3.6.21

Recensione: "Sulla Infinitezza"

 

Avete mai visto un film di Roy Andersson? Ecco, se avete visto almeno uno della Trilogia sull'Essere un Essere Umano e l'avete amato allora andate al cinema a vedere anche questo.
Perchè sì, alla fine questi 4 film del regista svedese sono un unico grande e lungo film.
Le solite inquadrature ferme, nessun movimento di macchina, le sue composizioni di messinscena che sono veri e propri quadri, i suoi colori pastello tenui e smorti, i suoi personaggi malinconici, inermi ed osservatori, la sua ironia.
Ma in questo ultimo capitolo, forse, c'è una chiave di lettura diversa (oltre che 3-4 aspetti del tutto nuovi), ovvero il racconto dell'esistenza di ognuno di noi, da bambino alla morte.
Intervallata da sequenze della Storia tout court.
Cinema non per tutti, lo capisco, ma questo regista resta uno dei più unici del pianeta, forse addirittura il più riconoscibile (l'unico di cui basta un'inquadratura e dici che è lui).
E forse la visione ironica e spietata del mondo di Andersson non è così radicale.
Magari basta che fuori nevichi.
"Non è comunque fantastico?"

Quarto film che vedo del mio amatissimo Roy Andersson.
Non faccio nessuna forzatura nel dire che, in realtà, la Trilogia sull'Essere un Essere Umano (You, The Living, Canzoni dal secondo piano, Il Piccione) e quest'ultimo Sulla Infinitezza non sono altro che un unico lunghissimo film, talmente uguale a sè stesso da confondere le scene di uno con quelle dell'altro, semplicemente una parte 1, 2, 3 e 4 di un unico progetto.
Forse, se vogliamo, questo potrebbe essere il difetto dei film di Andersson, ovvero questo ritrovarsi davanti sempre la stessa cosa (credo che nessun regista abbia mai girato 4 film così simili tra loro nella storia).




Ma, scusate il paradosso, questo è anche il merito di Andersson, ovvero la sua riconoscibilità, il suo aver creato questo tipo di cinema quasi unico e l'incredibile perseveranza di portare avanti un progetto praticamente durato 20 anni precisi.
Non so, ma sia per il titolo che per le tematiche de Sulla Infinitezza ho la sensazione che questo sia il suo ultimo film, o meglio il suo ultimo film girato in questa maniera.
Quale maniera?
I suoi campi fermi (veri e propri quadri), le sue statiche inquadrature una più bella dell'altra, i suoi personaggi stanchi, assurdi, malinconici ed emaciati, i suoi straordinari colori pastello (ad un certo punto nella bellissima sequenza del treno e della donna che aspetta se guardate bene il trolley della ragazza vedrete che è a scacchi di diversi colori, ecco, quella è praticamente la tavolozza di colori che usa Andersson nei suoi film).
Non so se l'ho mai detto prima (credo di no) ma mi sono accorto l'altro ieri che in qualche perverso modo possiamo unire il tipo di cinema di Roy Andersson (con due s) a quello di Wes Anderson.
Entrambi usano colori pastello, anche se lo svedese tutti su toni tenui e smorti del bianco, del grigio e del marroncino, mentre l'americano i più vivi possibili.
Ed entrambi costruiscono le proprie scene principalmente con inquadrature ferme.
Ma mentre Wes è un maniaco della centralità e delle proporzioni perfette i "quadri" di Andersson sono formati sempre da disarmonie, da rapporti degli spazi non perfetti, da linee sghembe, da tantissime diagonali e da strade in curva (Wes userebbe sempre dei rettilinei).
Io preferisco quest'ultime 100 volte.
E, chi mi conosce lo sa, è incredibile che in quel tripudio di colori e di personaggi esagerati dei film di Wes io trovi meno "vita" che nei malinconici zombie di Andersson che vivono quei luoghi tristi ed anonimi.
In ogni caso la caratteristica dominante dei film di Andersson è quella per cui in ogni singola scena c'è qualcuno che osserva. Sempre. O una singola persona, o più persone, o tante persone osservano qualcosa (di solito altre persone).
Questo suo modo di raccontare l'umanità come spettatrice inerme delle cose è grandiosa.
Quasi mai nessuno interviene, l'osservazione è sempre assoluta (ed insistente, nessuno toglie mai lo sguardo) ed inerme.
Tanto che nella scena del mercato del pesce, quando due osservatori intervengono per sedare la litigata ci troviamo d'avanti ad un atto vitale quasi unico nei film dello svedese.
Come quasi unico è l'unico movimento di macchina, la lentissima panoramica (talmente lenta che siamo ai confini della camera ferma) sulla città bombardata, magnifica.
Una scena apocalittica, in tutti i sensi, sia per quello che mostra sia per quello che rappresenta nel cinema di Andersson.




