7.12.21

Torino Film Festival 2021 - Tutto il resoconto finale - 14 film recensiti

 

Siccome quest'anno per tanti motivi non potevo esse al TFF e siccome non avevo nemmeno mandato degli inviati, mi sono ritrovato alla fine senza nessun post per quello che, senza dubbio, resterà sempre il festival cui sono più legato.
Però so stato fortunatissimo perchè appena il festival è finito me so ritrovato 4 amici (3 alla loro prima volta qua, uno ormai storico) che hanno avuto voglia di parlarne (tra l'altro tutti e 4 grandi teste e belle penne).
E, insomma, paradossalmente con questo unico post finale credo che troverete il resoconto più bello e completo che esista in rete sul Torino Film Festival 2021.

GAIA BARUSCOTTI

GREAT FREEDOM


Grosse Freiheit è un'intensa rappresentazione del travaglio che gli esseri umani affrontano quando la loro intima essenza è schiacciata e negata dalle leggi della società in cui vivono. La storia, costruita attraverso sapienti flashback che coprono la storia della Germania tra gli anni '40 e '80, vede per protagonista Hans, un ragazzo omosessuale che, proprio per il suo orientamento sessuale, punito dal paragrafo 175 del codice penale, viene dapprima deportato in un lager e poi incarcerato. In prigione incontra Viktor e il rapporto tra i due, fatto tanto di incomunicabilità e quanto di profonda comprensione reciproca, scandisce la vita di Hans fuori e dietro le sbarre. È un film sulla costante e mai soddisfatta necessità di un rapporto umano autentico in cui potersi riflettere negli occhi dell'altro come davvero siamo, e non come un numero tatuato sul braccio o un comma di legge.

THE DAY IS OVER


Dove sono finiti i genitori? E’ la domanda che si pone Qi Rui, all’esordio alla regia, nel film The day is over. L’intero film si svolge in un piccolo villaggio della Cina rurale abbarbicato sulle montagne e svuotato di adulti che decidono di andarsene inseguendo i propri sogni e abbandonando, dietro di sé, le proprie famiglie. Quelli che rimangono sono presidi disinteressati, avidi usurai e contadini prepotenti. Oppure ragazzine: c’è Zhang Jiaxing, ingiustamente accusata dai compagni di classe di aver rubato dei soldi, che decide di andare a cercare il padre a Shenzhen, e ci sono le sue amiche, da lei coinvolte nei suoi sogni di evasione e nella sua disperata ricerca dei soldi necessari. Le loro vicende si sviluppano principalmente lungo il corso del fiume, che diventa una sorta di liquido amniotico in cui realizzare una fusione simbolica e impossibile con le madri ormai lontane. 
A mio parere, il miglior film al Torino Film Festival visto quest’anno, per la sensibilità nel rappresentare il candore delle protagoniste e per la capacità di mantenere il giusto equilibrio tra gravità, leggerezza e speranza nel futuro.

NATURAL LIGHT



Se, come diceva Neville Chamberlain, in guerra non ci sono nè vincitori né vinti, ma soltanto perdenti, il film d’esordio di Dénes Nagy, Natural Light, ben esemplifica questo principio, rappresentando un episodio meno noto della Seconda guerra mondiale e cioè l’utilizzo, da parte del regime nazista, di soldati ungheresi per piegare la resistenza sovietica e garantire una facile occupazione dell’Ucraina. Il protagonista della vicenda, lo stoico e inamovibile caporale István Semetka, della cui vita prima del conflitto poco sappiamo, si trova semplicemente lì per svolgere il proprio lavoro senza, a differenza di altri, eccessivo sadismo, ma il suo desiderio di essere un mero ingranaggio nella grande macchina bellica viene frustrato quando si trova, suo malgrado, a guidare una compagnia di soldati. A differenza di altri film di tematica simile, come “Come and See” di Elem Klimov e “The Painted Bird” di Václav Marhoul, gli episodi violenti avvengono interamente fuori dall’inquadratura e proprio per questo appaiono ancora più angoscianti, come se un’oscura potenza maligna, a cui è impossibile sfuggire, fosse all’opera. Ciò a cui assistiamo sono i loro deleteri effetti sugli uomini: la guerra, sembra volerci dire il regista, è in grado di esasperare la complessità e l’ambivalenza naturalmente presenti negli esseri umani, tanto che si può essere in grado, come fa il sergente maggiore Koleszár, di ordinare il rogo del magazzino in cui sono stati riuniti i paesani e di commuoversi per la morte del proprio cane.

ANDREA BENI

“Rue Garibaldi” di Federico Francioni



Ines e Rafik sono due fratelli di origine tunisina, ma cresciuti in Sicilia. Hanno poco più di vent’anni, ma lavorano da quando ne avevano meno di dieci. Il meraviglioso ed intimo ritratto che ne fa Francioni, che pur mantenendo una sorta di invisibilità, si cala nelle loro esistenze in maniera estremamente ravvicinata, è quello di due fratelli caparbi e coraggiosi che decidono di trasferirsi nella periferia parigina, nella Rue Garibaldi per l’appunto, per provare a raggiungere un sogno di indipendenza che viene in qualche modo reso difficoltoso da una serie di inconvenienti e vicissitudini poco gradevoli. Francioni ha la fortuna di osservare le loro “vite di merda” molto da vicino, raggiungendo un’intimità e una purezza inaudite. Tra conversazioni spontanee, vocali in voice over e altri stratagemmi, Francioni mette in scena un documentario imperdibile che testimonia l’estrema vitalità che circola negli ambienti più underground e sconosciuti del cinema italiano.


“Luz Viaje Oscuro” di Tin Dirdamal



Girato in maniera rudimentale, con una camera sprovvista di zoom, Luz Viaje Oscuro è un viaggio contemplativo all’interno di un treno vietnamita che si dipana in tre tappe prima di giungere a destinazione. Il motivo dell’avventura: andare a incontrare un amico di infanzia che, invece di uccidere il Buddha sul suo cammino, ha ucciso una signora ed è finito in un ospedale psichiatrico. Durante il viaggio sentiremo solo la voce del regista e di sua figlia che con una naturalezza estrema parleranno di bombe lanciate in Vietnam, di principi spirituali, di antiche tribù che si rifugiano nelle caverne per sfuggire alla società e via dicendo. Un viaggio interiore, ancor più che fisico e reale, che porterà il regista a discendere nel più buio degli abissi per poter giungere, una volta superato, alla più straordinaria luce interiore.

“Un Monde” di Laura Wandel



Un Monde risente di una tendenza tipica del cinema art-house contemporaneo, che prende le mosse specialmente da quel capolavoro de Il Figlio di Saul. Tendenza che, tramite un utilizzo costante della camera a mano, prevede un pedinamento assoluto, quasi ossessivo del o della protagonista, in questo caso una bambina delle elementari. Quello che vediamo in Un Monde è, per l’appunto, un microcosmo spietato in cui i bambini di una scuola elementare belga devono in qualche modo sopravvivere tra complessi di colpa, bullismo e difficoltà a relazionarsi. Un film angoscioso, a tratti infernale in cui i bambini sembrano abbandonati a loro stessi e gli adulti incapaci di prendere delle decisioni mature e intelligenti.

RICCARDO SIMONCINI

CLARA SOLA



Il peso di un corpo che ci limita ed incatena, una fisicità umana debole, alterata, malata, perché quell’involucro di pelle, quello scafandro che ci riveste, ci hanno sempre proibito di scoprirlo fino in fondo. E da struttura di difesa (per relazionarsi in sicurezza al mondo esterno) è diventato confine inaccessibile di ciò che ci circonda. Clara ha quarant’anni, ma nonostante l’età sembra vivere da estranea rispetto a quel suo corpo che traballa, cade, faticando costantemente a stare in piedi. Dietro quella fisicità apparentemente incerta si nasconde però una forza infinita, spirituale, una forza che trascende l’uomo e la mette in relazione con il resto della natura. Clara crea infatti una sintonia con la terra, diventando parte di fango e prati, riporta in vita animali, con un sussurrato sospiro che ritrova tutto lo slancio vitale prima sopito, diventa gemella esistenziale della sua bianchissima cavalla Yuca, con cui sembra intendersi anche senza parole. Quando dialoga con quella natura Clara recupera insomma un’energia infinita, che scuote tutto come un improvviso terremoto, simile per certi versi a quell’interazione spirituale che supera la malattia di The Dead and the Others (recensito qua per la rubrica dell’InMubinologo). Un corpo fragile che ritrova la sua forza nella perfetta sinergia con quel contesto costaricano di vita extra-umana. Solo che in quel mondo la comunità sfrutta il suo potere per riti religiosi, preghiere, benedizioni, come se Clara fosse “santa” e con quelle sue mani (fonti inesauribili di energia) potesse intercedere persino per la Vergine Maria. Ma la sua forza risiede altrove. E paradossalmente quella religione, seppur sempre sovra-corporea, diventa un limite ancora più grande, che la blocca nella sua libera scoperta del mondo e del suo corpo (che è il medium a sua volta per scoprire il mondo), con regole comportamentali del tutto illogiche. La gente la tocca cercando miracoli, ma l’unico contatto che è lei a cercare è con la natura, l’unica essenza che non la giudica. Così l’opera prima di Nathalie Álvarez Mesén costruisce un esemplare ritratto femminile (inspiegabile come Wendy Chinchilla Araya non sia riuscita a conquistare il premio come miglior attrice, con un performance degnamente sopra a qualsiasi altra vista al festival), mettendo in scena un’estasi sensoriale dove realismo magico e riappropriazione sessuale si toccano come fa Clara scoprendo il mondo. Un’immersione nella claustrofobia di tradizioni opprimenti che deprimono ogni forma di libertà interiore, che per risvegliarsi richiedono violentissimi scuotimenti (persino esteriori).
Clara riesce a cogliere l’ordine nascosto delle cose, tanto da scoprire il nome oggettivo di oggetti, animali e persone. Il suo è Sola. Sola nel mondo, sola in quella religione. Ma non sola in mezzo a quella natura, oltre il corpo, oltre quella religione.

