28.12.21

Recensione: "Il Quinto Set" - Su Netflix - E anche l'occasione per parlare della mia esperienza da istruttore di tennis

 

Amo il tennis da morire.
Sono un gran conoscitore di tutta la sua storia e del suo presente (ad esempio conosco a menadito i primi 200 del mondo).
C'ho giocato pure tanti anni, vincendo tante partite, qualche torneino, ma non essendo mai minimamente un giocatore forte.
L'ho pure insegnato per 8 anni, ai bimbi, sia perchè non avrei potuto insegnarlo (so i miei limiti) a giocatori già forti sia perchè credo che ai bimbi piacessi molto, anche solo per il divertimento che gli davo e per il timido tentativo di insegnargli dei valori.
Dopo tutto questo preambolo posso dire che nessun film nella storia del cinema racconta meglio il mondo del tennis di questo bel film su Netflix, Il Quinto Set.
Lo racconta così bene, fuori e dentro il campo, che questo è forse un suo limite, diventa un film principalmente per appassionati che rischia di annoiare o far capire poco a tutti gli altri.
Insomma, non posso consigliarlo a tutti.
Ma la storia di Thomas Edison, un tennista che a soli 19 anni arrivò a un passo (veramente un passo, non c'è niente di più simbolico ed esistenziale del match point a tennis) dal Paradiso e, non avendolo raggiunto, se ne allontanerà per sempre, è una storia bellissima, verosimile, psicologicamente perfetta.
Una storia di aspettative ormai morte, di impossibili rinascite, di riscatto, di castrazioni, di fatica a portare avanti una passione, di nuove emozioni, di match point persi.
Se avete amato The Wrestler troverete tante similitudini (anche se il film di Aronofsky resta ampiamente sopra, per me è un capolavoro quello).
Per parlarne ho dovuto anche raccontare un pò di me.
Ma tanto lo faccio sempre.


Conosco il tennis come poche altre cose al mondo.
Conosco i primi 200 giocatori in classifica, uno per uno, e bene.
Conosco tutti i tornei, da quelli grandissimi che vedete anche voi a quelli minuscoli - come i futures - che seguiamo solo noi appassionati.
Conosco abbastanza bene anche tutta la storia di questo meraviglioso sport. Certo non come uno storico serio ma diciamo che per ogni epoca so individuare i più forti. E da fine anni 80 me li ricordo tutti.
Ma non tutti sanno che sono stato anche un istruttore di tennis. Certo non un grande giocatore, anzi, nemmeno un buon giocatore (però ho avuto una caratteristica, ho vinto tutte le partite che dovevo vincere e buona parte di quelle che in teoria avrei dovuto perdere), ho cominciato tardissimo, avevo uno stile in alcuni colpi davvero terribile.
Ero un agonista, perchè ho sempre pensato che il modo migliore per onorare lo sport fosse dare il massimo, voler vincere. Sì, si gioca per vincere, non per partecipare. E se giochi per vincere, se dai il massimo e poi perdi sarà bellissimo lo stesso.
Le mie 5 partite più belle sono state 5 sconfitte, tutte con giocatori tanto più forti di me.
Li ho quasi battuti.
Non ci può essere sensazione più bella quella di aver dato tutto e aver onorato lo sport.
E questo ho sempre insegnato ai miei bambini (insegnavo ai bambini, credo di esser stato molto portato in quello, certo non avrei mai potuto insegnare ad adulti già forti di suo, servono maestri migliori per quello).
Insegnavo cioè a divertirsi ma anche a non aver paura del confronto, della partita, del risultato. I genitori, pochi, mi dicevano "non gli far fare la partita, se perde sta malissimo".
Ma era un paradosso, a che serve fare uno sport di uno contro uno se hai paura dell'uno contro uno? Si dovevano educare i bambini a voler giocare le partite, a capire le situazioni di gioco (sempre diverse dall'allenamento), a vedere quanto è bello vincere o perdere se hai giocato al massimo.
Se qualche bimbo aveva paura di perdere la colpa era a monte, non certo mia.
C'è qualcuno nettamente più forte di te? ci giochi, ci perdi, migliori (perchè si migliora solo con i più forti), gli dai la mano a fine partita e tutto è bellissimo così.
E se invece perdi con uno più scarso, perchè hai giocato malissimo o per altro, ok, arrabbiati pure, ti farà bene.
La prossima volta sarai più forte e concentrato.


