15.10.14

Io, loro, e quello che mi hanno insegnato


Ho imparato da Stephen King il piacere di leggere, quella strana cosa che a 9,10 anni ti fa sentire
diverso, ore e ore in camera, te, la tua adolescenza e le tue storie di mostri e vampiri, paure e terrori, corse infinite che non puoi abbandonare e struggenti storie di figli che tornano in vita, di hotel persi nella neve e bambini col triciclo, di macchine infernali e uomini soli in isole deserte ("dita di dama, sono dolci come dita di dama"), ma anche storie bellissime di giganteschi carcerati neri che guariscono il male o di un gruppetto di ragazzini che diventano uomini cercando un corpo vicino a una ferrovia.
Ho imparato da King il gusto di leggere un libro dopo l'altro e perdermi in mondi altri.
Poi, ormai da 15 anni, io e King non ci siamo più incontrati ma quello che ho imparato da lui è qualcosa di bellissimo.
Ho imparato da Pennac lo scoprire che nella stessa pagina, nello stessa frase, a volte nella stessa riga ci si può contemporaneamente divertire, meravigliare ed emozionare.
Ed ho conosciuto con lui una famiglia indimenticabile, un capro espiatorio di professione con il suo fratellino teppista e incendiario, le sorelline cartomante e fotografa e il Piccolo con gli occhiali rosa.
E tutto il resto degli impressionanti personaggi che giravano loro intorno con lui, Pastor, il poliziotto con il maglione malato terminale, non il maglione, ma lui, che non so perchè ma ha un posto grande nel mio cuore.
Ho imparato da Dostoevsky la vera grandezza della letteratura, quella letteratura che può affrontare tutto lo scibile umano e farlo senza pedanteria, senza insegnamenti, ma soltanto attraverso storie e personaggi così affascinanti da non riuscire a staccartene, così piccole e al contempo grandi che rischiavi di trovar Dio dentro una stufa a legna di uno stanzino.
Ho imparato da Dostoevsky che esistono persone che nascono per scrivere.
Ho imparato da Gogol l'allegoria, lo straniamento, il godere della lettura avvertendo allo stesso tempo leggerezza e cultura, ho imparato che non c'è niente più bello e affascinante dell'assurdo.
E ho imparato anche che a volte esistono libri immensi che non si sono riusciti a finire e che la Morte,come scrissi un tempo, tiene nascosti nella sua caverna dell'Arte del condizionale.
E in quella caverna, tra le altre, c'è anche un'altra cosa immensa di uno scrittore immenso, di quello che forse più di tutti ha saputo meglio raccontare l'angoscia, lo smarrimento e l'inconoscibilità della vita, quello scrittore così grande che dici una lettera, la K, ed è già lui.
E quel romanzo non finito di quel castello è fotografia di tutta la sua opera, un'opera nella quale una risposta non c'è e se vai cercandola ti ritroverai per strade che non sai dove portano e uffici che non sai cosa nascondano.
Ed ho imparato, anche da lui, soprattutto da lui, la parte meravigliosa della malinconia.
Ho imparato da Poe lo scrivere in prima persona, quel trovarsi catapultato dentro le vicende, vicende che raccontano di morte e disfacimento, di paure e sconforto.
Ed ho imparato che anche solo leggendo si può immaginare di stare al buio e aver paura di cadere.
Ho imparato da Gadda la meraviglia della lingua più bella del mondo, la nostra, le infinite possibilità che ci offre, la magia di un neologismo, la difficoltà di un arcaicismo.
Ho imparato da Gadda a rileggere un libro due volte consecutive, la prima non capendoci nulla, la seconda trovandolo uno dei più belli che abbia mai letto.
Ho imparato da Saramago che, ahimè, anche nella letteratura si può raggiungere un limite di perfezione, che anche nella letteratura a un certo punto ti sembra di aver trovato il punto di non ritorno.
Ho imparato da Saramago gran parte di quello che sono adesso, triste, perso nell'assurdo, capace di credere che esista un mio sosia da qualche parte del mondo o che la morte smetta di uccidere.
Ma anche capace di credere nell'uomo, soprattutto nella donna anzi, e di ritrovare l'umanità e la bellezza in un bacio o in un cane che ti asciuga una lacrima.
Ho imparato tanto da tutti loro e da decine di tanti altri.
Da 5 anni ho smesso di imparare dai libri.
Eppure, prima o poi, tornerò nella mia cameretta, io e la mia adolescenza prolungata.
Io e loro.

14.10.14

Recensione "Pussy Riot, una preghiera Punk" - BuioDoc - 13 -



22 Aprile 2012
Delle ragazze con i volti coperti da coloratissimi passamontagna e vestite di sgargianti abitini e calzamaglia arrivano fino all'Altare della Cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca, una specie del corrispettivo di San Pietro a Roma.
Cominciano a cantare un pezzo punk con le loro chitarre.
Contro lo Stato, contro la Chiesa Ortodossa, contro l'unione indissolubile ma sulla carte non esistente tra questi due "poteri".
Non fanno in tempo nemmeno a cantare 20 secondi del loro pezzo che vengono, ovviamente, fermate.
Tre di loro saranno arrestate.
E per e anni non riavranno la loro libertà.
Sarebbe banale e sbagliato considerare il fenomeno delle Pussy Riot, letteralmente fich... gattine in rivolta, come qualcosa di poco conto o solo folkloristico.
In realtà in Russia, e non solo in Russia ma praticamente fenomeno worldwide (Italia a parte) la loro vicenda è stata al centro di interrogazioni parlamentari, vere e proprie prese di posizione ufficiale della Chiesa Ortodossa russa, interviste a Putin (bersaglio principale delle Pussy), rivolte popolari, imitazioni qua e là nel mondo, celebrità come Yoko Ono e Madonna (già, l'ironia delle cose, Madonna) che le hanno sostenute, di tutto.
Ma chi sono ste Pussy Riot?