LES INTRANQUILLES  



Cosa vuol dire soffrire di disturbo bipolare? Joachim Lafosse torna a decostruire il nucleo familiare dall’interno, con il suo approccio vero, sincero, ma crudo e realista, nel rappresentare un contesto di sofferenza estrema. Cosa fare insomma quando tuo marito o tuo padre soffre di un disturbo così invalidante? Soprattutto se questi nega, se non prende le medicine, se entra costantemente in quel circuito irrefrenabile da cui è impossibile uscire, che ti porta un momento ad essere iperattivo e in un altro a non reggerti in piedi. Damien è un artista, dipinge tele senza sosta, ma, capiamo presto, dietro quelle apparenti inesauribili energie si nasconde uno sfinimento ben più grande, manifestazione sintomatica del suo disturbo mentale. Uno sfinimento che avvolge, oltre a lui, la moglie e il figlio, che lo amano e si preoccupano, ma che in quella condizione rischiano di veder vacillare qualsivoglia forma di comprensione. Le notti si susseguono infatti insonni, perché Damien è sveglio, Damien non si trova, Damien vuole fare mille cose anche se non ha le forze. E poi all’estremo finisce in ospedale, deprimendo improvvisamente tutta la sua ispirazione creativa. Il regista descrive con una precisioni minuziosa la quotidianità del pittore, sicuramente facendosi carico di una storia dall’alta componente autobiografica (il padre era un fotografo affetto appunto da disturbo bipolare). E il punto di vista privilegiato è infatti proprio quello del piccolo Amine, i cui “basta papà” risuonano ancora ora dolorosi come coltellate quando il padre nelle sue fasi maniacali abbraccia compulsivamente il figlio. La vita della famiglia (con interpretazioni magistrali sia di Damien Manivel sia di Leïla Bekhti) si trasforma in un tour de force estenuante, dove lo sfinimento delle crisi si alterna alla paura di ricadute. L’arte da terapeutica diventa manifestazione di sofferenza conclamata della psicosi, seppur ambiente “sicuro” attraverso cui trasformare il disturbo in qualcosa di socialmente e intimamente accettabile (perché quei quadri saranno venduti, esposti in mostre e dunque apprezzati). Lui, pittore, crea dal nulla, lei, restauratrice, riporta in vita mobili. Ed è un po’ simbolicamente il loro ruolo familiare: lui crea, ma poi distrugge, lei mantiene e conserva. E quel piccolo bambino rimane in mezzo, in un contesto dove l’affetto oscilla ad ogni episodio psicotico. Dove si vorrebbe stare uniti per farsi forza, ma dove più si sta insieme più le forze si esauriscono, irrimediabilmente.

ALL LIGHT EVERYWHERE


Il nuovo grandissimo documentario di Theo Anthony torna con il suo ormai consolidato approccio metodologico che lavora per accostamenti, invisibili connessioni che solo la giustapposizione di immagini consente, quell’implicito legame tra le cose che trascendendo il tempo permette di accedere ad una dimensione sempre più ambigua, dove frammenti prima apparentemente inconciliabili si riuniscono ora in unico quadro perfetto. Se nel suo esordio ‘Rat Film’ (che qualcuno ricorderà per aver dato inizio qui alla mia rubrica dell’InMubinologo - a proposito presto tornerà) si partiva dai topi per raccontare di spazi, di confini, di luoghi veri o virtuali in cui essere segregati, qui la riflessione parte dal guardare, in tutte le sue infinite declinazioni (con conseguenti risvolti etici-sociali). Cosa guardiamo? Ma soprattutto quello che guardiamo è reale, vero, oggettivo? Dove sono i confini dell’immagine, di ciò che c’è rispetto a ciò che rimane fuori? E la tecnologia in questo senso può aiutare ad ampliare le possibilità del guardare? I temi sono sempre gli stessi cari ad Anthony: l’illusione di verità, la ricorrenza storica, la città di Baltimora, le sue gerarchie, le soluzioni stravaganti per arrivare a debellare piaghe sociali. Ma il montaggio curato sempre dallo stesso regista crea un ritmo irresistibile ed incalzante in maniera del tutto inedita, a rendere ancora più illuminanti le riflessioni che emergono per accostamento, tra dati storici, sessioni di addestramento di polizia per le bodycam, interviste a tecnici di videosorveglianza o ad esilaranti imprenditori che quelle bodycam le producono. “L'occhio vede in ogni cosa solo ciò che cerca, e cerca solo ciò di cui ha già un'idea." Cioè, quando guardiamo e decifriamo il mondo non lo facciamo mai rispetto a ciò che realmente esiste davanti ai nostri occhi, ma in base all’idea che guida la nostra percezione (e che sarà pertanto distorta). In uno dei tanti esempi le bodycam dei poliziotti (che dovrebbero nascere ipoteticamente per fornire un dato “oggettivo” su quello che sta accadendo) inquadrano sì il mondo circostante, ma non quello che gli agenti stanno facendo (sono, cioè, sul loro corpo, ma quel corpo non lo mostrano, perché per quelle bodycam neanche esiste). L’idea che si nasconda qualcosa di oscuro dietro quelle immagini si fa largo man mano che il film avanza. Cosa si cela allora dietro le inquadrature aeree di videosorveglianza? Cosa nascondono le persone nelle loro case, dove le telecamere non possono arrivare? Fino a che punto possiamo controllare le immagini che vengono prodotte? E allo stesso modo chi si nasconde dietro l’obiettivo di un telecamera, persino in un film? In inglese “shoot” è lo stesso verbo per sparare e girare video. Chissà quanti si sono resi assassini nel riprendere la realtà che avevano di fronte.

FEATHERS




(Vincitore ex aequo ‘Premio speciale della giuria’)
Durante la festa di compleanno del figlio un autoritario padre famiglia viene trasformato in pollo da un mago ciarlatano (per un trucco probabilmente andato storto). Da lì l’esordio di Omar El Zohairy inizia ad affrescare di assurdità un mondo tragicomico senza nome fatto di lerciume e sporcizia, una necropoli fantasma riempita solamente di fumi infernali simil danteschi, dove sudicie banconote vengono costantemente contate comprando e scambiando tutto. Ma di fronte a tali assurdità è impossibile farsi domande, perché prima ancora che narrative queste sono sociali. Assurda è la mancanza di diritti, di lavoro, la presenza di norme retrograde completamente ingiuste. Assurda è la condizione di quella moglie e madre (una bravissima Demyana Nassar) che prima sottomessa al marito, ora deve cercare come può di mandare avanti la famiglia, imprigionata però in un sistema sociale che non le concede alcuna libertà. Lei subisce passivamente, come l’asino di ‘Au hasard Balthazar’ di Bresson, accetta, incassa, perché quell’irrazionale deve essere preso così com’è, come nell’equivalente borghese di Lanthimos deve fare la famiglia de ‘Il Sacrificio del Cervo Sacro’ nell’accettare l’assurda punizione. La macchina da presa incede sugli angoli fatiscenti, spesso ricoperti di guano, con inquadrature statiche che diventano sintomo di un’immobilità sociale, che non permette mai alcun riscatto, nemmeno se possiedi quelle unte banconote. La staticità ironica di Roy Andersson si declina qui più magica, sociale, sovra-esistenziale, ma sempre e comunque cupa e nerissima nel suscitare un sardonico riso.
L’impressione, però, è che quel pollo sia uno dei tanti animali trasformati, o meglio: ri-trasformati alla loro vera natura. Perché in fondo forse ciò che più è assurdo è definirci umani in un mondo simile. Normale invece essere polli, bovini da macello, teste di maiale. Il complementare di The Lobster insomma, dove il mondo non è semplicemente dis-umano (cioè con un’umanità deformata), ma in-umano (cioè con un’umanità del tutto assente).

RE GRANCHIO


Il folgorante esordio nella finzione del duo Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis riprende la loro stratigrafia di leggende e racconti, che si mescolano come frammenti di terra di ere geologicamente diverse. Tradizioni orali che via via si incrociano, alterandosi e trasformandosi, declinandosi organicamente ora in racconti, ora in canti popolari, ora in appunti di viaggio, superando tempi e invadendo spazi, persino lontanissimi. Così si passa da un piccolo paesino della Tuscia alla desolazione infinita della Terra del Fuoco. Da un gruppo di cacciatori dei nostri giorni al salvifico cammino verso la luce di Luciano, “l’ubriacone”, un uomo sospeso tra l’astratto mondo di corte e il povero mondo contadino della fine dell’Ottocento. Un uomo che pare quasi un alieno, venuto da un altro pianeta, attraente eppure ripugnante, con la sua folta barba segno di un tempo lacerante in cui forse tutto è cambiato. Luciano più tenta di costruire più distrugge, più cerca di perseguire un’etica più la infrange e così fa anche con la sua amata Emma, che da donna del desiderio (che come lui si sottrae a quelle logiche sociali di alto-basso) si fa ossessione e dannazione. Sembra quasi che le leggende del mondo contadino di Alice Rohrwacher si infiammino delle tinte violente e carnali del western.
Ma qual è dunque il senso di verità? Che cos’è vero e cos’è falso? Cos’è realmente esistito e cosa invece è frutto della fantasia? “La realtà è scadente”, dice Fabietto in ‘È stata la mano di Dio’. E il cinema diventa così l’opportunità per evadere, creare nuovi mondi che permettano di sognare ancora. Ma Re Granchio sembra dirci che forse non è la realtà ad essere scadente, ma il racconto che se ne fa. Perché anche la realtà può abbracciare l’immaginario, anche la realtà può invadere i confini dell’irrealtà. È l’illusione delle immagini del cinema, che seppur apparentemente oggettive, si fanno sempre ingannevoli e distorte. E dunque come dice Gianni Rodari (che all’arte di raccontare storie ha dedicato tutta la vita) è in quest’errore che sta la creatività, perché è nello sbagliare che s’inventa. 
Nel frattempo continueremo a raccontare questa leggenda. Di una piccola perla trovata nelle profonde acque dell’oceano dei festival. E di una coppia di registi italiani grandi marinai di quel monumentale veliero che si chiama Cinema. Ma a volte anche le leggende si rivelano vere, anche più vere della realtà.

