18.11.20

Torino film festival 2020, purtroppo solo in streaming. Post di presentazione dei film più interessanti (di Stefano De Rosa e Riccardo Simoncini)

 

E così quest'anno niente Torino Film Festival...
O meglio, il festival ci sarà, ma solo in streaming.
Ormai dopo aver partecipato a 5 festival, dopo averci conosciuto alcuni di quelli che sarebbero diventati i miei migliori amici e, tanto per non farsi mancare nulla, aver trovato lassù la persona in cui ho lasciato un gran pezzo del mio cuore, posso considerare Torino senza alcun dubbio la mia seconda casa.
E invece in questo maledetto 2020 non sono riuscito ad andare nemmeno una volta.
Ci rifaremo nel 2021, e sarà bellissimo.
Degli amici mi hanno proposto però la possibilità di parlare comunque del festival e allora ecco qua un post dove ci presentano quelli che per loro sono i film più interessanti.
Ricordo che ogni film costa 3.50 euro ma si può fare anche un carnet da 10 film (30 euro) o uno con tutti i film (49 euro).
Questo il link ufficiale con tutto.
Poi comincia la presentazione di Stefano e Riccardo :)

LINK AL TORINO FILM FESTIVAL

Giunto alla sua 38 edizione, il Torino Film Festival si trova costretto ad adattarsi alla pandemia in corso, con una programmazione completamente in streaming online su MYmovies.it, a partire dal 20 novembre. La sfida della nuova direzione artistica appena insediata (con un altrettanto nuova identità visiva) non è banale: mantenere lo spirito giovane e collettivo che da sempre l'ha contraddistinto, anche in un momento storico in cui i contatti umani sono ridotti al minimo (se non del tutto assenti). 

Ecco un elenco (volutamente parziale e sintetico) dei titoli per noi potenzialmente più interessanti nelle varie sezioni, quelli da seguire e su cui poi tornare a confrontarci come fossimo in un'edizione torinese di grande normalità:

 

MOVING ON (Heung-ju Yang, Corea del Sud) – Torino38


Una ragazza adolescente e il suo fratellino vanno a vivere a casa del nonno. È difficile ambientarsi alla nuova sistemazione ma le cose cambiano quando a raggiungerli è la zia. Unico film coreano in concorso e, qundi, da vedere!

 

IDENTIFYING FEATURES (Fernanda Valadez, Messico-Spagna) - Torino38


Pluripremiato già in diversi festival come Sundance e San Sebastián. Un esordio che fonde la ricerca personale di un figlio perduto con la storia collettiva di un intero paese desolato, attraverso la chiave del realismo magico. 

 

MEMORY HOUSE (Joao Paulo Miranda Maria, Brasile/Francia) - Torino38


Presentato con il label di Cannes 2020. Essere uno straniero in una piccola comunità conservatrice del sud del Brasile, dove le contraddizioni reali lasciano spazio alla mitologia del passato. 

 

EYIMOFE - THIS IS MY DESIRE (Arie & Chuko Esiri, Nigeria) - Torino38


Presentato all'ultima Berlinale. Esordio di due gemelli nigeriani che guardano al loro paese e alla possibilità di riscatto di due persone comuni in una quotidianità dal futuro incerto. 

 

THE DARK AND THE WICKED (Bryan Bertino, USA) – Le stanze di Rol


Horror di atmosfera dallo stesso regista di “The Strangers” e “The Monster”.

 

FRIED BARRY (Ryan Kruger, Sud Africa) – Le stanze di Rol


Trip psichedelico con deviazioni nel body-horror per questo debutto alla regia che vede come protagonista un alieno che si impossessa del corpo dell’umano Barry e inizia a provare tutte le più estreme esperienze della vita del nostro pianeta. 

 

ANTIDISTURBIOS/RIOT POLICE (Rodrigo Sorogoyen, Spagna) - Le stanze di Rol


La nuova serie dell'affermato regista spagnolo, autore del meraviglioso MADRE, visto a Venezia qualche anno fa, e del recente pluripremiato IL REGNO. Qui si guarda agli intrighi presenti in un gruppo di poliziotti antisommossa. 

 

FUNNY FACE (Tim Sutton, USA) - Le stanze di Rol


Presentato all'ultima Berlinale. Il ritorno di Tim Sutton e del suo sguardo ipnotico-minimale che permeava già il bellissimo DARK NIGHT. L'incontro di due anime sole in un mondo inconciliante ed inquietante. 

 

FOR SAMA (Waad Al-Kateab, Edward Watts, UK/Siria/USA) - Masterclass


Film doc della storia strabiliante di una regista siriana di 26 anni, Waad al-Kateab, che ha filmato la sua vita in Aleppo, da ribelle, durante i 5 anni di rivolta siriana. Visto in sala l’anno scorso: pellicola potentissima e imprescindibile. La proiezione sarà accompagnata da una masterclass della regista.

 

UN SOUPÇON D'AMOUR (Paul Vecchiali, Francia) – Fuori Concorso


Un’attrice di teatro lascia il suo spettacolo per ritirarsi con il figlio malato nella sua città d’infanzia. Dal regista del bellissimo NUITS BLANCHES SUR LA JETÉE. 

 

GUNDA (Victor Kossakovsky, Norvegia-USA) - TFFdoc/Fuori Concorso


Presentato all'ultima Berlinale. Prodotto da Joaquin Phoenix, un film che affida il suo punto di vista tutto in bianco e nero ad una scrofa e ai suoi cuccioli. 

 

I TUFFATORI (Daniele Babbo, Italia/Bosnia ed Erzegovina) - Italiana.doc


Dal noto regista di videoclip indie italiani, un esordio al documentario che si rivolge alla tradizione centenaria di Mostar e dei tuffatori che ogni giorno si lanciano dal "ponte vecchio".

 

IN THE MOOD FOR LOVE (Wong Kar-Wai, Hong Kong/Cina) – Fuori Concorso


Il restauro del capolavoro di Wong Kar-Wai. 


16.11.20

"La vita dal vero", i 20 documentari più belli che ho visto negli anni 2000



 Adoro i documentari.
In realtà il mio amore verso questa antichissima forma di cinema (se ci pensate il cinema è nato proprio con i documentari dei Lumiere) è abbastanza recente, direi 10 anni (e infatti conosco molti ventenni e trentenni che non sono appassionati della materia ma poi, quasi tutti, lo diventano).
Questi anni ne ho visti circa 50 (pochi se considerate che il blog ha 11 anni, pochissimi anzi) ma non ho mai fatto una lista su quelli che, secondo me, sono i più belli.
Alcuni sono talmente belli che li ho messi al primo posto del Miglior Film nei loro anni.
Inutile dire che troverete dentro tutte le possibili declinazioni del documentario, tutte le sue forme.
Partiamo.

