19.5.14

Recensione: "Non aprite quella porta (2013)"




Leatherface è Leatherface.
Ossia il numero uno.
Quello con più cuore.
Il numero uno.
L'ho già detto.
Quindi in questi casi parto prevenuto.
Non mi interessa la qualità del film, non mi interessa se è uno di quelli 2.0 o regala atmosfere retrò, non mi interessano tante cose.
Mi interessa lui, come ce lo presentano, quello che fa, quello che è.
Facciamo un pò d'ordine prima...
Questo qua, all'apparenza mera operazione commerciale, è il VERO sequel del film originale, quello che lo omaggia di più, quello che crea con esso un legame più forte.
Ci sono stati altri 3 sequel "ufficiali" all'epoca (insomma,all'epoca, diciamo in quasi 20 anni) ma questo è quello più legato al capostipite.
Poi c'è l'ottimo remake (con personaggi completamente diversi all'orignale) di Nispel e poi il prequel.
Insomma, 4 sequel più o meno legati, un remake e un prequel.
O.k? (lo sto dicendo a me stesso)
Altra cosa.
Un pò di nomi.

Dennis Hopper
Renèe Zellweger
Mattehew McConaughey
Jessica Biel
Ronald Lee Ermey
Viggo Mortensen
Hai Detto Cazzi

no, non è un altro nome, ma proprio hai detto cazzi visto nei film della serie sul massacro del Texas son passati attori paurosi.
Qui c'è Alexandra Daddario, una che è talmente oltre che accorgersi se recita bene o no non è facile.

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Ma sulla ragazza semmai ci pensa Myers a dire due cose in più.
Poi c'è la Alex di Lost e qui potrei dire qualcosa in più io di Myers.
Ma qui non c'è più la tenera Alex, bensì una ninfomane che merita quasi la fine che fa.
Quindi la lascio perdere.

Ora, perchè distruggere sto film?

Ha un inizio portentoso, con quel raccordo con il film originale che è quasi commovente oltre che montato da Dio. La ragazza che si tuffa alla fine fuori dalla finestra per cadere negli anni 2000 è straordinaria.
Ma ci sono tante altre cose che funzionano.

La storia della bimba trovata nel massacro, poi cresciuta altrove e poi richiamata in Texas è un'ottima idea, un modo intelligentissimo per unirsi cronologicamente e sentimentalmente al primo film.
E non è da meno la storia di Faccia di Cuoio che ha continuato a vivere con la nonna, solo, isolato.
Insomma, il soggetto è ottimo, persino migliore di tanti dei sequel di allora.
Funziona praticamente tutto, il cimitero privato con tutte le date di morte identiche, la nonna morta, Leatherface che dopo il primo omicidio viene trovato tranquillamente in cucina a farsi un frullato all'uomo, gli omicidi efferati con quella motosega che è e rimarrà per sempre l'arma di massacro simbolo nella storia del cinema horror slasher.
Purtroppo mancano gli incredibili personaggi di Nispel, superiori persino all'originale, ma qua non si poteva far nulla, sia perchè semmai dovevano essere quelli del 1974, sia perchè... sono morti tutti :)


Poi il film diventa altro. Dall'incidente con il furgoncino (ottimo) in poi diventa altro.
Lei è salva dalla polizia e lui continua a stare in casa.
Insomma, un Non aprite quella porta in cui non c'è più nessuno intrappolato da lui e in cui tutta la città sa dove lui sta. Molto strano, e scelta coraggiosa.
Ma poi avviene il tracollo, il non sense esplode.
In verità già la scena della giostra mi aveva fatto arricciare il naso,con una ragazza che ha un'intera città per fuggire o chiedere aiuto ed invece si aggrappa alla ruota panoramica.
Ma no, il problema è nell'evoluzione dei personaggi.
Capisco l'odio verso quella famiglia ma che quasi un'intera città ora voglia uccidere una bella e dolce ragazza solo perchè ne è discendente è assolutamente fuori da ogni logica.
Una ragazza che poi è sfuggita per un pelo lei stessa dal non essere uccisa.
Ma avviene anche il contrario, anche lei da dolce e impaurita ragazza diventa una Sawyer, un'assassina, una con quel dna lì.
Tutto sembra assurdo, negli anni 2000 non ci sono più istituzioni, non c'è più dialogo, non c'è più niente.
Tutti diventano senza alcun motivo assassini.
Senza alcun motivo, ripeto.
Ho capito, si voleva arrivare lì al macello. Perchè alla fine il macello è il luogo storico ed è giusto così.
Ho capito, si voleva creare il legame tra lei e lui.
E ci si riesce pure.
Ma in un modo quasi improponibile.




E così si respira un pò di aria da Firefly, da famiglia di pazzi che in qualche modo ti prende il cuore perchè nella sua pazzia e nella sua inumanità hanno un legame così forte e un senso di riconoscimento unici.
Lo sceriffo cattivo farà la fine che merita in una scena che dir truculenta è poco.
Ora siamo solo noi, avrà pensato Leatherface, che si chiama Jed Sawyer in realtà e che sarà anche Thomas Hewitt in un mondo parallelo.
Ora siamo solo noi e tu sei la mia famiglia adesso.
Ma non toccarmi quel viso, nemmeno te puoi farlo, non toccarmi quel viso, non puoi vedermi, nessuno può.
Se solo sapeste quanto dolore ho dentro, se solo sapeste quanto sto male per quello che sono, se solo sapeste quanto, anche io, vorrei abbracciarvi, farmi vedere, vivere una vita normale.
Ma io sono Leatherface, e non ci sto tanto con la testa.
Sono uno stupido.
Ma non sono cattivo, mi hanno insegnato a far questo, non so fare altro.
Io sono Leatherface e sono uno stupido.
Ma anche io, per quanto stupido sono, riesco a capire di aver bisogno d'amore e d'affetto.

E il mio ce l'hai tutto meraviglioso mostro.