Sono un gruppo di ragazze russe, perlopiù molto giovani, che hanno formato un collettivo punk (nel tipo di musica, nell'abbigliamento, nelle tematiche, nelle battaglie) che vuole sfidare i regimi della Madre Russia, ossia il governo di Putin e la Chiesa Ortodossa. Ma non distintamente, insieme, visto che proprio il binomio Stato-Chiesa ("Madre Santissima, liberaci da Putin" canteranno provocatoriamente nella cattedrale) viene visto dalle Pussy come vero e proprio cancro della nazione, un binomio che ha portato a un nazionalismo esasperato, a un'eccessiva autorità, a un ruolo della donna sempre più marginale e castrato da un fortissimo sessismo.
Sì, sono femministe, e lo ribadiscono più volte
Tutti i loro colori, il loro aspetto voleva portare, secondo loro, a una gioiosa rivolta, a una ventata di colore e calore che potesse far intravedere un arcobaleno nella pioggia russa.
"Siamo giullari" dirà a un certo punto Nadia, con tutto il colore, la satira e il potere eversivo a cui la parola giullare può rimandare.
A comandarle c'è proprio lei, Nadia appunto, una ragazza tanto bella da far spavento, a soli 22 anni "terrorista" ormai conclamata, autrice di varie performance contro le autorità e l'ingessamento della società. E' così bella che gli uomini di Chiesa la temono non solo per quello che fa ma pure per l'aspetto ("guardate, è il Diavolo, guardate che labbra (meravigliose aggiungo io), sono le labbra del Demonio" dirà uno).



Ha creato questo gruppo (ovviamente anonimo e coperto dai passamontagna) per svegliare le coscienze russe dal torpore che una chiesa millenaria e un governo che per quanto cambi poi alla fine non cambia mai hanno portato in Russia.
Dopo l'arresto succederà di tutto.
Interviste a Putin, raduni organizzati dalla Chiesa Ortodossa a cui partecipano quasi 100.000 persone per "pregare" e condannare le Pussy Riot, telegiornali, trasmissioni televisive faziosissime contro le ragazze e poi un processo farsa visto dagli occhi di tutto il mondo, processo che porterà a una condanna di 2 anni di lavori forzati.
Soltanto dopo si conosceranno gli abusi e le condizioni terribili nelle quali vivevano la loro reclusione le ragazze.
Il doc ripercorre principalmente tutto il post arresto, con brevi ma esaurienti flash back sulle precedenti imprese delle Pussy Riot e sul passato delle 3 ragazze arrestate.
E' tutto molto giornalistico, oggettivo, senza prese di posizione, anche se alla fine è ovvio capire da che parte sta il documentario.
E come non essere da quella parte, dalla parte di un gruppo di ragazze che magari in maniera sì troppo invadente, plateale e non rispettosa, ma ha solo cercato di denunciare e combattere i mali e le ipocrisie della loro nazione.
Ed è bello vedere che anche da arrestate le ragazze non fanno passi indietro ma che, anzi, continuino la loro battaglia e rincarino la dose sapendo benissimo che facendo questo la condanna e i lavori forzati sarebbero inevitabili.



Si ha l'impressione di trovarsi davanti "ragazzine" che in mezzo ad ingenuità ed eccessi portino però avanti battaglie intraprese con cognizione di causa, quasi necessarie oserei dire.
E mi è piaciuto moltissimo il loro avvocato che invece che "difenderle difendendosi" lo ha fatto attaccando, ribadendo e portando avanti il loro credo.
Certo chi dal doc ne esce di più con le ossa rotte è una Chiesa bigotta come poche, castrante, chiusa, incapace di dialogare, anche vendicativa.
Magari qualcuno troverà da ridire sulle Pussy Riot.
Ma qui sotto l'immagine di un gruppo punk di ragazze incappucciate, sotto performance da you tube giovanilistico, sotto un eccessivo femminismo, c'è la storia di 3 giovani alle quali è stata tolta la libertà di pensiero e di coscienza.
E anche quella reale.

11.10.14

La Grande Letteratura nel Cinema (N°5): L'Autista Ridondante


Ritorna la rubrica che ricerca nelle sceneggiature cinematografiche gli estratti che più riescono ad avvicinarsi alla letteratura tout court.
Trovate le altre puntate nell'etichetta qui a destra "I grandi dialoghi"

Siamo ancora una volta nel cinema italiano, nel grande cinema italiano oserei dire, e il film da cui estrapoliamo oggi passaggi di script è il capolavoro Il cerchio dei Morti, un horror d'atmosfera italico che gioca con il vero/non vero, le doppie dimensioni e le triple agonie.

Abbiamo preparato per voi (lo ha fatto mio fratello su You Tube) il video dell'Incipit di questa grande pellicola, incipit nel quale abbiamo individuato l'incredibile e affascinante reiterazione (anche se tecnicamente non è proprio reiterazione), ridondanza (anche se tecnicamente non è proprio ridondanza), diciamo, per parlare come magno (e ora sto mangiando una bruschetta oio e aglio), l'eccessivo utilizzo della parola "Autista"

se ci riuscite, ascoltate (senza all'inizio vedere) leggendo il testo sotto in contemporanea, altrimenti vedete prima uno e poi leggete l'altro, altrimenti leggete prima uno e poi vedete l'altro, altrimenti uscite all'istante da questo inutile post senza fare nè la prima, nè la seconda nè la terza cosa.