O come unica (sempre riferendomi a tutti e 4 i film) è la scena (bellissima) delle 3 ragazze che cominciano a ballare davanti ai marinai. Credo sia l'unica scena in 7 ore di film (4 film) veramente vitale, bella, non malinconica che io abbia visto in Andersson.
E non è un caso che venga dal mondo adolescenziale, quello dove ancora è possibile essere felici, ballare, provare emozioni nuove (a tal proposito infatti c'è anche la scena del ragazzo che si ferma davanti alla vetrina della ragazza - "ho visto un ragazzo che non aveva ancora mai conosciuto l'amore" - dirà la splendida, ancorchè volutamente didascalica, voce fuori campo - .
Ed ecco forse la novità tematica di questo "quarto capitolo".
Perchè sì, Andersson, anche se con un montaggio che ovviamente ci incasina tutto, sembra raccontare l'esistenza di ogni uomo, dall'essere bambino a profondamente vecchio.
Se montassimo il film in ordine "cronologico" avremmo scene di bambini, altre di ragazzini, quelle di adolescenti, di giovani uomini e di anziani.
E questo non era mai accaduto prima.
Ovviamente il regista svedese, col suo occhio molto ironico ma anche spietato, sarà rendere quasi ogni fase della nostra esistenza grottesca.
Ma c'è veramente di tutto, dal neonato lanciato in aria per fare 20 volte la stessa foto alla morte di un figlio (scena del cimitero), dalle adolescenti che ballano ad altri due adolescenti che parlano di energia, di come niente si distrugga ma tutto si trasformi, da adulti che riescono a vivere il loro amore ad altri che forse ne cercano uno (l'uomo con i fiori) ma non lo trovano, da vecchi stanchi che ormai come obiettivo di vita amano parlar male di un loro amico ad altri che piangono in bus.
Senza dimenticare il prete che sta perdendo la fede e per punizione sogna ogni notte di vivere un vero e proprio Calvario (scena magnifica, inquadratura da scuola di cinema).
Senza farci mancare un omicidio (con quel sangue che diventa una delle poche spruzzate di colore vivo del film).
C'è veramente tutta la vita di ognuno di noi dentro.
E a rimarcare quanto questo sia (sin dal titolo) il suo film più esistenziale c'è anche un uso dell'orizzonte incredibile, con tantissime sequenze che arrivano là dietro all'infinito, sempre tendenzialmente con gente che osserva quell'infinito (come la primissima). E anche in scene invece di interni, come ad esempio quella degli adolescenti in camera, possiamo vedere un telescopio, forse il vero oggetto rappresentativo del film.
Non è un caso che il finale sia proprio specchio di tutto questo, con  quegli uccelli così vangoghiani che vanno verso l'infinito contrapposti ad un uomo che, invece, ha la macchina in panne (e, se ci fate caso, andava comunque nella direzione opposta).
Ecco, simbolo di un film e di esistenze che non riescono a raggiungere quell'orizzonte, esistenze stanche e ferme come una macchina in panne, esistenze che hanno anche sbagliato direzione.
E in tutto questo Andersson alterna 4-5 sequenze di guerra (se non sbaglio tutte riferite al periodo nazista) come a contrappuntare la storia di ogni singolo uomo, la vita di ognuno, con la Storia tout court (particolare che la scena di Hitler sia la più colorata di tutto il film).
Del resto ci sono anche quella specie di Adamo ed Eva volanti che osservano tutto questo.
Ma il mio finale (anche se ho trovato bellissimo quello del film) è un altro.


Il mio finale è dentro il solito anonimo e spento bar dei film di Andersson.
E' un finale dove i soliti osservatori (gli avventori del bar) stanno vedendo fuori qualcosa.
La neve.
Sono ipnotizzati, guardano fuori senza dire nulla.
Ci sarà un unico dialogo apparentemente grottesco e malinconicamente simpatico come tutti quelli del regista svedese.
Eppure sembra quasi un epitaffio che smentisce tutte le cose precedenti, sembra quasi che lo stesso Andersson, uno che in 20 anni ci ha mostrato solo non vita, abbia voluto prendere la parola e dirci che no, in realtà, la vita resta qualcosa di bellissimo che può sempre emozionare.

"Non è comunque fantastico?"
"Che cosa?"
"Tutto. Tutto. Io la penso così. Io la penso così. Io la penso così"

Fuori, nevica

6 commenti:

  1. Roy Andersson conosco abbastanza bene, quindi mi interessa questo film, di cui non sapevo l'esistenza fino ad oggi, grazie ;)

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  2. Il titolo italiano è terribile, ma alla coraggiosa Wanted Cinema le si perdona tutto... :)
    Condivido in toto le tue parole: è vero che Andersson gira sempre lo stesso film, ma (prima cosa) ne fa uno ogni 6-7 anni, quindi certo non viene a noia, e poi (seconda cosa) i suoi film, anche solo dal punto di vista estetico, sono così belli da vedere che - quantomento - fanno bene agli occhi. Dissento solo sul TUO finale :) che è bellissimo, ma non certo "andersoniano"...

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    1. ma Sauro, hai perfettamente ragione, è proprio perchè quella scena smentisce in qualche modo tutti e 4 i film che l'ho trovata magnifica e, in qualche modo, un perfetto finale :)

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due cose

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