STEFANO DE ROSA

Presenti spoiler! 
  
PICCOLO CORPO 


A conferma dell’annata eccezionale del cinema italiano, approda al TFF, dopo essere stato presentato in prima mondiale alla Semaine de la critique del 74° Festival di Cannes, l'ennesimo gioiello nostrano, lo straordinario film d’esordio di Laura Samani, che ne firma anche il soggetto e la sceneggiatura. 
Protagonista della pellicola è il “Piccolo corpo” del titolo, appartenente ad una bambina nata morta in un'isoletta del Nord-Est durante un inverno agli inizi del ‘900 e che come tale la tradizione cattolica non reputa degna di ricevere il battesimo e il nome che ne deriva. “Se non hai un nome non esisti”, si sentirà dire più avanti nel film, ma Agata, la giovane madre della povera bimba relegata per sempre in un limbo (a detta del prete che le ha negato il battesimo), non si dà pace e, seppur straziata dal dolore e tra lo stupore del rassegnato (e invertebrato!) marito e delle anziane del paese, si fa forza e decide di intraprendere un lungo viaggio. Con il corpicino chiuso in una scatola di legno, si incammina verso un fantomatico santuario sulle montagne friulane (sembra che ne siano esistiti veramente lungo tutto l'arco alpino) dove secondo la superstizione locale i bambini nati morti vengono resuscitati per un istante lungo un respiro, sufficiente però a battezzarli.  
Ha inizio così un percorso ricco di insidie durante il quale la regista indugia spesso sul bel volto di Agata (interpretata da un’intensa Celeste Cescutti) rendendoci così più partecipi delle sue ansie, della sua disperazione e della sua incredibile determinazione nel portare a termine la missione che se avrà successo le permetterà di riabbracciare la sua bambina nell'Aldilà. Durante il suo tragitto sulla neve, che non aveva mai visto, la giovane donna incontra uno strano e solitario ragazzo (o ragazza?) che, come si desume dal suo nome, Lince, la neve la conosce bene e le offre il suo aiuto in cambio di metà (che si rivelerà poi una metafora stupenda) del misterioso contenuto della scatola. Scopriamo così che Lince (personaggio struggente che mi è piaciuto moltissimo) era stato ripudiato dai genitori perché “diverso” e che il viaggio per lui diventa simbolo di un percorso alla ricerca di una propria identità (al pari del “piccolo corpo”). Passando tra paesaggi bellissimi (quasi magici) e luoghi silenziosi (tra l'altro nel film, recitato in dialetto, si parla pochissimo) abitati da una società patriarcale che cerca soltanto di approfittare di loro, Agata (che non molla per un attimo il suo prezioso tesoro) e Lince si dirigono imperterrite verso l'agognata meta (stupenda la scena con richiami “danteschi” dell’attraversamento in barca del lago alpino) fino all'epilogo di una potenza emotiva devastante.

WHAT JOSIAH SAW 



Passiamo a quella che per quanto mi riguarda è stata la vera (piacevolissima!) sorpresa di questa edizione del TFF: il cupissimo “What Josiah saw”, film perfettamente a suo agio nella sezione “Le stanze di Rol” del festival. Diretto (magistralmente) da Vincent Grashaw, il film è un viaggio lungo due ore, intensissime, negli abissi dei quattro membri (profondamente “disturbati”) di una (“anormale”) famiglia texana. La pellicola è divisa in segmenti che ci introducono ai vari personaggi (che come vedremo hanno tutti nomi biblici a sottolineare tra le varie tematiche quella a sfondo religioso, molto preponderante): la prima parte (a mio parere quella più solida insieme a quella finale) è dedicata al padre Josiah, rimasto vedovo a seguito del suicidio della moglie, interpretato da uno stellare Robert Patrick (l’indimenticabile villain T-1000 in Terminator 2), e il figlio minore (completamente “spostato” nonché succube del genitore) Tommy. I due, che vivono insieme in una fattoria fuori città, hanno un rapporto simbiotico, quasi malato, e sono vittime di inquietanti visite notturne della defunta padrona di casa. Facciamo poi la conoscenza di Eli, in libertà vigilata, che per sbarcare il lunario si prostituisce ed è anche lui perseguitato dai fantasmi del passato.  
Quella più normale sembra essere (solo a prima vista!) la sorella Mary, addirittura sposata, che ha da sempre avuto paura di aver figli (fino a farsi legare le tube) ma che adesso sembra propendere per l’adozione. A riunire i quattro psicotici è un’offerta per l'acquisto della fattoria da parte di una compagnia petrolifera e il riavvicinamento funge, com'era facilmente prevedibile, da detonatore di vecchi rancori tutt'altro che sopiti e di traumi ancora ben radicati nelle menti malate dei quattro protagonisti. Il risultato è una progressiva e allucinante deriva fino al crudissimo epilogo.  
Quello che colpisce di più di questo thriller/horror psicologico di Grashaw è la capacità di tenere sempre altissima la tensione (che raggiunge i massimi livelli quando entra in gioco il capofamiglia), sia tramite una messa in scena veramente convincente (che fa dei suoi punti di forza il particolare taglio delle inquadrature e l'utilizzo delle luci e delle ombre nelle scene di interni) che grazie a una sezione sonora tra le più efficaci tra i film di genere degli ultimi anni. Veramente tanta roba quindi (forse in alcuni passaggi anche troppa….) che ci porta a sperare, visto anche i riscontri positivi che sta ottenendo nei tour festivalieri, in un approdo nelle sale italiane di questo gioiellino.

CODA 



Una famiglia completamente diversa da quella texana del precedente film è quella dei Rossi, protagonista di CODA, il delizioso lungometraggio (diretto dalla regista Sian Heder) con cui ho concluso alla grande questa edizione del TFF. 
Il titolo con le lettere tutte maiuscole ci porta a intuire che si tratta in realtà di un acronimo: Children of Deaf Adults. La protagonista del film, la diciassettenne Ruby, è, infatti, l’unica persona udente in una famiglia con padre, madre e fratello sordi.  
Il film, che ha fatto incetta di premi al Sundance 2021, è un distributore di emozioni come ne ho incrociati pochi durante quest'ultima stagione cinematografica. La pellicola ha il suo punto di forza in un cast eccezionale: oltra alla magnifica prova di Emilia Jones (l'attrice inglese che interpreta Ruby e che avevamo già apprezzato nell’horror di Pascal Laugier “Ghostland - Casa delle bambole”) colpiscono le prove degli attori che interpretano i restanti componenti della famiglia e che, a differenza di quanto accade nel film francese “La famiglia Bélier” di cui CODA è il remake, sono realmente sordi. Tra questi ultimi spicca Marlee Matlin, che aveva vinto l'Oscar per Figli di un Dio minore.  
Il motivo portante del film è introdotto dalla canzone di Etta James “Something's Got a Hold on Me” che Ruby canticchia all'inizio: il profondo amore per i suoi familiari la trattiene dal prendere la strada suggerita dalla sua passione per la musica che la allontanerebbe da loro. Per la sua famiglia Ruby rappresenta un veicolo di comunicazione importante verso il mondo esterno (anche nell'ambito dell'attività di vendita del pesce gestita dal padre e dal fratello) a cui soprattutto i genitori trovano difficile rinunciare. D'altra parte non è affatto semplice per la ragazza comunicare loro la sua passione per la musica ed il canto. Scena emblematica in tal senso è quando i genitori assistono ad una sua esibizione scolastica: non potendo sentire sono focalizzati sull'aspetto visivo dello spettacolo (le sue movenze, l'affinità dei colori del vestito con quelli della scenografia e così via). Ma poi succede qualcosa che li scuote e per descrivere questo turning point la regista coinvolge direttamente anche noi del pubblico: nel film (e di riflesso nella sala) cala il silenzio; adesso tutti viviamo la scena come la stanno vivendo i genitori di Ruby che distolgono lo sguardo dal palco e lo indirizzano verso gli altri spettatori e al loro evidente apprezzamento (manifestato con sorrisi e gesti di approvazione) per lo spettacolo a cui stanno assistendo. Ecco quindi che comincia a crescere in loro la consapevolezza dello straordinario talento di cui è dotata la figlia e alla necessità di favorirlo a tutti i costi. Il film è costellato di scene emozionanti come questa (basti ricordare quella in cui il padre di Ruby accarezza la gola della figlia per cercare di percepirne in qualche modo la voce o quando la ragazza non riuscendo ad esprimere al maestro la sua passione per il canto con le parole lo fa utilizzando il linguaggio dei segni). Diverse sono poi le scene divertentissime (su tutte quella esilarante del padre che va dal dermatologo) e quelle dove la musica è protagonista (con interpretazioni di livello su canzoni da Joni Mitchell a David Bowie). In conclusione un coming of age classico che però eccelle a mio parere per il tocco delicato con cui la regista riesce a trattare temi importanti. Da gustare in sala dal prossimo 20 gennaio.