( voto 6,5)

17.5.14

Recensione "Godzilla" (2014)

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Per tutti i veleni, o almeno così si dice, esiste un antidoto.
Anche per quelli più potenti.
L'altro ieri mi sono volutamente iniettato un'altra dose di Trierite, una dose bella massiccia poi, sia per durata (4 ore) che, soprattutto, per efficacia.
E allora mi sono detto che un possibile antidoto poteva essere andarsi a vedere al cinema una bella baracconata, in un genere talmente lontano dalle mie corde e dalle mie abitudini che soltanto i sentimentali o i film in costume possono farmi peggio.
Per capire meglio il mio rapporto con i blockbusteroni pieni di effetti speciali forse sarebbe meglio rileggersi la "storica" recensione di The Avengers, almeno per fari un'idea di quanto io non capisca una fava di questo settore.
L'antidoto è funzionato, per 2 ore tutto il dolore e le riflessioni su Joe la ninfomane se ne sono andate.
Poi il fatto che il film non mi sia piaciuto, o davvero pochissimo, non importa, l'antidoto prevedeva anche questo.
Io un film con più di 11 colpi di pistola e con più di due palazzi che crollano non riesco a reggerlo.
Almeno non mi sono sorbito l'inseguimento in macchina, altra mia kriptonite.
Oh, è proprio un problema di genere eh, a me piace Austin Powers e gli horror da 4 lire, intendiamoci.
E ci sono monster movie, come ad esempio lo straordinario The Host che ritengo mezzi capolavori.
Ma pure Cloverfield.
Ma pure Monsters.
Già, Monsters...
Sì, perchè il regista di Monsters è quell' Edwards al quale hanno affidato questo remake (?) di Godzilla.
Ma quando un monster movie diventa baraccone io non ce la faccio.
E The Host, Cloverfield e Monsters non erano baracconi, manco per niente.
Comunque.



Si sa, la sceneggiatura de sti film deve comprendere solo 3 cose.
- er prologo pe giustificà er mostro
- er mostro che fa 'n casino della madonna
- l'eroe che poi riabbraccia la famiglia

C'è tutto anche qua ovviamente.
Dai, se son spoiler questi....

Io volevo solo vedè il lucertolone che, detto per inciso, mi sta comunque simpaticissimo da sempre, ma ho dovuto aspettà un'ora per avere sto privilegio.
Intanto però dopo 40 minuti era già apparso un altro mostro, una specie di Alien con le ali, molto convincente, bello.
Ma poi arriva Godzilla e che si scopre???
Che Godzilla è Don Rodrigo!!!
Si mette in mezzo alla coppia di altri mostri e non vuole proprio che quel matrimonio s'ha da fare.
Ma invece che mandare i bravi fa tutto da solo, va dai due innamorati e li sorba ben bene.
Che poi i due mostri innamorati erano stati protagonisti di una delle scene più belle di Monsters, ed Edwards la ripropone qua, auto-citazione molto riuscita a mio parere.
Ora, il problema non è tanto che sti due vogliono copulà e al lucertolone non sta bene ma che i 3 sono alti dai 30 ai 100 metri, quindi per fa l'amore e fa a botte un pò de casino lo fanno, specie se dentro una città.
Che poi dentro la città mica ho capito chi ce l'ha portati, stavano tanto bene su luoghi disabitati ma la resa dei conti doveva distrugge San Francisco, così avranno pensato i militari.
Già, i militari...
Io non ho capito perchè i militati americani possono essere soltanto di tre tipi.
- o eroi
- o sottosviluppati
- o eroi sottosviluppati

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La cosa più comica non sono tanto i discorsi e i dialoghi nei quartier generali (roba tipo che mentre vedono il mostro distrugge ogni cosa dicono "ma è un maschio!" "sì, non ha leali" "allora è un maschio che cerca la sua femmina!"
no
la cosa più incredibile è che provano PER TUTTO IL FILM a sparà pistolettate contro dei mostri che nemmeno l'atomica li distrugge.
Arrivano i mostri, alti tipo 100 metri, e mentre avanzano verso di loro sti militari glie scaricano contro la pistola. come se io andassi in montagna e appena prima di essere travolto da una valanga di neve aprissi l'ombrello.
Che poi prima il protagonista è in Giappone e c'arriva ovviamente lo stesso giorno che il mostro se sveglia, poi il nostro eroe è alle Hawaii e il mostro ovviamente va lì, poi c'ha la famiglia a San Francisco e allora il mostro va là.
Cazzo, mi viene quasi in mente che il mostro avesse letto la sceneggiatura e andasse volutamente sui luoghi dello script, così, per fare il protagonista e non rischà de rimanè fuori dalla storia.
Ma poi, se noi vedessimo un mostro di 80 metri distruggere una città, ma pure de meno, se vedessimo al telegiornale un mostro di 80 metri in una zona sperduta dell'Artide lontanissima da noi che faremmo?
Credo impazziremmo.
Qua no, qui ce l'hanno a un metro e chiacchierano, e la vita va avanti, e ne discutono, e cercano de capì se figlierà o no.
Un mostro che se scoreggia fa fuori un palazzo,se fa un passo fa fuori un quartiere e che se per caso inciampa distrugge una città.
E la gente a un metro che lo indica, che fa gossip "la tromba o non la tromba?"
Ci sono film in cui se si sparge la notizia che c'è un serial killer in città la città stessa se ferma, in questi catastrofici un mostro diventa quasi, in alcune scene, una simpatica distrazione tra un hamburger e na partita de baseball.
E così, tra i soliti rimandi a delle specie di Area 51, i soliti rimandi al conflitto Usa-Urss, scene assolutamente insensate ma che devono far commuovere come l'orologio de Hiroshima e altre cose ancora più assurde come i mostri che quando vedono lui, l'eroe, in qualche modo ragionano come esseri umani e non lo toccano (lo ripeto,secondo me i mostri hanno letto la sceneggiatura) quello che resta di buono è solo ed esclusivamente quello che non riguarda l'uomo.
Ossia l'affascinante lotta tra tre mostri antidiluviani per la supremazia, l'amore tra gli stessi, le loro lotte, tutte le scene magnifiche in cui sono in azione, sul ponte, in acqua etc...
Questi comportamenti antropomorfi mi hanno affascinato, come se certe dinamiche esistessero da sempre.
Noi siamo un contorno, stiamo lì a sparà due pistolettate ma non contiamo nulla.
Questo film, come fu per The Avengers, doveva essere così, anzi, credo possa essere pure bellissimo per il suo genere.
Sono io l'ospite sbagliato.
Ma il capolavoro, una cosa allo stesso tempo talmente comica ma con così tanto cuore che non sapevo se ridere i piangere è il finale.