Ecco l'incipit de Il Cerchio dei Morti, sotto troverete l'attentissima analisi della ridondanza



Prenderemo in considerazione soltanto le parti con "Autista"
Tutto insomma.


"Allora!!!
Autista!!!! (1)
(poi l'attore uguale a Beppe Signori dice una frase incomprensibile che attenti studiosi da anni tentano di decifrare)
Autista!!" (sbattendo il palmo sul fianco dell'autobus, inutilmente poi, perchè dovunque potrà essere l'Autista tranne che là dentro)  (2)

"Autista!!!!"
"Che c'è, che succede?"
"Qualcuno ha visto dove è andato l'Autista?"  (3-4)

(attenzione, questa è quasi nascosta)
mentre la ragazza, poi rivelatasi una cagna pessima attrice come poche altre volte ho visto nella mia vita fa 3 passi per arrivare in primo piano chiedendo "Siamo arrivati?" sotto è percepibile:

"Cioè, ci siamo addormentati, l'Autista è sceso e nessuno si è accorto di nulla??" (5)

"Ma non c'è l'Autista?" dice la ragazza con la cadenza che la contraddistinguerà per tutto il resto del film   (6)

"Qualcuno sa da quanto tempo siamo fermi?"
"Non mi sembra da tanto... ho visto che l'Autista è scomparso lasciando il motore acceso" (7)

(Vanno giustamente tutti via)
"Ma dove cavolo andate? e se poi l'Autista ritorna??"  (8)

QUESTI PRIMI 8 AUTISTA VENGONO DETTI IN UN MINUTO SPACCATO, DA 1.53 A 2.53, che significa 1 Autista ogni 7 secondi circa

Poi, il capolavoro, una tecnica geniale per aumentare esponenzialmente il numero di ricorrenze.

L'urlo che pensavamo finale:

AUTISTAAAA!  (9)

trova un'inaspettato Eco: -tistaaaa -tistaaaa   (10-11)

E con questo furbo aiuto il film riesce nell'incredibile impresa di regalarci 11 AUTISTA in 1 minuto e 20 secondi, ossia 80 secondi, ossia 1 AUTISTA ogni 7.27 secondi

Studi approfonditi portati avanti con mezzi molto superiori ai nostri hanno addirittura individuato una piccolissima particella di AUTISTA anche in un fantomatico terzo eco difficilmente percepibile all'orecchio umano che riesce a sentire distintamente solo i primi due.

Poi, quando tutto sembrava finalmente finito con i nostri protagonisti che allontanandosi dall'autobus notano la casa dove avverrà il massacro c'è invece un ritorno a bomba inaspettato:

"Autistaaa!" Eco: -tistaaa, -tista...   (12,13,14)
"Autistaaa!" Eco: -tistaaa, -tista...   (15,16,17)

e poi

"forse l'Autista avrà avuto un problema"  (18)
(sì, si è levato dalle palle da un gruppo di microcefali come voi, ha fatto benissimo)

che portano quindi il conto a 18 "AUTISTA" in 1 MINUTO E 48 SECONDI, ossia 108 secondi, ossia 1 AUTISTA ogni 6 SECONDI ESATTI !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Ed è qui la magia di questa rara perla del cinema italiano, uno dei misteri che la ammantano e che, negli anni, gli hanno fatto acquistare la nomea di Film Maledetto, questi 6 secondi esatti, al millesimo, di media-intervallo nel richiamo dell'Autista.
Segreto che si nascondeva nelle pieghe della pellicola e che noi abbiamo scovato per voi.
(glissiamo su altri misteri tipo il ragazzo meccanico che sull'autobus ha baffi e pizzetto e poi in casa è quasi rasato, potere delle due dimensioni)

6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6 6, già

questo è un film del Demonio, o quantomeno del suo Autista

Poi ovviamente per far risultare questo nostro studio come volevamo risultasse, ossia carico di forza demoniaca, non abbiamo considerato gli appena successivi:

"Datti una calmata, vedrai che l'Autista torna"  (19)
"Non dirmi di calmarmi se l'Autista imbecille mi fa arrivare tardi"  (20)

che porta il conto finale a 20 "AUTISTA" IN 2 MINUTI E 20 SECONDI, ossia 140 secondi ossia 1 AUTISTA ogni 7 secondi di nuovo ESATTI !!!!!!!!!

lo so, questa nuova esattezza, al millesimo anch'essa, fa paura almeno quanto l'altra, ma l'intervallo  777 sarebbe stato solo un richiamo ai non udenti, per una volta, tra l'altro, avvantaggiati nel trovarsi davanti questo film

666 era meglio


e poi, quando tutto sembrava VERAMENTE finito, praticamente dopo i "titolo di coda dell'incipit"...

"MA VOI NON DOVEVATE RESTARE SULL'AUTOBUS AD ASPETTARE L'AUTISTA??"  (21)


vi amo

21 volte "vi amo"

Recensione: Big Bang Love, Juvenile A

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Il mio rapporto con Miike non è ancora definito.
E come può essere definito e defintivo il rapporto con un regista così diverso da sè ogni volta, così inafferrabile, così capace di farti gridare al capolavoro e poi, tre minuti dopo, mostrarti senza pudore la sua parte più trash.
Qual è il vero Miike?
Quello grottesco, eccessivo, sanguinariamente visionario di Ichi?
O quello disturbante, metaforico e psicologicamente violentissimo di Visitor Q.
O quello classico della prima parte di Audition?
O quello pazzo e freddamente sadico della seconda?
Oppure questo qua, quello di un film inafferrabile come il suo cinema, un film, e un cinema con esso, che passa senza ritegno e senza soluzione di continuità da impressionanti sequenze visionarie a lordi e stretti interni, dalla sensazione di trovarci davanti a qualcosa oltre la realtà, trascendentale a violentissime scazzottate e spargimenti di sangue.
Che film è Big Bang?
Difficile dirlo.
C'è un carcere, c'è un timido ragazzo gay diventato mostro per una notte che vi entra, ce n'è un altro violento e carismatico, c'è un direttore subdolo.
Il ragazzo violento è stato ucciso, non si sa da chi, non si sa perchè.

