1.12.21

Recensione: "Atlantide" (Yuri Ancarani - 2021)

 

Quello che accade negli ultimi 10 minuti di Atlantide è un qualcosa di così bello, impressionante ed emozionante che raramente avevo visto prima in sala.
Qualcosa di "tecnico", è vero, ma talmente straordinario che acquista una valenza sensoriale, emozionale, oltre che metaforica.
Ma tutta l'ultima mezz'ora di questo film così strano ed unico, un film che racconta di una generazione di giovani veneziani completamente staccati dalla società, una generazione nichilista che pensa solo ai propri barchini e alla laguna, tutta l'ultima mezz'ora di questo film è qualcosa che si avvicina molto all'esperienziale.
Prima ho faticato, tanto, non solo per la dilatazione eccessiva delle scene ma per il trovarmi davanti quasi sempre la stessa cosa.
Eppure il film è un continuo regalarci una perla dietro l'altra. E raccontando del Nulla alla fine ci sembra che racconti del Tutto, persino della vita e della morte.
Svuotate i vostri occhi prima di vederlo.
Perchè si riempiranno completamente.


La macchina da presa è a pelo d'acqua per i canali di Venezia.
Vediamo due mondi, quello di sopra fatto di cose vere e dure e quello di sotto fatto solo di riflessi, intangibile.
Poi la macchina da presa da verticale va orizzontale.
E quei ponti che erano sopra e sotto sono adesso a destra e sinistra, a formare una specie di forma vulvoidale di disarmante bellezza.
Anche i palazzi, ovviamente, tutti ai lati.
E per un tempo che non si può calcolare (3 minuti? 7? 12? impossibile, l'estasi ti toglie il senso della durata) noi spettatori ce ne stiamo lì ad assistere a qualcosa di troppo grande, davvero troppo grande, roba che ti commuovi anche se non c'è un solo elemento per farlo, ti commuovi solo per il bello, una delle commozioni più misteriose, pure ed affascinanti che possono capitare a noi esseri umani, quella di sentirsi gli occhi lucidi solo per la bellezza delle cose.
Ormai ci dimentichiamo il vecchio mondo, quello delle cose che stanno in verticale, e siamo in questo limbo magico che, oltre che visivo, diventa anche sensoriale e metaforico.
Metaforico di che non lo so, perchè questo film così unico e strano alla fine di che parla non si sa bene.
Ma forse quel viaggio finale è come un viaggio dell'anima (alla Enter the void, grazie Rocco), un viaggio finale verso qualcosa di più grande dell'uomo.


Prima c'era stata una morte (in una scena che mi ha dato i brividi perchè mi ha portato, in maniera quasi speculare, al finale di The Crescent), poi c'erano stati dei ragazzi che, per parecchi minuti, ci avevano traghettato per i canali di Venezia.
E poi loro scompaiono, e ci ritroviamo davanti solo questa soggettiva ribaltata che, se non si era capito, ricorderò come una delle esperienze visive più forti della mia vita in sala.
La morte quindi, poi questa specie di traghettatori, quasi fossero dei Caronti 17enni, e poi questa inquadratura trascendentale, sovrumana, sovrasensoriale o sovratecnica, sovra qualsiasi cosa.
Eppure io avevo faticato per larghi tratti del film.
Sin dall'inizio ne avevo amato la cura estetica (delle inquadrature all'inizio, della fotografia andando sempre più avanti), ne avevo amato l'ambientazione lagunare (Venezia però arriverà dopo quasi un'ora), ne avevo amato forse persino i personaggi, che di complesso non hanno nulla, sono solo ragazzi mostrati per quel che sono, senza background, senza conflitti.
Dicevo avevo amato tutto questo eppure la dilatazione delle scene, quel "non accader nulla" e, soprattutto, la ripetitività delle stesse scene (perchè io li amo i film dilatatissimi ma se mi mostrano per 10 volte le stessa cosa dilatata alla fine cedo), tutto questo a tratti mi aveva quasi ucciso.
E a Rocco aveva ucciso ancora più che a me tanto che ad un certo punto:

"Peppe me sa che io esco"
"Ok, ti capisco, ma manca solo mezz'ora"
"Sì, ma è estenuante"