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spoiler sì

Godzilla non è morto, anzi sta stramaledettamente bene.
San Francisco è tutta là, o almeno quella poca rimasta.
Godzilla si alza.
Un mostro di 80 metri che ha causato non so quanti morti e la distruzione ormai definitiva della tua città si alza.
Un mostro che se dopo essersi alzato volesse fasse la famosa pisciatina da risveglio ammazzerebbe tutti i sopravvissuti.
Ma no, Godzilla si alza ma nessuno ha paura, anzi, tutti lo guardano ammirati.
Un mostro di 80 metri si alza e la città ne è contenta.
Fa 5 passi verso il mare e il telegiornale lo filma e in diretta mette sotto un titolo che non mi scorderò mai più.

IL SALVATORE DELLA NOSTRA CITTA' CI LASCIA

o una cosa del genere

a quel punto quando si raggiungono vette così comiche mi sarei aspettato anche di più

tipo che un bimbo con il cappellino dei San Francisco Giants lo aspettasse prima del mare per farsi dare un cinque alto

( voto 6 )

15.5.14

Recensione "Nymphomaniac"



presenti spoiler

Purtroppo essere uno dei pochi autori rimasti caro Lars è una condanna.
Se poi sei un testa di cazzo come sei, un furbetto che si sa vendere benissimo e uno che dice panaccio al pane e vinaccio al vino sei ancora più nei guai.
I tuoi film son massacranti, troppo pessimisti, senza speranza, cattivi, a tratti disgustosi, perversi, come te.
E sto dicendo quello che penso eh, senza ironia.
Ma vivaddio, c'è ancora qualcuno che scrive film, che prova a metterci dentro tutto, che cura la scrittura e l'estetica, che si espone. Vivaddio Lars. Sei un grande stronzo e dopo quest'ultimo film te lo dico ancora più forte. Ma non ho paura di te. Perchè chi ti distrugge ha paura. Perchè nei tuoi film c'è tanta verità, tantissima, ma non ci piace saperla. Fai una cosa però la prossima volta. Di verità mettine anche altre, che ce ne son tante anche di bellissime.
La vita è tante più cose.
Ma ci sono anche le tue, non so se soprattutto le tue, ma anche le tue.

Nymphomaniac è certamente il film più ambizioso di Trier, a mio parere quello definitivo.
O almeno il definitivo per una certa poetica che film dopo film ha portato a questo.
Senz'altro il più importante perchè qui, solo qui, Trier riesce a parlare di tutto.
Il sesso è solo il mezzo.
Già, il sesso.
Nei suoi film c'è sempre, ed è sempre visto in maniera negativa.
Da quello umiliante e "costretto" de Le Onde del destino, a quello violento e di sopraffazione di Dogville, da quello metaforico e automutilante di Antichrist a quello stanco e senza significato di Melancholia.
E anche qua il sesso fa una pessima figura.




Ma del resto la protagonista è una ninfomane, ed il sesso la sua malattia, e non ci può essere bellezza in una malattia anche se credo che se solo essendo stati malati si può apprezzare fino in fondo la bellezza del non esserlo.
Joe ha molte meno colpe di quello che può sembrare, Joe soffre per quello che è.
Perchè non la porta nulla, solo a tanta sofferenza nascosta dietro piaceri fittizi.
Non gli porta benessere, non gli porta felicità, non gli porta gioia, niente.
Ad un certo punto, nel magnifico sfogo dalle sesso-dipendenti lei rivendica quello che è, ne va orgogliosa quasi. Ma perchè non riesce a combatterla, non perchè gli piaccia. E via l'ipocrisia, io sono malata e preferisco dire al mondo che lo sono che far finta di non esserlo. Potete aiutarmi? no.
Impossibile parlare di questo film, almeno per me che amo questo regista. Impossibile darsi un'ordine, sempre che un ordine sia meglio del disordine.
Mentre Lars, come sempre, un ordine se lo dà.
La sua schematicità, i suoi immancabili capitoli, il suo dare una forma definita a tutte le informi tematiche che presenta, il suo fare film a tesi, beh, anche Nymphomaniac è così.
Come una novella Kaiser Soze Joe osserva la stanza di Seligman e per ogni oggetto che vede o ogni storia che Seligman le racconta lei inventa il nome di ogni capitolo.
E ogni capitolo è un capitolo della sua vita.
La scoperta di quello che si è, la voglia irrefrenabile di perdere la verginità, con quella prima volta e quella sequenza matematica che sempre le resterà in testa, così fredda e inesorabile, sequenza che come un contrappasso tornerà poi alla fine.
E sta proprio qui uno dei paradossi del film, nel fatto che l'amore, l'unico amore di Joe sia poi quell'uomo che in quella maniera così abitudinaria e disinteressata l'avviò al sesso. E Jerome, lui, sarà infatti il film rouge dell'intero film, presente in ogni capitolo, e fonte per Joe, forse l'unica, di tutti i sentimenti che una persona può provare, l'amore, l'odio, l'affetto, l'attrazione.

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C'è una scena, la scena che è poi il finale del volume uno, che da sola vale più di tante parole.
"Non sento niente" dice Joe, per poi quasi urlarlo un'altra volta.
Lei che ha quella vagina così sensibile, così pronta a farle scoppiare ogni volta il cervello stavolta non sente niente.
E non sente niente proprio quando, in uno dei capitoli più belli, parla per la prima volta dell'amore, o di qualcosa che gli somiglia. Quella cosa che insieme all'abitudine rassicurante e alla trasgressione animale crea la polifonia del suo sesso, o forse, della vita stessa.
"Non sento niente" dice Joe perchè l'amore l'ha anestetizzata. Perchè lei non si piace, non ama quello che è e quello che la sua malattia la porta ad essere, e il suo corpo si rifiuta probabilmente di provare le stesse sensazioni che prova con gli altri con un uomo che ama.
Qualcuno la vedrà come una frase che annienta definitivamente l'amore, io come una che lo esalta.
Trier ci parla dell'inesistenza dell'amore o della mancanza di esso, del suo bisogno?
Il film, e la sua protagonista con esso, sembrano ogni volta dare una risposta diversa.
Perchè, a differenza di altri Trier qua e là ci sono degli sprazzi di luce, delle speranze, dei sentimenti, persino, e questa è quasi una novità, degli uomini di valore.
C'era stata la Grace di Dogville, la Selma di Dancer in the Dark, la Bess de Le onde del destino.
Tutte anime pure, poi magari travolte dagli eventi, ma anime pure.
Ma mai, o molto difficilmente, avevamo visto con Trier un uomo che ci rendesse orgogliosi del nostro sesso.
(a questo proposito l'arringa che fa Seligman nell'ultimo capitolo sulla differenza tra l'esser uomo o donna è chiaramente esplicativa della visione di Lars)
Qua c'è il padre di Joe, un padre che la ama, un padre che le insegna la bellezza della natura.
Un padre che cerca negli alberi le anime delle persone.
E anche Joe poi, dopo una ricerca lunga quasi una vita, troverà la sua.
E sarà un albero che malgrado tutto sta ancora in piedi, storto e distrutto dalla vita. Come lei.
Ma che sta ancora in piedi. Come lei.
Ed è solitario, come lei.
Ed è nato in una zona arida, come lei.

