8.11.21

Recensione: "Ultima notte a Soho"

 

E così mi ritrovo Edgar Wright (quello della magnifica Trilogia del Cornetto per capirsi) a dirigere un raffinatissimo noir/thriller psicologico ambientato per gran parte nella accecante per quanto bella Londra degli anni 60.
Thriller di gran classe, sul tema del doppio, intrigante e bellissimo da vedere.
Eppure nel secondo tempo viene fuori sempre di più una componente horror che alla fine fagocita tutto facendo perdere gran parte della classe che il film aveva.
Non solo, il film smentisce quello che era nel primo tempo anche per altri motivi.
E ci porta ad un finale "impegnato" scritto però in maniera furba o ambigua, o entrambe le cose.
Eppure uno di quei film che non te li dimentichi.
Non foss'altro perchè nessun film con gli occhi della Taylor-Joy può essere dimenticato

presente qualche spoiler nel finale

Edgar Wright è un grandissimo regista.
La sua "Trilogia del cornetto" ha fatto la storia del genere (quello comico parodico di qualità). Li ho amati tutti, indistintamente.
Ho sentito parlar molto bene anche di Scott Pilgrim e di Baby Driver, non faccio fatica a crederlo.
Ed ecco che con molta sorpresa me lo ritrovo in un mondo completamente diverso, quello dell'horror.
Perlopiù addirittura dell' horror raffinato.
Oddio, raffinato, è proprio questo il problema di questo bel "Ultima notte a Soho", ovvero che ad un certo punto passa dall'esser un ottimo ed interessantissimo thriller di classe ad un horror tout court sì "impegnato" ma che, e mi dispiace un casino dirlo, non solo fa calare la "classe" del film di due spanne ma, ed è ancora più un peccato, sembra quasi sabotare il primo tempo, uccidendo tutte le suggestioni che ci aveva regalato per virare (quasi) da tutt'altra parte.
Per prima cosa devo dire per  l'ennesima volta che vedere gli occhi di Anya Taylor-Joy al cinema è sempre motivo bastante per pagare un biglietto. Non lo dico da uomo (sì, è bellissima, per me forse la più bella con la Marling e la Qualley) ma proprio da amante del bello (e degli occhi).
A 25 anni ha già alle spalle una filmografia di buona qualità e tanti ruoli iconici. 
Iconici perchè è stata lei, probabilmente, a renderli tali.
La affianca una giovanissima attrice che ho trovato di altissimo livello, quella Thomasin McKenzie che avevo visto da pochissimo in Old (tra l'altro assurdo che la Taylor-Joy sia venuta fuori - con The Witch - proprio interpretando un personaggio che si chiamava Thomasin - grazie Matteo per avermelo segnalato - ).
Già nell'incipit del film, un incipit tra il musical e il disneyano, quel vederla ballare per casa, fintamente pavoneggiandosi, ce la rende deliziosa, tenera, dolcissima.
In realtà il suo personaggio forte non sarà (la ragazza è una specie di loser di campagna disabituata ai ritmi e agli squali della city) ma sicuramente ambiziosa sì.
Vince un concorso per aspiranti stiliste, se ne va quindi a Londra.