(Avrei tanto voluto linkare le recensioni sui titoli, ma non ce la faccio. Vi invito, se volete, sulla pagina dei documentari,  QUESTA, lì ogni titolo porta alla recensione.)
(chi leggerà questa prima stesura fatta in mezz'ora magari troverà parecchi errori, non ho riletto NULLA, poi semmai correggo e tolgo questa riga)

UNA STORIA AMERICANA


Una storia torbida che viene dall'America (ce ne saranno più d'una).
Una famiglia strana, molto strana.
Si inizia a pensare che dentro quella casa avvengano cose molto brutte, abusi sessuali.
Scopriremo la verità?

DAWSON CITY : FROZEN TIME


Un documentario impressionante.
La storia di Dawson City, una cittadina del remoto Canada creata dai primi cercatori d'oro.
Ma soprattutto la storia delle pellicole che, in uno scavo, sono state rinvenute del 1975, 60 anni dopo.
Pellicole in nitrato, quasi delle bombe, che il freddo e il caso hanno portato ancora in vita a noi.
Un atto d'amore verso il cinema.
Una storia che era impossibile non raccontare

ANATOMIA DEL MIRACOLO


Ho avuto l'onore di presentare questo piccolo film ad un festival, con la regista Alessandra Celesia (forse una delle persone più schive, dolci e meritevoli che io abbia mai conosciuto) collegata via skype.
Sant'Anastasia, Napoli
Siamo nei giorni della processione della Madonna dell'Arco, una Maria ferita nel volto che è punto di riferimento dell'intera, devotissima, comunità.
Ci sono una ragazza in carrozzina che non crede più ai miracoli, una pianista coreana che vede Dio nella musica e una trans che vive invece la sua religiosità in maniera più classica e sentita.

STO LYKO


Quasi tutto il grande cinema greco, si dice, sia figlio della Crisi.
Di sicuro mai nessuno aveva raccontato gli ultimi degli ultimi, quelli che nella catena economica che la cristi ha distrutto erano laggiù, proprio in fondo.
Due donne, delle capre, quasi nient'altro.
Fratello gemello di Honeyland


CESARE NON DEVE MORIRE


I vecchissimi fratelli Taviani e il loro ultimo potentissimo film.
Carcere di Rebibbia, si decide di portare in "scena" il Giulio Cesare di Shakespeare.
Un film di volti, ferite, umanità e tanta speranza


THREE IDENTICAL STRANGERS


L'ultimo visto.
L'incredibile storia di 3 fratelli siamesi che non sapevano di esser tali. Nessuno sapeva dell'esistenza degli altri due.
Poi, per caso, si incontreranno. 
E piano piano scopriremo che la loro storia ha dei segreti terribili.

THE ACT OF KILLING / THE LOOK OF SILENCE


Ed eccoci al primo vero capolavoro.
Ormai lo conoscerete quasi tutti ma, chi non l'ha fatto, non può perdersi questo straordinario doppio documentario che, prima dalla parte degli aguzzini poi da quella delle vittime, racconta del massacro che generò un colpo di stato in Indonesia negli anni 60.
Impressionante


GOING CLEAR


Volete sapere veramente cos'è Scientology?
Non vi potete perdere questa perla

12.11.20

Recensione: "Nessuno siamo perfetti" - Passeggiate, il cinema della poesia - 11 - di Roberto Flauto


Undicesimo appuntamento col recensore poeta Roberto qui alle prese con un'opera fino ad adesso a me sconosciuta ma che, sono sicuro, interesserà molti.
Perchè è un film documentario su Tiziano Sclavi, autore che tantissimi della mia generazione (e di quella prima, e di quella dopo) hanno amato follemente.
Vi lascio a lui
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Nessuno siamo perfetti è un film documentario di Giancarlo Soldi incentrato su Tiziano Sclavi.
Autore di talento a tratti geniale, estremamente schivo e riservato, Sclavi si racconta (e viene raccontato) come di rado ha fatto.
Un piccolo film, senza pretese, un affettuoso e gradito omaggio a un uomo che ci ha regalato pagine e personaggi di assoluta meraviglia.
 Mentre una balena vola nel cielo.
Mentre un assassino attende nel buio la sua vittima.
Mentre la mano di uno zombi esce dalla tomba.
Mentre qualcuno si punta una pistola alla tempia.
Mentre urla disperate graffiano la notte.
Mentre una solitudine desertifica l’anima.
Mentre una donna canta a una culla vuota.
Mentre uno spettro sumero infesta un frigorifero.
Mentre un serial killer colleziona bulbi oculari.
Mentre un bacio improvviso colora ogni cosa.
Mentre il vicino di casa è un folle omicida.
Mentre in un universo parallelo sei davvero felice.
Mentre la persona che ti dorme accanto sarà la tua morte.
Mentre l’amore si frantuma in mille pezzi.
Mentre una risata vi seppellisce.
Mentre una pioggia senza fine.
Mentre la Vita e la Morte si invidiano.
Mentre chiunque non esiste.
Mentre una lama scintilla nell’oscurità.
Mentre accade tutto questo, c’è una meraviglia esplosiva dentro un cuore che non smette di inventarsi. Ed è quanto a lui basta per essere felice nel mentre.






Quel cuore tempestato di mostri, costellato di tormenti e assurdità, contornato di meraviglie e ossessioni, batte nel petto di Tiziano Sclavi.

Nessuno siamo perfetti è un film documentario di Giancarlo Soldi, che racconta l’amico Tiziano, attraverso le sue stesse parole (con un parallelo di due interviste – una di una decina d’anni prima, e parzialmente già nota, l’altra realizzata appositamente per il film), ma anche attraverso le parole di amici e collaboratori, che hanno accompagnato il suo percorso esistenziale e professionale.

Chi conosce Tiziano Sclavi sa che si tratta di una persona estremamente riservata. Forse non esiste nemmeno. Questo è ciò che sicuramente direbbe di lui uno dei suoi personaggi. Però è vero: l’inesistenza gli è sempre appartenuta. O meglio: l’insistenza dell’inesistenza. Chi ha letto Memorie dall’invisibile sa di cosa parlo.
I suoi libri contengono tutta la sua vita, e viceversa.
C’è l’inquietudine, assassina e buia (Apocalisse). Ci sono la depressione e la solitudine, che non lasciano scampo (Il tornado di valle Scuropasso). Ci sono l’ossessione, la vita quotidiana come gabbia, la follia dell’istante che si fa eterno e dell’eternità che dura un attimo (Nero.TreFilm). C’è la deforme mano della vita che ti accarezza (Mostri), e che ti dice «non ti preoccupare, andrà tutto bene», come il più dolce degli assassini. C’è l’ironia, che è forse, insieme all’amore, la sola vera arma per resistere a questa assurda e grottesca vita.
E la paura, onnipresente. Paura di tutti, soprattutto di ognuno. Del vicino di casa, di quei ragazzi laggiù («vedevo teppisti dappertutto»), dell’impiegato allo sportello, di quella ragazza così bella, dello specchio, del mondo, dei mondi, del tempo che passa e che non passa mai.
Come ogni pioggia.




