17.6.21

Recensione: "Apan" - Passeggiate, il cinema della poesia - 17 - di Roberto Flauto - Su Netflix

 

Nuova recensione di Roberto, a suo modo "storica" perchè con questo 17imo appuntamento diventa la rubrica esterna più longeva nella storia del Buio in Sala.
Un film sconosciuto trovato su Netflix.
Le righe di presentazione, almeno per quanto mi riguarda, già mi prendono.
Vi lascio a lui

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Un film per niente memorabile, ma difficile da dimenticare.
Non accade niente. È già successo tutto.
Un uomo si risveglia sul pavimento del bagno ricoperto di sangue.
Comincia la sua giornata. Una discesa nell’abisso.

Non so perché sono qui.
Non so cos’è successo.
Ho paura, fa freddo, il mondo ha smesso di girare.
Non so di chi sia questo sangue sui miei vestiti.

È già accaduto.
Non sappiamo cosa, ma è già successo.
Un uomo si risveglia sul pavimento del bagno.
C’è sangue ovunque, ne è ricoperto. Ma non è il suo.
La mattina è appena nata. Un nuovo giorno è cominciato. Siamo a Stoccolma.
L’uomo si chiama Krister. L’espressione del suo volto, che non cambierà mai, è tanto inespressiva da essere inquietante.
Poi si sveglia, si dà una ripulita, esce di casa e se ne va in bici per la città.
Indossa sempre l’auricolare a un orecchio, parla al telefono. Frasi sconnesse, dialoghi scarni, quasi del tutto assenti. Apan è un film di silenzi, ma così carichi di urla che vibrano nelle tempie e nei polsi. Di chi era quel sangue? Perché ha dormito in bagno? Come ci si può addormentare sporchi del sangue di qualcun altro?
L’aria è immobile. Il cielo ha il colore dell’assenza.

Fa freddo, ho paura, non capisco cosa succede.
Io non sono qui. Questo non sono io.

L’assenza è uno degli elementi fondamentali della poesia.
Come il vuoto, il nulla, l’attesa, la sospensione, l’attimo in cui.
In Apan c’è tutto questo. Dunque c’è poesia?
Non lo so. Sì e no. C’è la violenza dell’assenza, questa sì.
E credo che, in fondo, ci sia qualcosa di intimamente poetico in questa storia – o meglio: nella sua narrazione, nella sua messa in scena, nel suo racconto (perché la poesia è un come e non un che cosa). C’è la tentazione del silenzio che si mischia e si confonde con la necessità dell’urlo. Ne viene fuori un’apnea esistenziale che non lascia scampo. Guardate gli occhi di Krister. Il suo volto. I suoi gesti. Il bisogno del silenzio intrecciato alla volontà della parola, che non conosce pietà.
Ma non basta presentarsi con un vestito da “poesia” per essere poetico. Così come non basta soffocare la realtà con atti di routine e normalità per cancellare le macchie di sangue.

No, questo non sono io.
Io mi chiamo Krister.
Sono una brava persona, sono un insegnante di scuola guida.
È stato solo un attimo, lo giuro.
Non è successo niente.

Apan non fa davvero niente per farsi ricordare, ma fa di tutto per non farsi dimenticare.
E bastano due minuti per sentire il peso dell’inquietudine sulle spalle, sulle palpebre, sul cuore.
L’uso ripetuto della mdp a mano libera, che inquadra Krister riprendendolo leggermente sopra, da dietro la testa, aumenta e intensifica l’effetto di angoscia. Un’inquadratura e un’angolazione che sembrano quelle di un videogioco, come se quella che vedessimo fosse la “visione del giocatore”, e quello sullo schermo il nostro avatar. Guardiamo e viviamo la giornata attraverso i suoi occhi e la sua prospettiva. Una giornata che si fa sempre più surreale e tremenda. Soprattutto quando lui torna a casa.

Davvero, non è successo niente.
Deve essere stato un incubo, solo questo.
Ci sono pezzi di notte che mi tagliano il cuore.