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E parte così un'inchiesta, e il film diventa qualcosa di strano, una serie di domande che non vengono mai pronunciate dai protagonisti del film ma appaiono invece sullo schermo, qualcosa di trierano, come se ci fosse qualcuno al di fuori della diegesi, che sia più un qualcosa di un qualcuno non si sa, una morale, una ricerca della verità, una tesi che entra nelle vicende, forse noi stessi.
In realtà non siamo davanti a un giallo, non è che ci interessi così tanto chi sia l'assassino, ma se giallo dev'essere è un giallo che nel nostro mondo indaga pochissimo, che le prove e gli indizi più che qua, da noi, le cerca in un mondo altro, parallelo, un mondo fuori dal mondo o forse sopra di esso, e come tutto questo non richiami quel capolavoro di Una pura formalità in cui più si andava avanti più i contorni di quel luogo si facevano sottili, eterei, trascendenza.
E qui lo stesso, Miike fa di tutto per non ancorarci alla realtà e ci fa perdere tra quelli che sembrano palchi teatrali, luoghi prima angusti e poi vastissimi, estratti di cartone animato e spazi e cieli irreali, che quello lì fuori dal carcere sembra un tempio azteco e là, lassù, c'è un razzo che mi porterà via, dagli alieni, in Paradiso, dove volete voi.
E allora ci sono uomini che vogliono uccidere per poi trovare la forza di suicidarsi e altri che si suicidano mente vengono uccisi forse perchè quel razzo desiderano prenderlo il prima possibile.
E c'è un ragazzo dolce che si innamora di un altro ma trova un raggio a trafiggergli il cuore.

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Miike cerca di raccontare sensi di colpa e desideri di redenzione e lo fa in maniera evocativa, metaforica, lievissima alternando tutto alle sue tremende scene di violenza.
Forse non comprendiamo tutto, forse è tutto troppo maledettamente difficile, quei colori ocra che dominano dapertutto, quell'uomo che sempre viene a chiamare la sua vittima mentre l'altro, il ragazzo buono, cammina sopra l'aqua che i loro vestiti laverà, quelle scale orizzontali, quella semplice vicenda di omicidio che si fa così complicata.
Chissà cosa è sto film.
Forse non è niente di complicato.
Forse è solo la storia di un uomo innamorato, di uno che non riesce più a vivere e di loro due che parlano di tripli arcobaleni e di amori che non saranno mai.



10.10.14

Recensione "Il Regno d'Inverno" (Winter Sleep)

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Se dovessimo scrivere a tavolino il paradigma del film mattone per eccellenza scriveremmo questo:

un film

- lungo più di 3 ore
- turco
- in cui non accade nulla

Ecco, Winter Sleep è un film di 3 ore e un quarto, turco in cui non accade nulla.
Eppure, a parte cose che non mi interessano come la vittoria a Cannes etc.., è un film che compiuto il suo percorso rivela una grandezza così evidente, oggettiva e incontestabile che per quanto tu possa aver faticato nella visione, per quanto tu possa, a tratti, esserti perso e annoiato in quel fiume impetuoso di parole, non puoi non riconoscere.
Siamo nell'impressionante, per bellezza, regione della Cappadocia, un paesaggio lunare con case costruite dentro la roccia, rocce di tufo di tutte le possibili forme, quasi un'atmosfera da film di fantascienza dei tempi che furono.
Un posto freddo, inospitale, arido.
E c'è un hotel anch'esso costruito nella roccia, un hotel fuori dal tempo ma ancora nel tempo, non come quel Grand Budapest che poi non fu più.
E in questo hotel c'è Aydin, il proprietario, sua sorella  Necia e la sua bellissima e giovane moglie Nihal.
Nessun altro, se non i due aiuti del tuttofare Hidayet e di una donna di servizio,
Il tempo è fermo.

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Arriva qualche cliente, un giapponese che mastica un pò d'inglese e beve un pò di thè insieme al proprietario, un motociclista che viaggia continuamente e che non sa mai dove andrà il giorno dopo perchè "la vita è quella cosa che ti capita mentre fai progetti" e poi nessun altro.
Pochi giorni prima un bambino aveva tirato un sasso sul finestrino del furgone di Aydin.
Quel bambino è figlio di un affittuario di Aydin (che oltre l'albergo ha decine di altre proprietà),un affittuario che non può più pagare e al quale per questo motivo è stata pignorata la casa.
Per almeno 3 ore, prima del bellissimo finale, quel sasso che colpisce violentemente il finestrino sarà l'unica azione di tutto il film, l'unica volta che la pellicola ha uno scatto in avanti con qualcosa che accade e non con qualcosa che viene detto.
Perchè per il resto Winter Sleep sono solo parole.
Un film di interni, teatrale.
Winter Sleep è l'analisi spietata ma al contempo quasi tenera e dolce di 3 esistenze che si stanno svuotando chiuse in un albergo fuori dal mondo.
Winter Sleep ha la sua potenza in due dialoghi che sfidano qualsiasi regola del cinema, due dialoghi di quasi mezz'ora.

