sono diverse dal trauma di Birdy, sono sempre ferite, nella pelle o nell'anima, ma comunque indelebili.
Particolarissimo lo stile narrativo, ora super partes, ora focalizzato su Cage, ora su Modine con un continuo spostamento del punto di vista. Regia classica ma con punte liriche come la nascita del canarino o come il bellissimo volo della mente di Birdy, ripreso tanti anni dopo da Amenabar in Mare Dentro. Lo stesso volo, la stessa mente che viaggia, la stessa farfalla che parte dall'ingombrante scafandro del nostro corpo e vola libera, dove nessuno ha il permesso e la capacità di poterla fermare.

P.S: Scandaloso che un attore come Modine che ha debuttato negli anni 80 in maniera quasi devastante con Birdy e Full Metal Jacket, non abbia fatto più NIENTE di livello in seguito.



( voto 7 )

24.4.10

Recensione: "La Città verrà distrutta all'alba" (2010)


Ormai il viral movie è diventato, a sua volta, un virus che si sta propagando nel mondo facilmente infettabile del Cinema. Dall' Hollywoodiano "Io sono Leggenda" al misconosciuto "The Signal" questo sottogenere dell' Horror e del Thriller è senz'altro il più battuto, insieme probabilmente al Torture. Questo remake dell'originale di Romero è senza dubbio uno dei migliori esponenti, almeno in questi ultimi 5 anni.
Il virus, propagatosi con l'acqua potabile, non trasmette una "zombiasi", ma una pazzia omicida. Il Governo è cosciente dell'accaduto essendo il virus una sua arma non convenzionale che, a causa di un incidente aereo, va a finire in una piccola comunità rurale. Bisogna intervenire, in fretta e in maniera drastica...
Ottima la regia che alterna sapientemente i campi lunghi della zona agricola, con gli stretti spazi interni dove può sempre nascondersi un crazy, un infetto. La tensione non è al massimo (del resto non siamo di fronte a un horror, bensì a un apocalittico), ma sono più di una le scene da brividi, specie nella funeral home, e quella dell'uomo con il rastrello. Buone le interpretazioni, non esagerato ma riuscito il make up degli infetti. Film americano ma antiamericano nella figura dell'esercito spietato che rende quasi ineluttabile un'assurda "soluzione finale".

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Come sempre, gli errori, incongruenze ed esagerazioni di sceneggiatura abbondano ma si possono perdonare o addirittura sorvolare in una pellicola che dall'inizio (scena nel campo da baseball) alla fine (bomba atomica) mantiene sempre un buon livello e un'alta soglia di attenzione. Il film presenta praticamente 3 finali, uno spettacolare, uno imprevisto (ma, paradossalmente, forzato) ed uno durante i titoli di coda, molto misterioso, che a mio parere sarebbe stato meglio evitare. Ultima annotazione sul titolo italiano. Sono molto combattuto perchè se da un lato mi suona magnifico, dall' altro mi sembra troppo traditore dell'originale e troppo evocatore di quello che succederà. Del resto questa traduzione si ebbe già con l'originale e forse è stato giusto mantenerla.

( voto 7)

14.4.10

Recensione: "Smile" - Gli Abomini di Serie Z - 1 -


Per una volta mi trovo costretto a commentare un film in una maniera un pò meno seria e "cinematografica" (se mai quelle precedenti lo fossero state). Del resto ricercare emozioni e analizzare aspetti tecnici in un film del genere sarebbe impresa improba e uno spreco di tempo. Prima di entrare in una divertente carrellata di perle regalateci da questo Smile mi limito a dire che è una pellicola in cui niente si salva, niente è credibile, nè i personaggi, nè i dialoghi nè (soprattutto) i comportamenti nè in senso lato la vicenda o l'intera sceneggiatura che si regge in piedi come un capretto appena nato perlopiù affetto da zoppia congenita.
Ma vediamo alcune chicche:
1 Alcune comparse (almeno 4,5 volte) guardano in camera.
2 Una delle ragazze alle 2,3 di notte si reca in una sperduta stazione del Marocco per tornare a casa, tra l'altro con un trolley che compare misteriosamente. Per non parlare della morte...
3 Segreterie telefoniche che partono addirittura prima che si finisca di comporre il numero.
4 Boschi del Marocco con una nebbia da Valpadana per creare atmosfera.
5 Una soggettiva di un ragazzo che dialoga con gli altri che definire patetica è un eufemismo.