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Quando Joe cancellerà come terapia tutto quello che la riconduce al sesso, praticamente ogni singolo oggetto di casa sua, resterà intatto un solo libro, quello con le foglie di suo padre.
Perchè lei ha bisogno di lui. E in una scena stupenda in un capitolo che di trieriano ha tanto poco per quanto è emotivamente bello e positivo, in questa scena la bellezza non è lei che piange nel vederlo morire, non è nelle immagini, ma è in quello che lei gli chiede, ripetergli ancora una volta, l'ennesima dopo centinaia, la storia del frassino.
"Non me la ricordo" gli dice lei, con quella bugia così pacchiana e dolce. Una meraviglia.
Avevo parlato un giorno delle costanti, di quelle cose che in vita ti fanno star bene e ogni tanto ci devono essere, stupide o importanti che siano. La storia del frassino era una delle costanti di Joe, probabilmente l'unica che la faceva stare realmente bene.
E forse non è un caso che l'uomo migliore del film muoia divorato dalla malattia, perchè Lars è uno stronzo e questo lo sappiamo tutti.
Che poi Seligman all'inizio lo dice a Joe.
"Non ho mai incontrato un pessimo essere umano" le dice.
Ma che significa? Vuole metterla a suo agio, si vuol dire pronto a tutto quello che gli racconterà, ha in mente qualcosa?
Ma Joe racconta, e racconta e racconta.
E lui ascolta.
E giustifica tutto.
E non si capisce se giustifichi tutto dall'alto della sua cultura, dall'alto della sua umanità o dall'alto della sua esperienza.
Che non ha.


Perchè la ninfomane Joe sta raccontando tutte le sue "nefandezze" a un uomo che non ha mai conosciuto il sesso, un vergine, un puro, uno che non può giudicarla male semplicemente perchè non ha i mezzi per giudicarla, la sua mente non ha tutte le sovrastrutture, i moralismi e le implicazioni che l'esperienza del sesso ti dà.
Già, puro, vergine, ma la purezza esiste? o è solo ipocrisia?
I due parlano di tutto, lei di vita, lui di libri, musica, storie che possono essere metafora di quelle esperienze di vita.
Lui è la cultura, lui è il padre e il prete, il confessore che però non ti darà la punizione, un prete laico che non giudica perchè non ha le armi per farlo.
Tante sue frasi, ma anche tante di Joe, sono la voce di Trier stesso che con pretesti a volte forti a volte labili  parla di tutto, della società, della cultura, della religione, persino dell'antisemitismo (e sapete cosa gli è successo...). Insomma, la visione del mondo di Trier è tutta qua dentro.
E forse il "pezzo" più forte e coraggioso è quello sulla pedofilia, quasi disgustoso e pericoloso ma solo se facciamo finta di "coprirci" di una moralità di facciata.. Perchè quello che Joe dice è una verità che ci dà fastidio. Il malato è malato e non ha nessuna colpa finchè non fa male a nessuno. Se mette in atto la sua malattia è un mostro (e non ci sono dubbi) ma se la reprime e vive una vita di solitudine, tristezza e rinunce è solo da capire e, tiro fuori un parolone, voler bene.
Sta qui la mancanza di ipocrisia di Trier, quel suo essere unico in questo.
Quello che mi piace di Trier è che non sembra mettersi mai seriamente su un piedistallo, o meglio, magari lo fa sempre ma sa anche essere ironico, prendersi in giro. E non parlo solo dei giochi grafici con cui si diverte a "sporcare" i suoi film ma anche di moltissime scene nelle quali il grottesco, l'ironico, persino il comico fanno capolino.
La sequenza dei dadi, la rassegna dei cazzi, la fantastica scena con la Thurman, così drammatica, intensa, distruttiva ma anche capace di tirarti fuori più di una risata, l'incredibile e quasi ridicola scena dei cucchiai, i due neri che discutono in erezione, la "battaglia" sul treno, Trier sa prendersi in giro, tutti lo prendono troppo sul serio, sia nel bene che nel male ma lui nel suo sentirsi onnipotente sa anche sdrammatizzare.
Incredibile il rimando ad Antichrist, talmente referenziale da dar fastidio ma anche lì, poi, il suo si rivela solo un gioco con lo spettatore.