Ora..
Mi ritrovo davanti per la prima volta in vita mia un film che racconta in maniera perfetta tutto il mondo del tennis, sia quello fuori che quello dentro il campo.
Il mondo dei professionisti milionari, quello invece dei (semi)professionisti che faticano ad arrivare a fine mese, quello dell'insegnamento del tennis, quello delle sconfitte brucianti e dei successi che ti danno alla testa, quello delle aspettative che se ne vanno per sempre, quello dei sacrifici, quello di provarci ancora, quello del non poter accettare di non essere più forti come un tempo, quello dei viaggi in posti lontani dove se vinci il torneo guadagni qualcosa ma se se anche solo arrivi in semifinale è una rimessa, quello degli sponsor che non ti calcolano più e devi andare a comprare un paio di calzini da solo, quello dello sponsor che poi ritorna perchè adesso sei un caso mediatico che interessa la gente, quello del dover conciliare sta passione che ormai niente più ti porta con una famiglia, con la vita "vera" (ma sicuri che la vita vera sia solo quella? le passioni non lo sono?), quello delle madri che ti insegnano che esiste solo la vittoria e non credono in te, quello che ti racconti che Ivanisevic ha vinto il primo Slam a 30 anni e Connors era forte a 40 e quindi anche te, a 37, puoi tornare quello di un tempo, quello degli infortuni per cui non potrai mai più essere lo stesso ma non lo accetti, quello del renderti conto che sei vicino alla fine ma non sai fare altro (quegli spazi lasciati vuoti sul pc nel film), quello delle partite che sei sotto 2-6 1-4 ma poi piove, puoi fermarti un attimo e se per puro caso riesci a trovare motivazioni diverse poi vinci la partita (perchè il tennis è quasi tutta testa), quello del più terribile e simbolico dei punti forse di tutti gli sport, il match point, quell'unico punto che ti separa dal trionfo e che puoi raggiungere anche senza fare niente volendo (un doppio fallo, un errore avversario) ma a volte, anzi, spesso, lo perdi quel punto e poi a volte perdi anche la partita, e a volte perdi anche il torneo, a e a volte perdi anche la semifinale del Roland Garros a 19 anni, tutto per un punto, un punto, qualcosa che può arrivare anche dal cielo, e te perdi e ripenserai sempre a quel punto, la partita è persa ma era vinta, e quel punto quando ti va bene ti cambia l'intera giornata, quando va male la settimana, quando va malissimo un mese, quando - come nel caso di Thomas Edison nel fil -  va in modo tragico, ti cambia la vita intera.
Racconta tutto questo sto film.
In maniera così perfetta, così vera, che gli si ritorce contro, diventa un film quasi solo per appassionati, troppo tecnico, troppo perfetto.
Un film di pura fiction che, alla fine, ha il difetto di essere un documentario mancato (come documentario sarebbe stato un capolavoro, come film ha una struttura sbagliata).
Però ho rivissuto tante cose, alcune della mia vita altre da appassionato, spettatore e conoscitore (perchè, ovviamente, io come giocatore non sono arrivato manco alle pendici del semiprofessionismo).
Le sequenze di gioco sono straordinarie, non dico nemmeno realistiche quanto proprio reali.
Tutto è perfetto, lo spogliatoio, la cornice, i campi, i colpi, le situazioni di gioco.
Ci sono alcuni errorini che solo un malato può vedere (ad esempio 3-4 volte Thomas si ferma tantissimo prima di servire, impossibile nel tennis, o come quando lo sponsor dice di riconoscere la moglie di Thomas, anch'essa tennista, e poi scopriamo che non era diventata nemmeno una professionista) ma per il resto il film, intrinsicamente, non ha un difetto.
Eppure è troppo dentro al tennis per funzionare con tutti. La gente potrebbe non capire le situazioni (è un film quasi tutto basato sulle qualificazioni a un torneo, pochi capiscono che significa quella fase, quanto sia intensa ed importante), annoiarsi per la lunghezza delle partite, non essere presa dalla struttura del film (lineare e ripetitiva come lineare e ripetitivo è il mondo del tennis).




