2.11.23

Recensione: "Anatomia di una caduta" - Al Cinema 2023

  

"Anatomia di una caduta" è un film magnifico che, per quanto mi riguarda, ha come unico difetto l'eccessiva durata (dovuta ad una parte centrale, quella del processo, assolutamente troppo prolissa).
Un bambino cieco trova suo padre morto, nella neve.
L'uomo sembra essere caduto o essersi gettato dalla soffitta, ma in casa era presente anche la madre, che risulta quindi indagata.
Ne nasce così un grandissimo film che analizzando quella "caduta" analizza invece un intero rapporto di coppia, con tutte le sue crepe, i suoi problemi, i suoi segreti.
Dialoghi magnifici per un giallo sull'impossibilità di raggiungere una verità e su come per ogni cosa ci può essere sempre un punto di vista diverso per giudicarla.
Sandra e Samuel siamo tutti noi, sono tutte le nostre storie d'amore difficili, tormentate, a volte pure "mortali".
E' impossibile descrivere l'anatomia di un amore o di una vita.
Perchè l'anatomia è scienza, e tutte le nostre vite e le nostre emozioni, scienza, non potranno mai esserlo.

"Devi prendere una decisione"

dice la tutrice di Daniel al bambino.
Non riguarda tanto quello che pensi, non riguarda tanto quelli che provi, ma riguarda quello che decidi sia meglio per te.
Forse, in mezzo agli innumerevoli e superbi dialoghi del film, questo potrebbe restare nascosto o dimenticato.
Eppure credo sia importantissimo, probabilmente il più importante e indicativo per dare una soluzione al giallo e alle vicende.
Daniel depone per l'ultima volta, in piedi, nel sui mondo oscuro di ombre e dolori.
Sembra aver finito di parlare eppure vuole aggiungere un'ultima cosa, che sembra una piccola postilla quando, invece, è semplicemente il "nuovo" frutto nato di quel "devi prendere una decisione" del giorno prima.
Daniel ha deciso.
Ha deciso che anche se il suo cuore magari dice altro, anche se il suo senso logico magari dice altro, anche se le sue sensazioni sono altre, lui non vuole perdere anche sua madre, l'unica cosa che gli è rimasta (oltre al suo splendido e commovente cane).
Parte il racconto, probabilmente inventato, di quel viaggio in macchina col padre verso il veterinario.
Sono 5 minuti straordinari, emotivamente giganteschi, incastonati in un'ultima mezz'ora che, emotivamente gigantesca, lo è quasi sempre.
Cinque minuti sulla necessità di prepararsi alla morte di chi ami, sull'ineluttabilità della stessa morte, sul concetto per cui ogni vita è vissuta con diversa intensità e, quindi, quel "super cane" che ha dato la sua esistenza per Daniel, proteggendolo da tutto e dovendo spendere energie gigantesche per farlo, magari era destinato ad andarsene prima del previsto, troppo stanco.
Un pò quello che successe con John Coffey ne "Il Miglio Verde".
"Sono stanco capo", disse quell'uomo che, seppur ancora giovane, aveva usato tutte le sue energie per salvare ogni volta la "malattia" degli altri.
Come del resto - da qui l'analogia pensata da Daniel-  Samuel, il padre, era un uomo che aveva dato tutto, aveva amato, sofferto, lottato fino a quel momento, e magari si sentiva stanco, arrivato al culmine, svuotato.
Pronto ad andarsene.
E' straordinario come ad un certo punto le parole dette in tribunale da Daniel diventino, nel ricordo, una specie di "doppiaggio" del padre, il viso e labiale di lui, le parole del figlio.