6 Il ragazzo marocchino che muore trasformandosi in 3 secondi in uno scheletro fumante.
7 Tentativo di sfondare una porta colpendo sul muro a fianco.
8 Capolavoro: Ragazzo che accusa la protagonista di aver voluto uccidere tutti gli altri fotografandoli (ah, dimenticavo, chi viene fotografato da una Polaroid demoniaca poi muore) mentre la ragazza in realtà ha fatto UNA sola foto delle sei maledette quando addirittura TRE!!! sono state fatte dallo stesso ragazzo che l'accusava (tra cui un'autofoto a sè stesso!!!), veramente straordinario.
9 Fotografo che si accorge dopo un quarto d'ora che il corpo che sta fotografando è quello di sua figlia.
10 Spiegazioni sul potere della macchina fotografica e sul perchè sia maledetta (storia del fotografo) a dir poco risibile e senza alcun senso.
Ma soprattutto:
11 Gruppo di amici che vede morire uno a uno tutti i componenti in maniera orribile e si limita a dire "qui c'è un serial killer" o coprire il corpo con una coperta. Io se vedessi morire un mio amico sarei scioccato per un anno, loro si limitano a dirne il nome o a esclamare "sarà stato un fulmine?" vedendo uno scheletro carbonizzato.
SMILE: ridiamoci sopra.

( voto 2 )

7.4.10

Recensione: "Monsieur Verdoux"

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Premessa doverosa. Chi scrive è visceralmente chaplinista tanto da considerare Chaplin, senza appelli, il più grande uomo di cinema mai vissuto. Anche Monsieur Verdoux è uno straordinario film, forse un capolavoro, ma non posso metterlo sullo stesso piano degli Charlot. Il motivo è semplice e cercherò di spiegarlo.
Monsieur Verdoux è un uomo fallito, licenziato dalla sua banca. Si trova allora un'altra attività, sedurre vedove facoltose per poi ucciderle e intascare o rubare il malloppo.
Senz'altro le tematiche affrontate da Chaplin sono come al solito tante e forti: il fallimento, l'avidità, il capitalismo, l' omicidio, ma anche l'amore, la pietas, la tenerezza e la presa di coscienza. 

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Non si potrà (quasi) mai discutere sul valore morale ed umano dei film di Chaplin, straordinario accusatore della società in cui viveva, capace di usare il fioretto e quasi mai la spada. No, la mia predilezione per la serie del vagabondo è puramente tecnica, per essere precisi, sonora. Insomma, per me il Chaplin inarrivabile è il Chaplin muto. A mio parere la parola, il sonoro, la forza della voce, si è rivelata invece una debolezza. Nessuna scena del Verdoux, nessun discorso ha la forza dirompente, anzi, la Magia, delle migliori scene de La Febbre dell'oro e compagnia bella, anzi bellissima. Avete fatto caso che le due sequenze più riuscite (almeno secondo me) in Verdoux sono le uniche 2 mute (barca, vino avvelenato)? E non sembra anche a voi che il discorso di Hynkel ne il Dittatore (primo sonoro della voce di Chaplin) sia la parte più pesante e debole del film? Chaplin non ha bisogno di parlare, le sue accuse sono devastanti anche se non esplicitate in parole. Direi addirittura che con il verbo, rischia di essere retorico a volte, magari senza volerlo. Rimane inarrivabile e Verdoux una grandissima opera, anche se non è vero che sia una sceneggiatura perfetta (mi liquidi moglie e figlia con "li ho persi"?). Del resto quanto sia legato al Vagabondo lo dimostra il destino. Ci ha lasciato nel Natale del 1977, io festeggiavo il mio primo...

( voto 8 )

5.4.10

Recensione: "Les Choristes"

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Piccolo gioiello di un cinema, quello francese, capace di eccellere in questi ultimi 10 anni in tutti i generi, dalla commedia ( Veber, Giù al Nord e il recentissimo Nicolas) all'Horror (vera e propria nuova scuola), dall' azione-noir (36, L'Ultima missione) al drammatico.
Clement Mathieu è un musicista, ma viene assunto come sorvegliante in un severissimo istituto di rieducazione per bambini. Il cattivissimo direttore ha un solo credo, azione-reazione per il quale ogni piccolo errore o malefatta dei ragazzi deve essere severamente punita. Mathieu invece ha un altro credo, la musica, e tramite essa, con la creazione di un coro, vuole ridare speranza, felicità, vita ai piccoli "ospiti" dell'istituto.
Film misurato come pochi in cui niente è esagerato, nè la violenza nè l'amore, nè la condanna nè la retorica. Sono i bambini, le loro emozioni, le loro paure, le loro speranze ad essere protagoniste, a ricordarci che mai, mai, un bambino può essere segregato o inibito nelle proprie passioni o potenzialità. E qui viene in soccorso la musica, l' altra grande protagonista del film. E' attraverso essa che i ragazzi "migliorano", una musica educatrice che li compatta, che li rende più responsabili, che fornisce un appoggio nel caotico mare delle loro pulsioni frustrate. Le regole ferree non servono, un bambino circondato da regole si comporterà sempre, appena ne avesse la minima possibilità, come una tigre uscita dalla gabbia. 




