21.7.19

Recensione: "Behemoth" - BuioDoc (41) - Perle d'Oriente


Film documentario cinese gigantesco.
Behemoth è lo straordinario viaggio in una immensa miniera di carbone in Mongolia.
Viaggio, sì, perchè, con chiari riferimenti a Dante, questo film racconta un inumano, terribile e quasi struggente itinerario, dall'Inferno della miniera a un Paradiso finto e artificiale (non vi svelo nulla, il finale è grandioso).
Immagini mozzafiato, nessuna parola se non quella di un narratore "spirituale" che rimpiange quello che un giorno eravamo.
Non cinema degli ultimi, ma degli ultimissimi.
Impressionante


Schermo completamente rosso.
Un rosso vivissimo, sembra di essere da Tarantino o Noè.
Poi quel rosso a tinta unita inizia a sfaldarsi, disfarsi, scoprirsi.
E diventa sempre più un fuoco, il fuoco accecante e assoluto di una fornace.
Giuseppe si sente gli occhi gonfi di lacrime, senza che in quel passaggio da rosso a realtà ci sia quasi alcun contenuto.
E' una commozione di bellezza, cinematografica, estetica.
Mi ritrovo a parlare da solo per 3 minuti, incredulo.
Non è che servisse questa sequenza da brividi per ergere questo documentario cinese a capolavoro.
Perchè Behemoth capolavoro lo è, perchè capolavori sono quei film a cui niente toglieresti, quelli che ti danno tantissimo, quelli che raccontano cose, quelli che completano un cerchio, quelli che hanno un'anima.
Documentario ho detto, ma Behemoth è qualcosa in più, è un immergere il reale in un'ampolla di poesia e disperazione, è un parlare di universo e di massimi sistemi ricercando quell'universo e quei massimi sistemi in volti e gesti piccolissimi, primordiali, antichi, umani un tempo, forse, ma inumani oggi.


Siamo in Mongolia, in una miniera di carbone immensa, che cerchi di scorgerne i confini in quelle montagne martoriate e ferite, ma in confini mica li trovi, quei profili dissestati sono ovunque.
Un incipit che ce ne ricorda un altro, di un film parimenti immenso, Il Sale della Terra.
Ad un certo punto scorgi un prato bellissimo con delle pecore, anche questo molto grande.
Molto presto capiremo però che quel prato un giorno era molto più grande di adesso, che quelle pecore hanno sempre meno spazio, che arriva sempre più terra da quelle miniere, che si stanno formando altre montagne che prima non c'erano, montagne di terra gettata dai camion.
C'è un uomo nudo.
Quell'uomo è l'unico che ci parla, in un film in cui vedremo tantissime persone senza che nessuna di esse dica mai una parola.
Un narratore che ci racconta di Noi, di quello che eravamo, di quello che abbiamo perduto.
Quest'uomo sogna e il suo sogno è come il sogno della Commedia di Dante, un percorso terribile che parte dall'Inferno delle miniere fino a un Paradiso che, vedremo nell'indimenticabile finale, è Paradiso solo artificiale, inutile, un luogo che è stato costruito solo grazie dalla dannazione esperita in Inferno e Purgatorio.
Purtroppo il sogno di quest'uomo puro è dura realtà, talmente reale che Behemoth, senza mai urlarlo contro, diventa film di denuncia.
Ma torniamo a quella miniera, quella miniera dove esplosioni aprono ferite fumanti nelle montagne, quelle montagne che noi uomini non avevamo il permesso di toccare perchè gli dei o i demoni ci hanno detto di non farlo.
E per quello qualcuno ha costruito una statua del Buddha, per alleviare la propria colpa, per scusarsi.
La miniera è davvero un inferno, e quei minatori davvero dannati.
Li vedi muover terra, buttar sassi, caricare camion della stessa terra, martellare, scavare.
Tutto è terra, tutto è polvere, tutto è sassi.
Intorno a loro un rumore incessante di trivelle, stridente, metallico.
Sì, un inferno, un inferno dove non ha nemmeno senso parlarsi, dove non c'è individualità, dove tutti gli accessori dell'esistenza sono messi da parte essiccati in mani e vanghe, nient'altro.

Ad un certo punto vediamo una carrellata laterale di un uomo a cavallo in controluce, sequenza di cui manco ti frega carpire lì per lì il significato tanta è la bellezza.
Poi un campo lunghissimo in cui vediamo decine di camion muoversi come fossero giocattolini d'infanzia, manovrati dalle mani del Behemoth forse, di questo immenso mostro che governa le montagne.
Non c'è tregua, ogni nuova sequenza è un'opera d'arte di cinema e uno struggente e insensato pezzo di vita reale.