1.12.21

Recensione: "Atlantide" (Yuri Ancarani - 2021) - BuioDoc 52

 

Quello che accade negli ultimi 10 minuti di Atlantide è un qualcosa di così bello, impressionante ed emozionante che raramente avevo visto prima in sala.
Qualcosa di "tecnico", è vero, ma talmente straordinario che acquista una valenza sensoriale, emozionale, oltre che metaforica.
Ma tutta l'ultima mezz'ora di questo film così strano ed unico, un film che racconta di una generazione di giovani veneziani completamente staccati dalla società, una generazione nichilista che pensa solo ai propri barchini e alla laguna, tutta l'ultima mezz'ora di questo film è qualcosa che si avvicina molto all'esperienziale.
Prima ho faticato, tanto, non solo per la dilatazione eccessiva delle scene ma per il trovarmi davanti quasi sempre la stessa cosa.
Eppure il film è un continuo regalarci una perla dietro l'altra. E raccontando del Nulla alla fine ci sembra che racconti del Tutto, persino della vita e della morte.
Svuotate i vostri occhi prima di vederlo.
Perchè si riempiranno completamente.


La macchina da presa è a pelo d'acqua per i canali di Venezia.
Vediamo due mondi, quello di sopra fatto di cose vere e dure e quello di sotto fatto solo di riflessi, intangibile.
Poi la macchina da presa da verticale va orizzontale.
E quei ponti che erano sopra e sotto sono adesso a destra e sinistra, a formare una specie di forma vulvoidale di disarmante bellezza.
Anche i palazzi, ovviamente, tutti ai lati.
E per un tempo che non si può calcolare (3 minuti? 7? 12? impossibile, l'estasi ti toglie il senso della durata) noi spettatori ce ne stiamo lì ad assistere a qualcosa di troppo grande, davvero troppo grande, roba che ti commuovi anche se non c'è un solo elemento per farlo, ti commuovi solo per il bello, una delle commozioni più misteriose, pure ed affascinanti che possono capitare a noi esseri umani, quella di sentirsi gli occhi lucidi solo per la bellezza delle cose.
Ormai ci dimentichiamo il vecchio mondo, quello delle cose che stanno in verticale, e siamo in questo limbo magico che, oltre che visivo, diventa anche sensoriale e metaforico.
Metaforico di che non lo so, perchè questo film così unico e strano alla fine di che parla non si sa bene.
Ma forse quel viaggio finale è come un viaggio dell'anima (alla Enter the void, grazie Rocco), un viaggio finale verso qualcosa di più grande dell'uomo.


Prima c'era stata una morte (in una scena che mi ha dato i brividi perchè mi ha portato, in maniera quasi speculare, al finale di The Crescent), poi c'erano stati dei ragazzi che, per parecchi minuti, ci avevano traghettato per i canali di Venezia.
E poi loro scompaiono, e ci ritroviamo davanti solo questa soggettiva ribaltata che, se non si era capito, ricorderò come una delle esperienze visive più forti della mia vita in sala.
La morte quindi, poi questa specie di traghettatori, quasi fossero dei Caronti 17enni, e poi questa inquadratura trascendentale, sovrumana, sovrasensoriale o sovratecnica, sovra qualsiasi cosa.
Eppure io avevo faticato per larghi tratti del film.
Sin dall'inizio ne avevo amato la cura estetica (delle inquadrature all'inizio, della fotografia andando sempre più avanti), ne avevo amato l'ambientazione lagunare (Venezia però arriverà dopo quasi un'ora), ne avevo amato forse persino i personaggi, che di complesso non hanno nulla, sono solo ragazzi mostrati per quel che sono, senza background, senza conflitti.
Dicevo avevo amato tutto questo eppure la dilatazione delle scene, quel "non accader nulla" e, soprattutto, la ripetitività delle stesse scene (perchè io li amo i film dilatatissimi ma se mi mostrano per 10 volte le stessa cosa dilatata alla fine cedo), tutto questo a tratti mi aveva quasi ucciso.
E a Rocco aveva ucciso ancora più che a me tanto che ad un certo punto:

"Peppe me sa che io esco"
"Ok, ti capisco, ma manca solo mezz'ora"
"Sì, ma è estenuante"

e poi ti ritrovi invece che finisce il film e lui ti dice che è forse una delle cose più belle viste quest'anno.
Perchè questo è un film che ha bisogno di compirsi per essere giudicato, ha bisogno di completarsi per essere capito, ha bisogno di ultimarsi per essere amato.
E sì, è così, vedi l'ultima mezz'ora e un senso poi arriva, anche se è il senso più strano e affascinante di tutti, è il senso del non senso, quello per cui ti sembra di aver assistito al tutto e al nulla, quello per cui forse tutte le cose che trovi belle del film derivano dal fatto che mancano nel film.
Perchè è un film nichilista che racconta una generazione di giovani nichilista, che non crede a niente, che oltre al proprio barchino sembra non aver nulla.

29.11.21

Recensione: "E' stata la mano di Dio"

 

"Sorrentino abbandona le sue non narrazioni, le sue "non trame" per tornare ad un cinema lineare, dritto come una spada, senza flash back, senza deviazioni, senza sottostorie.
Ed è commovente come per raccontare la sua vita Sorrentino abbia appunto abbandonato quella che ormai è riconosciuta come la "sorrentinità".
E' commovente se pensiamo specialmente ad una delle scene più belle del film, quella dove Capuano urla a Fabietto:

"Non ti disunire!!"

E cosa è stato il cinema del secondo Sorrentino, quello più famoso, se non un cinema disunito?
Ed ecco allora che, invece, per raccontare sè stesso, Sorrentino ascolta quel vecchio consiglio, "non ti disunire". E lui allora non si disunisce, racconta un anno della sua vita in modo "intero", senza parzialmente scremarsi, senza orpelli, senza rapsodie, senza parentesi che si aprono e chiudono, senza divagazioni, senza perdersi.
Un gesto di umiltà, un (apparente) passo indietro artistico che Sorrentino fa per non camuffare la realtà, per non rendere manipolata la verità, per non rendere sorrentiniana la sua vera vita.
Perchè è questo il paradosso de sto film, ovvero di come questo autore spesso odiato come uomo e artista quando poi fa un film in cui fonde le due cose tra loro, quando oltre a Sorrentino riesce a raccontare tanto anche del Paolo, si ritrova davanti l'amore sconfinato di tutti."

Finale de La Grande Bellezza.
Una bellissima ragazza bionda si gira verso quello che sappiamo essere il giovane protagonista.
Un'istantanea.
E' lei probabilmente quella grande bellezza che Jep poi ricercherà per tutta la vita, è lei quell'attimo cristallizzato per sempre nella sua testa.
E' stata la mano di Dio.
L'avvenente e problematica zia di Fabio ad un certo punto si ferma lungo il vialetto.
Fabio la guarda, la vede scostarsi i capelli.
Un'altra istantanea.
Un altro attimo cristallizzato nel tempo, un attimo che accompagnerà per sempre Fabietto.
Due scene minime, di quelle che se provi a raccontarle sono già finite, identiche.
E tutte e due mostrate da Sorrentino in modo tale che siano LA scena, che siano il momento in cui qualcosa che era prima adesso più non è e qualcosa che verrà dopo deve ancora arrivare.
La vita di due diciassettenni (sia ne La Grande Bellezza che qua), anzi, di un solo diciassettenne (perchè in quella scena a questo punto è facile immaginare che Jep fosse Paolo), la vita di due diciassettenni che hanno come momento di crocevia quello in cui una donna li guarda, un momento eterno in cui ci sono solo loro, solo lui e "lei".




E' stata la mano di Dio, per me, non è grande come Le Conseguenze dell'amore o La Grande Bellezza.
Perchè il primo è un film piccolo e perfetto e il secondo un film immenso e imperfetto (e nell'immensità ci deve essere l'imperfezione, non si può dare un limite all'immensità).
Questo non è nè piccolo nè immenso, nè perfetto nè imperfetto, questo è un film vero, verissimo, che ambisce ad essere tanto (quasi tutto) ma senza l'arroganza e la magniloquenza de LGB.
Sorrentino abbandona le sue non narrazioni, le sue non trame per tornare ad un cinema lineare, dritto come una spada, senza flash back, senza deviazioni, senza sottostorie.
Ed è commovente come per raccontare la sua vita Sorrentino abbia appunto abbandonato la quella che ormai è riconosciuta come la "sorrentinità".
E' commovente se pensiamo specialmente ad una delle scene più belle del film, quella dove Capuano urla a Fabietto:

"Non ti disunire!!"

E cosa è stato il cinema del secondo Sorrentino, quello più famoso, se non un cinema disunito?
Ed ecco allora che, invece, per raccontare sè stesso, Sorrentino ascolta quel vecchio consiglio, "non ti disunire". E lui allora non si disunisce, racconta un anno della sua vita in modo "intero", senza parzialmente scremarsi, senza orpelli, senza rapsodie, senza parentesi che si aprono e chiudono, senza divagazioni, senza perdersi.
Un gesto di umiltà, un (apparente) passo indietro artistico che Sorrentino fa per non camuffare la realtà, per non rendere manipolata la verità, per non rendere sorrentiniana la sua vera vita.
Perchè è questo il paradosso de sto film, ovvero di come questo autore spesso odiato come uomo e artista quando poi fa un film in cui fonde le due cose tra loro, quando oltre a Sorrentino riesce a raccontare tanto anche del Paolo, si ritrova davanti l'amore sconfinato di tutti.
Forse anche perchè questo è un film coraggioso, un film dove ci viene mostrato un ragazzo debole (anche se sembra forte quando non piange,) senza una strada anche se convinto di quale dovrà essere la sua, timido, spaesato, completamente fuori dal consesso femminile, costretto a diventare uomo aiutato da una vecchia (scena che parte ridicola e finisce lirica, con quel "Voglio solo darti una mano a guardare il futuro" che è frase di una bellezza e verità infinite, è la frase che ogni depresso (come sono stato anche io), che ogni persona "ferma" vorrebbe sentirsi dire, questa è la verità, trovare persone che sanno darti e dirti che ci sarà un futuro, e che magari ti danno le armi per farlo).