La musica è il collante, la passione che li farà tornare vivi e, in un certo senso, "puri". Ed è sempre attraverso la musica che viene fuori lo straordinario personaggio di Morhange (eccezionale il giovane attore), ragazzo ribelle dalla voce meravigliosa, talento purissimo che rischiava di appassire tra le mura asfissianti dell'istituto.E lui diventa il simbolo di tutti, il simbolo della bellezza, della meraviglia, della dolcezza che OGNI bambino dovrebbe avere la possibilità di vivere e dimostrare. Il sorvegliante Mathieu non è un eroe, è solo una persona che conosce l'importanza dell'infanzia, e sa che quando questa viene corrotta o inibita rovina irrimediabilmente la vita futura.
Film che commuove e a volte diverte, ma sempre sotto le righe, con garbo, permeato fortemente da un'atmosfera neorealista per ambientazione, anni (siamo nel 1949), protagonisti e tematiche. E' ovvio il rimando del cuore allo "Zero in condotta" di Vigo. Forse non siamo di fronte a un capolavoro, ma ad uno di quei film "veri" che per un'ora e mezza, forse, ci rendono persone migliori.

( voto 8 )

4.4.10

Recensione: "Triage"


Triage è l'ultimo lavoro di Tanovic, il regista premio Oscar per No man's land. E' un film di guerra che più che concentrarsi sul conflitto ivuole analizzare gli effetti devastanti che può causare l'esserne stati testimoni. La storia narra la vicenda di due reporter di guerra nel Kurdistan del 1988. Uno vuole tornare a casa per la nascita del figlio, l'altro, al contrario, preferisce restare nel teatro di guerra in cerca di foto il più possibile importanti e drammatiche. Alla fine sarà il secondo a tornare, ferito a causa di un "incidente", ma forse le ferite più grandi non sono nel corpo, ma nell'animo...
C'è poco da fare, Triage non convince affatto. Il film ha il difetto di essere tremendamente senza ritmo, lento nel senso deleterio del termine, verboso, come fosse un'unica e interminabile seduta psicanalitica lunga un'ora e mezza (del resto nella seconda parte lo è letteralmente).Si badi bene, la lentezza di un film non è di per sè un difetto, tutt'altro, ma la mancanza di ritmo, lo stare fermo malgrado lo scorrere inesorabile dei minuti è una caratteristica difficilmente digeribile. 


Il protagonista, un bravo Colin Farrel, sa qualcosa che lo spettatore e tutti gli altri personaggi non sanno, ma il metodo, la lungaggine con cui la verità alla fine viene fuori, rischia di farlo diventare il segreto di Pulcinella. Non mancano immagini forti, scene buone (l'incidente dei 2 reporter su tutte), non mancano denunce, esplicite e non, a tutte le guerre e a tutti i regimi, ma non si arriva mai ad una "potenza" così forte, titpica dei capolavori, da smuovere le coscienze. E' una sceneggiatura facile, che punta tutto sui dialoghi e pochissimo sulla storia, sulle vicende; una sceneggiatura a tesi che vuole dimostrare quello che tutti sappiamo, l'orrore della guerra, l'orrore della morte.
E il riferimento al triage, cioè al sistema di smistamento negli ospedali delle zone di guerra, con il quale si decide chi può essere salvato e chi no (e giustiziato per questo) alla fine si rivela quasi estraneo al film, o almeno alla sua risoluzione, pur essendone il titolo...
Ovviamente non è un film da buttare, e chi ha visto poche pellicole sull'argomento può trovare anche spunti e riflessioni interessanti, ma senz'altro da Tanovic ci si aspettava di più.
Impressionante infine, e mi scuso se fosse stato già notato in precedenza, la somiglianza dello scheletro di sceneggiatura di Triage con quello di Brothers di Sheridan ( o meglio dell'originale della Bier). Due persone in guerra, una torna, l'altra no. Chi torna serba con sè un terribile segreto riguardante il compagno, segreto che lo tormenta e non ha la forza di raccontare alla moglie del ragazzo non tornato. Mentre in Triage però questo canovaccio è quello principale in Brothers, film di tutt'altro spessore, viaggia parallelo allo studio del conflitto, psicologico e non, dei due fratelli protagonisti.

( voto 5,5 )