Krister esce di casa in bicicletta. Poi recupera l’auto dal meccanico. Poi va al lavoro e dà una lezione di guida. C’è un senso di angoscia costante in ogni gesto, in ogni sguardo, in ogni silenzio, in ogni parola. Poi ha un attacco di panico. Poi telefona alla mamma. Poi va al negozio di bricolage. Poi ha un attacco di panico. Poi gioca a tennis. E un altro attacco di panico. E il mondo che collassa, l’universo che frana, la vita che muore.
È tutto scollegato, inquieto, inquietante, angosciante, ossessivo, pervaso da un senso di sofferenza pronto a esplodere in un milione di lame taglienti. La trama è a pezzi, proprio come il suo protagonista.
Poi Krister torna a casa.

La verità è che non è colpa mia.
Ve l’ho detto, questo non sono io.
Dovete capirmi.
Io sono come voi.

Gli eventi insensati e le azioni sconnesse, apparentemente un segno di debolezza della storia, hanno invece una profonda connessione con il gelido senso di alienazione e distacco di quest’uomo dall’espressione impassibile, che però trasuda irrequietezza, smarrimento, terrore, angoscia. Una sensazione di insanabile frattura tra lui e il mondo.
Apan è una storia morbosa, compulsiva, ai limiti del disturbante. Eppure non accade niente. È già successo. Noi siamo (con) Krister, per tutto il tempo, e respiriamo il suo tormento.
Sin dal primo fotogramma siamo proiettati in questo vortice di assurda e assillante angoscia. Una spirale caotica e oscura. E ci rendiamo conto che Apan pone al centro della sua frammentata e sincopata narrazione il senso di colpa, l’alienazione, la rabbia, l’insanabile frattura psichica di una mente alla deriva nell’abisso del proprio sé. Ci rendiamo conto di ciò in un momento preciso. Il momento in cui Krister torna a casa e apre la porta.

Voi siete come me.
Potete capirmi.
Vero che potete capirmi?
Andrà tutto bene.

Lui è fermo, la mdp lo inquadra di spalle, poi si sposta e allora vediamo tutto.
Il corpo martoriato della moglie.
La donna è riversa in una pozza di sangue raffermo, nel salotto, sul tappeto, vicino al tavolino, in mezzo ai ricordi di una vita. Ecco cos’era accaduto. Ecco di chi era quel sangue sui suoi vestiti. Ecco chi sei, Krister: un assassino.
Lo vediamo compiere gesti insensati. Prima porta in casa i sacchi comprati al negozio di bricolage. Si avvicina alla moglie ma subito se ne allontana. Vai in camera da letto e accende la tv (ecco, qui, in questo passaggio insignificante e brevissimo io ci vedo la sintesi perfetta del film, ma ci torno dopo). È agitato, frenetico, confuso, stordito, e noi con lui. Cammina. Riflette (a cosa pensa? A cosa ha pensato? Cosa vuole fare?). Va in bagno e vomita. Non sa che cosa fare. O forse lo sa benissimo. Il panico lo assale, ancora. Sta per sedersi su un tavolino per riprendere fiato, urla la sua rabbia, quando accade qualcosa che gela il sangue nelle vene.
«Papà!».
Una voce arriva dal piano di sopra.
Un bambino, suo figlio.
Krister sale le scale, si affaccia nella camera del figlio. Tentenna, esita. Non dice una parola. Poi entra. Il ragazzo è steso a letto. C’è sangue sulle coperte, sui suoi abiti. Il papà aveva tentato di uccidere anche lui, ora è chiaro. Ecco per chi erano quei due sacchi comprati al negozio. Ma il piccolo non è morto. E sembra non sapere o credere che sia stato il padre a fargli del male. Avrà passato ore di agonia atroci. Poi ha sentito la presenza del padre in casa e ha gridato con tutto il fiato che avevo in corpo «papa!».
Krister guarda suo figlio, poi lo prende ed esce di casa, lo carica in auto e corre all’ospedale.


Andrà tutto bene.
Non è successo niente.
Voi non capite. Voi non capite.
Cosa avrei dovuto fare?

La corsa in ospedale. Istanti e istantanee di una giornata che non è nient’altro che una discesa libera nell’abisso di un’anima di un uomo che ha ucciso a coltellate la moglie e che ha tentato di uccidere suo figlio. È davvero inquietante e tremendo vedere il volto di Krister sempre con la stessa espressione, che mantiene anche nei momenti in cui la tempesta emotiva raggiunge vette insostenibili.