Tiziano Sclavi è uno scrittore sopraffino.
Un autore per molti aspetti geniale. Ha scritto decine di romanzi, testi per l’infanzia, poesie, canzoni, ballate, filastrocche, fumetti. Ma il suo nome è indissolubilmente legato a quello della sua creatura più grande, potente e meravigliosa. Dylan Dog.

11.11.20

Recensione: "L'abominevole sposa" - Episodio speciale/film della serie Sherlock


Ad un certo punto, dopo 3 stagioni di Sherlock (la miniserie che sto vedendo) uscì un episodio speciale apparentemente a sè stante, assolutamente paragonabile ad un film. Tanto che uscì in tantissimi cinema (anche in Italia).
In realtà questo L'abominevole sposa - se non si è vista la serie - è solo un godibilissimo giallo gotico ambientato, a differenza della serie, nella vera epoca di Sherlock Holmes, a fine 800 (coff coff), veramente consigliabile a tutti.
Ma se si è vista la serie quest'opera diventa una vera e propria lezione di sceneggiatura, un film un'ora e mezza che nasconde dentro, camuffati, traslati, nascosti, elementi di tutti i 9 episodi che l'hanno preceduto.
Come saper scrivere.

Ho iniziato a vedere la serie Sherlock come "compagnia" in un periodo delicato.
Doveva essere solo uno scorrere di immagini piacevoli che mi si parava davanti.
Tanto che i primi 2/3 episodi li ho visti praticamente mentre facevo altro.
Eppure poi c'è stato un episodio talmente bello ed emozionante (ma emozionante proprio perchè questa serie racconta di un uomo senza emozioni) che poi, piano piano, ho iniziato a vedere tutti gli altri episodi con molta più attenzione.
Ma non siamo qui per parlare della serie, chissà se quando l'avrò finita avrò voglia di scriverci due righe, non lo so.
Sta di fatto che alla fine della terza stagione (ogni stagione ha solo 3 episodi) c'è stato un episodio speciale, questo L'abominevole sposa per l'appunto, che aveva le stimmate di un film a sè, tanto è vero che ha girato il mondo pure nei cinema, italia compresa.
L'ho visto e credo tranquillamente che posso dire di essermi trovato davanti ad una lezione di sceneggiatura, quasi un gioco - è vero - ma un gioco che è da considerarsi un gioiello di scrittura.
Attenzione, se non si sono visti i 9 episodi precedenti della serie sarà impossibile riconoscere questo capolavoro di sceneggiatura.
Ci si troverà davanti comunque a un gran bel film gotico/giallo, molto godibile, ma che presenterà degli elementi (decine e decine e decine) impossibili da individuare per chi non ha visto la serie.
Per chi l'ha vista, invece, soprattutto per chi l'ha vista "bene", L'abominevole sposa diventerà uno scrigno di perle continuo.
Questo perchè il film ha dentro tutti e 9 gli episodi che l'hanno preceduto.
Alcuni degli stessi personaggi (ovviamente Sherlock e Watson), quasi tutti gli stessi attori, alcune tematiche ma, soprattutto, ed è qui che nasce l'estasi dello spettatore più attento, una miriade di piccoli richiami, che possono essere solo una frase, un oggetto, un gesto, una dinamica, un rapporto, un luogo, qualsiasi cosa.
Si sono presi gli elementi di 9 episodi e si sono fusi in un unico film ma non in un modo rapsodico, disorganizzato e casuale, no, ma adattandoli ad una storia unica, coerente, granitica.
E non solo, si è andati pure oltre perchè Sherlock, la serie, è ambientata ai giorni nostri (questo la rende appetibile e a suo modo geniale)mentre il film ci racconterà le vicende dello Sherlock apparentemente originale, quello di fine 800. 
Ma, e qui la scrittura diventa davvero da scuola di cinema, capiremo che questa vicenda del 1890 in realtà è legatissima a quella del nostro presente, a quella della serie. Anzi, non solo, questo episodio diventerà un perfetto trait d'union tra l'episodio che lo ha preceduto, il nono, e quello che arriverà dopo, il decimo (o undicesimo se, appunto, possiamo considerare questo film come decimo).
E' difficile spiegarmi ma chi ha visto capirà.

6.11.20

Recensione "His House" - Su Netflix



Un horror inglese su Netflix bellissimo e coraggioso come pochi.
Si può prendere il dramma dei clandestini africani, dei naufragi dei barconi, e farci un film del terrore?
Evidentemente sì se ha una certa sensibilità ed onestà. 
La storia di Bol e Rial, due rifugiati sudanesi mandati a vivere in uno squallido quartiere di cemento inglese.
Nel naufragio che li ha portati sin dà persero la loro bimba.
E adesso, in quella nuova casa che non è ancora (e forse non sarà mai) la loro nuova casa, demoni del passato, sensi di colpa e mostri di chi non ce l'ha fatta iniziano ad uscire dalle pareti.
Forse i due hanno solo la colpa di essere sopravvissuti?

PRESENTI SPOILER DOPO ULTIMA IMMAGINE

Ogni tanto quando si dice "Meno male che non è americano" si usa un luogo comune anche troppo duro verso un cinema, quello statunitense appunto, che più di tutti gli altri ha scritto la storia di quest'arte.
Ricordo che questa frase l'avevo usata recentissimamente per Relic ma, scusate, devo riutilizzarla di nuovo.
Perchè il soggetto, coraggiosissimo, di questo nuovo horror Netflix nelle mani del 90% dei registi americani avrebbe portato o ad una retorica incredibile o ad una mancanza di coraggio che, invece, il cinema britannico (His House è inglese) ha sempre avuto.
Anzi, possiamo dire che il cinema britannico è quello di denuncia e d'impegno per definizione.
Se poi aggiungiamo che il regista del film è di colore allora abbiamo fato bingo, sappiamo che sia personalmente che come produzione il film è finito nelle mani giuste.
Ora, pensare di fare un horror su rifugiati africani in fuga da guerre e miserie, un horror sui barconi dei clandestini, un horror su una tematica così delicata io credo sia da pazzi.
Come si fa a strumentalizzare storie tanto dolorose in un film di paura?
Ma dov'è il rispetto?
C'era solo un modo per farlo, il modo in cui l'ha fatto His House, ovvero attraverso una sceneggiatura molto complessa, scomoda, una sceneggiatura che ha il coraggio di dare anche la colpa agli ultimi, non fare passare i clandestini come vittime sacrificali ma, anzi, intraprendere un discorso umano e culturale incredibile che scuoterà lo spettatore.