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Sto andando a casaccio, me ne rendo conto, ma parlo e scrivo di getto.
Torniamo al sesso. A proposito, ce n'è tantissimo di esplicito, non so cosa abbiano tagliato ma vi assicuro che la "censura" per una volta ha avuto maglie molto larghe.
C'è il sesso per avere un orgasmo, quello perchè il richiamo è troppo forte, quello perchè si è soli, quello per noia, quello per farsi male e punirsi, quello, e Joe ci prova in almeno due occasioni, per vivere sensazioni uniche, belle.
I capitoli vanno avanti, la vita di Joe va avanti.
Il primo racconta la sua iniziazione con quel sesso visto come gioco e conquista da ragazzina, poi nel secondo c'è la scoperta che quel ragazzo, Jerome, le dà sensazioni che altri non le danno, poi con la Signora H vediamo una tra le tante possibili conseguenze che la sua malattia o il suo modo di fare possono arrecare ad altri anche se per Joe tutto quello che succede non è importante, se fai una frittata devi rompere le uova e lei quella frittata non potrà mai rifiutarsi di mangiarla.
Poi il bellissimo capitolo della morte del padre in salsa Poe, poi quello straordinario sulla musica (e il sesso) polifonico, poi quello del dolore, della punizione, del calvario, con quella specie di crocifissione coi lacci, capitolo di una violenza inaudita ma che regala a Joe, dopo moltissimo, un autentico orgasmo, come quello quasi mistico che ebbe spontaneamente sull'erba a 12 anni.
E poi c'è lo specchio, Joe inizia a conoscersi davvero e per la prima volta vuole guarire.
E  alla fine, il capitolo della perdita di tutto, di lei e di lui che la umiliano, le uniche due persone, probabilmente, che le hanno regalato emozioni vere e positive in vita sua, o almeno nel sesso.
E il racconto di Joe è una catarsi, una purificazione, quella sola notte lei farà più bene a sè stessa che in una vita intera. Ma poi, poi, quel finale...
Ma prima del finale parliamo un pò più di cinema e meno di scrittura.
Gli attori sono tutti ad altissimo livello, la solita straordinaria Gainsbourg che adesso merita però altre parti, merita meno sofferenza, merita di allontanarsi per un pò da Lars.
Ma spicca su tutti la splendida Stacy Martin, vera protagonista del film, una sorpresa incredibile per qualità recitativa e coraggio.
Inutile parlare della bellezza estetica del film, forse l'unico aspetto che anche gli haters di Trier non riescono ad attaccare. Quel prologo su quella piazzetta nel vicolo, quel volteggiare sotto una finissima neve in un ambiente piccolissimo, circoscritto. La camminata di lei in bianco e nero verso l'ospedale, la scena replay di Antichrist, l'eleganza in alcune scene di sesso, i flash back col padre, l'albero solitario della montagna...
Non tutto funziona, un film di 4 ore ha inevitabili cali di ritmo, la ridondanza della cultura di Seligman a volte è davvero eccessiva, alcuni passaggi di sceneggiatura sono mal curati (o almeno in questa versione tagliata. Ad esempio, che fine ha fatto lui? perchè non vive più con lei?).
E la parte finale, quella del "recupero crediti" l'ho trovata davvero irreale, una deriva che un personaggio come Joe non mi suggeriva proprio, troppo labile la motivazione che lei conosce gli uomini e le loro perversioni per intraprendere un lavoro che fino a quel momento col personaggio non ci azzeccava nulla.
In più ho trovato assurdo cambiare attore per il personaggio di Labeouf e i soli 3 anni trascorsi per passare dalla Martin alla Gainsbourg (non era meglio i molto più credibili 10 o via di lì? qualsiasi ellisse temporale non avrebbe danneggiato il film).
Ma incredibilmente Nymphomaniac era un film che qua e là mi aveva regalato bagliori di speranza, una visione che dai soliti 180° neri di Trier aveva cominciato ad acquisir gradi anche dall'altra parte, quella bianca.
Come quello spicchio di sole che vede Joe nel muro sulla finestra.


La catarsi è forse completa e Joe, anche se attraverso una modalità ingiusta, quella dell'annullamento di sè, è forse riuscita a capire come guarire. E lo ha fatto anche, o forse soprattutto, grazie all'incredibile aiuto di Seligman, uomo così straordinario da risultare quasi tragico nella sua figura.
Ma questo è Trier signori e in due minuti può farvi rileggere tutto in una nuova prospettiva, come la macchia di thè sul muro della casa.
E forse quando Joe stava per uscire da un vero inferno, di vita e mentale, poi strapiomba in uno ancora più infuocato. E ancora una volta per colpa dell'uomo e della mancanza di purezza che Trier da anni ci urla contro.
Trier è Trier e a volte quanto vorrei non fosse lui.
"L'amore è l'ingrediente segreto" dice però l'amica B. a Joe.
Già, l'amore è l'ingrediente segreto.
Trova l'albero giusto, trova l'anima giusta.
Trova l'albero giusto e anche il tuo tornerà su.
E compariranno le foglie più belle di tutte.
Quelle di frassino

( voto 8.5)

13.5.14

Recensione "Bad Taste"

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E così dopo l'esordio di Nolan nel noir Following eccomi a commentare un altro esordio, anche stavolta di
un regista che anni dopo, piaccia o no, ha messo il suo nome nella storia del cinema recente.
Se Nolan voglia di divertirsi nel suo primo lungometraggio ne ha avuta veramente poca Peter Jackson invece era un vero cazzone che probabilmente non avrebbe mai immaginato un giorno di poter avere tra le mani, insieme a milioni di banconote, la possibilità di portare sullo schermo il capolavoro di Tolkien, credo sappiate a cosa mi riferisco.
In Bad Taste invece di banconote, se ne aveva, ne avrà avute al massimo una decina, sempre dollari poi sì, ma neozelandesi, quelli della sua meravigliosa terra d'origine.
Siamo dalle parti dello splendido Splatters ( terzo suo lungometraggio, 5 anni dopo) ossia in quelle di un film low budget, girato tra amici e giusto con un piccolo pretesto di trama per potersi divertire, splatterare e cominciare ad imparare due tre cose su come si gira un film.
Gli alieni sono scesi nella Terra. In realtà, almeno apparentemente, sono uguali a noi, li distingue giusto una slavata camicetta azzurrina. Fanno fuori gli abitanti di un'intera città, sì, insomma, di un paesotto, diciamo 30 persone, per poter poi portare la nostra carne umana nel loro pianeta e distribuirla nei fast food. Un manipolo di agenti del governo deve fermarli. Stop. Non c'è altro, niente sottotrame, niente sviluppi, niente.
Bad Taste è inferiore a Splatters. Non è divertente allo stesso modo, ha grandiosi effetti speciali splatter ma non al livello stratosferico del film successivo, ha una sceneggiatura ancora più esile, attori più improvvisati.
Insomma, Splatters ne sarà la sua evoluzione, pur restando anch'esso un home made movie di bassissimo budget.



Si ride, specie all'inizio, ci si gasa per le trovate splatter (compare già l'uomo dimezzato de Gli Schizzacervelli), in qualche modo ci si incuriosisce pure di come la storia possa andare a finire.
E poi il solito montaggio velocissimo tipico dei film cazzoni, inquadrature vorticose, location da favola come solo, o quasi, la Nuova Zelanda può offrire.
Grottesco, non sense (la mitragliata di spari finti, fantastica), comicissimo (la macchina che va lentissima per poi scoprire perchè), capace di sequenze notevoli, tra tutte la caduta dalla scogliera dello scienziato con successivo spappolamento (o almeno così credevo) sulla roccia; invenzioni splatter strepitose come tutte quelle con il pezzetto di cervello pe(n)sante dello scienziato ma anche quelle in cui l'alieno mangia la testa dell'altro o la vomitata flambè che diventa frullato.
Il problema si Bad Taste è però nel ritmo.
A metà film infatti comincia una serie di sparatorie e di corpo a corpo con gli alieni che va avanti per più di mezz'ora, fino alla fine praticamente. Nel film non accade più nulla, non c'è più un dialogo, nulla, solo sparatorie su sparatorie, mutilazioni su mutilazioni, con il film in quanto tale che sembra esser finito nemmeno a metà.
Ci si annoia pure, anche se ci sono almeno due fantastiche sequenze visivamente meritevoli, quelle dei missili lanciati.