A darmi ancora più la sensazione che quel ricordo non sia reale, ma sia stato costruito dallo stesso Daniel.
Una scena di impressionante bellezza.
E, se ci pensate, esattamente "contraria" all'altra scena madre di questo magnifico film, quella dell'ascolto in tribunale del file audio della litigata.
Ecco, ad un certo punto - brividi - il flash back del litigio "apparso" a noi spettatori con l'audio scompare, per lasciarci solo i rumori di una lite spaventosa, di una vera lotta a calci e pugni.
Lotta che quindi noi spettatori non vedremo, come del resto non poteva vederla nessuno dei presenti in quel tribunale, a ricordare che noi dobbiamo essere come tutti i personaggi del film, non avere alcun elemento in più per conoscere la verità.
O interpretarla.
Ecco che quindi una scena reale e drammatica successa veramente ci viene preclusa allo sguardo proprio nel momento in cui sarebbe stato più importante vederla, mentre la scena del ricordo di Daniel, probabilmente non reale, ci viene mostrata (anche se con l'artificio della voce del figlio nel labiale del padre, pensateci, non può essere un caso).
Il vero nascosto e il falso manifesto.
Un pochino, se volete, questo potrebbe apparire il mantra dell'intero film, una magistrale architettura che nei suoi mattoni inserisce verità e bugie come fossero una calce perfetta.
Però poi, a ben pensarci, questo film di bugie al suo interno potrebbe averne pochissime, se non nessuna.
Sembra più che altro un film sull'interpretazione della verità, sulle suggestioni, sulle ricostruzioni, sull'analisi delle cose.
Con quella "caduta" del titolo che diventa invece sineddoche di intere vite, probabilmente non solo quelle dei protagonisti, ma anche delle nostre.
Anatomia in realtà è termine scientifico, incontestabile, quando ne viene descritta una quella è.
E attraverso disegni, computer grafica, modellini in tre dimensioni e ricostruzioni in cui vengono fatti cadere manichini dalla finestra, si prova veramente a dare un'anatomia a quella caduta.
Eppure ci sono 2,3,4 anatomie diverse di quella caduta.
Un ossimoro, l'anatomia una è e deve essere.
Ed è qui che questo magnifico titolo esplode, ovvero in questo tentativo inutile e impossibile di dare anatomia a cose che un'anatomia non ce l'hanno.
Questa caduta che non si riesce a ricostruire, così tanto complessa che due tesi completamente antitetiche sembrano entrambe assolutamente incontestabili, non è altro che la metafora di tutto quello che avviene nel film, ovvero il cercare di dare una "scientificità" ai rapporti umani, alle emozioni, ai comportamenti.
In tribunale si analizza la caduta ma poi, con uno zoom all'indietro a schiaffo che finisce in un campo larghissimo, si analizza l'intera vita di Sandra e Samuel cercando delle prove "scientifiche" per corroborare la stessa scientificità dell'analisi della caduta.
Eppure, ed è questo il messaggio più grande del film, non potrai mai dare forma all'informe, non potrai mai dare scientificità al non scientifico, non potrai mai pretendere di trovare certezze, verità monolitiche e punti di vista sicuri in quella cosa così incredibilmente schizofrenica, complessa, indecifrabile, bipolare, ipocrita - e per questo vera - che è l'esistenza umana.