Ma non sapremo mai perché l’ha fatto. Abbiamo solo suggestioni, timori, indizi di una crisi esistenziale che verosimilmente ha radici profonde, perché non è stato un raptus estemporaneo. Perché la rabbia di cui parla Apan è quella del maschio contemporaneo, probabilmente, credo sia una lettura plausibile. Allora quel senso di colpa e di frustrata emozione sono i sintomi – le metafore e le manifestazioni – di paure e desideri repressi, di sogni e fantasie spezzati, inespressi, sopiti, soffocati dalla quotidianità, dal dovere, da atti di routine e normalità. La “disfunzione” maschile, la crisi epocale del padre, la dimensione e l’interpretazione del ruolo paterno sulla soglia di una ridefinizione catastrofica, la frattura psicologica dell’uomo postmoderno: tutto ciò trova sostanza in una trama frammentata, in un racconto sconnesso, in dialoghi privi di significato, in cui il senso ultimo di ogni cosa sembra essere la volontà (o il desiderio o il bisogno) di non ammettere di essere ciò che invece si è.
Certo, il profondo mutamento identitario che sta accompagnando il maschio e il padre (a partire soprattutto dal secondo dopoguerra) non può essere riassunto esclusivamente in questi termini – rabbia repressa, violenza di genere, frustrazione, alienazione, derive sociali ed esistenziali. Ma questa è la storia che ci racconta Apan. E, secondo me, lo fa bene.

Per provare a comprendere il comportamento di quest’uomo, nel tentativo di assegnare un senso alla sua assurda follia, può venirci in soccorso una scena che abbiamo visto nella prima parte del film, quella sul campo da tennis. Qui vediamo Krister che gioca fissando insistentemente un ragazzo, e continua a guardarlo anche nella doccia. Lo scambio di battute è rapido ma ci arriva la sensazione che questa scena nasconda la chiave di lettura del disagio e della disillusione del protagonista. Probabilmente è nel rapporto con questo ragazzo che risiede il motivo della frustrazione e della rabbia di Krister. Nella scena della doccia sembra quasi che lui ci provi con il giovane, allora forse la ragione scatenante del suo rancore si trova nella sua sessualità. Il ragazzo appare infastidito e deluso, cosa che lascia immaginare ci sia qualcosa di pregresso tra i due, magari un approccio non andato a buon fine, qualcosa che si è interrotto prima che cominciasse. Forse lui si sentiva intrappolato dalla famiglia (la più antica delle istituzioni umane, quella che più di qualunque altra sta vivendo tempi di profonda ridefinizione identitaria), che gli impediva di vivere la sua sessualità – o quantomeno questo suo lato della sessualità – liberamente. Forse la moglie lo sapeva, forse ne stavano discutendo, forse la situazione è degenerata, allora lui ha impugnato il coltello e l’ha massacrata furiosamente. Forse poi ha salito le scale e ha raggiunto il figlio che dormiva, e ha accoltellato anche lui, credendolo morto. Quindi, completamente stravolto da un’emozione sconosciuta e con il cuore malato di angoscia e crudeltà, si addormenta sul pavimento del bagno.
Potrebbe essere andata così. Oppure no, magari non c’entra niente quello che ho appena detto. Sta di fatto, però, che Krister ha ucciso la moglie e ferito mortalmente il figlio, ed era ritornato a casa per disfarsi dei corpi. Ma il piccolo era ancora vivo, seppur agonizzante, e l’ha portato in ospedale.
Apan è un film disorientante, che stordisce, disturba e inquieta nel profondo.
Gli occhi vacui di quest’uomo hanno lo stesso colore del cielo: violenta ed enigmatica assenza.

Non è stata colpa mia.
Questo non sono io.
Non farei mai del male a nessuno.
Sì, sono arrabbiato, infelice, stanco di questa vita.
Ho dei problemi, ma chi non ne ha?
Non potete giudicarmi. Non avrebbe senso.
Non fare cose orribili non significa fare del bene.
Essere migliori di me non vuol dire essere persone buone.
E se questo è il vostro modo di sentirvi in pace con voi stessi, mi fate pena.
Ho fatto quello che voi pensate soltanto.
Io amo la mia famiglia.