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Il primo è quello di Aydin con sua sorella, una donna molto intelligente che ha da poco formulato un'interessante teoria sugli uomini:
"Non opporre resistenza al male" dice Necia, ossia il mostrarsi inoffensivi, inermi e accondiscendenti quando qualcuno perpetra una violenza, di qualsiasi tipo, verso di te.
Uccidimi, picchiami, rubami tutto, umiliami, fai quello che vuoi.
Solo così, secondo lei, il male può essere sconfitto, attraverso il pentimento che può derivare dall'inerzia della vittima.
Da una discussione su questo tema si apre una piccola frattura con il fratello che in un solo giorno diventerà voragine. Un fratello che si è accontentato di vivere, a cui basta scrivere i suoi articoli per un giornale di provincia, un fratello che non ha mai rischiato nulla, che dice la sua su tutto ma senza mai realmente prendere una posizione forte. Un uomo che al contempo pare arrogante nel suo sapere e umile nel suo essere inoffensivo. Io ho trovato magnifico il minuto di silenzio successivo alla lite, con lei, che poi, si alza ed esce fuori dalla stanza. E dal film, per sempre.
E poi c'è la lite con la moglie, stavolta dovuta a una punta di orgoglio (ma non era per orgoglio anche l'altra?) e ad un'altra punta di gelosia.
E anche qua viene fuori finalmente la verità.
Ed è una verità molto simile a quella venuta fuori nella lite precedente, ossia quella di un uomo al tempo stesso mecenate e castratore, intelligente ma stupidamente attivo, generoso ma sospettoso nell'esserlo. Un uomo probabilmente misantropo che ha trovato nella generosità verso gli altri il modo di esternare la sua misantropia e superiorità .

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"Il mio regno è piccolo, ma io sono il re" riassume forse tutto, non solo il sentirsi superiore, ma anche questo suo accontentarsi.
Aydin, poi, è stato grande attore e si sa, gli attori fingono per antonomasia.
Crack, altro rapporto probabilmente rotto per sempre, il secondo su due in poche ore.
Tutto si sta sgretolando, tutti i rapporti che queste tre persone avevano fintamente e faticosamente tenuti incollati tra loro si stanno scollando.
Si sono già scollati.
E ride Aydin durante queste liti, è sempre calmo, tranquillo, educato.
Ma gli occhi stanno cambiando, la corazza ha più di una crepa.
Bisogna andar via dall'albergo, respirare un pò.
E mentre lui prova ad andar via, mentre si riscalda in quella piccola stazione noi ne approfittiamo per parlare di un film coraggiosissimo, una pellicola che ha fondamenta nelle parole, con un cast di paurosa bravura, con delle immagini che si prendono tutto quello che possono dal paesaggio che le circonda e ce lo restituiscono con una bellezza mozzafiato, nel sole e nella neve, nella pioggia e nel gelo. E nel mezzo ci sono quelle due sequenze con i cavalli, secondo me cinematograficamente le più belle. Una è quella del cavallo che non ce la fa ad uscire dal ruscello e l'altra quella in penombra al buio, bellissima, di lui che va a trovare il suo di cavallo, quel cavallo selvatico che alla fine mai uscirà, se non in un finale che diventa metafora.


Aydin non andrà via.
Perchè è vecchio, perchè è stanco, perchè ormai si dimentica sempre le cose, perchè la vita fuori da quell'albergo probabilmente gli fa paura.
E perchè ama lei.
E non importa se lei non lo ama più, lui dipende da lei e non ha la forza di fuggirle per sempre.
Intanto lei in quella che non è solo scena madre del film, in quella che non è solo, dopo 3 ore, dopo il finestrino rotto (alla quale si ricollega magnificamente), l'unica altra sequenza in cui finalmente accade qualcosa ma una delle scene più belle dell'intero anno cinematografico, lei porta i soldi di Aydin alla famiglia del bambino.
I soldi e la dignità.
Poche altre volte si era raccontato meglio questo dualismo.
Sembra di essere in un racconto di Dostoevsky o di Gogol.
C'è una casa fatiscente, due stanze e una stufa accesa.
C'è un uomo che chiamano delinquente che conta quei soldi.
Una parte ripaga la nostra dignità distrutta, una il nostro orgoglio ferito, una il mio ruolo di padre umiliato.
Ecco, torna tutto, siamo pari.
C'è il camino più in là.
E una lacrima che scorre in un viso.

( voto 8,5 )


9.10.14

Recensione "Hansel e Gretel" (2007-Korea)


(pesantissimi spoiler dopo la linea)

Quattro anni fa, o forse anche di più, adocchio questa favola nera coreana.
La cerco ovunque, invano.
Mio fratello riesce a trovarla e la scarica.
Purtroppo non mi ricordo il problema (altro film, qualità pessima, nessun sub o altro) ma la versione scaricata non va bene.
Vabbeh, la cerco altre volte e poi mi passa di mente per un annetto buono finchè ieri una ragazza non me la ricorda.
E la trovo nel tubo senza fatica.
Difficile catalogare Hansel e Gretel, paradossalmente anche difficile consigliarlo.
Parte come un horror, quasi una ghost story nelle dinamiche, con tanto di rumori, soffitte e presenze sfuggenti, passa poi a sembrar un horror più psicologico, poi, ma forse più durante chè questa sensazione di navigar tra più generi è costante, assume tutti i connotati della fiaba nera (ma non necessariamente di quella da cui prende il titolo), per poi spogliarsi di tutto nel finale, togliere vestiti gotici, horrorifici e fiabeschi e mostrarsi per quello che in realtà era, e che sottotraccia abbiamo sempre pensato che fosse.
Curiosa come la prima parte mi abbia ricordato due cose molto piccole, un episodio della mitica serie Ai confini della realtà, nella fattispecie un episodio in cui un bambino teneva "sotto scacco" con i suoi poteri la famiglia (terribile la scena della donna senza bocca) e l'horror amatoriale italiano Il Bosco Fuori, persino nelle dinamiche per cui i protagonisti finiscono nella casa.