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Poi la trasformazione degli alieni ci regala un sussulto per poi tornare però a inutili inseguimenti e inutili sparatorie per un altro quarto d'ora, differenti dalle altre solo perchè gli alieni adesso si mostrano per quello che sono (fantastici).
Insomma, problemi già visti in Splatters. A un certo punto si è deciso di metter da parte il racconto e andare per mattanze, ma se in Splatters la mattanza è visivamente impressionante, qui sentire 30000 spari alla fine viene a noia.
Meno male la geniale sequenza finale della casa, quasi miracolosa considerando i mezzi a disposizione.
Questo è trash vero e che non si nasconde, non quello che si camuffa da satira politica o cinema d'autore.
Ogni riferimento all'ultimo film recensito è puramente voluto.

( voto 7)

11.5.14

Recensione: "Ballata dell'Odio e dell'Amore"



presenti spoiler

Sinceramente, è uno scherzo?
Dove sono piazzate le telecamere?
Avevo sentito parlare di questo Balada triste de trompeta come di un piccolo gioiello, di un irriverente capolavoro d'autore, di un mix tra Fellini e Tim Burton o altre, alla luce dei fatti, cazzate simili.
Ma questo, signori, è puro trash.
Ora, è facile usare la malinconia e il lato terribile dei clown, la magia del circo, la Storia e credere di fare film d'autore. Chiunque unisce questi elementi .troverà moltissima gente pronta a cascarci.
Ma questo è puro trash.
A un certo punto uno dei protagonisti racconta una barzelletta.
"Un padre va all'Ospedale dove la moglie ha appena partorito. Chiede all'infermiera quale sia il figlio. L'infermiera glielo mostra e poi inizia a sbatterlo violentemente contro il muro (l'attore con un pollo mima violentemente il gesto). Il padre disperato gli dice cosa sta facendo, gli ha ucciso il piccolo. "Ma tanto era già nato morto" - gli risponde l'infermiera"
Ecco, il film è tutto qua. Non fa ridere, è grottesco, è fastidioso. Quella barzelletta è manifesto del film.
Ora, io non so se De la Iglesia volesse fare un cult trash. In quel caso c'è riuscito. Ma ho sentito voci che parlano di film d'autore, di metafora grottesca, di accusa alla Guerra vestita da film di genere come nel meraviglioso, quello sì, Labirinto del Fauno.
Il problema è che sto film più che da De la Iglesia sembra scritto da Rita Della Chiesa.
Chi l'ha esaltato forse non si è accorto di una delle sceneggiature più disastrose nella storia recente del cinema.



Ogni scena è attaccata all'altra in modo disastroso, sembra quasi un trailer, causa-effetto, giorno, notte, giorno in azioni da 5 minuti, gente che si sposta e poi è sempre là.
Il clown triste conosce lei, la sera vanno alla casa degli orrori su invito di lei (di già?), poi sono al circo, poi 2 minuti di circo, poi la sera escono e vanno al luna park, poi sono al circo. Sembra tutto lì intorno.
Per non parlare di quando lui distrugge la faccia a lui.
A proposito, molto simpatica la scena, lui li trova che trombano e allora "tromba" lui.
Comunque...
Quello fugge per il bosco (velo pietoso) e la scena dopo è già un uomo delle caverne, e la scena dopo lo trovano degli ex generali (la catenina, mavafanculo) e diventa il loro cane, e la scena dopo si deturpa la faccia senza motivo e la scena dopo diventa un clown killer. Passaggi così, di devastante pochezza. Ogni 3 minuti lo spettatore si chiede "perchè"? Un montaggio fantozziano. Il clown cattivo la notte dell'agguato è dal dottore che tenta di rimettergli a posto la faccia. Intanto l'altro fugge. Poi vediamo la MATTINA il primo che va in un bar e si vede sfigurato in montaggio alternato con quell'altro che ancora fugge, e mi pare di sera.
Glissiamo sul tentativo di far ridere, col nano che ripete 35 volte della moto, con la moglie del dottore, con tanti personaggi che provano ad esser simpatici ma se questa è la comicità della Spagna sono contento di esset nato qua.
Il grassone che corre nudo poi? Disgustoso, non so se dovrebbe far ridere, disgustoso.
Ma si continua così, la Storia è sempre sullo sfondo o prepotentemente in campo e la si usa in un modo per cui gli storici avrebbero dovuto bloccare la distribuzione.
Continua fino alla fine il metodo delle scenette attaccate l'una all'altra senza motivo.
Il clown c'ha il furgoncino dei gelati, non se sa come, il clown fugge da 20 carabinieri non se sa come chè prima ce l'hanno in braccio, poi uno spara e poi lui è in cima alla collinetta e i poliziotti in fondo.

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E alla fine c'è l'apice di questa scrittura disastrosa.
I protagonisti sono in una miniera, poi dentro un bellissimo palazzo e poi in cima ad una torre.
In 3 inquadrature.
Fotografia molto bella, suggestive le location, sempre fortissimo il fascino del circo e l'appeal che danno i clown, è per tutti questi motivi che il film si salva dal disastro.
Gli attori non si distringuono dagli animali del circo, meno male che il clown cattivo è molto bravo.
Il protagonista è Massimo Marianella grasso.
Ma qui mi sa che la gente è rimasta ipnotizzata dai clown e non ha visto uno dei film più disastrosi degli ultimi anni.
E poi lei che regge i loro 200 kg nello strapiombo, e poi mica si sa che succede e le scelte che fanno.
Ma alla fine ci sono due clown che piangono perchè per la loro avidità hanno perso entrambi la "cosa" che volevano. In quella che è la scena più riuscita del film.
Già, la "cosa", perchè se davvero De la Iglesia o chi ha esaltato il film crede che in questa pellicola si racconti in qualche modo l'amore allora, con tutto il rispetto, credo che non è mai stato innamorato.
Non c'è amore nella ballata. C'è la voglia di parlare di tutto, della vita e della morte, dell'amore e dell'odio, della Storia e della malinconia.
Ma raccontare ste cose in un modo così trash e approssimativo è impossibile.
Alle 2.50 di notte chiamo mio fratello perchè l'avevo costretto a vedere il film (era su RaiMovie) dicendogli che fosse un capolavoro.
Tremo, magari anche lui è caduto nella trappola di De la Iglesia e della facce dei clown.
La telefonata comincia con un'offesa a me.
Del resto della stessa nemmeno scrivo.
Oh, meno male, siamo in due almeno.