Non c’è amore in Krister. Non c’è proprio niente. È il vuoto pneumatico dentro di lui. È un automa, un involucro, un niente di niente. Un assassino. Sicuramente misogino (lo vediamo urlare alla ragazza a cui sta dando la lezione di guida), un uomo carico di paure, desideri inespressi e repressi, un individuo la cui identità non ha mai trovato completa espressione, incapace di essere altro da sé, privo di qualsiasi forma di amore, non ama neanche sé stesso.

Lascia il figlio in ospedale. Poi va a casa della madre. Anche qui tutto sfuma nel surreale e nell’angoscia. Lui che gioca con le macchinine, che si stende in soffitta. Tensione e ansia. E poi la madre gli chiede di portarle il vino, ma lui prede un grosso coltello da cucina e va da lei. Si abbracciano. Cambio di scena.

Ora è in un bosco. Ancora un attacco di panico. Seppellisce maldestramente il coltello e l’auricolare. (Ma cos’ha fatto alla madre? Il coltello è pulito, avrà ucciso anche lei? E perché?).

Sta calando la sera. Ora è sui binari. La vita è insopportabile. È di spalle, il treno sta correndo, ancora un attimo è sarà finita per sempre. All’ultimo momento si lancia ed evita l’impatto. Ma la morte è già lì con lui. C’è sempre stata.

Quando lui rientra a casa, pronto a disfarsi dei corpi della moglie e del figlioletto, a un certo punto si siede sul letto e accende la tv. È una scena piccolissima, all’interno del delirio emotivo e del suo inabissarsi dentro di sé, ma a mio avviso è decisiva per provare a capire (immaginare/costruire) qualcosa di più del significato di questo film, soprattutto collegando tutto ciò alla scena finale.
In tv scorrono le immagini di un documentario sulle scimmie. E Apan vuol dire proprio “scimmia”. La voce narrante del programma in televisione descrive il primate in termini decisamente poco “aderenti” alla natura animale. Dice: «la scimmia è incantata dalla bellezza del lago, dal tramonto». E il suo viso è dolcissimo. Dunque, la “bellezza” è un concetto profondamente e inevitabilmente umano, perché associarlo a un animale? Perché si è sovvertito l’ordine dei sentimenti, del cosmo intero, dell’amore e di ogni umano sentire: la scimmia si lascia incantare dalla poesia di un tramonto che disegna meraviglie sull’acqua, mentre l’uomo rinuncia a qualsiasi tipo di emozione, sordo a ogni richiamo della poesia, svuotando sé stesso di ogni meraviglia (infatti è proprio dopo questo scena che lui va a vomitare). La bellezza è negli occhi della scimmia, mentre nei suoi c’è solo assenza, è lui la bestia. Apan.

E poi compra un giocattolo, torna in ospedale, va dal figlio, sembra stare meglio, riesce anche a parlare, la polizia è venuto a prenderlo, la giornata sta finendo, ma il figlio gli dice una cosa, gli racconta il sogno che ha fatto.

Ho sognato che erano tutti animali, tranne te.
Tu eri te stesso.

Solo te stesso.



14 commenti:

  1. La voce nel documentario dice che alcune scimmie uccidono i loro cuccioli e non si sa ancora la spiegazione di questo comportamento.
    A sto punto molto simile a quello che ha cercato di fare Krister con il figlio/

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    1. Ciao Max.
      Sì, ricordo questa scena. La voce narrante, appena lui accende il televisore, a proposito di un branco di scimmie, parla di bellezza, empatia, armonia di sentimenti. Poi lui esce dalla stanza, compie altri gesti (apparentemente) insensati. Quando poi va in bagno a vomitare, si sente nuovamente la voce del documentario che descrive il fatto che una scimmia abbia ucciso un cucciolo (mi pare non suo, però, ma del membro di un altro branco), e questo comportamento è alquanto inspiegabile. Esattamente come quello di Krister, ma per ragioni totalmente divergenti. Comunque sì, in questa scena io ci vedo un ottimo riassunto del senso del film. Nel parallelo uomo-scimmia (o animale, in generale), razionale-irrazionale, uomo-donna, padre-figlio, ma anche natura-cultura, si sostanzia il senso del di Apan. In ogni caso, le azioni omicide dell'uomo e della scimmia, anche quando sono rivolte verso i figli, propri o altrui, rispondono a ragioni profondamente diverse. Di certo, però, la bellezza e la poesia sono fenomeni esclusivamente umani.
      Grazie del commento!