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A parte questo nella prima ora e mezzo c'è tanto di buono e tanto di meno buono.
Di buono c'è un'idea originalissima, quella di trasportare il protagonista (e lo spettatore con lui) in una realtà fiabesca che, piano piano, assume i connotati di una fiaba dell'orrore (ma del resto non erano horror tutte le fiabe dei Grimm?).
Una casa meravigliosa, giocattoli dapertutto, dolcetti colorati, pupazzi, ninnoli, colori sgargianti,  cibo a volontà, la casa dei sogni per un bambino.
Già, ma quei bambini son strani eh (la piccolina è meravigliosa), che se gli tocchi la mamma impazziscono, che non riescono a concepire la loro vita senza la presenza costante dei genitori, che lo vedi quel padre a cui trema la gamba o la mano con la tazzina, la vedi la goccia di sudore freddo che gli scende sulla fronte.
Il protagonista, appiedato da un incidente, passa la notte con loro, poi riparte la mattina dopo ma la foresta che circonda la casa dei sogni non lo fa uscire.
O.k, siamo in un incantesimo, o.k, so cazzi amari.
Arriverà un'altra coppia al posto di quei genitori che misteriosamente scompaiono.
E, forse, sembra tutto ripartire dall'inizio.
Di meno buono c'è una prima ora troppo ripetitiva nelle dinamiche, con i ripetuti tentativi di andar via, con scene troppo allungate, con personaggi, come quello della giovane troia donna arrivata col prete che è davvero troppo esagerato e macchiettistico nella sua "cattiveria".
Avrà quello che merita comunque.


E c'è anche altro che non funziona, come i riferimenti alla vera Hansel e Gretel davvero debolissimi, giusto un forno nel passato e una sola briciola di pane buttata là alla cazzo di cane.
Ma poi in quest'atmosfera sempre più densa e minacciosa, con gente che scompare, conigli che spuntano dapertutto, bambini che manifestano poteri tutt'altro che umani, piano piano iniziamo a tirare le fila.
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E si arriva all'ultima mezz'ora, magari telefonata, ma straordinaria.
Ora mi farò dei nemici, ma io credo che si dia troppa importanza a battaglie importantissime come la pace nel mondo, orse assassinate, cibo salutare e articoli 18 e troppo poco alla vera e propria battaglia che l'umanità dovrebbe affrontare, ossia quella di non privare un bambino della propria infanzia, quella di non permettere che una vita intera venga rovinata quando ancora non è praticamente cominciata.
Quei bambini vissero l'inferno.
Un inferno vero.
E tutto acquista senso.
E diventa metafora.
Hansel e Gretel è la ricerca da parte di 3 bambini di un padre e una madre.
La ricerca di un adulto con cui poter stare per sempre e fidarsi.
Hansel e Gretel sono 3 bambini che hanno preferito restare tali per non diventare adulti, per non diventare mostri.
Sono 3 bambini cresciuti tra violenze, soprusi e privazioni e che adesso, grazie alle parole di un falso Babbo Natale, sono riusciti a crearsi il loro mondo ideale, ogni desiderio è realtà.


Hansel e Gretel è quindi anche il potere dell'immaginazione di un bimbo che sostituisce e annienta la realtà, quel potere che avevamo già visto così straordinariamente ne Il Labirinto del Fauno e in The Fall.
E in quella strada nella foresta ci muoiono tutti quelli che i bambini non li amano, quelli che li privano di un futuro.
Questo ragazzo potrà invece salvarsi, perchè li ha capiti, perchè li ha conosciuti, perchè li ha abbracciati.
Loro vogliono rimanere bambini.
E non restare soli.
E trovare qualcuno che li ami.
Probabilmente quello che vorremmo tutti.
Ma se è vero che la vita è una fiaba a volte Babbo Natale non arriva mai.
Che c'è un orco a chiudergli la porta.

( voto 7,5 )

7.10.14

Sui dvd e sulle recensioni Lazzaro. Perchè si alzino e camminino. E anche su altre cazzate varie come la mia malattia per i numeri e per le statistiche


Ricordo che un giorno in videoteca feci una cosa strana.
Io ho una mente statistica che si riempe di numeri, rapporti (tra numeri), proiezioni, etc...
Ho sempre usato sta cosa soprattutto per riempire quaderni o anche semplici fogli (tutt'ora) di statistiche sportive.
Quaderni e fogli che poi butto o comunque non metto da parte.
Lo faccio così, perchè mi piace.
Però, spesso involontariamente, abbino questa strana mania anche alle cose della vita.
Non vado nello specifico per mantenere ai vostri occhi la mia sanità mentale.
Niente come la videoteca si prestava a questi miei giochini statistici, vista la presenza di dati simpaticissimi come il numero noleggi, gli incassi di ogni film, i periodi di massimo noleggio e quelli di minimo.
E anche su ogni utente potevo vedere la media dei giorni in cui teneva il film, i generi preferiti etc...
Poi un giorno, e forse è da lì che ho iniziato a intravedere la fine..., mi sono divertito a cercare tutti i film che avevano fatto 0 NOLEGGI.
Non 1,2 o pochi, zero.
E ho messo un foglio fuori dicendo che quei film (citandoli) partecipavano all'operazione Lazzaro, nel senso che li consideravo morti, ma se veniva effettuato il loro primo noleggio entro una settimana si sarebbero alzati e avrebbero continuato a vivere in macchina.
Altrimenti li avrei tolti.
Si salvarono in molti.
Gli altri morirono definitivamente, li tolsi e li vendetti a 2 euro.
O buttai.
O regalai.