Si ritroverà in una specie di ostello festaiolo, snob e sottilmente cattivo, come può essere un ostello frequentato da giovani ambiziosi.
Si troverà tremendamente a disagio e allora affitterà un piccolo monolocale in un vecchio palazzo.
Sua affittuaria una ambigua signora londinese.
Allora...
Il primo tempo del film, come dicevo, è un thriller psicologico di notevole classe che gioca col tema del doppio femminile come, per capirsi, hanno fatto in passato capolavori come Mulholland Drive e grandi film come Il Cigno Nero.
Tutto questo si mischia ad un'altra tematica, ovvero quella di quanto occorre "sporcarsi", far uscire la propria anima nera, accettare compromessi e subire violenze psicologiche per far strada nel mondo dello spettacolo.
A tal proposito vi consiglio un vero e proprio gioiello a cui per una buona mezz'ora Soho viaggia quasi parallelo, Starry Eyes.
Wright ci mostra questo gioco di doppi attraverso un uso massiccio degli specchi. Specchi ovunque, superfici riflettenti, di tutto.
Non c'è una vera e propria "identità" tra Eloise e Sandie, per capirsi un gesto fatto da una davanti allo specchio non lo vedremo replicato dall'altra.
E' più che altro un abbastanza originale ritrovarsi in una vita e un'anima divisa in due, una nei giorni nostri e una nella Swinging London degli anni 60 (amanti di quella Londra, di quelle luci, di quelle suggestioni, di quei vestiti, di quelle auto e di quei locali si ritroveranno davanti un film straordinario, talmente straordinario che anche io che non sopporto musical e costumi ne sono rimasto completamente rapito).
E' come se Eloise avesse già vissuto un'altra vita o come se stesse sognando di viverne una del passato. A tal proposito secondo me è davvero delicato e sottotraccia quel raccontare come ragazzine timide possano sognare di essere la "diva" del momento, qualcosa che capita quasi a tutte le ragazze. Ed ecco che allora la Taylor-Joy esce quasi dal personaggio, è come se Eloise e lei rappresentassero, per esteso, questo sempiterno connubio "adolescente-diva sognata", come se, uscendo dal film, vedessimo una ragazza che sogna di essere proprio la Taylor-Joy per capirsi.
Credo che molte ragazze possano ritrovarsi in questa suggestione del film, più difficile per noi maschietti.
In ogni caso io ho vissuto il film in questo modo, come un autoriale film sul doppio. E' come se il personaggio di Sandie rappresentasse al tempo stesso tutti i sogni ma anche tutte le paure di Eloise. Quella vuole diventare ma quelli sono anche i rischi. Non è un caso che tutto questo avvenga proprio nel mondo dei sogni che, in quanto tali, quello sono, qualcosa che il protagonista sogna di essere.


Più si va avanti, però, più il film sostituisce alle luci della possibile fama altre luci più fosche, altri ambienti più laidi e sotterranei e così Eloise/Sandie si trovano a vivere esperienze terribili, come donare il proprio corpo in cambio del successo.
Fino a qui il film è perfetto per me.
Tra l'altro grande colonna sonora, grande fotografia, grande ricostruzione, e dei pezzi ballati/musicati davvero eccezionali.
Poi il film cambia e diventa un horror.
Fino a che c'è stata commistione di generi (noir, musical, thriller, horror) era perfetto ma poi Wright secondo me si fa prendere troppo dal lato orrorifico della storia.
Il film perde di classe e anche scene molto suggestive come quelle degli uomini senza volto alla fine diventano talmente tanto ripetitive da farci quasi completamente dimenticare quel gran film "trasversale" che era stato Soho fino a quel punto.
Intendiamoci, il film rimane discretamente bello da vedere ma perde la sua originalità, la sua peculiarità.
Tra scene alla Shining (loro che camminano nei corridoi e in ogni stanza trovano uomini mascherati che si danno a sesso e vizi), tantissimi richiami al nostro thriller/horror degli anni 70-80 (ad un certo punto parte un brano che se non è di Argento allora è un mezzo clone), qualche riferimento a Nightmare (vivere vite parallele in sogno anche se qui il film non è sempre coerente, ad esempio quel succhiotto ci racconta una volta di più di questa doppia anima di un'unica vita, ma alla fine viene smentito), si arriva nella parte finale.
Dico subito che avevo capito dopo 30 minuti sia il colpo di scena piccolo (chi era quel vecchio) sia quello in teoria grande (chi era la vecchina), questo certo non mi ha aiutato.
Il problema è un altro.
Il problema è che il film sabota e smentisce sè stesso.
Quel thriller psicologico sul doppio diventa invece un'altra cosa, diventano due vite completamente separate. Capite che tutta la forza psicologica di un "doppio" si perde se poi semplicemente capiamo di aver visto semplicemente la vita di un'altra persona, vita con cui Eloise (che ha qualche "potere") è riuscita a mettersi in contatto.
Intendiamoci, va bene eh, ma a me sembra un autogoal.