25.11.21

Recensione: "L'Arminuta"

 

L'ennesimo grandissimo film di una stagione cinematografica difficilmente ripetibile, almeno per il cinema italiano. (e ancora mi manca Sorrentino - che vedrò tra poco - , Annette, Atlantide, La persona peggiore del mondo e chissà cos'altro).
La storia di una 13enne che torna nella famiglia d'origine, nell'entroterra abruzzese, una famiglia di cui non ha alcun ricordo.
La storia di due bambine che dell'infanzia, a parte un tuffo in mare e il volteggiare su una giostra, non possono più avere niente, una usata continuamente come un pacco postale tra due famiglie, l'altra costretta a 9 anni ad essere una piccola donna di casa.
Un'opera che racconta con esattezza un'epoca, una cultura, una terra.
Dove padri picchiano figli con la cintura e poi urlano a Dio per non aver ucciso loro, dove c'è una pentola piazzata in mezzo ad una tavola, dove la donna è solo un angelo del focolare, dove gli affetti son a volte sconosciuti o mascherati da consuetudini millenarie.
E allora l'unica salvezza è riconoscersi con qualcun altro.
E prendersi per mano



Ormai non so veramente più che scrivere dei film visti in sala quest'anno.
E del cinema italiano.
L'Arminuta è l'ennesimo gioiello di una serie ormai lunga che minaccia ancora di non finire (se penso alle prossime visioni di Sorrentino e Atlantide).
E se è vero che, a parte con Freaks Out, molto spesso il cinema italiano non "rischia" il genere affidandosi al realismo (di cui siamo maestri), è anche vero che sempre di più, pur in questa cornice realistica, assistiamo ad opere e regie "superiori", di quelle che non si limitano a fare il compitino mostrando/raccontando cose (intendiamoci, ci sono film meravigliosi che fanno solo questo eh) ma che sanno esaltare la fotografia, muovere la macchina da presa, avere piccoli momenti di realismo magico che rendono questo cinema neo-neorealista qualcosa di più, almeno negli intenti.
Se in "A Chiara" Carpignano riusciva semplicemente con dei piani sequenza dall'atmosfera ipnotica a squarciare il senso di realtà percepita, se ne "Il Buco" Frammartino riusciva semplicemente inquadrando un foglio bruciato cadente o facendo la panoramica di una mappa a darci sensazioni quasi "magiche", anche in questo bellissimo L'Arminuta più volte abbiamo la sensazione di andare in una dimensione-altra senza che il significante esca minimamente dal realismo.
Una sequenza come quella della giostra (da infarto) è qualcosa di più di quello che è nella sola immagine mostrata, è un mondo, è un mood, è un sogno, è un simbolo. 
L'arminuta (quella bambina di cui mai sapremo il nome proprio ma solo il ruolo sociale e drammaturgico, quello della "ritornata") volteggia nell'aria, felice, provando ad afferrare il premio.
In quel momento non esiste più il suo passato dorato nè il suo presente dolente, in quel momento c'è una bambina di 13 anni che volteggia coll'aria in faccia, girando in tondo nel buio e nelle luci elettriche, in quel momento quella bimba, e noi con lei, siamo completamente fuori dal racconto, siamo sradicati dalla trama, siamo buttati fuori dalla realtà.
Giuseppe Bonito, l'eccellente regista, non abuserà di queste scene "sospese", non sorrentineggerà (attenzione, adoro Sorrentino ma quello è un cinema diverso, in cui la realtà non è mai perfettamente realistica) ma riuscirà ad infilarle, come un contrappunto musicale, in uno spartito secco, durissimo, spietato, fatto di poche note.
Siamo in Abruzzo, non so nemmeno quando (anni 60/70? presumo) e una bambina dai capelli rossi e dai vestiti pastello torna in un paese in cui tutti sono vestiti grigi e marroncini e hanno capelli neri.


Sembra Alice che arriva in un paese delle non meraviglie, un paese che è paesino dell'entroterra, pieno di ruvidezza, pieno di comportamenti millenari, pieno di pregiudizi, pieno di tante cose che belle non sono.
In realtà quella bimba non è un'aliena ma è proprio figlia di quei luoghi, di quella cultura, persino di quella famiglia alla quale è adesso tornata. Eppure, come fosse un alieno, sembra arrivare da una Marte di spiagge, gelati, colori colorati e non smorti, tovaglie ricamate, luce accecante e mura bianche.

23.11.21

Recensione: "The Alphabet, di David Lynch" - Passeggiate, il cinema della poesia - 19 - di Roberto Flauto

 

Dopo quasi tre mesi (ma la colpa è la mia, Roberto mi ha sempre mandato cose) torna la rubrica esterna più longeva del blog, quella di Roberto Flauto e delle sue "incredibili" recensioni.
E stavolta incredibile è l'aggettivo minimo.
Un cortometraggio di David Lynch di soli 4 minuti e Roberto che riesce a scriverci sopra tutto quello che vedrete, con lo stile che vedrete (vabbeh che dopo che scrisse la recensione interamente palindroma tutto è possibile).
Vi lascio prima alla presentazione e poi alla recensione. Dentro troverete anche il cortometraggio stesso.
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The alphabet è uno dei cortometraggi di Lynch più significativi e suggestivi. Non ha parole, ma ha tutte le lettere. Non ha tempo, ma tutti i temporali. Ha la magia, il mistero, il fascino e il terrore di ogni alfabeto. Fa paura come ogni parola che pronunciamo, o che tacciamo (e fa paura come ogni cosa bella, come ogni respiro di Lynch). Il corto lo trovate su YouTube. E io mi sono divertito a giocare con l'alfabeto, ne è uscito fuori una sorta di tautogramma un po' particolare. Dove, come sempre, parlando di cinema, parlo soltanto di me stesso.


Alcuni brevi cortometraggi, decisamente eccentrici, fatalmente grandiosi, hanno infinite linee metanarrative, nuclei oscuri, pongono questioni radicali, su tutti una visione zigrinata:

THE ALPHABET 

Allora: bellissimo. Capolavoro? Definizione eccessiva, forse generosa. Ha intenti lucidamente metaforici, nessuna ottusità polemica, qualche ragionevole spavento, tentativi ultra visionari zoomati assolutamente bene, con direzioni ermeneutiche formidabili, garantendo horror intelligenti, liberi, mostruosi, negando ogni posizione qualunquista, ragionando su tematiche universali, verità zen:

La parola è creatrice dell’uomo che la crea
L’alfabeto è il mondo e ogni lettera una dea
Parole su parole che ogni volta fanno centro
Questi sono i fantasmi che ci portiamo dentro

Alphabet: beh, caro David, è fottutamente geniale. Ho intravisto letture metonimiche – non ovvietà parossistiche – quindi ragioni superiori, totemiche, unendo violentemente zuccheri amari (bellezza) con dolcezze efferate (fiele). Gridando hertz inafferrabili, lievi miagolii notturni, ossessioni per questa risibile scuola: tiepida, univoca, velleitaria, zeppa, assortita balordamente, caoticamente, di esemplari folli: genera homunculus infantili. La mia notazione? Operare processi quantici: resuscitare scienza, televisioni, universi, verità zoppicanti:

L’uomo è creatore della parola che lo crea
L’alfabeto è il mostro e ogni lettera un’idea
Fantasmi affamati che ogni volta fanno centro
Questi sono i mondi che ci portiamo dentro