Andiamo alla registrazione.
Appare il flash back.
Ogni frase di lui ci sembra giusta, perfetta, inoppugnabile,
Ogni frase di lei, dal suo punto di vista, lo stesso.
Eppure stanno dicendo cose una completamente opposta l'uno all'altra, per ogni aspetto analizzato viene esposto il suo contraltare.
Analizzando questo straordinario dialogo sembra di vedere i due periti forensi che danno le due versioni della caduta.
Entrambe sembrano reali, vere, condivisibili.
Sia nel caso della litigata che nell'analisi della caduta possiamo anche propendere più per l'una che per l'altra delle due posizioni (per esempio io ero più dalla parte di lui in quel dialogo, cosa molto strana per me che di solito sono sempre dalla parte di "lei") ma ci rendiamo benissimo conto che, alla fine, tutti hanno ragione, nessuno ha ragione, semplicemente ogni aspetto della vita ha punti di vista differenti e, addirittura, anche quando una verità sembra inoppugnabile (per restare in tribunale  diremmo "la prova") anche quella può essere analizzata, capita, per poi magari mostrarsi in altra maniera.
In questo senso la gigantesca figura di Daniel, il figlio (in un paio di scene mi ha devastato) diventa emblematica.
E' cieco per un terribile incidente, incidente successo "per colpa" del padre (virgolette d'obbligo, nessuno ha realmente colpa).
Incidente che diventa importantissimo nella sceneggiatura non solo in maniera "reale", ovvero perchè quel figlio così per sempre menomato diventerà un tormento incredibile per il padre, devastato dal senso di colpa e probabilmente da quel momento entrato in una spirale senza via d'uscita (molto interessante come in questo senso l'incidente abbia creato una specie di domino di disgrazie, tipo i costi delle cure troppo alti, la successiva mancanza di soldi, il dovere tornare a lavorare del padre invece di scrivere, tutta una serie di conseguenze reali che diventano anche simboliche, come se quel senso di colpa lo mangiasse così tanto da togliergli ogni bene e libertà), dicevo non importante solo per questo motivo ma anche per il suo valore metaforico.
Daniel non vede, è cieco.
Mentre noi analizziamo plastici, filmati, ricostruzioni, mentre noi vediamo i visi e i comportamenti di ogni singolo personaggio lui è lì, nel suo mondo oscuro di solo udito.
E' lì con un compito preciso, un compito che esplica già dopo 10 minuti di film:

"Io devo capire"

aveva detto. 
E così mentre il mondo fuori a colori mostra, dimostra e si mostra, mentre il mondo a colori urla e discute lui, a occhi chiusi, metafora se ce n'è una della riflessione, cerca di capire.
Su 10 personaggi del film è forse l'unico che non deve portare avanti una posizione, è l'unico che se ne sta lì, in mezzo, nè da una parte nè dall'altra, cercando di capire.
Ecco quindi che la sua cecità diventa un dono o un "vantaggio", quello della possibilità di estraniarsi da tutto e capire.
E quello che capirà, come detto all'inizio, si unisce all'altra frase simbolo del film , "devi prendere una decisione", e Daniel è forse così l'unico "a capire che non c'è niente da capire", che non ci possono essere certezze, che l'unica certezza in quella terribile situazione è il dubbio, che non ci può essere nessuna anatomia di una caduta, di una vita, di due vite o delle vite di ognuno di noi.


E allora, conscio di questa impossibilità di capire, sceglierà la via meno dolorosa, la via in cui avrà ancora una madre a fianco, una madre che FORSE ha anche causato la morte del padre, ma meglio un rapporto da ricostruire con l'unica persona che mi è rimasta al mondo che perdere per sempre quella persona, persona che poi, altrettanto FORSE, non ha colpa di nulla.
E' come se nel marasma ed incertezza della vita Daniel abbia scelto non tanto la via della verità (impossibile da imboccare) ma quella della sopravvivenza, probabilmente anche quella dell'amore.
In questo dubbio amletico (e, attenzione, per Daniel il dubbio non è solo sulla dinamica della caduta ma ce ne sono di molto più importanti, ovvero quello di capire se i suoi genitori si amavano davvero e quello di capire se la stessa madre lo ami) Daniel doveva "decidere" (per tornare alla tutrice) se vivere (salvare la madre) o morire (condannarla alla prigione a vita).
Ed ha scelto di vivere, anche perchè solo vivendo avrà modo, stando con lei, di continuare a capire.
Non è un caso che quando la madre torna a casa entrambi manifestino la "paura" di quel ritorno, perchè entrambi sanno che quel ritorno e quella nuova vita insieme non sono un punto di arrivo, una nuova gioia, ma, al contrario, un nuovo difficilissimo punto di partenza in cui, con molto dolore e diffidenza, dovranno riscoprirsi.
E diventa quindi struggente vedere quel figlio che accarezza la testa della madre (ribaltando quindi  i ruoli), come a ricordarci che è stato lui l'adulto della situazione, lui quello che ha deciso per l'altro, lui quello che ha protetto e si è preso cura.