( voto 5,5)

10.5.14

Su Von Trier,sul vontrierismo, sull'haterismo e su Nymphomaniac (ma prima di Nymphomaniac). E anche sui titoli di post troppo lunghi

Famme sta zitto va
Mercoledì andrò a vedere Nymphomaniac.
I motivi per cui non l'ho voluto vedere finora sono svariati, anche personali, ma ce ne sono almeno due molto più banali.
Aspettavo che un cinema me lo proiettasse tutto intero.
E lo farà.
E, seconda cosa, avrei voluto vederlo e recensirlo fuori dallo tsunami che l'ha travolto, a bocce ferme, sui detriti che quello tsunami ha lasciato.
E siccome mi è venuta paura che la recensione sarebbe stata lunghissima e avrebbe parlato troppo poco del film è meglio che dica due cose ora, a parte e prima della visione, così da concentrarmi sul film quando (e se) parlerò del film.
Von Trier è il regista vivente più odiato al mondo. E questo è pacifico.
Ora, cercando di lasciar perdere il fatto che se non è il mio regista preferito poco ci manca, volevo dire due cose.
La prima è una considerazione sulle arti in generale.
Quello che mi fa specie è che in quasi tutte le arti (pittura, musica, letteratura, poesia etc...) le opere più disperate e che più manifestano il disagio dell'autore sono considerati capolavori. Ora fare un elenco di 100 titoli non ha senso ma credo sia pacifico che i più grandi scrittori, pittori, musicisti e poeti nella stragrande maggioranza dei casi sono stati persone con grandissimi problemi, di salute, di testa  o di vita che siano. E' difficile tirar fuori qualcosa di meraviglioso dall'animo felice, quasi impossibile. E non s'è mai capito perchè.
Per Von Trier questa cosa non va bene. Se i suoi film sono disperati, senza speranza, pessimisti, distruttivi sono considerati alla stregua delle canzoni porta sfiga di Masini. Lui no, lui non può trasferire il suo mal di vivere, la sua visione del mondo, la sua malattia nelle sue opere. Può farlo uno scrittore, un poeta, un pittore ma lui no, se lo fa lui è uno sfigato. I prologhi di Antichrist e Melancholia in letteratura sarebbero stati pagine indimenticabili, con Trier sono la spacconata d'autore di un coglione. Le tematiche che tutti i film di Trier affrontano in letteratura sarebbero state pagine indimenticabili, con Trier sono le perversioni e le pippe mentali di un coglione.
Il fatto è che probabilmente chi ce l'ha con Trier ha paura dei suoi film.
Ma nessuno dice che i suoi film dobbiamo farceli nostri, nessuno dice che la misantropia di Melancholia dobbiamo condividerla, nessuno deve avallare per forza la sua morbosità, a volte la sua misoginia, il suo pessimismo.
E' suo, mica dev'essere nostro.
E lui lo trasferisce in modo straordinario, prorompente, nelle sue opere.
E allora?
Capisco l'odiare i suoi messaggi, capisco l'odiare i suoi film, capisco tutto.
Ma sono i suoi film, non i nostri.
Noi dovremmo limitarci ad analizzarli in quanto tali, essere una specie di psicologi che analizzano l'opera derivante dalla malattia di un artista.
Ma come si fa a definire merda Melancholia? o Antichrist? chiunque ama il cinema e distrugge queste opere è in malafede, per forza. Nel senso che per partito preso non ha voglia di analizzare un'opera filmica. Puoi odiarle, non capirle, vederle come tronfie rappresentazioni della testa malata di Trier, Dio mio, puoi tutto, ma trattarle alla stregua di un Alex l'ariete è la morte del cinema e dell'analisi dello stesso.
Ma poi, mai come con Trier ho letto offese personali così grette, gratuite, volgari.
Forse dà fastidio più che la sua opera il suo egocentrismo, l'esaltazione che Trier fa di sè stesso.
Ma, vivaddio, certo non la nasconde almeno.
Sapete quanti registi si credono stocazzo e mettono il visino dell'umiltà fuori?
Trier è uno spaccone, è un malato, è una testa di cazzo.
Ma fa film che liquidare in quella maniera è francamente inaccettabile.
Qualcuno lo trova anche autoreferenziale.
Ma ci sono due modi per essere autoreferenziali.
Uno è parlare attraverso un'opera delle proprie opere.
Uno è parlare attraverso un'opera di sè stesso.
Ma quanto è bella la seconda? non dovrebbe essere così tutto il cinema o almeno il grande cinema?
Ma gli autori allora a cosa servono se non a mettere sè stessi in quello che scrivono?
Io non ho mai odiato nessuno.
Non concepisco l'odio.
Sono una persona difficile, intollerante anche, molto, una persona che a volte cerca di vedere il peggio negli altri per sentirsi meglio forse. Ma in ogni caso quando analizzo comportamenti, o film, cerco sempre di vederli in una luce oggettiva. Perchè Melancholia può girarlo Panariello o Von trier. Ma se è lo stesso film è lo stesso film.
Perchè un cazzotto identico può dartelo il tuo migliore amico o il tuo peggior nemico.
Ma rimane lo stesso cazzotto, la stessa traiettoria, lo stesso punto dove ti colpisce, lo stesso dolore fisico.
Sarebbe bello analizzare quel cazzotto anche in base a chi te l'ha dato, sarebbe importante.
Ma almeno, se non si riesce a farlo in maniera lucida, limitiamoci ad analizzare solo il cazzotto.

Von Trier non deve piacere. I suoi film non devono piacere. I suoi messaggi non devono piacere. E non piacciono nemmeno a me.
Deve solo essere rispettato. Attaccato, osteggiato, malvisto, anche deriso volendo, ma rispettato.
Come tutti.
O almeno, se gli si deve mandare un sonoro vaffanculo, uno schiaffo o un colpo di pistola prima sarebbe meglio capire che il danese non è altro che una persona che fa fatica a vivere, che va capita, che ci racconta in un modo meraviglioso e che esalta il cinema come pochi registi contemporanei quanto questo mondo non riesca proprio a piacergli.
Quindi vaffanculo anche da parte mia Trier, ti voglio bene.