Amare basta? Che domanda esasperante, finanche Gesù ha incontrato la morte, non occorre perdersi: questi risvolti sentono tutti una voce: «Zitti!». Versi umbratili, temporali spaziali, resurrezioni quantistiche: portami ogni nome, moltitudini letterarie, infinti harem: genero futuri esprimendomi da contorsionista: basta amare. Brillare con dinamiti effervescenti, feroci, generando humus infernali, lancinanti, mentre noi osserviamo perduti questo Roberto – stupido, tremendo – ululare: «via, Zeus, vattene!», urla tremante, spaventato, recitando quella poesia ossessivamente. Nessuno mai lo inquadra. Hobby gradito? Fiorire evanescenti demoni, creature bestiali: alfabeti assassini, apocalittici, affamati. Allegorie astruse, ammetto, associazioni ancorate ad alcune antiche (antiquate?) allitterazioni atemporali, ad astrazioni assortite, alterità aritmetiche, asserzioni algoritmiche, anime assenti. Amo allusioni, assurdità, ambiguità (almeno alcune), abissi assordanti, asteroidi adulteri, anche allorquando asseriscono astrusità artefatte; antiteticamente aborro asfittici amuleti, adulatori astiosi, ansie asmatiche assolutamente agnostiche, anzi ambirei ad assurgere ad assenza, ad angolo acuto, anzi annullato, allunato, arzigogolo attorcigliato attorno all’atollo: apophrades. Aspetto ansioso attimi astratti, agogno architetture ancestrali altre, affermazioni aurorali, autentiche apparizioni alfabetiche – anche aleatorie, anzichenò accuratamente agite. Ascolto ancora aberranti, anonimi, asettici bla bla bla: basta! Basta belare («beh, bisogna bastare»), basta blasfemie («bene, bravissimo!» brrr, bestemmia balorda). Bestia, be brave, be baleno, be bruco bambino, bacia bocche baluginanti, brama bellezza, barlumi brillanti, brividi, bagliori: brucia come colui che cade cantando. Copia chi crepa come certe crepe che creano canali comunicativi. Care creature, che cosa cercate costantemente? Che cazzo, come chiunque, ci coalizziamo continuamente con chi crediamo ci capisca, così cospargiamo ceneri costernati coprendo colpe cancerogene, come cani codardi. Così, come convincersi che convivere con certe convinzioni coronariche crea caos cosmico. Che calma, caos! Colluttazioni cardiache, cosmogonie cannibali, confusioni congenite, collisioni cosmetiche, convulsioni celestiali, che creano crateri carichi di dinamite dolente. Diamine, dio deve decisamente darmi delle dannate delucidazioni, dovrei dimetterlo, dovrei dimettermi – dentro divampano devastanti domande, dubbi dilanianti, dilemmi disarmanti, danze disperate, distrazioni, doti, dolori, distanze, dimensioni divine, dimensioni demoniache – dovrei dargli esempio: eppure. Eppure eccedo, ehm, esempio: eternizzo effimeri eventi (è essenzialmente evenemenziale), effimerizzo eternità eteree (è epesegesi eclettica) – eseguo esercizi estetici esponenziali, esorcismi endecasillabi. Ecco, essendo esagerato, evidentemente, esaspero errori, evidenze, eversioni, evasioni, elucubrazioni, etimi, erosioni, elettricità, elegie, entropie entottiche, esistenze folli. Flauto? Fantoccio frastornato, fidatevi, fottetevene. Forse faccio forzature forsennate, forzo forzieri fantasma, fiorisco finzioni fantastiche, formiche formidabili. Fuoriesco fuochi freudiani, floride fiamme fatali, finali, fra femmes fatales, fumi fragili, fulgide fiamme, (fuoco fatuo? Falso: fuoco Flauto), fomentando felicità ghiacciate, grandi gocce gravitazionali. Generalmente, germogliano gesti gravidi, gemme geniali, gengive gracchianti «grazie, graziatemi». Gemiti, ghepardi, granelli. Giorni gelidi, grondanti guai giganteschi. Già, ho habitus homerici, holzwege heideggeriani, hybris, haiku, harakiri hollywoodiani, haunted house, homo homini human homecoming, habeas intellettus (having hot heart), intelligenza irrequieta, instabile, iridescente. Io – irraggiungibile, irreale, insensato – insisto in inesistenze irrimediabilmente incapaci, insipide, inutilmente intricate. Intanto, intorno inetti indesiderati intonano inni insistenti, iddio inceneriscili immediatamente! Io, invece, invento infiniti inferni, inoculo identità irrisolvibili, invado intimità, ispiro idee inquietanti (io, immenso illuso). Innanzitutto in intuizioni incontrollabili, immensità inevitabilmente isteriche, illimitati joule, jihad joyciane, jumbo jet jacovittici: jolly, joker. Jackpot? Kraken kafkiani, karma ketaminico, kronos killer kamikaze. Kakia kallypigos: kryptonite limbica, leggerezze lugubri lungo linee leggiadre: labbra lascive lanciano lunghi lamenti. Lascio levitare le lettere – larve lynchiane, lombrichi letali, lucciole lussuriose – la loro luce lieve libera la luna, la lacera lentamente: lingue licantropi lambiscono le lussureggianti lande lunari. Lievitiamo linguaggi lisergici, latrati licenziosi. Lì, lontano lontano, lasciati, levati, lavati: moltiplichi malaria, molteplici mefitiche malattie. Mamma mia, moltitudini minorate, non minoritarie, manifestano menzogne mascherate maldestramente, miti mistificanti, mistificatori molesti masterizzano mode medievali (ma magliette moderne). Molti mostrano misticismi masticati, misteri millenari (maneggiando malamente movimenti millenaristi). Melliflui mufloni, merde maledette, mocciosi mafiosi, malati mentali, mettono mille mattoni, mattino mezzodì nottetempo, negando nozioni note. Non nutrono nessun nobile noumeno. Non nuotano, non navigano: navi nella neve. Non necessitano novità, nessuna narrazione, nessuna novizia Nefertiti, negano, negoziano, nervosi nessuno nominanti noialtri. Non notano niente: notano Niente (nel nome nefasto Natura). Nevica nevrastenia nelle narici, nugoli nefasti nelle nuvole nascoste nei nodi nevralgici, nudi nidi non necessariamente nostrani, nel nome “Nessuna nomenclatura” nascono nuove necessità, nuovi nemici, orribili organizzazioni. Onestamente, odio ogni “ormai”. Ondivago omettendo ovvietà, offro onde oceaniche obnubilanti ogni orpello ossequioso. Ottempero: operosità oblomoviane (ossimoro oltremodo ozioso), omeriche orge opalescenti (oscenità ormonali), originalità orgasmiche (overament), Orfeo oltretomba (ossequiando Ovidio). Oggigiorno, osservo ominidi ottusi operare osservazioni opprimenti, ottusità orripilanti, ossessioni onanistiche, ombre offensive, oltraggiosi olocausti, orrore ore ore, opprimendo ogni opportunità, ordendo obblighi osceni, osteggiando omelie. Occorre obiettare! Oh, perché? Perché proponete pietanze pietose? Ponete posizioni parossistiche, pisciate promesse, plagiando poesie. Proteste petulanti, proclami pretenziosi, polemiche pressanti: pietà! Perite, per piacere, poveri pazzi, pensatori plagiati, perché possiate proseguire, prego prima pensate, poi parlate, procreate problemi, perplessità puerili, perciò provateci: pensate. Praticamente queste questioni qualificano qualsiasi qualunquismo, qualunque quiproquo, quindicimila querelle quotidiane. Quadrumani questionanti quadruplicano quisquilie, quadretti questuanti, quozienti quattordicenni quotidianamente queruli, quando questi qui questionano quietano quartieri quagliando quattrini (quantunque, querelatemi!). Quasi quasi rovescio regnanti, re, regine: Roberto rules. Rimesto ricordi rumorosi, rovisto rumorosamente, regolarmente restano residui, reminiscenze ramificate. Raffiche ruggenti rivelano realtà recondite: sono svelati segreti scabrosi. Suicidarsi? Solita sopraffina soluzione, sempre spendibile. Suvvia, state sereni: sono sempre stato stoico. Sopravvivo. Sì, sì, solita storia: sono scemo, sono stolto, sono spregevole: sprofondo sotto spoglie semidesertiche, sprigiono sequenze semiotiche scanzonate, secrezioni sibilline superando severità sovrumane. Scrivo storie senza senso, stilo strofe sulle simbiosi subconsce, sulle sinapsi spregiudicate, sessualmente spinte. Seguo sogni surreali, supero stelle, spegno soli, sciolgo soluzioni, sprigionando speranze sconclusionate. Se solo sapessi spiegarmi… Spero soltanto sia sempre tutto temporaneo. Tempo, tu travolgi tutto: trionfi, tombe, tuoni, teorie, timori, tumori, tenerezze. Tempo trascorso troppo tumultuosamente, tutto tentenna, tutto tritura. Tempo testardo, terrorizza tirannosauri triassici, tropi topici, tropici topi, tipi tristi, turisti temerari, tremanti tamerici, tautogrammi tremolanti: tutti tentano, taluni trionfano, tanti tremano terrorizzati. Tempo tremendo, tu – usurpatore umanoide, uragano ululante – uccidi, urli, umili, ustionando ugole, utopie, uteri, ugualmente umetti ultrasuoni udibili, ubriachi universi utopici. Un unico ultimatum: urge uccidervi, umani, una volta verificate velleità, vizi, virtù, veemenze vivaci, veritiere, vivisezioni visionarie (violenze vane versus violenze vivificatrici); verso versi versi verso versificazioni volatili (versi venefici versus versi verità). Verrei volentieri volteggiando, vi vedrei verosimili. Veni, vidi, vicissitudini: vaneggiamenti velati, veleni versati voluttuosamente: vi voglio vene! Viadotti ventricolari, venti vibranti, virus visibilmente vogliosi, vulcani veementi, vermi vittoriosi. Voi volete vedermi veramente? Vedreste violenti weltanschauung, wunderkammer, Walhalla whitmaniani, wicca, weaknesses, Waterloo, wunderbar wagneriani, (welcome, xenia), xerosi, Xolotl, xanax xantano, yeti yeatsiani, yin young, yang yourself, zeitgeist zufolanti, zolfi zoroastriani, zibaldoni zampillanti, zattere zuppe, zombie zigzaganti. Ahhhhh, basta così, dannata eternità! Forza, gioisci homo innamoratus! Lasciati mostrare, non opporre polemici quesiti retorici, solo tenera umanità verso zanne affamate. Bere centinaia di ettolitri? Fiorire grandi horror immaginifici? Jammo kecazz (licenza mistico napoletana): occorre perseguire, quindi, realtà sognanti. Tuttavia, ultima vertigine: Wislawa xeres yakamoz: zauberstab. Yahweh, Xochiquetzal, Willendorf – venerabili utenti – tutti scongiuro: riprendetevi questi poteri onniscienti, nessuno merita logos, kenosis, jazz interminabili. Hic graffianti fantasmi evanescenti decretano cosmi blu: alfabeti.



La parola è creatura dell’uomo che fa paura
La parola è creatrice dell’uomo che poi dice:
«questo mostro sono io e tutto il mondo è mio»
E fantasmi e mondi che sfamano il suo dio


[quindi non mi resta che]


Andare beato cantando di ele fanti giurassici (habitat immaginario), lievitando metafore nascenti, opportune per questi respiri siderali, tutti uniti verso zero.


Allora basta così.
Ancora. Baciami. Chiara.