E' sempre buffo quando riprendo in mano una recensione il giorno dopo (o giorni dopo) e non me ricordo una fava de quello che avevo già detto o comunque non riesco a riprendere il filo di un discorso. Questo è il caso. Quindi ora, boh, provo a riprenderlo quel filo o sparo altre cose a caso.

Ok, prima parlavo di Daniel e della sua decisione, credo di averlo fatto anche troppo abbondantemente (anche perchè sono convinto che questa convinzione/sensazione non sia condivisa da molti. Ma è un film che parla di punti di vista e verità relative figurati se non debba essere così anche in fase di analisi).
Uscendo un attimo dalle tematiche, magari poi per tornarci per una chiosa, vediamo aspetti più "tecnici".
La scrittura è straordinaria, e parlo sia di scrittura più verticale (come è costruita la singola scena e i dialoghi dentro di essa) che orizzontale (il plot o comunque come le varie sequenze si legano tra loro).
Per non parlare della scrittura dei personaggi, quella che quasi sempre, alla fine, rende grandi i film.
Sandra, questa donna con piccole stimmate di anaffettività e freddezza (il giorno che muore il marito e i successivi ha spesso una calma inconcepibile, impossibile per chi ha appena perso la persona che ama) ma che molto spesso ci dà la sensazione d'esser vera, sincera, sbagliata in tante cose ma intellettualmente cristallina. Nella famosa discussione con litigata più volte mi sono ritrovato a pensare quanto fosse stronza ed egoista, eppure era così "pura" nello spiegare qualsiasi cosa gli imputasse il marito (il plagio, il tradimento, la colpa dell'incidente addossata a lui) che l'ho stimata tanto, perchè io amo chi sbaglia ma mi dà la sensazione di sincerità.

Poi c'è lui, Samuel, uomo che ho amato molto anche perchè, forse, mi ci sono rivisto in molte cose (da qui probabilmente quel mio dargli ragione, almeno al 51%).
Chissà se i suoi fallimenti abbiano davvero cause "esterne" (il mondo, Sandra) o siano solo sue mancanze, ma vedere un uomo che ama profondamente un figlio che ritiene esser diventato cieco per sua colpa è davvero dolorosa come cosa.
Anche lui mi è sembrato sincero perchè, come dicevo, questo non è un film di bugie, ma solo di diverse percezioni della realtà.

Su Daniel ho poco da dire. Importantissimo a inizio film, poi quasi scompare per poi essere indiscutibilmente il personaggio principale dell'ultima mezz'ora, la più bella (insieme alla prima).
La scena col cane e le pasticche (di una verosimiglianza pazzesca) è devastante, secondo me di gran lunga quella emotivamente più forte. Quel bambino che, per ricerca della verità, commette la tremenda leggerezza di rischiare di far morire il suo cane (che se lo definiamo l'essere vivente più importante della sua vita non andiamo lontano a prenderci) ti ammazza.
Ma c'è un altro momento, molto più piccolo e nascosto, che ha la stessa potenza.
Ed è quando Daniel vede al telegiornale della scarcerazione della madre.
Quel suo sorriso, quel suo "guardarsi" intorno, quella felicità mista a commozione, quel pianto-gioia sono 30 secondi che vorrei rivedere migliaia di volte.