Bol e Rial sono due rifugiati fuggiti dal Sudan e, dopo il naufragio del loro barcone, ritrovatisi in Inghilterra.
Nel naufragio hanno perso la loro piccola bimba.
Sono tenuti in una specie di "carcere" ma un giorno vengono rilasciati e viene offerto loro un periodo di prova in un alloggio. Hanno l'obbligo di andare a mettere firme, non possono lavorare, non possono invitare persone e altre regole del genere. Insomma, una specie di arresti domiciliari con la speranza che poi la loro posizione venga regolarizzata.
Il quartiere dove vengono portati è terribile, un mostro di cemento e sporcizia.
La casa è grande ma sporchissima, cade a pezzi, porte cadute e luce che non funziona.
Ma, specialmente Bol, vuole che questa diventi la sua nuova casa (attenzione, il concetto di "casa" è basilare). Lui cerca di adattarsi al popolo inglese mentre sua moglie Rial non ce la fa, la sua "africanità" è troppo forte e radicata.
Ma, piano piano, dalle pareti della casa iniziano a venire strani rumori...

Allora, ci tengo subito a parlare di aspetti che per me, lo sapete, sono un pochino marginali rispetto al significato.
E dico già da ora che la lettura politica del film, senz'altro importantissima, la lascio come al solito a chi ha più competenze si me.

30.10.20

Recensione: "Megan is missing"


Continuiamo con queste mie notti nell'horror, a caccia di spunti da dare anche a voi.
E mi imbatto in un titolo che mi gravita intorno da anni, Megan is missing.
Purtroppo mi metto a vederlo non sapendo niente di quello che vi avrei trovato dentro.
Una volta ricercavo questi film, adesso mi fanno male.
La storia di due 14enni, grandissime amiche, una disinibita, tutta sesso e droga (per dei traumi e dolori interni giganteschi), l'altra dolcissima e timida.
Un giorno Megan, la prima delle due, sparisce.
Aveva conosciuto online una persona, Amy lo sa e prova così a cercare di capire cosa le sia successo.
Un mockumentary (anzi, un found footage) che per un'ora non andrà oltre un mood drammatico o sottilmente inquietante.
Poi arriveranno gli ultimi 20 minuti.
E faranno male, troppo male.

PRESENTI SPOILER NELLA SECONDA PARTE


Non sono più abituato.
Non son più abituato a film così.
Anni fa avevo una rubrica qua sul blog, si chiamava Horror Underground (la trovate sotto al titolo del blog).
Siccome all'epoca c'erano pochi spazi che parlassero di film non distribuiti pensai di creare sto spazio dove recensire horror "estremi", poco conosciuti e mai distribuiti.
Poi la interruppi, anche se tantissime volte mi hanno chiesto di riaprirla.
E' che mi sono sempre più allontanato dall'horror disturbante e poi mi ero anche impigrito, anche quando vedevo film che potevano rientrare nella rubrica non avevo voglia di...metterli in rubrica.
Per capirsi di "horror underground" ce ne sono stati altri dopo la chiusura dello spazio, ma non li ho archiviati in quello spazio.
Tutto sto pallosissimo prologo per dire che Megan is missing era un titolo PERFETTO per la rubrica. Piccolo, poco conosciuto, non distribuito e molto molto scioccante.
Il fatto che mi sia allontanato da questi film è perchè si cresce, si ha sempre meno voglia di provare certe visioni, poi a volte capita anche di diventar padri e niente, si cerca altro.
Comuque c'è poco da fare, non sapevo niente del film e quindi l'ho visto.
Attenzione, non pensiate che sia così estremo, per alcuni di voi sarà acqua di rose, però è giusto avvertire chi invece non è avvezzo a certe visioni.

Megan e Amy sono due amiche quattordicenni (ecco, anche il fatto che il film racconti cose che accadono a questa età, avendo una figlia di 13 anni, è stato terribile).
La prima è disinibita, già esperta sessualmente, vogliosa di sballarsi ogni volta che può.


La seconda è una dolcissima adolescente, scansata da tutti per i suoi buoni principi.
Le due, però, anche se così opposte, hanno un'amicizia straordinaria, restituita benissimo allo spettatore tra l'altro.
In realtà, come spesso accade nel caso di ragazze che non si proteggono a quell'età, Megan ha alle sue spalle traumi terribili, un padre andato via, un patrigno che l'ha abusata, una madre che non la ama e che addirittura, per non perdere il nuovo compagno, nemmeno l'ha mai difesa.
Insomma, il background perfetto per diventare una ragazza incapace di proteggersi e volersi bene.
Credo che questo film, IMPOSSIBILE da consigliare alla visione alle adolescenti, sia invece un film importante da vedere per chi, quelle adolescenti, deve proteggerle ed amarle.
Niente che non si sappia già eh, si sa come a 13-14 anni ci si possa imbattere già nel sesso sbagliato e avvilente, nelle droghe, nel bere e nel distruggersi.
O nel conoscere in chat persone che possono manipolarti e farti male.
Però vedere questo film di un'ora e 20 in cui tutti questi pericoli sono così ben evidenziati e portano a conseguenze così devastanti, non dico sia un insegnamento, ma una di quelle opere che ci costringe a pensare, a riflettere, a stare alla guardia, a provare ad insegnare valori e, inutile dirlo, a sperare che quello che vediamo non accada a chi vogliamo bene.

Più volte in questo blog ho parlato di limiti etici da superare o no. Più che di limiti etici oggettivi ho sempre parlato di quelli personali, ovvero quei famosi punti di rottura che ognuno di noi può avere su certi argomenti.
Questo film mi ha portato a riflettere su questo ma alla fine quello che mi ha "insegnato" e che ha avuto il coraggio di mostrare in maniera così radicale ha vinto sulla repulsione e la possibile immoralità di quello che mi mostrava.

Ancora non l'ho detto, ma Megan is missing è un mockumentary. In realtà più che finto documentario dovremmo parlare di found footage, visto che tutto il film è montato sui filmati che sono stati ritrovati nei vari cellulari o telecamere delle ragazze (e anche di altri).
Quasi tutta la prima parte è incentrata su videochiamate, chat, telecamerine che riprendono feste.
Dialoghi semplici tra ragazze perlopiù, anche se si inizia già a provare un certo fastidio, specie quando Megan racconta il suo primo rapporto orale per filo e per segno (avuto a 10 anni, ma diretta conseguenza di tutto quello che ha passato prima).
Uno spettatore superficiale può trovare Megan irritante ma è invece, tra le due, la ragazze più vittima e fragile, quella che ha più bisogno d'amore.
Poi Megan conosce un ragazzo in chat, si "innamora" di lui (anche se questo con la scusa della telecamera rotta non si fa mai vedere) e accetta di vederlo.
Scomparirà.
Amy cercherà di trovarla in tutti i modi.
Ma scomparirà anche lei.