19.11.21

Recensione: "Freaks Out"

 

Freaks Out è il film che aspettavamo da decenni, quello che "tanto in Italia non lo faranno mai".
E invece l'hanno fatto.
E l'hanno fatto troppo bene.
E allora la critica di un intero ventennio si è trasformata, adesso il problema è che Freaks Out è veramente uscito, a che ce attaccamo ora?
Ah, sì, ha avuto troppo successo di critica.
Non ci sta mai bene niente, questo è un mondo dove l'unica cosa che si fa è criticare, prendere in giro, sentirsi migliori degli altri, invidiare il successo altrui, dileggiare le passioni degli altri, specie quando vengono espresse senza freni (sta cosa è deprimente, solo internet poteva portare a questa cattiveria).
Chi si diverte ad irridere un prodotto grandioso e coraggioso come questo non è credibile.
Meno credibile di questo tipo di persone c'è solo un altro tipo di persone probabilmente.
Quelle che considerano Freaks Out un film perfetto, un mezzo capolavoro nel suo genere.
Come me.
Quindi leggete solo se anche voi volete essere non credibili come me.
Ma meglio essere non credibili amando le cose che odiandole.
Sarebbe un mondo migliore


Anni e anni a sperare che in Italia si riuscisse a fare un film così.
Son 18 anni che so su sto mondo del cinema online. Ricordo tutto e tutti. Ricordo quanto un progetto del genere fatto da noi ci sembrasse una cosa impossibile.
E quanto ci speravamo però.
Poi è successo, quella cosa impossibile è successa.
E il fatto che sia successa è il suo unico grande torto.
Perchè da noi si critica quello che non riusciamo a fare.
Se poi però lo facciamo, e lo facciamo anche meglio di qualsiasi speranza possibile, e lo facciamo anche meglio di come lo fanno gli altri, allora si cambia bersaglio, quello che tutti auspicavamo diventa quello a cui ora bisogna gettar merda sopra.
Perchè ne parlano bene tutti, perchè ha fatto successo, perchè ovunque, dove ti giri, c'è Freaks Out.
E allora chi l'altro ieri moriva dalla voglia di avere un Freaks Out ora rode dall'invidia che alla fine l'han fatto davvero.
E l'han fatto troppo bene.
L'effetto Maneskin lo chiameremo, quello per cui speriamo di avere qualcosa di italiano che funzioni nel mondo e che tutti amano (come loro nella musica) poi quando questo accade non sopportiamo la cosa, ci mangiamo il fegato, odiamo quel successo, odiamo che tutto ciò sia avvenuto.

Poi oh, è sbagliato anche il contrario eh, è sbagliato anche chi, come me, grida al capolavoro, chi non nasconde di avere provato emozioni indescrivibili in sala, chi pensa che sto film sia praticamente perfetto.
Perchè sì, io penso sia perfetto.
Sia perfetto per quello che doveva essere, non perfetto tout court.
E rido ad alcune critiche.
Ma non badate a quello che scriverò, perchè quello che scriverò è un'esaltazione senza mezze misure di un film.
Ma, per favore, magari criticatelo, magari elogiatelo con la giusta misura. 
Fate tutto quello che volete ma no, offendere e non rispettare un prodotto del genere, quello che noi tutti sognavamo, è un atto indegno, non onesto, cattivo, arrogante.

Freaks Out, lo ripeto, è un film per me perfetto.
Per quello che è, un film di genere.
E' perfetto nella parte visiva, meravigliosa (e non parlo solo di effetti ma anche di fotografia).
E' perfetto nelle emozioni che dà.
E' perfetto nella sceneggiatura, in ogni suo aspetto, dalla caratterizzazione dei personaggi (due poi immensi), alla parte dialogica, alla trama, all'inserimento nel contesto storico.
Ho letto critiche che "mancano i fascisti"
Rido.
Ci si appiglia veramente a tutto, si voleva magari che Freaks Out fosse un revival del cinema neorealista italiano.
E' vero, c'è una scena bellissima con Matilde che corre e cade per strada, ma questo non è Roma Città Aperta.
Questo è cinema di genere che prova, con rispetto, a calarsi in un contesto storico.
E già ci sono troppe cose dentro, già la cura storica è stata anche sin troppo esagerata per situazioni e personaggi, i detrattori volevano anche i fascisti.
Ok.
Il fatto è che sto film "di supereroi" è 10 volte più curato di quelli americani, più complesso, più completo, più umano.
Ed è questo il suo problema, che l'essere così complesso porta a giudicarlo come un film non di genere.
Deve esse più accurato storicamente dei film storici, deve esse più emozionante dei drammatici, deve esse, deve esse...
No, Freaks Out non è un film a cui manca qualcosa, è un film che ha troppo dentro.
In ogni suo aspetto (di scrittura, visivo, di ricostruzione, di emozione) va oltre a quello che gli veniva richiesto. Per questo dico che è perfetto, perchè bastava molto meno, perchè per quello che è il suo ambito e il suo target bastava immensamente di meno.
Io lo trovo un miracolo.
Punto.


Ci tengo subito a dire che non vedo film Marvel o di super eroi in generale. Ma son sicuro che, per me, non c'è paragone tra Freaks Out e quel genere di cinema (ho visto un solo film di quel tipo, gli Avengers, e volevo uscire dal cinema).
Forse non è nemmeno giusto paragonare opere così diverse chè, alla fine, Freaks Out non basa la sua bellezza (e nemmeno la sua trama a ben vedere) sull'esaltazione di qualche super uomo. Anzi, i poteri dei quattro del film di Mainetti sono finti poteri, quasi inutili, più scherzi della natura (del resto quello sono, freaks, che altro). Forse sta proprio qui l'unico errore di una sceneggiatura per me grandiosa, quello di farci credere, e far credere al personaggio di Franz, che quei freaks potessero in qualche modo cambiare le sorti di una guerra.
No, non è credibile, a malapena hanno capacità per far fuori 5 nazisti in una bettola.
Vero, poi il finale, riguardo Matilde, ci mostrerà altro, ma per tutto il film ci viene raccontato come questi quattro possano esser decisivi per la guerra mondiale.
E no.
Ma, restando in questo ambito dei super poteri, è proprio qui la differenza abissale tra Freaks Out ed i suoi cugini americani.
Ovvero che quello che accade alla fine con Matilde, quel momento UNICO in cui quella magnifica ragazza libera tutti i suoi poteri, è quello che accade nei film USA ogni 5 minuti.
Ed è per questo che in Freaks Out l'unica scena di veri super poteri acquista così una valenza straordinaria, diventa metaforica, diventa il punto culminante di un intero film, diventa "umana". Quello che per gli altri è la normalità e la base di tutto (provate a togliere ai film Marvel tutte le scene di super poteri, non avremmo quasi il film) qui diventa il punto di arrivo, diventa qualcosa di importantissimo e unico, diventa l'anima di un film.

Non so dove cominciare.
Il prologo, super burtoniano, è splendido.
Magico, tenero.

14.11.21

Recensioni: "L'uomo nel buio - Man in the dark 2" e "Meander" (Meandre) - Due thriller per Emidio

Oggi parlo di due film in un unico post. Ovviamente li "dedico" ad Emidio, visto che c'erano pochi amanti del thriller come lo era lui.
Riguardo il cinema di genere era veramente un punto di riferimento tra noi, li vedeva veramente tutti ;)
Di questi due uno gli sarebbe piaciuto da morire (Meander) uno un pochino meno (L'uomo nel buio). Stessa cosa per me tra l'altro. Ma anche perchè Emidio era forse, tra tutti, quello con cui mi ritrovato di più nei giudizi. Ricordo che una volta ci mettemmo a ridere per come avevamo messo lo stesso voto a 10 film consecutivi :)
Sembravamo gemelli diversi (molto diversi...). 
Lui li avrebbe raccontati meglio ma, sono sicuro, avremmo detto cose parecchio simili.
L'uomo nel buio è il sequel dell'ottimo Man in the dark. Siamo una spanna sotto al primo capitolo. Film con molte forzature (lo era già la stessa idea del sequel), veramente poco credibile ma che più passa il tempo più si rivela invece un thriller quantomeno sufficiente e con più di una sequenza azzeccata nel finale.
In ogni caso chi ha amato il primo fa benissimo a vederlo.
Il secondo, Meander, è un thriller sci-fi davvero realizzato benissimo.
Certo lo spettatore deve accettare un'idea di partenza e una "struttura" veramente assurda.
Una ragazza si ritrova in un intricatissimo dedalo di strettissimi cunicoli  e trappole mortali.
Grande regia, ottimi effetti speciali vecchio stampo, un'attrice molto credibile e un film che ad un certo punto tenta anche la via esistenziale.
Se accettate l'assunto iniziale davvero un titolo da non perdere




Uno dei sequel più scontati della storia dei sequel (scontato nel senso di quanto fosse sicuro lo facessero) si rivela un film che non aggiunge niente al primo capitolo e che, con una storia veramente ai limiti, cerca di restare comunque in una qualche coerenza col progetto.
Intendiamoci, il vecchio cieco doveva morì già sull'uno, il fatto che fosse sopravvissuto era un mero espediente per il seguito. E allora pigliamocelo sto seguito.
"L'uomo nel buio" è un discreto thriller, una spanna sotto il primo capitolo, che ha il difetto di presentare tante, troppe situazioni mal gestite.
Se nel capostipite infatti tutto ci appare molto credibile (paradossalmente anche la terribile cosa che scopriamo nel finale) qua a scrivere c'è una mano leggermente più grossolana.
Il primo tempo è una sequela senza fine di forzature, di scene - come le chiamo io - "da horror stupido" che rovinano un pò questo brand che poteva fare del drammatico/thriller abbastanza verosimile una sua peculiarità.
Paradossalmente nel secondo tempo, quando scopriamo l'assurda storia alla base della trama (loro che rapiscono la bambina per prenderle il cuore per salvare la madre in fin di vita) tutto diventa sì più inverosimile, ma più coerente (attenzione, c'è molta differenza tra l'inverosimile e l'incoerente, il primo aggettivo nel cinema di genere non conta niente, non è un difetto, il secondo lo è  SEMPRE, in qualsiasi tipo di film).
La cosa più "pericolosa" e al tempo stesso forse più interessante (direi di entrambi i capitoli) è ritrovarci davanti a quest'uomo capace di cose terribili ma col quale, in alcuni momenti, vai in empatia. Non capisci mai se lui è il buono o il cattivo, a volte lo tifi ma poi ti viene da vomitare se pensi a quello di cui è stato capace (la ragazza segregata nel primo, la bambina rapita nel secondo).
Per fortuna in questa scrittura eticamente discutibile c'è comunque un finale dove l'uomo, con molta sincerità, si dà del mostro, e allora siamo tutti contenti.
Inutile dire come ci siano almeno due errori pacchiani.
Il primo che la bimba dell'incipit avrà almeno sui 5 anni e quindi era da molto tempo era capace di riconoscere il volto del padre (non ha alcun senso nè che una volta rapita non capisca che quello non è suo padre nè che quando arriva quello vero non lo riconosce), la seconda che tutta la trama si basa sul fatto che la donna sia la "cuoca" delle metanfetamine e se muore lei finisce tutto, sono tutti spacciati.
Ma dio carissimo, non può insegnà la "ricetta" a qualcun altro? Dio santo, non ha alcun senso.
Il secondo tempo, però, scorre che è una meraviglia, ha più di una buona scena come quella con lui in quella pozzanghera che spara a tutti con quella magnifica fotografia sul blu, la sequenza in quella nebbia rossa (alla Behemoth) o la scena della carrozzina che cade giù, loro appese, e relativo taglio del braccio.
Purtroppo immaginare che 10 ex soldati giovani e forti facciano tutti la fine del gatto contro un vecchio cieco fa veramente storcere la bocca (ma forse è perchè sparano "alla cieca", non al cieco).