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  2. Ciao …si cercavo di trovare una similitudine con il comportamento dell’animale e quello che commette l’uomo.
    Quello che ha commesso il protagonista del film.
    Difficile trovarci poesia in un film così.
    Mi trovo abbastanza d’accordo con il movente che supponi te possa portare krister a tentare di uccidere la sua famiglia.
    Anche perché credo che il regista con scene come quelle nella doccia non è che ti lasci spaziare tanto con la fantasia.
    Diciamo che ti da degli indizi.
    Indubbiamente credo che le scimmie non possano provare sensi di colpa.
    Ma se vuoi trovare una spiegazione scientifica a perché gli animali uccidono i cuccioli delle femmine a me viene in mente il gatto.
    Il maschio uccide i cuccioli perché la femmina possa andare ancora in calore e quindi si possa di nuovo riaccoppiare.
    Almeno è quello che mi ha raccontato un contadino una volta.
    E nei documentari ho visto dei capibara maschi giustiziare i cuccioli che stanno distanti dalle loro madri.
    Non so il perché!
    Solo quel contadino mi ha dato una spiegazione plausibile per il gatto , non sonse valga per il resto della specie animale.
    Sicuramente non dovrebbe valere per gli uomini😁
    Meno poeticamente di te mi vien da pensare che il regista abbia voluto farci provare quelle sensazioni che proveremmo se trovassimo la nostra famiglia un ostacolo e decidessimo di farla fuori.
    È un caso che il bambino sia ancora vivo …metafora di una flebile speranza di ritrovare ancora qualcosa di umano dentro quell’uomo.
    Si deve essere molto angosciante vivere una situazione del genere e il film è riuscito a trasmettere quest’angoscia.
    Buona serata

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    1. La poesia è sempre un come e non un che cosa. Quindi è il modo in cui un contenuto, qualunque esso sia, viene proposto che definisce la sua portata poetica, dato che non esiste un tema che sia poetico in quanto tale ("il lauro si è stancato di essere poetico" diceva Garcia Lorca). Anche l'orrore, pertanto, può essere poesia. Le nefandezze più disturbanti possono essere raccontate divinamente, toccando vette stilistiche enormi. Apan ci va vicino, secondo me. Non è un capolavoro. Ma un piccolo film che mette in scena qualcosa di tremendo in una maniera ottima, emozionante, coinvolgente. Funziona. E il poetico, in un certo senso, sta proprio in questo.

      Concordo: quelle scene possono essere considerate come delle briciole, indizi sparsi dal regista per provare a farsi una plausibile idea circa le motivazioni di Krister. E sì, sicuramente il senso di colpa è una questione del tutto umana. Ha a che fare con l'io, una prerogativa esclusiva di sapiens. L'infanticidio, come hai ben detto tu, esiste in natura. Non è raro che un animale uccida, e spesso mangi, i suoi cuccioli, o quelli di un altro membro della sua specie. Io non sono per niente un esperto della materia, però direi che le motivazioni sono relative alla competizione per il territorio, alla scarsità di risorse, alla gerarchia e all'ordine sociale, anche alla sfera sessuale (come suggerisce il tuo amico contadino). L'infanticidio e il cannibalismo, come l'incesto per esempio, esistono in natura, ma nella dimensione umana assumono significati altri, complessi, che afferiscono alla dimensione identitaria.

      Riguardo al bambino ancora vivo, la tua è una buona osservazione. Capisco cosa intendi quando dici "qualcosa di umano", ma date le premesse di cui sopra, direi che il suo comportamento è completamente umano. Però sì, come dici tu, potrebbe essere metafora di una briciola di bontà residua in lui. E' una lettura decisamente valida. Personalmente, ritengo che in Krister non ci sia più niente da salvare. L'angoscia di Apan sta anche in questo. Un abisso nero, sordo, infinito di umanità. Esattamente lo stesso che, al contempo, è fonte di bellezza, meraviglia, luce e sconfinato splendore.

      Buona serata a te!