Per circa un'ora Megan is missing sarà "solo" un discreto mockumentary, interessante più per i pericoli di cui parla (attenzione, siamo nel 2011, non è che a quell'epoca eravamo bombardati su questi argomenti) che per il suo effettivo valore.
Anzi, chi non sopporta la tecnica cinematografica e narrativa usata faticherà ad andare avanti.
Poi quando Megan conosce "Josh" capiamo che stiamo entrando nel punto di svolta.
E avremo finalmente cose diverse e che funzionano come i reportage televisivi (da vomito, specie quando fanno la ricostruzione del rapimento con gli effetti sonori) e il filmato reale del rapimento, abbastanza sobrio, non tanto inquietante, ma comunque una spia dei possibili sviluppi.
Siamo portati ad amare Amy incondizionatamente, ragazza veramente dolcissima e bersaglio di umiliazione da parte di tutti.
Quello che poi vedremo nei 20 minuti finali sarà devastante anche e soprattutto per l'empatia che avevamo raggiunto co st'angelo di ragazza.
Ma nell'ultima mezz'ora un film che sembrava "per tutti" diventa per pochissimi.
Prima quell'uomo che vediamo nello sfondo del parco naturale, in cima alle scale.
Poi quelle due maledette foto di Megan che ci vengono sbattute in faccia all'improvviso, senza alcun senso, praticamente uno spoiler di tutto quello che vedremo dopo.
E poi niente, gli ultimi 22 minuti.
Si fatica, tanto, si fatica perchè sto stronzo de regista oltre ad essere, appunto, uno stronzo, riesce ad azzeccare tutto. 
La location (una specie di cantina/catacomba), le inquadrature (sia quelle in movimento che a telecamera appoggiata), le azioni (farla mangiare come un cane o quello stupro che ti ammazza), l'empatia (lei e il suo rapporto con l'orsacchiotto, lei e tutti quei "ti amo" nel finale per salvarsi), i tempi (i 10 minuti SOLO sullo scavo della fossa portano lo spettatore ad un livello di disagio incredibile), le immagini shock (quei due secondi che vediamo dentro al bidone vanno nella top ten delle immagini horror di questi nostri anni).
Ventidue minuti "perfettamente terribili" che non si dimenticheranno mai.
Come dicevo l'altro ieri per Dancer in the dark poi diventa dura dirsi "è solo un film".
No, ste cose accadono, e solo il fatto che non possiamo saperle e, soprattutto, vederle, ci fa portare avanti le nostre vite in maniera falsamente tranquilla.
Non riesco nemmeno a dire quello che si prova in quegli ultimi 10 minuti, con la voce di Amy dentro in barile.
Nei titoli di coda due meravigliose amiche parlano tra loro, scherzano, discutono del loro futuro.
Due bambine sembrano, innocenti, spensierate, pure.
"Un giorno troveremo l'uomo giusto" dicono alla fine.
Brividi

29.10.20

Recensione: "Relic" (2020)

 

Se in questi giorni di semi lockdown avete bisogno di un horror per passare una notte, soli o in compagnia, Relic fa per voi.
Un horror che sembra solo tale per almeno un'ora per poi rivelare un'anima bellissima, che porterà ad un finale, per quanto mi riguarda, da pelle d'oca.
Uno di quei film, come Babadook, come The Orphanage, in cui piano piano viene fuori un lato umano così importante da commuovere.
Tutto questo senza aver paura di usare clichè, mostrarsi per quasi tutto il tempo come un qualcosa di visto e rivisto.
Non piacerà a chi ama gli horror da sala ma sono sicuro che sarà amato da chi ha voglia di riflettere e "capire" cosa si nasconda sotto le terrifiche spoglie del genere.

NELLA SECONDA PARTE, DOPO LA SECONDA FOTO, FORNISCO LA MIA INTERPRETAZIONE, NON LEGGETE SE NON AVETE VISTO

 Finalmente.
Era da tanto che speravo di trovare un horror di quelli che piacciono a me, ovvero quelli che usano il genere per riuscire a parlare d'altro, quelli che riescono ad andare in profondità.
Lo dico da subito, pur non raggiungendo lo stesso livello questo Relic mi ha riportato, specialmente con lo straordinario finale, a quelle emozioni che mi hanno regalato capolavori come Babadook e The Orphanage.
Sono quegli horror dove, piano piano, il lato umano viene sempre più fuori, in maniera morbida, sussurrata, per poi ucciderti nel finale.
Mi piace accomunare Relic a questi altri due titoli anche perchè tutti e 3, per l'intera loro durata, sono horror puri, pieni anche di clichè, se ne sbattono dell'originalità oppure di privilegiare una loro parte solo drammatica per usare completamente il genere, abusarne persino, farti credere che sono solo film del terrore e poi svelare la propria anima.
Non è nemmeno un caso che nessuno dei 3 film citati sia americano, uno europeo e due australiani. E' evidente come quasi sempre solo le filmografie fuori dagli Usa sappiano sfornare horror che sono anche puri sì, ma spogli di tutte le regoline hollywoodiane, quelle delle colonne sonore martellanti (in Relic non c'è nemmeno colonna sonora), dei jump scares furbi e delle sceneggiature poco coraggiose.
Ecco, film come questi che ho citato non sono solo belli, ma coraggiosi.


Nel prologo, bello, vediamo una casa che si riempie d'acqua e una vecchia sola il giorno di Natale. Alla luce del finale prologo straordinario.
Poi scopriamo che quella stessa anziana è sparita da giorni e allora figlia e nipote tornano a casa sua per cercarla.
Non la trovano ma, poi, dopo qualche giorno, la stessa vecchia tornerà da sola.
Ma è diversa, alterna momenti di lucidità ad altri di pazzia, alcuni di affetto e altri di odio verso figlia e nipote.


Nel finale potremo dare una lettura. Quella che c'ho visto io mi ha emozionato moltissimo e mi ha richiamato un altro horror quasi sconosciuto che batteva una strada simile, The last will and testament of Rosamund Leigh.

Relic è un film d'atmosfera. Una sola casa, praticamente 3 soli attori, una vicenda scarnissima, tanto che possiamo parlare di un film con una sceneggiatura spoglia come poche, che però ha il grandissimo pregio di sapere dove volere arrivare, con pochissimi elementi.
Gli spettatori degli horror da sala rischieranno di trovarlo tremendamente noioso, questo è giusto dirlo. Succede veramente poco, le scene si somigliano, i jump scares sono praticamente inesistenti, abbondano silenzi e dialoghi.
Non sto dicendo che sia un horror d'autore (lo diventa nel finale) ma un film tremendamente calato nel genere che, però, preferisce l'atmosfera alla spettacolarità.
E, in effetti, la prima ora passa molto bene ma qualche momento di stanca c'è e ad un certo punto arriva la sensazione che "ok, ma se è tutto così è solo un compito ben fatto, niente di più".
No, non sarà tutto così.
Innegabile notare che il personaggio dell'anziana, per stare nel cinema recente, richiami tantissimo quella del superbo The Visit, non solo nelle fattezze ma anche nelle azioni e in questo nostro non riuscire a capire cos'abbia in testa.
Altro punto a favore del film è la sensazione di non sapere dove si andrà a parare, tra la paura che si resterà sempre lì e la curiosità che un soggetto del genere possa diventare da un momento all'altro qualcosa di diverso.
La regia è bella, molto bella, capace di muoversi negli spazi, usare inquadrature perfette per il genere (quelle per cui ti dici "oddio, sta per accadere qualcosa") ma restare al contempo abbastanza sobria (la mano che ci sta dietro è controllata, sa usare i tempi e non ha paura degli horror vacui).
Si va avanti abbastanza rapiti ma, come dicevo, anche preoccupati che non avvenga mai il cambio di marcia.
Abbiamo molte suggestioni, come quella muffa che invade tutto, quell'incubo ricorrente della casa nel bosco, quella presenza che ogni tanto vediamo girare per casa.
Poi il film decolla.
Prima con le splendide scene della nipote persa in quella sorta di "casa dentro la casa", quasi un'altra dimensione, con i corridoi che cambiano, le mura che si restringono e questa sensazione di oppressione e di non avere una via d'uscita (che potremmo collegare alla lettura che darò).