Ci sono scelte inaccettabili.
Sta morendo tua "figlia", le possibilità di sopravvivenza sono al lumicino sia per te che per lei e te che fai? Decidi invece di sgozzare o sparare a uno di chiudergli la bocca col bostik sperando che muoia soffocato. Io ste cose le ho sempre odiate, NESSUNO nella realtà (a parte quei sadici che hanno le loro vittime a loro completa disposizione e tutto il tempo che vogliono), nessuno dicevo quando c'è una questione di vita o di morte pensa ad uccisioni fantasiose, semplicemente c'è la disperazione e si prova ad uccidere.
Penso poi a lei che si rinchiude nell'armadio (ma che strategia è?) o ad altre forzature veramente grandissime.
Eppure il film scorre, ha il grande merito di migliorare sempre e si arriva alla fine che quasi quasi ti sembra di aver visto un buon thriller.
Si tenta anche di essere impegnati, con questo eterno dilemma se la famiglia è chi ti ha messo al mondo o chi ti ha cresciuto ma, ecco, resta tutto veramente abbozzato, di certo emozioni non è che se ne provano molte.
Lui è sempre fantastico, la bimba bravina, il resto tutti attori e personaggi funzionali.
Siamo lontanucci da quel gioiellino di Alvarez del primo capitolo ma, se si fermano qua, questo secondo episodio può aver avuto il suo senso

6/6.5


 

Ecco, qui alziamo il tiro.
Intendiamoci, Meander è un film pieno di difetti, con una storia che sembra non stare in piedi (anche se a seconda dell'interpretazione che si dà al tutto potrebbe anche reggere), con lo spettatore costretto a sfidare continuamente la sua sospensione dell'incredulità.
Ma, ecco, una volta che accettiamo che il film è forzatissimo poi c'è poco da fare, è realizzato alla grande (e ha coerenza, tornando a sopra).
Una donna che ha perso la figlia da poco (scomparsa o morta, non lo sapremo) si ritrova prima nelle mani di un serial killer (dentro il suo furgone) poi, non sappiamo come, in un gigantesco dedalo di cunicoli strettissimi.
Ha sul polso un braccialetto con un timer.
Scoprirà di dover affrontare un percorso pieno di pericoli mortali a varie tappe (scandite appunto dal timer). Una volta scaduto il tempo la  morte è certa (o forse no...).
Lo capite da soli, non ha senso.

11.11.21

Ciao amico

Ho scritto queste poche righe su facebook ma poi ho pensato che il luogo più adatto fosse questo. Perchè con i blog io ed Emidio ci siamo conosciuti, perchè siamo cresciuti insieme, perchè ci siamo commentati per anni, perchè questo era il nostro mondo. Se ne è andato Emidio Tribolati, grandissima persona, amico caro di un tempo (venne anche a trovarmi a Perugia con la sua splendida famiglia) e gestore di uno dei blog di cinema più competenti, umili e belli dell'epoca d'oro dei blog, Le Maratone di un Bradipo Cinefilo.
Così si definiva, bradipo, perchè era grande, grosso e lento.
Emidio che già in famiglia aveva vissuto un periodo tremendo riguardante sua figlia (poi finito bene per una sorta di miracolo, ricordo ancora le mail che ci siamo scambiati, l'angoscia e poi la gioia che fosse passato tutto).
Emidio che si svegliava alle 6 di mattina solo per scrivere le sue recensioni, prima di andare al lavoro (veterinario).
E io che mi incazzavo con lui perchè non capivo come riuscisse a fare 400 recensioni all'anno (e quindi anche a vedere un film al giorno) quando io faticavo ad arrivare ad 80.
Emidio che poi lasciò tutto, un pò perchè stremato da tutto quello che gli era accaduto un pò perchè mi diceva che ci vedeva sempre meno, che era sempre più faticoso scrivere.
Sono orgoglioso di essere stato suo amico, in un periodo anche amico molto caro credo.
Ricordo la sua sensibilità, il suo starsene nascosto, la sua educazione, la sua umiltà (fu uno dei primi blog a raggiungere 1000 visite al giorno e lui nemmeno ci faceva caso in un mondo in cui altri con 50 visite al giorno si vendono come dei in terra).
Mi piange il cuore essersi persi e poi vedere su facebook sta tragedia immane.
Tanti di voi lo conoscevano, tanti no.
Se vorrete conoscerlo andate nel suo blog, perchè vi arricchirete, perchè scoprirete migliaia di film e un uomo che sapeva raccontarli con competenza, garbo ed umanità
Un abbraccio gigantesco a sua moglie e ai suoi due figli, orgoglioso di avervi conosciuto LE MARATONE DI UN BRADIPO CINEFILO

8.11.21

Recensione: "Ultima notte a Soho"

 

E così mi ritrovo Edgar Wright (quello della magnifica Trilogia del Cornetto per capirsi) a dirigere un raffinatissimo noir/thriller psicologico ambientato per gran parte nella accecante per quanto bella Londra degli anni 60.
Thriller di gran classe, sul tema del doppio, intrigante e bellissimo da vedere.
Eppure nel secondo tempo viene fuori sempre di più una componente horror che alla fine fagocita tutto facendo perdere gran parte della classe che il film aveva.
Non solo, il film smentisce quello che era nel primo tempo anche per altri motivi.
E ci porta ad un finale "impegnato" scritto però in maniera furba o ambigua, o entrambe le cose.
Eppure uno di quei film che non te li dimentichi.
Non foss'altro perchè nessun film con gli occhi della Taylor-Joy può essere dimenticato

presente qualche spoiler nel finale

Edgar Wright è un grandissimo regista.
La sua "Trilogia del cornetto" ha fatto la storia del genere (quello comico parodico di qualità). Li ho amati tutti, indistintamente.
Ho sentito parlar molto bene anche di Scott Pilgrim e di Baby Driver, non faccio fatica a crederlo.
Ed ecco che con molta sorpresa me lo ritrovo in un mondo completamente diverso, quello dell'horror.
Perlopiù addirittura dell' horror raffinato.
Oddio, raffinato, è proprio questo il problema di questo bel "Ultima notte a Soho", ovvero che ad un certo punto passa dall'esser un ottimo ed interessantissimo thriller di classe ad un horror tout court sì "impegnato" ma che, e mi dispiace un casino dirlo, non solo fa calare la "classe" del film di due spanne ma, ed è ancora più un peccato, sembra quasi sabotare il primo tempo, uccidendo tutte le suggestioni che ci aveva regalato per virare (quasi) da tutt'altra parte.
Per prima cosa devo dire per  l'ennesima volta che vedere gli occhi di Anya Taylor-Joy al cinema è sempre motivo bastante per pagare un biglietto. Non lo dico da uomo (sì, è bellissima, per me forse la più bella con la Marling e la Qualley) ma proprio da amante del bello (e degli occhi).
A 25 anni ha già alle spalle una filmografia di buona qualità e tanti ruoli iconici. 
Iconici perchè è stata lei, probabilmente, a renderli tali.
La affianca una giovanissima attrice che ho trovato di altissimo livello, quella Thomasin McKenzie che avevo visto da pochissimo in Old (tra l'altro assurdo che la Taylor-Joy sia venuta fuori - con The Witch - proprio interpretando un personaggio che si chiamava Thomasin - grazie Matteo per avermelo segnalato - ).
Già nell'incipit del film, un incipit tra il musical e il disneyano, quel vederla ballare per casa, fintamente pavoneggiandosi, ce la rende deliziosa, tenera, dolcissima.
In realtà il suo personaggio forte non sarà (la ragazza è una specie di loser di campagna disabituata ai ritmi e agli squali della city) ma sicuramente ambiziosa sì.
Vince un concorso per aspiranti stiliste, se ne va quindi a Londra.


Si ritroverà in una specie di ostello festaiolo, snob e sottilmente cattivo, come può essere un ostello frequentato da giovani ambiziosi.
Si troverà tremendamente a disagio e allora affitterà un piccolo monolocale in un vecchio palazzo.
Sua affittuaria una ambigua signora londinese.
Allora...
Il primo tempo del film, come dicevo, è un thriller psicologico di notevole classe che gioca col tema del doppio femminile come, per capirsi, hanno fatto in passato capolavori come Mulholland Drive e grandi film come Il Cigno Nero.
Tutto questo si mischia ad un'altra tematica, ovvero quella di quanto occorre "sporcarsi", far uscire la propria anima nera, accettare compromessi e subire violenze psicologiche per far strada nel mondo dello spettacolo.
A tal proposito vi consiglio un vero e proprio gioiello a cui per una buona mezz'ora Soho viaggia quasi parallelo, Starry Eyes.
Wright ci mostra questo gioco di doppi attraverso un uso massiccio degli specchi. Specchi ovunque, superfici riflettenti, di tutto.
Non c'è una vera e propria "identità" tra Eloise e Sandie, per capirsi un gesto fatto da una davanti allo specchio non lo vedremo replicato dall'altra.