17.11.23

Recensione: "C'è ancora domani" - Scritti da voi - di Angela Sid



C'è un film di cui stanno parlando tutti tutti tutti, quello della Cortellesi.
Come già feci con Barbie - che feci recensire ad una 16enne perchè mi dispiaceva un sacco non avere "una voce" (in quel caso molto positiva) qui nel blog, dato che a me non interessava - anche stavolta ho affidato la recensione a qualcun altro.
Lei è Angela, amica che mi aiuta da due anni sulla pagina Instagram e qui al debutto nelle "recensioni".
In realtà, a differenza di Barbie, sono sicuro che un giorno questo film lo vedrò anche io.
Intanto vi lascio alla recensione di Angela, recensione che - come mio costume coi film non visti - non ho letto ma, conoscendo lei, sono sicuro sarà interessante e ben scritta.


Di questo film sta parlando (giustamente) chiunque, in Italia e all’estero. C’è chi lo ha definito un capolavoro, chi lo ha denigrato aspramente, chi lo ha trovato banale e didascalico e chi l’ha definito il “Barbie” italiano.
E allora perché leggere l’ennesima recensione del film del momento?
Perché non è una recensione.
Perché non parlerò dei numeri, degli incassi, delle sale piene, degli applausi o degli occhi lucidi a fine proiezione.
“C’è ancora domani” non è un film perfetto. Non è il film migliore che ho visto, non è il più bello, né il più commovente, non è il più doloroso né il più poetico. Però è il film che mi ha fatto trovare il coraggio di pubblicare per la prima volta una mia “recensione”. E se proprio dobbiamo trovare un merito a questo film (non è necessario che ogni film ne abbia uno) sicuramente questo film ha il merito o, per lo meno lo scopo, di infondere coraggio.
“C’è ancora domani” serve a ricordarci da dove (e soprattutto da chi) veniamo e dove possiamo arrivare.


È un dramma ed una commedia insieme, con un bianco e nero che porta direttamente indietro nel tempo, al dopoguerra in cui è ambientato, ma con una colonna sonora che sta lì apposta per dirti che si, è storia, è il passato di (tutte) le famiglie, ma non è così passato e non è così lontano.
La sinossi è semplice e, se vogliamo, anche scontata: famiglia alla soglia della povertà che, nella periferia romana del secondo dopoguerra, cerca di sopravvive e mandare avanti la baracca tra un marito ex tombarolo e violento, due figli maschi agitati, una figlia, Marcella, a cui è stata negata la possibilità di studiare per la sopradetta condizione economica, il nonno (padre di lui) fascista e più mascalzone del figlio e Delia, la mamma-moglie-sarta-infermiera-cuoca-aggiustaombrelli-idraulica-tuttofare protagonista della storia. Gli abusi che Delia subisce non sono solo le botte che prende in casa dal marito, narrate magistralmente e trasformate delicatamente in passi di danza che sembrano parte di una coreografia provata così tante volte da poter essere eseguita ormai a memoria, senza alcun errore, e con la musica al posto del rumore dei colpi, che forse fa più male che averle effettivamente sentite, quelle botte che fanno tremare le mura di casa. Le vessazioni che Delia (e tutte le donne di questo film) subisce vanno dalla privazione della libertà, della parola, alla differenza salariale.
Per questo è un film che a molti (maschile plurale sovraesteso non a caso) è sembrato banale, scontato, non necessario o evitabile. Perché parla, per l’ennesima volta, del femminismo più diretto e immediato che si possa immagine. Impossibile non empatizzare con quelle donne, di qualunque estrazione sociale, che si sentono dire per tutta la vita, prima dai padri, poi dai mariti: “Zitta tu”, anzi “A bocca chiusa”.
È un dramma e una commedia insieme perché si ride, si piange, ci si commuove, si empatizza, si prendono le distanze e ci si arrabbia.
Le scene più autentiche e riuscite sono quelle di effettivo supporto e spensieratezza tra Delia e la sua amica Marisa, che sembra l’unica a non accettare le violenze che l’amica subisce ma a guardarla con tenerezza, non colpevolizzandola, prestandole sempre complicità; quelle più delicate quelle tra Delia e Nino, l’amico meccanico, primo fidanzatino, il primo amore mai consumato, la riflessione su qualcosa che poteva esserci e non c’è stato e che potrebbe essere ma non sarà mai.
C’è poi la complicità con le altre donne che sanno tutto ma non fanno (o non possono fare) nulla; c’è la speranza del riscatto sociale di tutta la famiglia conquistato attraverso il matrimonio della figlia con il figlio del “ripulito” proprietario di un bar; c’è il soldato americano che nella più assoluta incomunicabilità cerca di aiutarla (ed effettivamente ci riesce). Non ci sono grandi rivolte o manifestazioni urlate. C’è la vicina di casa che presta la tovaglia buona per il pranzo del riscatto e c’è il gesto, che mille volte abbiamo visto fare, dello spolverare il servizio di piatti e bicchieri, quello “buono”, la sera prima del pranzo per “fare bella figura”. C’è lo scorrere della quotidianità e la totale fiducia nel futuro, nella storia, nel cambiamento che arriverà.


