7.8.11

Recensione: "Il Grande Racket"

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Dopo l'ottimo, quasi perfetto (mannaggia a quel finale...) L'Ultimo treno della notte e il personalmente deludente L'ultima casa a sinistra di Wes Craven, prosegue la breve (?) capatina nel pazzo, sporco e violentissimo mondo del cinema di genere anni 70. Non essendo nè un amante nè un conoscitore di tale mondo proseguo la navigazione facendomi indicare le rotte più importanti da veri lupi di mare di questa parte dell'Oceano cinematografico.

Il Grande Racket di Enzo Castellari, il regista de "Quel maledetto treno blindato", il film ispiratore degli Ingloriuos Basterds tarantiniani che, ahimè, a sua volta hanno spinto Castellari a tornare dietro la macchina da presa (a 15 anni dall'ultimo film)  in questo modo..., mi era stato dipinto come una delle massime vette che il cinema di genere italiano, in particolar modo il poliziesco, avesse mai raggiunto.

Niente di più vero.

Se c'è una cosa che non sopporto nel cinema sono:

A le storie d'amore (quelle banali e lacrimevoli)

B gli spari, le pallottole (se parte una sparatoria mando avanti veloce, una noia terribile)

C le scazzottate (per non parlare delle arti marziali, vade retro!)

D le automobili (inseguimenti, scene d'azione, gare etc...)

Ne Il Grande Racket i punti B,C e D coprono praticamente il 75% dell'intera durata ma è tale la bellezza del film da avermi fatto completamente dimenticare i miei "dettami", soprattutto perchè è così forte il realismo delle vicende da rendere maledettamente vere e funzionali tutte quelle scene che nella maggior parte delle pellicole sarebbero soltanto inserti spettacolari fini a se stessi.


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La storia, apparentemente semplice e lineare, è in realtà fitta di trame e sottotrame. A Roma una banda di estorsori è il terrore dei commercianti, costretti a pagare il "pizzo" per non vedersi distruggere il negozio o, ancor peggio, colpire negli affetti familiari. L' ispettore Nico Palmieri è fermamente intenzionato a porre fine al fenomeno, tanto che quando i suoi colleghi e le autorità decideranno di lasciar perdere, destituendolo addirittura dall'incarico, creerà ad hoc una squadra di "vendicatori" pronti a morire pur di fermare i delinquenti.
Il Grande Racket è un film violentissimo perchè porta tutte le vicende che racconta alle loro estreme conseguenze. Non c'è salvezza nè redenzione nè perdono. Tutti i personaggi coinvolti precipitano in una spirale di violenza dalla quale è impossibile uscire ed il finale non è che la triste conferma di tutto ciò.


Un padre che perde la propria figlia, suicida dopo una terribile violenza subita; un marito che vede la propria moglie essere stuprata e uccisa davanti ai suoi occhi, ragazzi linciati per strada, sparatorie-massacri come se piovesse, non c'è davvero un limite che non si oltrepassi. In particolare i due stupri, ripresi in maniera completamente diversa- campo lungo il primo, un concitatissimo camera a mano ravvicinata il secondo- sono davvero incredibilmente realistici e umanamente devastanti. Merito anche delle grandi, grandissime interpretazioni di tutti gli attori, tutti perfetti, dai quattro pazzi delinquenti (straordinaria la ragazza) al protagonista Fabio Testi; dalla ragazzina figlia del ristoratore fino ad arrivare a tutti i componenti della squadra di "vendicatori" organizzata dall'ispettore.
La regia, tutt'altro che classica, si districa alla grande tra ralenti e scene d'azione perfette, tra inquadrature dall'alto e serrati corpo a corpo. Assolutamente pazzesca la scena dell' auto ribaltata, superiore a qualsiasi effetto visivo degi anni 2000.
Di pari livello la sceneggiatura, fitta come detto di piccole vicende che poi collimeranno perfettamente nella giustizia privata organizzata da Palmieri. Dialoghi mai banali capaci di oscillare dal comico al tragico, da quelli di routine ad altri molto impegnati, anche politicamente. Fulcro di tutto è il personaggio dell'ispettore, forse un tantino esagerato nel voler a tutti i costi, con metodi non convenzionali e contrari al suo ruolo, riuscire a chiudere il racket. Paradossalmente è tanto integerrimo e coerente nelle proprie idee quanto non lo è nel proprio ruolo. In realtà è ogni singolo personaggio a racchiudere in sè un fortissimo dramma, aleggia sulla testa di ognuno un'aura fosca, esiziale. Castellari riesce benissimo a farci presagire ciò che verrà, l'atmosfera è densa, pregna della tragedia finale e definitiva.