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  3. non è semplice per me scrivere di questo film ma qualcosa voglio scriverla sopratutto per chi l'ha segnalato e presentato così bene, una specie di ringraziamento.
    Film piccolo ma assolutamente perfetto nei tempi e di una potenza incredibile; ho pensato all'Urlo di Munch (il pittore), la stessa potenza, la stessa disperazione, la stessa sofferenza.

    Bisogna essere in uno speciale stato di grazia - o di culo! per riuscire a realizzare opere così! e vedo me muta, immobile d'avanti allo schermo - no, dentro lo schermo - quasi paralizzata dall'orrore. un orrore così devastante che come estrema difesa non resta che provare a far finta di niente; provarci almeno, perchè sennò non ci sopravvivi.
    Ma gli occhi, si sa, sono lo specchio dell'anima e quei gesti soliti, meccanici sono traditi dal baratro, ti affacci e non vedi nulla, il vuoto, l'assenza... è pauroso; prima ancora di sapere, sai.
    E sai, anzi so - parlo per me - che non mi sento al sicuro. Potrò mai dire con assoluta certezza che a me non capiterà mai? Penso al mio "super-io" abbastanza funzionante ma il mio "es", di quella parte così profonda sono davvero sicura di averne il controllo?
    Invidio chi può rispondere con certezza. Io sento che siamo fragili, complessi, vulnerabili, insondabili e questo film ti sbatte in faccia questa verità. Ecco qual è l'orrore.

    Grazie Roberto.

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    1. E' così. "Siamo fragili, complessi, vulnerabili, insondabili", siamo un gomitolo di incertezze, di contraddizioni, di dolci atrocità e di dolcezze atroci. E in questa vulnerabilità, nella finitudine, nella fragilità esistenziale e identitaria, in ogni modo possibile, fiorisce la bellezza dell'essere umani. L'ipotesi della rottura è ciò che fornisce una ragione all'equilibrio. La possibilità della fine è ciò che fodera di senso questa passeggiata che chiamiamo vita. La cui meraviglia si situa proprio in questa endemica incertezza. Dimensione che permette alla nostra specie di fiorire, rendendo possibile il divenire, il mutamento, la metamorfosi, che è l'unico modo che abbiamo per stare al mondo. Solo ciò che è morto o perfetto non cambia, non si trasforma, non ha incertezza. Ma la stasi è una prerogativa degli dei. Noi siamo tremendamente, meravigliosamente, umani. Corteggiamo l'infinito e violentiamo la poesia. Siamo salvezza ed estinzione. Non siamo Apan: nessuna scimmia (meglio: nessun animale eccetto sapiens) genera l'orrore. Ma nessun animale produce fantasmi, viaggia oltre le stelle, salva il mondo, inventa il futuro, genera poesia. Quello che sto provando a dire è che comprendo le ragioni della tua domanda. Non ti senti al sicuro, perché non puoi allontanarti da te stessa. In questo senso, nessuno di noi è al sicuro. Ti capisco. E quindi cosa fare? Dove andare? Come muoversi senza rovesciare il mondo? Camminiamo bendati sull'orlo del precipizio, in un campo minato, a un passo dalla felicità, a passo dalla fine. E siamo l'Urlo di Munch (attraversati da angoscia, disperazione, sofferenza) e siamo l'Angelus Novus di Klee (guardiamo indietro ma non possiamo che andare avanti): abbiamo dentro la scintilla creatrice e quella dell'annientamento. Spesso si confondono, si intrecciano, dialogano senza fine.

      Scusa, volevo parlare del film, che è davvero molto bello e significativo, il tuo splendido commento me lo ha riportato alla mente in tutta la sua potenza. Ma mi sono lasciato prendere da alcuni spunti che mi hai regalato e ho divagato. Mi hai fatto pensare che è proprio come dici tu: è esattamente questo l'orrore. Svegliarsi una mattina ricoperti del sangue di chi amiamo, scoprire che ne abbiamo calpestati i sogni, frustrate le ambizioni, prosciugato il cuore, masticati i sentimenti. E allora sì, ci nascondiamo nella quotidianità, nel niente di niente, nelle solite cose. Ma poi "ti affacci e non vedi nulla" e scopri che ti somiglia. Sì, è davvero pauroso.