Ma è bello anche il personaggio della tutrice, dolce e materna, e quello del pubblico ministero.
Resta però addosso quella dell'avvocato di Sandra, uomo da sempre di lei innamorato che ha deciso di aiutarla più in nome di quell'amore che per professione.
Un uomo sempre ad un cm dal baciarla o dal chiedere di farlo ma che, invece, con una dignità e rispetto pazzesco, starà sempre al suo posto, con un'umanità e una professionalità eccezionali (e, attenzione, anche Sandra non cede mai, particolare molto importante per chi sostiene la tesi - e mi ci metto anche io - che lei alla fine Samuel l'amava davvero).
I suoi occhi lucidi nel guardarla al ristorante giapponese restano dentro.


Il problema di "Anatomia di una caduta" è che è troppo lungo.
Non troppo lungo tout court, chè un film può anche durare 4 ore se serve, ma a me ha dato la sensazione nella sua parte centrale, quella del processo, di esagerare.
E' anche vero che io da 30 anni guardo video, documentari e qualsiasi cosa riguardi crime e processi e quindi quell'ora tutta là dentro l'ho vissuta in maniera meno "cinematografica", meno artistica, come se fossi stato a casa mia a guardarmi le mie ore e ore di processi.
Sì, ho un pochino patito (dentro al processo le cose che mi sono piaciute di più sono le ricostruzioni dei periti e, ovviamente, l'ascolto del nastro).
Per fortuna l'ultima mezz'ora riporterà "Anatomia di una caduta" alle altezze della prima parte.
Prima parte con un grandissimo incipit (madò, l'intervista con quella musica assordante è tanta roba, la passeggiata del figlio, il ritorno con quella scoperta, tutto perfetto) e un'altra grande sequenza che è quella della ricostruzione in loco, con quella musica altissima che ritorna e le riproposizioni del dialogo con diverse tonalità di voce.
A proposito di dialoghi un altro interessantissimo aspetto del film è quello riguardante le lingue.
L'uso del francese e dell'inglese non è solo "fattuale", ovvero dovuto alle varie nazionalità dei protagonisti e alle dinamiche del film, ma anche qui può essere visto in maniera più alta e simbolica, come a stigmatizzare la difficilissima capacità di comprendersi dei vari personaggi (specie dei due coniugi) e, volendo, anche  manifesto di eventuali egoismi (ad esempio lei che sceglie di parlare inglese in famiglia malgrado abitino in Francia e il figlio sia di fatto francese).
Come se non bastasse, in questa grande complessità dovuta ai punti di vista, alle esistenze e alle lingue, si inserisce anche quella dell'Arte, ovvero di quanto la Verità e la Letteratura (i libri di Sandra) possano intersecarsi tra loro.
Non è un caso che praticamente il primo dialogo del film riguardi questo, quanto cioè Sandra metta nelle sue opere aspetti della sua vita reale.
Realtà quindi che può essere finzione e finzione che può avere enormi tracce di realtà, a rendere il mosaico dell'impossibile raggiungimento del vero ancora più grande.
(su questo argomento di realtà e letteratura vi consiglio "Nella Casa", di Ozon).

Alla fine, però, quello che più resta dentro di "Anatomia di una caduta" è proprio il paradosso di essere un film su una verità che non verrà mai a galla ma, anche, un film che ti trasmette verità dal primo all'ultimo secondo.
Sandra e Samuel siamo tutti noi (non è un caso che i nomi dei due personaggi siano gli stessi dei due attori che li interpretano, tutto a sottolineare la "verità" di quel rapporto, quanto possa esulare dal film e riguardare la vita reale di noi tutti.
I loro tradimenti, il loro amore, il loro odio, il loro rinfacciarsi le cose, il loro non capirsi, la loro freddezza, la loro condivisione
del dolore o la loro solitudine nel dolore, il loro sentirsi migliore dell'altro, il loro orgoglio, il loro narcisismo, le loro grida di aiuto non sentite dall'altro, il loro affondare senza riuscire a remare insieme, i loro gesti d'affetto o di stima non capiti dall'altro, il loro amore così diverso verso un figlio così diverso, la loro differenza di carattere, la loro differenza di ambizione, ogni "loro" cosa è anche la nostra.
Però in mezzo a tutto questo casino, in mezzo a queste 7 lunghissime righe che sembrano gridare disamore in maniera incontestabile, ecco, in mezzo a tutto questo c'è esattamente l'opposto, la magia dell'amore.
Perchè Sandra e Samuel, malgrado tutto questo, forse si amavano davvero.
Perchè tutti noi, malgrado tutto questo, a volte ci siamo amati davvero.
Perchè sono capitati amori che a queste 7 righe qua sopra possono contrapporle altre con tutti i motivi per cui invece ne valeva la pena.
Con tutte le cose bellissime che avevamo.
Con tutte quelle uniche.
E se un amore sia vero potessimo capirlo da una stupida e fredda questione matematica magari ci accorgeremmo che, quelle righe, sono anche più di 7.