E scene come quella sopracitata del succhiotto diventano quasi un colpo basso e non tanto "fair" dato allo spettatore.
Ma il film un pochino cambia anche di tematica e diventa l'ennesimo (scrivo ennesimo non come critica ma come constatazione di un filone che ormai da 5-6 anni sta producendo tantissimi titoli), dicevo l'ennesimo titolo "femminile" che denuncia la violenza del maschio.
Cosa che io appoggerò sempre, lo facevo da ragazzino figuriamoci in questi nuovi tempi dove quasi tutte le coscienze del mondo si sono in qualche modo finalmente svegliate su quest'aspetto terribile.
Eppure il film è ambiguo e secondo me, furbescamente, un pochino esagera.
Far passare che è giusto che degli uomini maiali che sono stati clienti (tra l'altro una sola volta a testa, sempre che si possa in questi casi scrivere "sola") di una prostituta vengano uccisi è un messaggio un pochino pericoloso.
L'empatia per il personaggio della Taylor-Joy è massima ma questo parallelismo tra "il tuo nome è adorabile" poi questi uomini in mutande e poi questo loro essere uccisi brutalmente lo trovo davvero poco riuscito.
Forse sarebbe stato meglio mettere di più l'accento su un numero minore di personaggi maschili, renderli ancora più vomitevoli e farci sì godere della loro morte.
Tra l'altro il film, non si sa se per una specie di " dare un colpo al cerchio e uno alla botte" ad un certo punto ci fa quasi empatizzare per questi "mostri" e, anzi, sono loro a chiamare il 911 e salvare Eloise, non ha molto senso la cosa.
Se sommate tutto c'è secondo me grande confusione, ambiguità e un messaggio non chiaro.
Sinceramente qualsiasi spettatore con un minimo di sensibilità e coscienza civile aveva empatizzato con i due magnifici personaggi femminili, così belli, dolci, deboli ma allo stesso tempo fortissimi, che questo revenge movie con morale ambigua si poteva evitare e fare una scrittura più raffinata, psicologica, delicata.
Tra l'altro, ma questo è un semplice errore di logica, ci viene mostrato il personaggio di Eloise drogato (o comunque avvelenato) ma poi si dimenticano della cosa, lo fanno tornare in perfetta forma e super sveglio.
Resta un gran bel film, notevole da vedere a tratti, con due personaggi femminili che te li ricordi per tanto tempo, con qualche scena girata da Dio, con tante tematiche interessantissime che però o decadono o si fanno troppo urlate.
Mannaggia.

7



11 commenti:

  1. Io l'ho trovato un capolavoro, che avrei voluto vedere e rivedere in loop continuo.
    La Taylor-Joy è magnetica, la colonna sonora favolosa, il senso di spaesamento e di incubo soverchiante è tangibile e sul finale ci si riesce anche a commuovere.
    Quanto voglio bene a Wright?

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    1. Giusto ieri pensavo che te l'avresti adorato, ahah

      Io no ma è un film che ha tutto per essere amato follemente ;)

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  2. Effettivamente Wright non lesina nulla sull'horror ma alla fine credo che il film abbia una sua estrema coerenza e viaggia bene spedito sino ai titoli di coda. Intendo dire che sarebbe stato molto facile perdersi in esercizi di stile se avesse incentrato tutto il film sul tema del doppio e sulla bellezza della Londra dei 60. Invece già da metà film ti fa capire che tipo di film avesse in mente il regista. Questo credo sia un plus!

    Visivamente pazzesco

    Spoiler!

    La sequenza finale della scala/specchio è pazzesca.

    Spoiler 2

    Sì concordo che il tè avvelenato (Get out?) improvvisamente diventi una tisana. E comunque, mia lettura, lei vuole "salvare" la Joy solo perché rivede in lei la madre. Non da giudizi sulla sua carriera da killer o sulla barbarie dell'uomo...

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    1. Sono contento che te hai amato quella variazione. Io purtroppo no, ma anche perchè l'ho trovata confusissima e incoerente in più punti mannaggia

      madonna, vero, l'avevo appuntata quella scena e poi ho dimenticato di citarla

      ah, molto interessante la tua lettura! io non credo eh, ma ci penso ;)

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  3. Stupisciti... Pensiamo proprio le stesse cose, previsioni incluse.
    Ma proprio identiche.