Ad un certo punto ho creduto che fosse un film sull'Alzhaimer, sul progressivo perdere i ricordi e dimenticare chi si è. Non che questa lettura non possa entrarci ma quella secondo me principale è che Relic è un magnifico film horror metafora della solitudine.
Una di quelle solitudini così assolute che ormai non può più essere guarita.
E allora rimettiamo insieme i pezzi, ripensiamo a quell'incipit con lei sola a Natale, con quelle frasi della Morrtimer alla polizia di non sentire la madre da settimane, con tutti quegli oggetti, quei ricordi, ammassati per casa.
Questo è Relic, la storia di una vecchia che si è sentita abbandonata, che ha preferito nascondere e ammassare tutti i ricordi e abbandonarsi alla solitudine, accettare di morire così.
Tutta quella muffa è la stessa solitudine che piano piano si prende tutto, anche la stessa pelle dell'anziana.
E l'arrivo di figlia e nipote è ormai tardivo, ormai l'anziana è "depressa di solitudine", niente può salvarla, tanto che ad un certo punto si dice anche che quelle due persone non siano realmente figlia e nipote ma si fingano tali, perchè ormai non si accetta nemmeno di poter guarire, di credere di vivere i propri giorni rimasti nell'affetto dei cari.
Ci saranno tante scene inquietanti (il film per me spaventa più di tantissimi horror celebrati) come la lavatrice, la vecchia che urla, lei che striscia.
Ma nel finale, da pelle d'oca (mai avrei pensato di emozionarmi così una volta cominciato il film) è devastante per quanto bello.
Quella vecchia sta diventando apparentemente un mostro, il livello horror è massimo.
Ma in realtà no, sta semplicemente ultimando il suo processo, la sua morte di solitudine (struggente quel post-it finale "Sono sola?").
Non ci si può più fare niente, quando un vecchio si abbandona è quasi impossibile recuperarlo.
E la figlia ad un certo punto capisce tutto, non deve scappare, non c'è mai stato bisogno di scappare, bisognava solo accompagnare alla morte la propria madre.
Vi giuro che vederla abbracciare la vecchia, accarezzarla, toglierle la pelle e i capelli piano piano mi ha ammazzato.
E quello scheletro umano che resta non è altro che l'immagine, potentissima, di un corpo morto solo, essiccato, ridotto all'essenza.
Un corpo che malgrado stia morendo sente probabilmente quell'amore finale e può abbandonarsi ad una morte sì terribile ma capace di sentire quel minimo calore, quell'affetto, anche se così tardivo.
Un film che diventa simbolo di tutti quegli anziani abbandonati e che, i più fortunati, riescono a ricevere affetto solo nei momenti finali, dopo ultimi mesi o anni di completa solitudine in cui, ormai, si sono lasciati morire, si sono lasciati raggiungere dalla muffa del vuoto e del silenzio.
Una nonna, una figlia e una nipote sono stese sul letto, 3 generazioni.
Un'ultima immagine da brividi, bellissima e terribile insieme.

7.5

28.10.20

Recensione: "Dancer in the dark"

 

Selma danza.
Non bene, chè il regista teatrale non vorrebbe nemmeno farla recitare.
Ma Selma danza lo stesso.
Selma canta.
In fabbrica.
Selma canta in fabbrica perchè, lo dice lei stessa, "con me tutto diventa musica".
Gli stessi rumori dei macchinari - rumori dei macchinari che conosco molto bene - con lei non sono martellanti e fastidiosi, ma diventano armonici, diventano musica.
Selma, per un curioso caso che solo la lingua italiana può avere, è Ceca, immigrata dalla Cecoslovacchia negli Stati Uniti, ma sta diventando anche cieca, un giorno non ci vedrà più.
E' una tara genetica, l'hanno avuta nella sua famiglia e l'avrà anche suo figlio.
Per questo Selma lavora continuamente, per salvare il figlio con un'operazione.
Selma ha persone che le vogliono bene, come la splendida amica Kathy o Jeff, uomo buono e non tanto intelligente, innamorato di lei.
Jeff che non capisce i musical e le chiede perchè nei musical la gente comincia improvvisamente a cantare e danzare senza un motivo.
"Io nella vita non comincio improvvisamente a cantare e danzare"
le dice.
Ma lo dice alla persona sbagliata, perchè Selma quello invece riesce sempre a fare, cantare e danzare qualsiasi cosa le accada.

Ma il mondo intorno per lei comincia a diventare sempre più buio, sempre più oscuro, quel mondo che vedeva così luminoso e 
grande
adesso
comincia
piano piano
a
scomparire


Selma entra nell'oscurità, Selma diventa Dancer in the dark.
Con una umiltà e dignità pazzesche accetta di rinunciare al suo teatro, accetta di rinunciare al suo lavoro.
Senza un lamento, senza far sentire in colpa nessuno.
Ma Selma è contenta lo stesso e lo dice nel modo più meraviglioso possibile, in un pezzo di cinema e musica che raramente sarà eguagliato.

Il rumore del treno diventa musica.
Bjork comincia a cantare I've seen it all, Ho visto tutto.
E i 5 minuti a cui assisteremo solo un privilegio che Trier ci ha regalato.
La voce straordinaria di lei, la musica, un testo impressionante, quello che racconta la gioia di aver già visto e vissuto quello che basta, non ci sono luoghi o edifici ancora da vedere se il nostro cuore è già pieno di quello che ha vissuto, nessuna meraviglia degli occhi può sostituire una gioia dell'anima.
Si fa fatica a trovare qualcosa di più bello e commovente.
Meglio fermarsi, e rivederlo, e riascoltarlo ancora.


Poi, appena dopo, ci sarà la scena più terribile.
Il furto, l'omicidio, il pianto.
E anche qui la sua coscienza diventerà musica, in un altro pezzo che non è solo un pezzo, ma è una sceneggiatura, un intero dialogo trasformato in musica.
Selma chiede scusa a Bill ma sa perfettamente che quello che ha fatto è quello che doveva fare per salvare il suo bambino.
E anche il terribile Bill e sua moglie, nel brano, la rassicurano che ha fatto la cosa giusta.
Difficile raccontare in maniera più grandiosa quello che è nella testa di Selma in quel momento.