Poi Zhao Liang ci porta ancora più nel cuore dell'inferno, facendoci entrare in un'ascensore che va giù, che va sempre più giù, che va troppo giù, che non ci si crede.
E vedi queste anime perse camminare al centro della terra, li segui in una passeggiata tra le rotaie.
Uff
Ogni tanto vediamo il nostro uomo nudo, ogni tanto sentiamo le sue parole, parole colte, malinconiche, altissime.
Quando lo vediamo lo schermo sembra frantumato, quasi un prisma, forse a simboleggiare quella condizione di un tempo che adesso non c'è più, frantumata come un vetro.
Appunto.
A volte vediamo scene di vita casalinga, la vita piccola e spoglia dei minatori.
In uno di questi quadretti c'è un cellulare, l'unico elemento che ci conferma che tutto quello che vediamo è adesso e ora.
Non c'è mai una parola, i minatori si tolgono dal viso lo sporco del lavoro dopo essersi già tolti la dignità, un bambino gioca a terra, si mangia qualcosa.
Poi quei volti arrivano, in primissimo piano.
Cinematograficamente siamo al grado zero, semplice inquadratura di volti.
Eppure, forse, viviamo qui le emozioni più grandi perchè capiamo che quegli automi sporchi di carbone che ripetono gesti millenari sono persone reali, siamo noi, persone reali con visi diversi uno dall'altro, personalità diverse, sogni diversi, tutti precipitati, i sogni dico, in una miniera.
In questa prima terribile parte gli unici elementi di vita paiono essere quella pianta solitaria che annaffia l'uomo - chè sembra quasi un'altra piantina indimenticabile, quella di Wall-E - e quel bimbo che gioca.
Lasciamo questa prima parte ricordando altre due sequenze impressionanti, le pecore che discendono la montagna e quella macchina da presa che, invece, risale, risale la fila infinita di camion che se ne vanno via dalla miniera per portare tutto quel carbone altrove.
Poi il rosso, poi la fornace.
In teoria questa terra di mezzo sarebbe il Purgatorio, eppure se esiste un fuoco infernale è questo qua, vivo, accecante, lavico.
E questi uomini che vestiti di niente stanno lì, a mezzo metro da questo Flegetonte, un fiume di fuoco che solo a sfiorarlo si brucerebbe per sempre.
Non ci si crede, magari è un documentario ricostruito, non può esser tutto vero.
Ancora una volta Zhao Liang ci farà vedere i volti, come fosse un provino.
Occhi che sbattono, sempre occhi che sbattono, fosse per la fatica, per la polvere, per il fuoco.
Ci saranno altre due inquadrature magnifiche, perchè questo documentario non è solo un capolavoro per il soggetto che ha scelto o la denuncia che porta avanti, ma anche un capolavoro di un regista che porta il cinema del visivo a livelli altissimi.
C'è una donna zoppa.
Sembra vicina al camioncino di suo marito.
Eppure la vediamo sulla sinistra fare scalini su scalini, sempre zoppicando, in un gioco di prospettive che sembra quasi un Escher.
Poi abbiamo il grigio assoluto.
E come accadde per il rosso anche questa volta il grigio si disperde e di mostra una strada, una casa.
Sembra un effetto, poi scopriremo che non lo è.
Perchè passa un camion, tira su polvere e torniamo al grigio assoluto.
Geniale.
Ok, il viaggio è completo, il lavoro dei minatori finito.
Adesso ci sono solo ospedali dove curarsi, ospedali dove morire, flebo e flaconcini neri pieni di polvere.
Ed eccoli i nostri dannati, eccoli a protestare contro il Governo, eccoli a chiedere un aiuto.
Non hanno voglia di gridare, non hanno forse nemmeno forza di gridare, non sono abituati a farlo, loro sono solo gli ultimi, anzi, gli ultimissimi, e chiedono nel silenzio un aiuto.
Ma Behemoth deve ancora finire il suo cerchio, completare il suo percorso, raccontarci la fine della storia.


Tutto quello che abbiamo visto, tutto quel lavoro inumano, tutta quella sofferenza porta a dei cerchi d'acciaio, cerchi d'acciaio che servono a costruire palazzi e città.
Palazzi e città dove si aggirano spazzini annoiati che raccolgono cartacce.
Il confronto tra loro e i minatori è stridente, incredibile.
Questo è il Paradiso che abbiamo scelto, il luogo dove voler vivere, la meta finale.
Ma è un Paradiso senza anime, vuoto, disabitato, fantasma, come le centinaia di metropoli fantasma della Cina.
Il cuore ci si spezza, ripensiamo ai nostri minatori e alle loro vite buttate in nome di NIENTE, di un paradiso vuoto e artificiale.
E così viene fuori veramente chi è il vero Behemoth, quel mostro gigantesco, il più grande di tutti.
Quel mostro siamo noi stessi, siamo quello che siamo diventati, siamo la nostra nuova natura.
L'uomo nudo si sveglia da quel sogno che non era un sogno.
L'uomo con lo specchio, invece, quell'uomo con lo specchio di cui mi ero dimenticato di parlarvi, si aggira ora per la città.
Forse quello specchio serve per ricordarci chi eravamo, per riconoscerci, quasi un portale col passato.
Sarà per quello che dietro quello specchio, riflessa su di esso, c'è quell'unica pianta, che diventa ancora più uguale a quella piantina del robottino triste che puliva la spazzatura.
Quella piantina di Wall-E, quella pianta di Behemoth, sono la nostra ultima speranza.
Sono l'ultima cosa che ci è rimasta di un tempo che fu e di un uomo che fu.
Sono i nostri ossi di seppia

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