30 commenti:

  1. d'accordo con te, il film forse è un po' lungo, ma ha un suo perché, per farci soffrire nell'attesa dell'epilogo.
    e il tormento del bambino è straziante.

    https://markx7.blogspot.com/2023/10/anatomia-di-una-caduta-justine-triet.html

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    1. Ad un certo punto il bimbo scompare, e mi dispiaceva. Poi, nell'ultima mezz'ora, capiamo che è sempre stato il protagonista di tutto. E sì, è straziante

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  2. L’ultima scena, quando il cane si stende accanto a lei. Mi sono chiesto e richiesto se potesse avere un significato

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    1. Credo significhi qualcosa, sì

      Questa nuova vita parte da un presupposto, ovvero un rapporto madre figlio finalmente intenso, vero, partecipe.
      E il cane forse capisce che Sandra è una nuova Sandra, che loro 3 adesso sono la famiglia.
      E' un finale pieno d'amore

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  3. Lento, lento, lento. Con una marea di roba da tagliare, senza contare che se si fosse chiamato Autopsia di un cadavere caduto, sarebbe durato il tempo di leggere l'esame. Poi così al volo: se tu attivassi la registrazione prima di qualsiasi concersazione con qualcuno, non saresti condizionato? Saresti davvero sciolto e naturale, e non misurato nei tuoi confronti e provocante verso l'altro? Aspetto appena accennato in due ore e mezza di indagine.

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    1. Aspetta però Franco, nel film un paio di volte si dice a Sandra se sapesse della registrazione, credo che se gliel'avessero chiesto più volte sarebbe stato anche ridondante.
      E secondo me invece proprio perchè lui stava registrando (per sè stesso eh, non per un tribunale) decide di provocare. Insomma, era una discussione importante, forse "l'ultima" e lui voleva tenerne traccia

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    2. Appunto dico! Che valore puà avere in trubunale, davanti ad una giuria, una discussione "falsata" perché probabilmente lui sta provocando?! Non necessariamente per un tribunale, ma per trovare materiale per scrivere.. insomma.. non regge.. non può reggere.. e nessuno sottolinea la cosa, tranne di sfuggita..

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    3. Beh Franco, ma un innesco della discussione "fraudolento" non vuol dire che non porti a verità. Uno può provocare per avere delle reazioni ma quelle reazioni restano, spesso, vere

      E nel film il tuo dubbio viene anche spiegato, infatti le chiedono apposta se lei era sincera e vera o se sapeva della registrazione

      non so, a me sembra un passaggio perfetto e spiegato ma, appunto,sembra a me!

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  4. Bellissima recensione, la migliore che ho letto. Io non l'ho trovato lungo piuttosto lento nella primissima parte. Grazie

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  5. Anatomia di una caduta è un'opera, secondo me, completa, che funziona a più livelli. A partire dal titolo: è musica (come Dead Man's Shoes, per restare nel cinema), è già storia, è subito racconto (come "Metafisica dei tubi", per spostarci nella letteratura). Non è un aspetto marginale. I titoli sono importanti. Possono essere dei meri identificativi (opzione legittima), oppure possono operare come dispositivo ordinatore di senso (magari a visione conclusa). Insomma, ne sono rimasto subito affascinato.