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  4. Anche in questo caso sono in debito con il tuo blog. E anche a titolo di gratitudine volevo (per quel che vale) agganciarmi alla tua delusione (perché dopo il film, è quella che mi ha colpito) per un finale che disinnesca i piani raffinati e visionari del racconto. Istintivamente a me questa contraddizione “stilistica” ha invece portato oltre la comprensibile titubanza e nella mente mi è piombato un film a cui questo non può non essere legato: Barton Fink dei Coen. Notevoli i punti contatto. Quasi una rielaborazione con un finale diverso ma a suo modo complementare. Le affinità nella scrittura sono molteplici: il trasferimento del protagonista verso le inebrianti promesse della metropoli del successo (Los Angeles per il drammaturgo, Londra per l’aspirante stilista incantata dal british anni ’60); il ruolo centrale della stanza, crisalide della metamorfosi pretesa dalla fama; la presenza rassicurante e a suo modo benevola (sopravvivenza di una dimensione affettiva) di qualcuno connesso direttamente a quel rifugio del corpo e dell’anima (il vicino di camera nell’hotel di Barton, la padrona di casa di Eloise) che trasfigurerà fino alla psicopatia omicida nell’iperbole “di genere” che disorienta il finale; l’incendio di quell’antro ormai maligno (e maledetto) fatto di pareti divenute opprimenti; l’epilogo in un recupero del sé alla fine di una parabola che ha “bruciato” gli eccessi, anche se i Coen “liberano” Burt mentre Wright ammicca alla rinnovata minaccia di un successo raggiunto (nello specchio di Eloise ricompare il “doppio”, il cerchio si chiude e le due protagoniste si fondono definitivamente: è il prezzo comunque da pagare perché il daemon è sempre lì, immortale come l'ambizione). Ecco, io trovo che il finale - al di là dell’ “eros” sul filo dell’allusione che tanto intriga l’intera narrazione – un senso ce l’abbia eccome e rappresenti uno scatto necessario per chi l’ha compiuto (e non solo), magari consapevole di sacrificare la coerenza espressiva che da sola non poteva bastare (evidentemente stava a cuore vuotare il sacco senza indugi; forse questo è il punto: dire fuori dai denti o alludere con eleganza; ma è l’impronta creativa, credo, non negoziabile). E’ proprio lo scontro tra la dimensione edificante del successo e la sua crudezza sempre brutale (quando è sacrificio di sé stessi), a dar vita a un’allegoria che entra a gamba tesa su tutto quanto reso con impeccabile esistenzialismo onirico fino a quel momento (da entrambi i registi, perché anche in Burton Fink ci sono questi elementi anche se resi in maniera diversa) trasfigurandolo nel grottesco (più che nell’horror magari a tinte macabre, mi permetto). In entrambi i film per il protagonista l’esperienza creativa è in agonia, sacrificata agli orpelli del successo (la dinamica è ancora latente, ma è quella a giustificare il protrarsi delle circostanze). Grottesco è il sogno in sé, o almeno in entrambi i film ne sono colte le deformità tollerate purché l’agognata “magia” si compia: nel caso di Burton il radicale tradimento della propria cifra letteraria di fronte al produttore (icona del sacrificio di ogni dignità, personale e intellettuale, al denaro) e nel caso di Eloise l’essersi ormai integrata a un’umanità spietatamente meschina nel passato quanto nel presente, con cui accettare crescenti compromessi (perché il demone dell’ego alla fine se ne frega del perché e percome, pur di celebrarsi). Non dico che in quest’operazione nel caso di Wright non possa esserci stato qualche inciampo di sceneggiatura (e c’è stato, come fai notare), ma lo strappo era richiesto dalle circostanze. I Coen come Wright percorrono un’iperbole per la quale personalmente non vedo interesse altro che rendere l’opera grottesca essendo in quello resa la sua essenza; perché limitarsi a raccontare il grottesco finisce spesso per salvare la forma cadendo nella retorica, realizzarlo è ben più arduo. C’è chi non si accontenta e rischia; tutto qui, penso io.

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    1. eccomi!

      cavolo, ho letto di gran gusto tutto il tuo confronto con Barton Fink che però...non ho visto, quindi mi son potuto godere solo le tue teorie e non posso aggiungere niente

      madonna, la tua interpretazione del cambio di stile del finale è incredibile, se fosse vera uno salverebbe tutto il film, anzi, lo eleverebbe

      direi che non potevi spiegarti meglio anche se, boh, non so se questa necessario cambiamento, come fai ben capire, non potesse comunque essere gestito con un minimo più di classe e più cura. Capisco l'istanza che c'era (quella che dici) ma non riesco proprio a "perdonare" del tutto quello che ho visto. Tra l'altro serve una mente "superiore" per captare le cose che dici, quando invece questo era un film sì raffinato e psicologico ma in qualche modo abbastanza immediato e trasversale

      ma è anche vero che, come dici, il grottesco, specie il grottesco mostruoso, molto spesso ha bisogno di significanti molto precisi

      grazie per il bellissimo commento!

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  5. barton fink e' uno dei film che ho amato di piu', mi e' rimasto dentro probabilmente anche al di la dei suoi meriti; ma ha una profondita' e una delicatezza rari, oscillando tra rocambolesco e intimita' dell'animo, colta nella sua profondita' grazie a un turturro monumentale e alla maestria dei coen. scrittura straordinaria. comunque lo si veda non e' un film comune. non se ne va.

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due cose

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3 ciao