      Grazie a te Angela (spero di non aver sbagliato il tuo nome, ricordo di averlo letto da qualche parte qui nel blog, nel caso mi sbagli ti chiedo scusa). Le tue parole sono sempre preziose. E perdonami se ho divagato troppo.

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    2. mi intrometto solo per dire che, e almeno rispondo anche al commento di Angela sul post del raduno, Roberto verrà al raduno quindi a maggior ragione dovrai venì anche te Angela e tutte ste bellissime discussioni (ho letto e non letto cercando di carpire le cose belle e non sapere troppo del film) le potete fa dal vivo

      tra l'altro vi ho conosciuto entrambi (e che buffo, entrambi da ciceroni delle vostre città) e secondo me vi trovereste benissimo, una testa piena di studi, l'ambiente universitario, uan grande umanità e tanta curiosità

      oltre al cinema ovviamente

      io dovevo uscì ma diluvia in modo assurdo, sta a vedè che cambiamo programma e vedemo Apan eh ;)

      un abbraccio a entrambi (Angela, a sto punto non te rispondo di là)

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    3. Ricambio l'abbraccio. Vediamo per il raduno... Quando vedrai il film sarà bello leggere le tue "divagazioni".

      Ah, ho visto Timecrimes, che roba! senza pretese, è vero, eppure così efficace nel rendere l'idea di "ciclo infinito". Affascinante ma un po' me so' persa 😁

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    4. E si, Roberto, sono Angela e no, non hai divagato, non più di quanto abbia fatto io almeno.
      Del resto i film migliori per me sono quelli che si fanno tramite, trampolini immaginari per salti nel cielo o negli abissi, a corpo libero, teso o carpiato... a seconda.
      E provo sempre enorme gratitudine per ogni autore che con la sua opera stimoli riflesssioni, che faccia sorgere domande senza farsi oracolo, che ci ricordi che non si puo "essere" ignorando le nostre paure più profonde e che siamo insieme "salvezza ed estinzione".

      Alcune opere permettono che si divaghi più di altre; alcuni ne scrivono rendendo impellente e naturale la divagazione; ad altri piace il gioco.
      Alla prossima!

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    5. ok, vedrai :)

      io se me ricordo bene o male un messaggino privato a tutti i "possibili" lo mando

      tra l'altro se tutto va bene forse torno a Bologna entro fine settembre a firmare una specie di "contratto", poi sempre nel caso vada bene saprete cosa

      eh, il film se lo segui benissimo ce la si fa, altrimenti è dura :)

      comunque vai su wikipedia, ho visto prima che è spiegato cm per cm

      un abbraccio a entrambi

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    6. Divago (e indefinito) sempre con piacere, ogni volta che posso (in realtà anche quando non posso), perché tendo a parlare sempre del film in me e non del film in sé. E "io sono vasto, contengo moltitudini", come disse il poeta. Ed è sempre una gioia trovare trampolini per salti celestiali e abissali, nei film, nei libri, nei fumetti, nelle chiacchiere sul blog o da qualunque altra parte.

      Grazie ancora, alla prossima, e magari ci si vede al raduno :)

      Un abbraccio anche a te Giuse ;)

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    7. scusa, entro inizio settembre, prima del raduno insomma

      ne approfitto per dire che alla fine non siamo usciti e l'ho rivisto Timecrimes, confermo che è veramente bellissimo, riesce a far meglio di tanti milionari soltanto portando avanti la sua idea e i suoi intrecci con semplicità :)

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    8. Se va bene e se riusciamo a vederci a Bologna (sarà in settimana immagino) stavolta andiamo a mangiare in un posto dove si mangia davvero, de sostanza, insomma ;) E mi racconterai le novità e sarà bello ascoltarti :)

      Se sta su Raiplay può essere chi mi riveda Timecrimes. Prima o poi.

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    9. non so, è molto probabile una toccata e fuga, dipende tanto anche dal "socio" che vuole fare. E credo ci abbinerei Firenze dove devo fare un'altra cosa e credo dormirei

      nel caso faccio sapere e sì, speriamo più di 50 grammi di passatelli :)

      buona fine settimana

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due cose

1 puoi dire quello che vuoi, anche offendere

2 metti la spunta qui sotto su "inviami notifiche", almeno non stai a controllare ogni volta se ci sono state risposte

3 ciao