"Il tempo necessario ad una lacrima per cadere
ad un cuore per perdere un battito
ad un serpente per mutare la pelle
ad una rosa per crescere una spina
E' tutto il tempo che è necessario
Perdonami"

Faccio davvero fatica, ogni volta, a capire chi riesce a criticare Trier. Più vedo e rivedo i suoi film più mi appare evidente come certe opere siano capolavori assoluti, cinematografici, di scrittura, di profondità, di importanza. E' veramente imbarazzante e intellettualmente povero vedere che certi giudizi abbiano alla base un odio verso le tematiche che Trier affronta, un odio verso Trier stesso, un sarcasmo verso ciò che racconta. Lo si ritiene un regista "mostruoso" ma mostruoso è solo l'atteggiamento che si ha verso di lui.

Si va al processo, forse a livello morale la parte del film che fa più male.
Ma ancora una volta Selma riesce a trasformare le bugie e le umiliazioni in musica.
Un altro pezzo immenso in un film che, per quanto mi riguarda, ha la colonna sonora più emozionante di sempre.

"Ed io ci sarò sempre a prenderti
ci sarò sempre a prenderti
ci sarò sempre a prenderti
se dovessi cadere"

Siamo quasi alla fine.
E la fine in questo film così spietato non poteva essere che quella.
Selma soffre in carcere perchè "c'è troppo silenzio", nessun rumore, nessun suono, niente che possa aiutarla in quella magia che riesce a fare, trasformare le difficoltà e il dolore in musica. 
Selma resiste a tutto, ha sempre resistito a tutto nella vita, ma non al silenzio.
Poi sente lontani canti del carcere, e inizia così a cantare. Ma per la prima volta lo fa a cappella, la vita non si trasforma in un musical, la magia non avviene, l'antidoto al veleno del dolore non funziona.

(Bjork Dio)

Potrebbe provare a salvarsi ma non lo fa, suo figlio è più importante.
Poco prima di andare a morire Selma riceverà un ti amo, forse il primo avuto in vita.
Da Jeff, l'uomo buono.
Poi solo 107 passi la separano dalla fine.
Ma questa volta ci sono dei rumori, la guardia carceraria l'aiuta a sentirli.
Sono dei passi, passi che avvicinano Selma alla morte ma anche passi di danza.
Da sempre la danza è basata sui passi, sul numero di essi, sul loro ritmo.
E questi passi verso la fine diventeranno l'ultimo ballo di Selma, l'ultima volta che la ragazza riuscirà ad isolarsi nel suo mondo magico, quello che lo protegge dalla realtà.
Poi gli ultimi 10 minuti si fanno fatica a reggere.
Selma è disperata, Selma non vuole il cappuccio nero perchè non respira, non perchè non ci vede, lei che tanto nell'oscurità ci sta comunque.
Poi il pensiero del figlio la rasserena.
E ci regala l'ultima canzone, the Last Song, un inno alla vita durante la morte.
Poi cade giù e anche se le era stato promesso che ci sarebbe sempre stato qualcuno quando lei fosse caduta, stavolta non c'è nessuno.

Tante volte ci chiedono perchè piangiamo con i film. 
"Sono solo film, non è reale"
Ed è vero, infatti poi ci passa.
Eppure a volte ci capitano film come questi.
E ti sembra che quello lì non sia un personaggio di finzione ma un simbolo.
Un simbolo dei buoni, del candore, della purezza, dell'ingenuità e dell'innocenza.
Un simbolo barbaramente ucciso.
E allora piangi perchè ti senti in qualche modo in colpa per chi è come lei.
E resti impietrito, incapace di muoverti, il dolore ti paralizza.
Lei, invece, avrebbe danzato



26.10.20

Recensioni: "Nell'erba alta" e "Leatherface" - Due al prezzo di uno

Torno a recensire con due film, due horror o simili, come minacciato.
Lo dico subito, poteva andar meglio (in realtà vedo horror per passare il tempo, non per forza per trovarne di belli).
Il primo è discreto, Nell'erba alta, tratto da un King recente.
Soggetto interessantissimo e metaforico, prima parte quasi eccellente, ma poi il plot tra incoerenze e semplificazioni perde del tutto quella potenza metaforica di cui sopra.

Il secondo è il prequel di Non aprite quella porta, "Leatherface" (sì, ne avevano già fatto uno ma non del vero capostipite, spiego dentro meglio), girato dai registi de A L'Interieur.
Banalotto, bruttino, un tentativo di mostrarci Leatherface come un bravo ragazzo (e pure bello) rovinato dagli eventi, diventato mostro per troppo dolore.
Magari le intenzioni erano interessanti, ma il film è veramente poca cosa. In ogni caso da vedere per i malati della saga