Ma la cosa che, in assoluto, mi ha colpita e ferita di più, più delle botte, più delle umiliazioni, più di tutto quello che Delia sceglie di sacrificare, più del non vederla mai sedersi a tavola, più del vederla fare le scale a piedi con il cesto del bucato perché non era concesso loro di prendere l’ascensore insieme ai “signori”, più dello scegliere quella famiglia rispetto alla prospettiva di un’altra vita (prospettiva a cui lei non pensa neanche per un attimo) sono le parole della figlia nei suoi confronti. Più di tutto, in questo film, è estremamente dolorosa la mancanza di complicità, di empatia, di comprensione e, al contrario, la rabbia da parte di una figlia che vede (e subisce) le orinarie dinamiche dolorose e pensa che la colpa di tutto sia della madre, che lascia che accadano. La giudica, non rendendosi conto che il futuro che stava scegliendo era tale e quale alla scelta passata, e tanto criticata, della madre. Pensa che sua madre possa scegliere, non lo ha fatto e continua a non farlo, pensa che lei sia inutile perché permette al marito padre-padrone di comportarsi come fa, senza tentare nessuna reazione. E invece Delia reagisce, in silenzio, di nascosto, nel modo migliore in cui può farlo, per lei e per il futuro dei suoi due figli maschi e soprattutto di quella figlia femmina che, solo alla fine, riesce a sostenere e, in qualche modo, proteggere sua madre. Reagisce con quella totale fiducia nei confronti del futuro che ci fa quasi impallidire e sentire i morsi dei sensi di colpa per un futuro (oggi presente) che non è come quello che Delia e tutte le altre donne speravano.
Non è un film che svela, o rivela, chissà quale grande segreto o verità. Questa storia, quei passi di danza, quelle coreografie le conosciamo tutte e tutti, direttamente o indirettamente. Però è un film che, almeno a me, ha ricordato perché a bocca chiusa io non ci sono mai stata.

Andando al cast: Paola Cortellesi, all’esordio come regista e come attrice protagonista, credibile e perfetta; Romana Maggiora Vergano (la figlia Marcella) bravissima, intensissima e bellissima; Emanuela Fanelli (Marisa, la migliore amica di Delia) quota spensieratezza e simpatia, conquista subito con quel rapporto che, tra le due, sembra autentico; Valerio Mastandrea (Ivano, marito padre-padrone) riesce così bene in questo ruolo che credo lo detesterò per sempre; Francesco Centorame (Giulio, fidanzato promesso di Marcella) è semplicemente perfetto con quel sorriso che incanta il cuore e quelle mani che vorresti staccargliele; Vinicio Marchioni (Nino, il meccanico) timido ed ineccepibile nell’interpretazione di chi poteva essere felice e forse, finalmente, trova il coraggio per esserlo davvero; Giorgio Colangeli (Ottorino, il nonno dispotico) magistrale e credibilissimo.
Sulla colonna sonora, invece non mi dilungherò perché rischio di piangere al solo ricordo. Da “Aprite le finestre” di Fiorella Bini a “A bocca chiusa” di Daniele Silvestri, passando per “La sera dei miracoli” di Lucio Dalla e “B.O.B. – Bombs Over Baghdad” degli Outkast, ogni suono sembra messo al posto giusto.


“C’è ancora domani” è un film che parla di azioni quotidiane, di dinamiche nascoste e di altre note, di rivolte silenziose, attuate a bocca chiusa, di cose che sono successe e che continuano a succedere, di libertà negate e di quelle conquistate, di passato e di futuro. È storia ed è presente.
Didascalico probabilmente, immediato sicuramente, questo film ha fatto incazzare (quasi) solo i maschi bianchi etero cis basici. E allora forse di questo film, e di film come Barbie, e di tutti gli altri film in cui il femminismo è latente o è manifesto, è nascosto o è urlato, di film che fanno discutere di patriarcato, di disparità salariale, di diritto di voto e di parola, ce n’è ancora bisogno.

4 commenti:

  1. Il film è bello e gli rimprovero solo un errore: a fine pellicola, ho avvertito il peso dei fin troppi disinneschi a salvaguardare dalla storia il potentissimo segnale finale, fulcro della pellicola. Forse un voler strafare, dovendo mantenere l'effetto sospresa. Resta comunque gran bella pellicola rispetto ad una montagna di cinematografia spesso spacciata di livello.
    E non sono neanche cis basico, pensa.. ;)

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  2. Si, non è un film perfetto ma è comunque un bel film. Grazie per il commento!
    Angela

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  3. bellisima analisi .... condivido appieno

    questo, di seguito, il mio commento
    Difficile parlare di questo film dopo quello che proprio oggi è accaduto, ma ogni giorno si dovrebbe parlare di questo tema. Le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, ecc.. ecc..
    E' banale, semplice, scontato e invece la cronaca continua a dimostrarci il contrario e non se ne può più, così ecco che la bravissima Paola Cortellesi con quella sensibilità e delicatezza (ma anche crudezza e cattiveria) che solo un "comico" sa avere, ci mette di fronte alla realtà.
    Il film racconta un passato che era "ieri", gli da quel colore e conseguente messa in scena, per riportaci indietro nel tempo a quel "cinema" che fu; di cui ancora andiamo orgogliosi. Ma il suo Cinema, quello di "C'é ancora domani" è moderno, attuale. Le musiche in particolare ci riportano ad oggi e quello che accadeva, accade ancora, nel privato, nel luogo che più dovremmo sentirci bene, sicuri, amati e rilassati: la "casa". Non mi dilungo sulla bravura degli attori (a partire da Mastrandrea che rischia di compromettere la sua carriera con un ruolo che tutti odieremo) o sulla morale, quello che apprezzo è il Cinema che si respira. Un Cinema che racconta, che fa riflettere, che emoziona, che ti fa partecipe. E' un film drammatico, ma si sorride, si prova empatia e alla fine si riesce anche a provare l'idea che c'è speranza. Fa ancora più clamore il sorprendente finale, dopo quanto fin ad allora visto, bello ma molto prevedibile. Poco importa se la credibilità della sceneggiatura vacilla qua e là, l'importante è che il film arriva a tutti e, mai come ora, andrebbe fatto a vedere a tutti i giovani. Bello, correte a vederlo.

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    1. Che bella analisi, grazie per averla riportata qua.
      Angela

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