    Ho trovato tutto necessario, anche la durata, il finale, la parte lunga centrale processuale. E tutti i personaggi hanno una precisa identità. A partire dal cane: il film comincia con lui scende le scale e si chiude con lui che sale sul divano. Il cane che è metafora del padre, nel racconto forse inventato del figlio, ma è anche metafora della madre, presenza silenziosa, discreta, ma sempre attenta. Il film comincia con una musica assordante. che copre le parole, impedisce il dialogo (come la più prepotente tempesta di neve), e si chiude con il silenzio ovattato e dolce di una notte insperata (come la più soffice carezza di neve). E' un film di opposti che si rincorrono e, incrociandosi, scontrandosi, si infondono significato. Urla e silenzi, memorie e falsi ricordi, errori e miracoli, accuse e promesse, dolore e speranze, domande inespugnabili e ricostruzioni inevitabili.

    Prima ho detto che ho trovato tutto "necessario": secondo me è l'aggettivo che meglio descrive le scelte di sceneggiatura. A un certo punto mi sono detto che il finale del film non poteva che essere sospeso (tipo "Una separazione"), senza che fosse rivelato il verdetto, lasciando tutto lì, cristallizzato nel cuore dello spettatore. E invece il film procede, il processo non solo si chiude, ma il momento del verdetto nemmeno diventa importante, e poi va oltre, c'è la scena del ristorante e poi il ritorno a casa. E ho capito che erano necessarie, la storia non poteva chiudersi come pensavo, ma era questo il modo in cui doveva andare. Perché questo non è un dramma processuale, non è un film sulla colpa, sul dolore, sull'elaborazione del lutto, sulla riscoperta di sé (o meglio è anche tutto questo), ma io credo che sia soprattutto un film d'amore (l'amor proprio, di madre, di padre, di figlio, di artista, ecc). E' vero, i temi sono tanti e tutti interconnessi, ci sono tanti passggi forieri di riflessioni molto intriganti, su tutti certamente il tema dell'elaborazione del dolore, della fatica dell'essere vivi, nella complicata condizione di genitore, costantemente in bilico tra il dovere di educare e il bisogno di realizzarsi come individui, tra la tentazione del silenzio e la necessità di urlare (ancora una volta, armonia di opposti). E ci sono enormi differenze tra la figura del padre e quella della madre (e qui si apre una riflessione socio-antropologica, a me molto cara, ma che qui taccio). Sono tutte tematiche urgenti e complesse, che emergono con forza durante il processo, soprattutto nelle dichiarazioni di lei, nella sua travolgente nudità emotiva, che merge in maniera devastante negli ultimi minuti, prima al ristornate (dove si chiede cosa ha vinto), e poi a letto con il figlio (quando si confessano la paura di rivedersi, che sfocia in un abbraccio). Il suo è il terrore di chi si è spogliato di tutte le emozioni ed è totalmente disarmato (cosa che non facciamo mai). Ecco, credo che il film volesse raccontare proprio questo, l'immane sforzo di nudarsi, di mostrarsi al mondo, ovvero a sé stessi e a chi si ama, di specchiarsi. E allora era necessario quel finale.