Ma il lato psicologico è superbo, quel tennista di 19 anni che perse la semifinale del Roland Garros arrivando al match point e che poi, da lì, andrà in tremenda crisi, è caso raro ma possibile. E noi amiamo questo nostro splendido protagonista, una persona buona, umile, matura ma che al tempo stesso non vuole sentirsi morta, vuole mostrarsi ancora forte, vuole crederci ancora.
Ambigua ma vera la figura della moglie, inizialmente la sua più grande tifosa poi, però, impaurita da quei nuovi successi (per lei "inutili") che potrebbero allontanarlo dalla famiglia.
Egoista? non so, è tutto molto più complesso di così.
E perfetta anche la figura della madre, quella sì frequentissima in questo sport, castrante, come spesso sono i genitori.
Ma questo bellissimo film (che, però, consiglierei agli amanti del tennis, con gli altri faccio fatica) alla fine è un'opera esistenziale e avrà il suo compimento nei minuti finali, magari prevedibili ma perfetti.
E' il quinto set, la fine di tutto, di una partita di tennis come di qualsiasi altra cosa vogliate.
Due match point, come fu allora, 18 anni prima.
Tutti e due persi, uno pure con un doppio fallo.
Ma si lotta ancora.
Ma per recuperare una palla corta il ginocchio, quel ginocchio maledetto, gira (scena magistrale).
Probabilmente è un infortunio terribile, non solo la fine della partita ma di un'intera vita in quel mondo.
Ma Thomas si alza, zoppica ma si alza.
E qui avvengono i 3 capolavori di scrittura di questo film.
Lui che dà il suo polsino al raccattapalle, gesto minuscolo ma che ha dentro una vita, l'accettare che siamo a 20 secondi dalla fine di tutto.
Lui che vede sè stesso 18 anni prima piangere sulla sedia.
Ma il cuore e l'orgoglio di quest'uomo sono troppo grandi.
Quel sè 18enne lì a piangere è un'immagine troppo forte.
E' un dolore che va rispettato.
La partita va finita.
Thomas lancia la pallina per servire.
Un ralenti da pelle d'oca, lentissimo, perchè ha un'intera vita dentro, dal principio (non a caso il film comincia così) alla fine.
La racchetta colpisce la pallina.
Nero.
Un finale così lo vedemmo già una volta, sempre in un film di sport.
The Wrestler.
Un ultimo salto dalle corde, un ultimo servizio del tennis.
Tutti e due con dentro già il dolore della fine, della morte.
Un gesto inutile, tutto è già perso, e pericoloso.
Ma un qualcosa che dobbiamo a noi stessi.
Un onorare fino all'ultimo istante la nostra passione, la nostra vita, i nostri successi e insuccessi.
Randy the Ram salta avendo paura di morire.
Thomas Edison serve avendo quasi la certezza di rimanere zoppo in quell'ultimo gesto.
Potevano fermarsi, tutti e due, e accettare la fine di una carriera.
E invece saltano.
E invece servono.
Noi vedremo nero, in entrambi i casi.
E' un nero che ci impaurisce, che molto probabilmente nasconde un seguito terribile che non potremo sapere.
Ma questi due uomini che non hanno saputo accettare di essere finiti e che, anche solo per loro stessi, hanno lottato fino alla fine si meritano tanto altro.
Vi prego, voi due, laggiù, in quel nero.
Vi prego, ditemi che state bene


6 commenti:

  1. conto di vederlo,mi hai incuriosito. Amo molto il tennis (ASSOLUTAMENTE non ai tuoi livelli,e ci tengo a sottolinearlo),ma la ragione per cui voglio vederlo è che mi fido ciecamente dei tuoi consigli :)

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    1. Non ho perso tempo,e ieri pomeriggio l'ho subito guardato (anche perchè ora sono in quarantena covid :D e ho più tempo)....

      Che dire,a parte che un film così ben specifico sul tennis (tranne appunto quelle incongruenze che hai notato tu,ma passabili) non lo avevo mai visto.E' anche vero che a differenza del calcio o della boxe,è uno sport che passa molto raramente al cinema. Qui ci troviamo davanti ad un ottima prova registica musicale e di scrittura. Il racconto psicologico e morale di una stella mai nata del tennis,un talento che ha avuto la sfortuna di essere sempre dietro,e quindi si notano le differenze sostanziali tra il campione milionario e quello che è in rosso sul conto bancario. Il fatto che sia una storia inventata rende ancora più bello quel finale dove forse il regista lascia a noi l'ultima riga della sceneggiatura

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    2. no, confermo, non solo è il film più specifico sul tennis che abbia mai visto ma credo non si possa farne uno più specifico, documentari a parte

      completamente d'accordo su tutto

      ma è sì una storia inventata, ma una storia che nel tennis avviene di continuo, decine di casi l'anno (certo forse non un semifinalista del Roland che poi si blocca - ma è successo anche quello - ma di juniores che entrano in crisi profonda e da future stelle finiscono 200 del mondo e fanno i maestri ne è pieno

      finale, secondo me, splendido

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  2. L’ho visto ieri sera, quasi per caso, pensando fosse la storia di un coach che scopre le potenzialità di un ragazzino e lo fa crescere secondo la sua esperienza.
    Nulla di più errato 🙂
    In certi tratti un po’ lento ma anche questo ritmo, in realtà, è finalizzato alla storia.
    Condivido che il finale sia quello più giusto. Il film ha già detto tutto. Ho provato un attimo di terrore quando ho intuito che non ci sarebbe stato seguito alla battuta ma, quando la previsione si è realizzata, ho pensato che Thomas il suo riscatto, sportivo, personale, familiare, relazionale, l’ha già ottenuto

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    1. grazie Pier del commento ;)

      nel quale, ovviamente, mi ritrovo del tutto ;)

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