Fino all'Università (cominciata addirittura a 26 anni, per puro piacere) ero un lettore di King straordinario. Anzi, potremmo dire che fossi il Lettore numero 1 del Re (alla Misery insomma), magari a parimerito con tantissime altre persone certo, ma sempre numero 1.
Questo perchè, se non sbaglio, avevo letto TUTTI i suoi romanzi scritti fino a quel momento (diciamo 2003)..
Poi Lettere all'Università mi ha fatto virare strada, scoprire tanti percorsi nuovi e non sono più tornato da quel mio amore giovanile.
Insomma, sono 15-16 anni che non frequento King.
Non solo mi son perso almeno 20 romanzi ma anche tantissimi film (o miniserie) derivati da essi (recentemente mi ricordo però il bellissimo Il Gioco di Gerald, quello che per me rimane il miglior film di Flanagan).
Lo ritrovo adesso, quasi per caso, con questo Nell'erba alta.
Allora, siccome vorrei scrivere recensioni leggermente più corte lo dico subito. Il soggetto di questo film (quindi, presumo, del romanzo) poteva esse davvero tanta roba, metaforico come pochi e interessantissimo. Ma nella pellicola tutte le premesse o vanno in vacca oppure sono trattate superficialmente oppure si perdono qua e là risultando davvero poco potenti. Non so se nel libro accadeva questo ma qui si recensisce il film.
Alla regia addirittura Vincenzo Natali, di cui vidi soltanto il suo folgorante debutto, il cult Cube (e non "The Cube" come credevo) senza poi frequentarlo mai più.
E che mi ritrovo? una specie di Cube campestre, con 5 personaggi che si ritrovano in un luogo - in questo caso un campo di erba altissima - dal quale non riescono più ad uscire.
Il film è discreto, per più minuti ti dà anche l'illusione di poter diventare ottimo, proprio quando speri che la metafora che si sta formando diventi sempre più interessante.
Perchè quelle persone non riescono ad uscire? Cosa rappresenta quel luogo? E quella Pietra Nera? ecco, il film ha il grandissimo merito di tenerti per almeno 40 minuti con la soglia dell'attenzione molto alta, specie perchè non sai assolutamente dove andrà a parare, nemmeno come genere.
Poi, però, tutto inizia ad essere debole, incoerente, poco interessante, e quella simbologia di cui sopra va a farsi fottere, tanto che, io che volevo spendere belle parole per interpretarla, mi trovo quasi svogliato a farlo.
Sicuramente quello è un luogo dove si incontra sè stessi, dove ad esempio lei capisce la bellezza di esser madre, dove probabilmente chi rimane dentro ci resta per espiare delle colpe troppo forti (non a caso restano dentro i due che uccidono o che comunque aveva grosse colpe alle spalle). Sì, ok, ma io di solito co ste metafore mi emoziono, qui l'ho trovate appiccicate solo per dare autorialità.
Tra l'altro in questa lettura non si capisce perchè non esca fuori anche la madre del figlio, lei così vittima innocente, lei non costretta quindi a diventare tutt'uno con l'erba, con quel luogo.
Forse però l'insegnamento più grande del film è quello dello "stare insieme", del non abbandonarsi mai, ma anche qua bellissime premesse portano a risultati incoerenti, confusi ed annacquati.
Ci sono bellissime riprese dall'alto, c'è un luogo suggestivo e usato alla grande (anche se alla lunga stanca), ci sono un paio di sequenze stupende (quella dentro la goccia di pioggia è da infarto), c'è un iniziale uso dei paradossi temporali molto accattivante ma che poi risulta confuso e fastidioso (consiglio a tutti il film Triangle, lì sì abbiamo una cosa simile resa al top), ci sono un paio di attori buoni e, in generale, si arriva alla fine abbastanza bene.
Ma i difetti son tanti, in primis la sceneggiatura come dicevo. Per non parlare di terribili inserti di computer grafica (gli incubi di lei) e vicende messe lì totalmente a caso (la Chiesa, quegli adepti con le maschere, tutti elementi non sviluppati).
Nel finale lui che riesce a salvare tutti gli altri sacrificandosi e sdraiandosi a terra è IDENTICO, sia come significato che come scena, al finale per eccellenza della storia delle serie tv, quello di Lost.
In definitiva un discreto film che butta al macero una grandissima occasione per essere notevole


Per prima cosa mi viene da dire "che casino...".
Ora, io non sono certo un esperto della saga del Texas Chainsaw Massacre ma non sono nemmeno l'ultimo arrivato dato che li ho visti più o meno tutti e che considero Leatherface uno dei 3 cattivi-mostri più belli della storia dell'horror.
Però, lo ammetto, mi son dovuto fiondare su wikipedia per rimettere insieme i pezzi. Questo perchè ricordavo già un prequel, "Non aprite quella porta - L'inizio", e quindi ritrovarmene un altro mi ha un pelo confuso.
Poi ho capito che quello là era il prequel del remake di Non aprite quella porta, il film per capirsi in cui c'era la Biel (film che adoro e che per me rimane il secondo migliore su 8 della saga, anche se la critica l'ha ammazzato).
Mentre questo qua, "Leatherface", è in realtà il "vero" prequel, visto che il film di Nispel era da considerarsi più un reboot che non rispettava l'originale (basta dire che il cognome della famiglia nel remake di Nispel - e qundi relativo prequel - era Hewitt mentre nell'originale è Sawyer, cognome mantenuto in questo Leatherface. Ma anche i personaggi creati da Nispel erano praticamente tutti diversi rispetto all'originale, tranne ovviamente l'irrinunciabile Leatherface).
Insomma, avete capito no?

Io sì ma non ho più voglia di spiegare.
Ecco, alla regia hanno scelto Baustillo-Maury, la coppia francese che giro il supercult A L'interieur.
Tutti lo adorano anche se io continuo a pensare che il loro miglior film sia il misconosciuto Livide, pellicola che se non fosse per qualche macrodifetto nel secondo tempo sarebbe stata veramente magnifica.
Ecco, magari non tutti saranno concordi sul loro miglior film ma sono sicuro che tutti concordiamo sul loro peggiore.
Che è questo qua.
Leatherface.
Qual è la cosa più sconvolgente del film?
Scoprire che Leatherface era piccolino, BUONO e BELLO. Ok sì, mezzo psicopatico perchè comunque cresciuto in una famiglia che per pasto magna le persone ma, a parte questo, un ragazzo di grandissima umanità, capace di profonda empatia e tanto bisognoso d'amore.
Nel prologo lo vediamo bambino venire arrestato insieme ad altri suoi due fratelli (la loro famiglia ammazza gente continuamente). I due più piccoli finiscono in un "riformatorio/casa di cura" per minori.
Tutta la prima mezz'ora si svolgerà lì, poi i due, insieme ad altri due pazzi - quelli sì pazzi davvero - approfitteranno di una rivolta nel manicomio per scappare. Da lì ci sarà una grandissima scia di sangue e il nostro ragazzo bello e buono si trasformerà, sia fisicamente (sfregio al viso) sia psicologicamente (diventerà cattivo per troppo dolore) nel Leatherface che conosciamo (10 minuti di film se va bene).
Allora, funziona poco e niente.
Creare questo background del, scioglilingua, "nostro mostro" magari ce lo rende più umano ma, secondo me, lo rovina anche.
Io lo adoro proprio perchè mi sembra un bambinone pazzo, non un ragazzo buono stravolto dal dolore.
Tra l'altro ho sempre visto molta sofferenza e umanità in Leatherface, si intravede lo stesso, scrivere una storia così secondo me non ha senso.
Detto questo il film è comunque banalotto e innocuo nel plot, prevedibile, a tratti noioso, e troppo "fuori" dalle atmosfere dei Non aprite quella porta.
Attori sufficienti, regia discreta, qualche bella scena (il topo in bocca, il massacro al bar - scena presa da Pulp Fiction credo - , e soprattutto l'unica scena veramente malata e sporca del film, l'unica che ci riporta alle atmosfere della saga, ovvero quella del sesso vicino al cadavere). Tra l'altro lei, la bionda, è forse il personaggio più riuscito sia perchè solo col corpo sa raccontare una storia (è tutta bruciata quando si spoglia) sia perchè - ed è l'unica - avrebbe potuto trovare un posto nei migliori episodi del franchise.
Qualche scena ridicola (i 3 nascosti dentro una mucca, ahahah, quando soltanto l'obeso era il doppio dell'animale), qualche scelta assurda di casting (Dorff che sull'incipit ha 20 anni più della figlia? mah...), macelleria qua e là anche ben fatta ma mai "fastidiosa" (il malato di cui sopra) per un film che è un compitino filologico (voler mostrare le VERE origini di Leatherface) ma che si rivela semplicemente un tentativo di far soldi con una saga ormai satura

5/5.5