Oggi controllavo quante recensioni ci sono nel blog con 0 commenti (non pensate sia un'operazione lunga, ci vogliono 3 minuti)
Non sono pochissime, 27.
Se avessi considerato anche quelle con 1,2 o 3 commenti (compresi i miei) sarebbero state almeno due centinaia.
Questo post ha quindi una duplice funzione.
La prima è quella di far capire a tutti quelli che hanno un blog, specie quelli che ce l'hanno non da moltissimo tempo, che aspettarsi commenti è lecito, ma non vederne è normalissimo.
La gente non ha voglia di commentare, la capisco, magari seguono pure 10 blog solo di cinema, se iniziano a commentare dapertutto la loro giornata di accorcerebbe moltissimo.
Io per 1,2 anni non ho avuto commenti, Lost a parte (dove ne abbiamo piazzati moltissimi ma sempre in 3,4 persone soltanto), e sinceramente più che prendermela mi stupivo del contrario, ossia di ogni volta che ne trovavo uno.
Ancora adesso questo è un blog normalissimo, uno dalla media di 10 commenti a post, compresi i miei.
Anzi, la tendenza nel commentare (generale, non solo da me) pare in netto ribasso, ormai ci si connette dal cellulare, i blog son tantissimi, lasciare un commento è davvero una cosa o troppo laboriosa (dal cel) o impossibile da fare dovunque.
Non è un caso che 24 su 27 dei film qua sotto siano 2009 e 2010 e poi dal febbraio 2011 di Un Uomo Qualunque si passi direttamente a 3 film del 2014. Praticamente 3 anni e 2 mesi senza nessuna rece Lazzaro e adesso sono ricominciate.
E' normale.
Quindi se vi piace scrivere fatelo a prescindere, tutto il resto se deve venire viene, non fatene una ragione di vita (del blog).
Io ad esempio scrivo per motivi particolarissimi e, vi giuro, malgrado visite, commenti e attestati di stima siano l'anima di tutto non sono affatto la conditio sine qua non perchè il blog continui ad esistere, per niente.
L'altro motivo, quello simpatico, è simile a quello della videoteca, ossia segnalare quali sono i Lazzari ormai morti nel blog.
E vedere se magari anche anche solo 1 o 2 riescono a resuscitare.
Ovviamente in caso contrario, a differenza della videoteca, qui non cambia nulla, non li elimino, è solo uno stupido giochino che voglio fare.
Come detto sono tutte vecchissime recensioni (diverse anche nello stile rispetto ad adesso mi pare) e tanti di questi film non valgono nemmeno nulla.
Ma ci son dentro anche bellissimi film.
E anche a questo può servire il post, promuovere un pochino una decina (forse un pò meno) di film davvero meritevoli.
Divido in categorie.

(se qualcuna verrà resuscitata aggiornerò direttamente la cosa dentro questo post. Incredibile che la prima ad esserlo sia stata quella di Romero, ossia il maestro dei morti resuscitati...)

HORROR SCRAUSI O FILM DEL CAZZO

SMILE Un orrendo horror italiano che divenne però un nostro cult
CAPTIVITY  Filmetto, mi pare, sulla scia dei Saw
NURSIE Un abominio
DANTE 01  Uno dei film che più mi ha fatto incazzare, non come Parc, ma poco meno
IL QUARTO TIPO Poteva essere ottimo, fu odioso
THE HOUSE OF CHICKEN I doppiatori italiani volevano dimostrare di poter fare pure gli attori. Fallendo

ALTRI HORROR DISCRETI O BUONI

REC 2 Vabbeh, non c'è bisogno di presentarlo
LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI Questo merita tutti gli 0 commenti. Rece pietosa se ce n'è una, zero rispetto per un film che ha quasi inventato un genere RESUSCITATA
FEAR ITSELF Miniserie horror di cui vidi 3 episodi
THE COLLECTOR  Ecco, questo è un ottimo survival che poi nel tempo è diventato un cult
REINCARNATION  Jap horror davvero buono
PREMONITION Non quello con la Bullock, ma giapponese. Filmettino

ALTRI GENERI, FILM SUFFICIENTI,DISCRETI O BUONI

UOMINI CHE ODIANO LE DONNE  La trasposizione svedese, non quella americana RESUSCITATA
TRIAGE Film di Tanovic con Farrel abbastanza deludente per me RESUSCITATA
CLEANER Discreto thrillerino con un buon cast
LAST LIFE IN THE UNIVERSE  Bel film orientale di cui però ricordo pochissimo
UN UOMO QUALUNQUE Anche questo bel filmetto con un ottimo Slater RESUSCITATA

CULT MOVIES

SILENI Il mio primo e unico approccio con Svankmajer. Riuscito a metà :)
BUBBA HO-TEP Il ritorno di Bruce Campbell. Film assurdo. Ma con tanto cuore dentro. RESUSCITATA
LA BANDA DEL BRASILIANO Piccolissima pellicola quasi amatoriale di un gruppo di ragazzi toscani. Pazzesca la passione che c'è dentro.