    Vorrei dire tante cose, magati ripasso più tardi.
    Grazie per questa tua, ennesima, splendida recensione.
    Un abbraccio :)

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    1. Titolo stupendo, a me è bastato quello per fiondarmi al cinema. Bellissima descrizione della tipologia di titoli ;)

      Ottima intuzione dell'incipit e chiusura incentrata sul cane e di questo contrasto fracasso - silenzio perfetto sempre tra inizio e fine. Fracasso e silenzio che non sono solo fattuali ma molto metaforici

      Se il film ci avesse dato una risposta certa si sarebbe autosabotato da solo, avrebbe perso metà del suo fascino e avrebbe quasi distrutto una sceneggiatura perfetta che gioca sul mistero, ma non sul mistero come i film gialli, di genere, ma su un mistero doloroso e molto più umano

      Da "perchè questo" alla fine del tuo commento il tuo è un fiume di parole inarrestabile e perfetto, come sempre amico

      Ogni commento è superfluo

      ci vediamo tra due settimane ;)

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  6. Robrzf ha scritto un commento magnifico e profondo, al pari della tua magnifica e lunghissima (un po' troppo nella parte centrale 😆😅😉) recensione per un film magnifico che si merita tutto ciò che avete scritto e anche di più. Ma siccome avete già detto tutto voi io mi taccio. Firmato: un omonimo (del Robrzf) anonimo, o quasi.😂😉

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    1. Ste faccine messe in mezzo alle frasi mi danno un indizio molto grosso.
      Ora si crea un Anatomia di un commento, per investigare

      ma secondo me in questo film invece che una pallina avremmo visto cadere un palloncino

      sempre che i palloncini possano cadere

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  7. ciao mi chiamo Marco pessimo film senza nessuna introspezione dei personaggi, è solo un lungo spot, film vergognoso

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    1. Ci ho ripensato,film sublime ,psicologico e godurioso,Marco
      .

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    2. Non ho capito se me stai a trollà ;)

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    3. No,quando scrissi male del film non ero in me stesso,presi 100 gocce di valium e mi rintronó,sorry

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    4. non so chi sei ma ti abbraccerei sia per farmi ridere che perchè so che sei anche serio

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    5. Marco,piacere.Ho 23 diverse personalità,un po' come McAvoy in split

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  8. È più lunga la recensione del film, quindi se qualcosa recensisse la recensione chissà cosa scriverebbe :)

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    1. servirebbe qualche pronipote di Bignami per risolvere tutto

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  9. Il film è molto bello, scritto benissimo, recitato alla grande e tecnicamente ineccepibile, e la tua recensione illuminante come sempre. Mi hai fatto anche sorgere quello che ora è più di un dubbio sul fatto che il dialogo fra il padre e il figlio in macchina sia tutto una macchinazione (scusa il gioco di parole ma un po' era voluto) da parte di quest'ultimo per scagionare la madre, e quindi completamente o parzialmente inventato.
    Ti propongo però un'altra chiave di lettura sul tema del linguaggio - argomento al quale hai accennato anche tu - più "metacinematografica" diciamo.
    L'uso dell'inglese da parte di lei (che ricordiamo non è la sua lingua madre), col passare dei minuti sempre più a discapito del francese, potrebbe essere visto magari come manifestazione del maggior successo del Cinema inglese (in generale anglofono, quindi anche made in USA) ai danni di quello francese, spesso troppo ricercato e sofisticato. Anche qui possiamo porci la domanda: trattasi di suicidio di un tipo di cinema non adatto alle masse, o è più un omicidio da parte del cinema inglese (lingua utilizzata da lei) più prettamente d'intrattenimento? O sono entrambe le cose, e la verità è in mezzo?
    Magari è un tema che non c'entra nulla con il film, ma è una visione che mi affascina e mi piacerebbe sapere cosa ne pensi.
    Un saluto :)
    Valerio

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    1. macchinazione è ottimo, ahaha

      se lo riguardi prova a immaginare sia così, secondo me torna tutto

      beh, la metafora sui linguaggi è grandiosa, mi sembra assurdo la regista l'abbia fatto apposta ma la trovo comunque una grande intuizione

      ma l'hai pensata completamente da solo?

      bella bella

      ciao Valerio!

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due cose

1 puoi dire quello che vuoi, anche offendere

2 metti la spunta qui sotto su "inviami notifiche", almeno non stai a controllare ogni volta se ci sono state risposte

3 ciao