
leggerissimi spoiler, pericolosi solo per
gente intuitiva...
Se non fosse per alcune forzature e per
quello che a mio parere è un errore di sceneggiatura addirittura pacchiano, non
avrei difficoltà a considerare La Donna che canta un capolavoro assoluto, un
film indimenticabile.
Una pellicola che mischia in maniera geniale
la Storia alla Tragedia greca (una famosissima tragedia greca ripresa in
maniera quasi speculare), che attraverso le sconvolgenti vicende che ruotano
intorno a Nawal e alla sua famiglia cerca di intraprendere un discorso più
ampio, molto più ampio.
Nawal è una libanese trapiantata in
Canada. Ha due figli gemelli. Alla sua morte i ragazzi scoprono nel testamento
di essere stati "incaricati" dalla madre di tornare in Libano
per cercare il fratello (che non sapevano di avere) e il padre. E' il suo
ultimo volere, impossibile sottrarvisi.

" La morte non è mai la fine di una
storia" afferma ad un certo punto il notaio amico di famiglia ai due
gemelli. Niente di più vero, per i ragazzi la morte della madre significherà
probabilmente l'inizio della loro storia perchè la difficile e tremenda
ricerca delle proprie origini li porterà a scoprire per la prima volta chi sono
e da dove vengono.
"A volte è meglio non saper
tutto" viene detto a Jeanne, la figlia femmina. E' davvero meglio così?
Vivere una vita spensierata che ha alle spalle un segreto enorme
oppure conoscere la tremenda verità? (la stessa domanda e opzione che,
all'incirca, abbiamo alla fine di Old Boy - con il capolavoro di Park non
finiscono qui le somiglianze...- e Shutter Island). I ragazzi scelgono la
seconda opzione, estirpare completamente le proprie radici dalla terra anche se
queste sono letteralmente cosparse di sangue.
Sangue di vittime innocenti, come quelle
del conflitto civile libanese tra cristiani e musulmani. Nawal ( la madre)
scoprirà con i propri occhi che non c'è una fazione che si possa preferire
all'altra, che la violenza e lo sterminio sono gli unici mezzi conosciuti per
prevalere l'un sull'altro. La terribile scena dell'autobus (turning point della
vita di Nawal) la porterà a non credere più a niente, nè nell' Uomo nè nella
propria stessa vita. Qualcosa si è rotto in quell'incendio e in quella
fuga tragicamente interrotta della bambina verso la madre.

Ma anche un altro sangue, il sangue del
suo sangue, ha insozzato quelle radici. Una serie di terribili coincidenze
porterà a un abominio che Nawal, una volta scoperto, non riuscirà ad accettare,
preferendogli forse la morte. E' questo che vuole che i figli sappiano, è
per questo che li rimanda in Libano. Non sarebbe bastato dirgli la verità, c'è
bisogno che i ragazzi abbiano il quadro completo, che conoscano tutta la vita
di Nawal perchè solo così probabilmente lei avrà la sua pace.
"1 + 1 può fare 1?" chiede Simon
a Jeanne in una delle scene emotivamente più forti. L'equazione sembra impossibile
ma questo non è il mondo della matematica, questo è il mondo reale,
quello dell'uomo e non c'è legge scientifica che regga. E così quell'infanzia,
quel "coltello piantato in gola" viene finalmente fuori.
E come in Persepolis, come in Valzer con
Bashir sembra che tornare indietro, analizzare la propria
storia sia assolutamente vitale per il popolo mediorientale.
Il film, a livello puramente
cinematografico eccelle. Già la prima scena con lo sguardo del bambino in
camera (e una strepitosa canzone dei Radiohead in sottofondo) è da pelle d'oca.
Forse il top è rappresentato dallo strepitoso piano sequenza dell'omicidio del
politico da parte di Nawal.

Ci muoviamo in spazi immobili in
cui il tempo sembra essersi fermato. Gli scenari sono mozzafiato, dai
sentieri disegnati del deserto alle strade distrutte dalle bombe. La
narrazione è gestita in modo mirabile, il passato di interseca col presente
alla perfezione, specie a Daresh quando in un perfetto montaggio alternato
vediamo Nawal nel passato e sua figlia Jeanne nel presente cercare la stessa
persona, il figlio abbandonato per la prima e il fratello scomparso per
l'altra.
La recitazione (anche qui obbligatoria la
lingua originale) è a livelli altissimi, oserei dire immensi per quel che
riguarda Lubna Azabal, la donna che interpreta Nawal. Queste sono prove che un
attore, e con lei lo spettatore, si porta dentro per sempre.
Purtroppo non mancano le forzature, specie
quelle riguardanti Abou Tarek, il torturatore. Finisce proprio in quella
prigione? E poi, a guerra finita, si rifugia proprio in Canada? nello stesso
paese? nella stessa piscina?
E non manca un errore madornale riguardo
le date e le età dei protagonisti, errore che spiegherò nel dettaglio con chi
ha voglia di farlo.
Peccato perchè è un film straordinario. E'
incredibile come l'amore e l'odio possano coesistere così. Un figlio frutto
dell'amore diviene la tremenda reificazione dell'odio, un odio che poi si
trova a generare suo malgrado altro amore.
Le catene sono ormai spezzate, tutti sanno
tutto.
E Nawal, una donna che ha subito le
più grandi sofferenze che una donna possa subire, che lo ha fatto cantando per
non doverci pensare, diventa simbolo di tutto, di ciò che di più bello e
di più terribile possa venir fuori da una guerra che, come tutte le altre,
rappresenta soltanto una nostra cocente sconfitta.
( voto 9 )
se possibile finchè non si è visto non
leggere nemmeno i commenti sottostanti



