OTTIMI FILM

LEBANON Vincitore a Venezia, gran film. Tutto, ma proprio tutto, ambientato dentro un carrarmato. RESUSCITATA
BIRDY Basta l'interpretazione di Modine per vederlo RESUSCITATA
BROTHERS Gran film con dei giovanissimi Gyllenhall, Maguire e Portman RESUSCITATA
LINHA DE PASSE Bel film brasiliano con protagonisti 4 fratelli, come noi.

2014

EUROPA Uno dei primi film del sommo Trier. Il più bello della trilogia E RESUSCITATA
IL LIBRAIO DI BELFAST Un piccolo gioiello di documentario. Solo 50 minuti, lo consiglio RESUSCITATA
THE POUGHKEEPSIE TAPES Tosto, parecchio tosto. Solo per malati appassionati

Recensione "I Guerrieri della Notte" - Yesterday, i film del (mio) passato - 1 -

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Comincio con questo cult assoluto questa ennesima "rubrica non rubrica" che vuole rispolverare i film più importanti della
mia infanzia/adolescenza.
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E' incredibile come alcuni visi, alcune frasi, alcune sequenze ti rimangano dentro in modo
indelebile negli anni.
Rivedo dopo almeno 20 anni questo sporco capolavoro ricordando come fosse ieri il viso del capo degli Orfani, la meravigliosa ragazza che proprio dagli Orfani fuggirà (credo che lei sia stata una delle prime mie pulsioni erotiche nel cinema), la frase indimenticabile in quel finale che dopo tanto buio è finalmente alba e spiaggia "Guerrieriiii, giochiamo a fare la guerra?" e tante piccole altre cose qua e là.
Dopo 20 o forse più anni, come fosse ieri.
E rivedere questo film scoprendo che non è invecchiato quasi per niente, che è ancora grandioso e molto "avanti" per colonna sonora e regia, vedere che questa storia di fuga metropolitana è stata ancora capace di (sor)prendermi mi ha fatto un immenso piacere.
Perchè il rischio della delusione in certi casi è altissimo.
I Guerrieri e la loro fuga, fuga che parte da uno sparo che non è loro ma che che a loro affibbiano, sono qualcosa che non si dimentica.
Una colonna sonora portentosa fa da vestito perfetto a un film vorticoso, in cui la corsa la fa da padrona.

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Corrono i guerrieri inseguiti da tutti, corre la metropolitana che ogni tanto li trasporta, corre il tempo, ce n'è sempre meno, siamo accerchiati.
Walter Hill descrive la notte come pochi altri, forse Mann come lui, una notte che pare in tempo reale quando in realtà la diegesi dovrebbe essere almeno di 7,8 ore, una notte di luoghi brutti e sporchi, una notte di tante bande e tutte contro una soltanto.
Che poi solo quasi alla fine i Guerrieri scopriranno di che cosa li si accusa, intanto la loro fuga è a prescindere, disarmati e soli in una zona che è ormai diventata zona di guerra.
Le sequenze delle fughe sono pazzesche, c'è quella con loro 9 che corrono e la camionetta che li insegue praticamente perfetta per come è costruita (stupenda dall'alto).
La parentesi Orfani, per tornarci, è cult come pochi, quella banda di sfigati è impossibile dimenticarsela.
Tre frasi su tutte per descriverli.
"Una banda di merda"
"Gli orfanelli spastici" dice la voce, anch'essa indimenticabile, della radio.
"A noi questi orfani di merda ci fanno le seghe" diranno i Guerrieri.

Una pecca c'è, ed è la battaglia con la squadra di baseball, veramente irreale nel suo svolgersi (gli altri sono di più ma si va avanti sempre a scontri uno contro uno o addirittura, paradossale, con una predominanza dei Guerrieri).
Ma l'inseguimento che porta a quella lotta è pazzesco.
E anche tutto il resto funziona a meraviglia.

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Come ad esempio una sceneggiatura che malgrado tutto il ritmo incredibile che ha dentro riesce comunque a serrare benissimo le fila, tenere tutto sotto controllo.
Prima i Guerrieri perdono un uomo, poi un altro, poi si dividono in gruppetti, poi ne perdono un altro, e tutto non ha una sbavatura, ogni scena si lega perfettamente alla successiva, non ci si perde mai in tutti questi cambiamenti.
Molto curioso è il ruolo della donna, vera e propria portatrice di guai.
Per volersi fare una donna uno dei Guerrieri verrà catturato, per volersene fare 3,4 altri componenti della banda finiranno in un'imboscata, per colpa di lei, della bellissima orfana, più di una volta si correrà qualche rischio.
La donna, nel film, è sempre fonte di desiderio e portatrice di guai quindi.
Ma la figura di lei e lui è raccontata perfettamente e il confine tra quando lui le dice "A te ti ci vuole un treno pieno di cazzi" e quando, sottotraccia, ci sembra che stia nascendo qualcosa tra loro è labilissimo.
E il loro bacio al vento della metro è davvero stupendo.

Non ci sono tematiche, o almeno non sono quelle ad essere importanti.
C'è solo una lotta alla sopravvivenza.
E una fuga nella notte che finirà nell'alba di una spiaggia.

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Ma c'è una scena sottovalutata.
Loro sono in metro.
Hanno passato una notte infernale.
Ed entrano dentro due coppiette "normali".
C'è il silenzio quasi assoluto.
E quelli normali vedono i piedi sporchi dell'Orfana.
E quelli normali si sbaciucchiano e poi vedono quella coppia lì, trasandata, persa, minacciosa.
E' il mondo normale che vede l'altro, quello sporco, strano e brutto.
Ma, forse, più vero.

( voto 9 )