8.5.14

Recensione "Following"

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presenti spoiler

In realtà la gavetta è durata un solo film, questo.
Sì perchè quando a 30 anni, come opera seconda, tiri fuori una cosa come Memento la gavetta è già finita, sei già nei grandi, in quelli che se metti insieme altri 2,3 film buoni puoi campare di rendita.
Se poi gli altri 2,3 film buoni sono The Prestige, Il Cavaliere Oscuro e Inception allora sei a posto, fermati, le possibilità di peggiorare sono enormemente più grandi di quelle di migliorare.
La carriera di Nolan iniziò qua, a 28 anni, in un ruolo da one man troupe (+ soggetto e scrittura ovviamente).
Poi piano piano quasi in maniera matematica e consequenziale sono arrivati altri 7 film in cui ogni volta c'era un dollaro, o qualche milione di dollari, in più. Ma Nolan ha fatto una specie di magia, ha preso i dollari e ci ha messo il pensiero dentro, è riuscito a scrivere nelle banconote, e mica è cosa da tutti. Magari un giorno, anche per divertimento, sarebbe bello scendesse 5 minuti dall'Olimpo e girasse scrivendo nuovamente in dei post-it. Ma rimane grande lo stesso, anzi, grandissimo.
Quasi mediometraggio lungo o lungometraggio corto Following è l'esordio (quasi) folgorante di un giovane scrittore e regista di talento.
E, ovviamente, niente di meglio che mettere un aspirante scrittore come protagonista, uno scrittore che pedina persone a caso per il puro piacere di scoprire cosa fanno (oh, un pò non c'è di Ex Drummer?). Nessun interesse dietro, solo una irrefrenabile istanza antropologica da soddisfare, e solo al momento, da non ripetere con la stessa persona. Un osservatore della fauna umana insomma.Uno che guarda la folla e poi lascia che il suo occhio si posi in una sola persona. E quella persona non è più una delle tantissime facce della folla, ma una singola faccia che si stacca dalle altre centinaia.
Il fatto è che lo scrittorino ha abbastanza sfiga perchè l'unica volta che decide di pedinare ripetutamente un uomo chiappa proprio quello sbagliato.
Classico film d'esordio di un regista di talento.
Ossia, idea, talento e ingenuità.

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Pensando al Nolan di poi, quello che ha visto ergere la sua prima lettera a così maiuscola da proiettare la propria ombra su quasi tutti gli altri registi contemporanei, passando al Nolan di poi dicevo la cosa più interessante di Following è vedere come Christopher amasse già strapazzare la sua narrazione.
Qua in Following lo strapazzamento è abbastanza classico, il solito avanti e andrè nel tempo, gestito però in maniera davvero sorprendente per un esordiente. Poi arriverà il tempo Mementiano, unico nella storia del cinema, con quella storia in bianco e nero che va avanti fino a raggiungere quella a colori che va avanti e anche indietro. Poi arriveranno le matrioske impressionanti di Inception, così impressionanti che capir poi se qualcuna infilava male la testa nel sedere dell'altra è quasi impossibile.
Ma anche in film più "classici" Nolan col tempo e con la materia narrativa ci gioca lo stesso. Sa scrivere, pochi cazzi.
E, anche se non appare come una delle sue note più evidenti, è curioso vedere come la componente crime sia già presente e lo sarà, prepotentemente o più nascosta, in tutto quello che verrà poi.
Ah, siamo in bianco e nero e mica è solo scelta stilistica fichettina, no, è la fotografia giusta per un noir che puzza da lontano di anni 50, con lei poi, con quel viso e quell'acconciatura che urla fifty a squarciagola.
Ma il film è ambientato negli anni 80, forse il riferimento al pc poteva essere evitato così da renderlo un film senza epoca.
C'è qualcosa da limare, ovvio, gli stacchi di montaggio sono, forse volutamente, pesantissimi, la possibilità che una persona venga convinta a fare il ladro, ed entrare subito in azione, dopo soli 3 minuti di caffè sono improponibili, specie per chi, come il protagonista, non ha alcun passato criminale alle spalle.


Ma più che altro quello che mi è dispiaciuto di più è che la formidabile idea di partenza (mica cosa secondaria eh, dà il titolo al film ricordiamo) sia stata completamente abbandonata dopo 10 minuti di film per far diventare lo stesso una cosa altra, mentre io che già credevo di restar affascinato da quei pedinamenti, da tutte le storie che potevano venirne fuori.
Poi la cosa torna fuori alla fine, ribaltata, come, del resto, tutto è ribaltato nel bellissimo quarto d'ora finale. La cosa più affascinante di Following è il paradosso che quando il montaggio è più intrecciato la storia rimane "scontata" e lineare nella comprensione mentre quando abbiamo le prime scene consequenziali scopriamo che tutto era stato un continuo capovolgimento, una truffa dietro l'altra tanto che niente o poco di quello che avevamo visto era in realtà quello che avevamo visto. E questo gioco sui due intrecci, prima di montaggio e poi narrativo, è la conferma di un talento là dietro.
Che poi, e ci metterà il tempo di soli due capodanni, esploderà in maniera fragorosa.


( voto 7,5 )


7.5.14

La Storia D'Italia in Video (N°2): La Maledizione degli Antichi

Se Den Harrow (a proposito, il nome d'arte doveva richiamare i soldi e il successo, "denharrow", glissiamo) è il mio toccasana nei momenti più bui c'è un altro video che ha fatto la storia di questo nostro paese che invece uso ogni volta che voglio volutamente inquietarmi o sentirmi a disagio.
Poi perchè uno voglia volutamente inquietarsi o sentirsi a disagio non lo so ma tant'è.
E allora mi becco la terribile, spaventosa, atavica

MALEDIZIONE DEGLI ANTICHI

credo che nessun horror in questi anni mi abbia impaurito come la maledizione di questa veggente

come vi dissi per il corto Lights Out, sconsiglio la visione ai deboli di cuore

se avete un nemico potete mandargli questa

come minimo gli cadranno gli occhi, il cervello e la lingua

da domani si torna ai film