e poi ti ritrovi invece che finisce il film e lui ti dice che è forse una delle cose più belle viste quest'anno.
Perchè questo è un film che ha bisogno di compirsi per essere giudicato, ha bisogno di completarsi per essere capito, ha bisogno di ultimarsi per essere amato.
E sì, è così, vedi l'ultima mezz'ora e un senso poi arriva, anche se è il senso più strano e affascinante di tutti, è il senso del non senso, quello per cui ti sembra di aver assistito al tutto e al nulla, quello per cui forse tutte le cose che trovi belle del film derivano dal fatto che mancano nel film.
Perchè è un film nichilista che racconta una generazione di giovani nichilista, che non crede a niente, che oltre al proprio barchino sembra non aver nulla.
Se c'è un obbiettivo nella vita è forse solo quello di intagliare a mano in un tronco della laguna la velocità massima raggiunta col motoscafo.
E' incredibile come in tutto il film la "società" non esista, esistono solo sti ragazzi, la laguna e i loro barchini. Non ci sono interazioni sociali, non ci sono piazze, non ci sono negozi, non ci sono lavori, non ci sono genitori, non ci sono problemi della vita, non ci sono orari, non c'è nulla se non laguna e barchino, in un film quindi atemporale quindi, che poteva essere qui ed ora come qui ed allora, in qualsiasi tempo.
Prova timidamente ad emergere la figura di una dolce ragazzina che forse, almeno lei, nell'amore, ci crede veramente, che forse vorrebbe eradicare da quella laguna - sempre che una radice possa fissarsi nel mare - quel ragazzo che sembra vivere solo per il suo scafo.
Non ce la farà, finirà la sua storia in un letto in cui invece di due volti sono due schiene a guardarsi.
Era tra l'altro la prima scena di terraferma, arrivata dopo una sequenza da ennesimo infarto visivo, quella di lui con la bici, di sera, con quelle luci artificiali arancioni, roba che solo in Violet avevo visto (direi che sono due scene quasi identiche) anche se nel film belga, almeno nel finale, si era riusciti ad arrivare persino oltre con quella ripresa a mezz'aria che, ora che ci ripenso, potremmo paragonare alla ripresa a mezz'acqua del finale di Atlantide.
Ma torniamo a quel nichilismo di cui sopra.
Come detto sembra che il mondo al di fuori di quel microcosmo di acqua e barchini non esista.
Appare solo una volta, in un'altra sequenza magistrale, quella in cui vediamo passare lentissimamente una gigantesca nave crociera.
Eccolo il mondo reale, quello delle persone che vivono nella società, è là dentro, e lo vediamo solo per un minuto. E' il mondo sfarzoso e ricchissimo di vacanze per pochi, è un mondo lontanissimo da questi ragazzi di cui non conosciamo il ceto sociale ma che ci sembrano comunque estranei a tutto quello.
Il nostro protagonista, Daniele, sembra quasi un demente, ma non nel senso offensivo del termine, quanto per questa sua assoluta mancanza e distacco dalla realtà per come noi la conosciamo.
Non è un caso che dorma nel barchino, quasi a rendercelo ancora più personaggio simbolo di una vita-altra che con la nostra c'entra nulla.
Ci sarebbe quella dolcissima ragazza per portarlo "da noi" ma a lui, di lei, frega nulla, per lui c'è solo un numero da segnare in un tronco e fughe sempre più veloci per scappare dalla guardia di finanza.
Ed è così che una volta lasciata Maila se ne andrà a Venezia con un'altra ragazza, in un viaggio che è un trip, senza senso, senza meta, senza senno.


Che meraviglia però, che meraviglia veder quella ragazza danzare (ah, la colonna sonora è a tratti portentosa), sfiorare con la testa ogni ponte, fregarsene di tutto.
E poi arrivano a Venezia e sotto i ponti fanno sesso.
E Ancarani, il regista, ci regala quella che forse, finale a parte, è la vera perla visiva del film, una scena dall'alto di sesso con luci verde e rosse, luci "reali", del barchino.
Siamo veramente vicini alla video arte (e all'Arte pura), eppure stiamo vedendo qualcosa che, credo, sia terribilmente reale, quasi non modificato.



Poi ci sarà una ellissi temporale, Daniele è stato pestato, la ragazza non c'è più, non capiamo cosa sia successo, forse lei l'ha tradito, forse l'ha portato dove lo avrebbero picchiato (Daniele aveva rubato un'elica), forse quella scena di esercitazione di boxe è spiegazione di tutto.
Ma non ce ne frega un cazzo, Atlantide è un film anti narrativo, praticamente privo di sceneggiatura, è un'esperienza visiva e sensoriale che ha il difetto di diventare completamente tale solo nell'ultima mezz'ora ma, come detto, quella mezz'ora dà senso ed eleva anche tutto quello che abbiamo visto prima.
Potrei parlare del granchio con la sigaretta, potrei parlare di quell'assurdo dialogo in cui Maila dice "così ci rovina il film", un qualcosa di inaspettato ed inspiegabile, una cosa che avevo visto, lì ancora più anarchica ed arbitraria, solo in Japon di Reygadas.
Potrei parlare della magnifica scena dei fuochi d'artificio, potrei parlare di quando finalmente arriva Venezia in tutta la sua indisponente bellezza, o di quel tramonto, o di quella sequenza con drone indietreggiante che arriva in campo lunghissimo tutta giocata sul viola (anche qui Reygadas, sembra l'incipit di Post Tenebras Lux), di quell'inseguimento di notte con quei due barchini che sono un tripudio di colori, di quel tronco inquadrato solitario che sembra quasi hitchcockiano, un elemento crime che solo noi sapremo a cosa porterà, di quel barchino in fiamme, di Venezia che si allaga come solo lei, consapevole e tranquilla, sa allagarsi.
Mamma mia, sono talmente tante le cose che mi resteranno scolpite negli occhi che ogni ora che passa dimentico la fatica provata, la noia che a tratti faceva capolino.
Ma niente, mi resta un film stupendo che racconta di una generazione senza sogni, senza rapporti, senza nulla, una generazione che prova a fare la bulla e la dura ma poi sul proprio barchino ci sono le confezioni del Kinder Pinguì e dell'EstaThè a ricordarci che, senza che loro se ne accorgano, quello sono, bambini poco più che cresciuti.
Un film che racconta di un'esistenza senza ideali che poi porta alla morte, porta a non si sa cosa.
Porta a noi che vaghiamo per i canali di una Venezia ribaltata di novanta gradi.
Porta a questo.
E cosa sia questo non lo so.
Mi basta il privilegio di averlo visto

8



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