Forse si potrebbe imputare a Castellari e al suo film un eccessivo autocompiacimento alla violenza ma non c'è nulla in quello che Il Grande Racket racconta che non si possa collegare alla purtroppo tristissima realtà.


( voto 9)

5.8.11

Recensione "In the Market" - Gli Abomini di serie Z - 11 -

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MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA' CULTURALI
Commissione per la cinematografia.
Sezione per l'ammissione ai benefici di legge e per l'individuazione dei film d' ESSAI.
FILM DICHIARATI D'ESSAI NEL 2011

 Mi arriva questa interessante circolare in negozio. Il cinema d'essai, almeno come lo intendevo io, non doveva essere quello con un minimo valore culturale, quello che si contrappone al cinema di massa o di puro intrattenimento?

Leggo la lista. Trovo: AMICI MIEI - TUTTI AL MARE - MANUALE D'AMORE 3 - LA BANDA DEI BABBI NATALE - 6 GIORNI SULLA TERRA e RASPUTIN dell'immarcescibile Louis Nero. Mi fermo qua che è meglio...

Questo è UFFICIALMENTE il cinema d'essai scelto dalla commissione per la cinematografia italiana. Ovvio che in tale deriva possa venir fuori un film come In the Market.

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Non esagero nel dire che almeno la prima mezz'ora di questo autentico capolavoro trash è senz'altro il punto più basso raggiunto, forse nella sua intera storia, dal cinema italiano "ufficiale". La recitazione e i dialoghi che i 3 giovani ci offrono nella loro fuga in macchina verso chissadove sono qualcosa di stratosferico, una roba mai vista. Soprattutto il ragazzo è di una incapacità sesquipedale, roba da dargli il Razzie Award alla carriera. Il suo teorema sulle uova troverà il suo piccolo posto nella storia, son sicuro. Questa la chiusa del teorema: "se mangi le uova strapazzate allora sei un'insicura" afferma il giovane. "Allora mi vuoi dire che gli inglesi sono tutti serial killer?" gli risponde la ragazza. Perchè? Perchè????????????????

Senza alcun motivo i ragazzi cominciano a parlare poi di Hostel, del cannibale di Rotemburg, di Psycho, di Vacancy, di Non è un paese per vecchi, del Soldato Ryan. Insomma, il regista in modo molto implicito prepara la strada a quello che verrà. Ci saranno le torture richiamate dal film di Roth, il cannibalismo richiamato dal cannibalissmo, il pazzo stile Psycho e addirittura la pistola ad aria compressa da mattatoi usata da Chigur nel capolavoro dei Coen. Soldato Ryan c'entra 'na mazza ma tant'è.  Insomma, ci viene anticipato TUTTO. I ragazzi arrivano da un benzinaio. Cosa c'è da un benzinaio? Un'indovina no? Le ragazze si fanno fare le carte, una scena pietosa per merito soprattutto della donna che interpreta la cartomante, attrice quasi peggiore dei protagonisti, anzi, senza quasi. Anche qua il destino dei ragazzi ( nelle parole profetiche dell'indovina) si fa sempre più sicuro.MORIRANNO!!!!




C'è una rapina, Estiqatsi, andiamo avanti.

L'allegra combriccola arriva finalmente IN THE MARKET che ha fuori tutte scritte in inglese (tipo MEAT et similia, ridicolo)  perchè il regista vuol vendere all'estero probabilmente. I ragazzi decidono di restare nascosti nel MARKET tutta la notte perchè non hanno soldi e stanno morendo di fame. Ma nel MARKET la notte la passa anche il macellaio del MARKET, un macellaio sui generis ma non perchè usa carne umana, no, quello sarebbe il minimo, ma perchè legge Baricco. Il macellaio del MARKET rapisce i ragazzi e li blocca, tipo Shadow insomma (devo dire che la scena della cena al buio e quella in cui il killer bracca i ragazzi IN THE MARKET sono di un livello quasi sufficiente). Da qui gli ultimi 40 minuti del film saranno occupati per 3/4 dai monologhi assolutamente incomprensibili del nostro macellaio, come detto talmente simili a pagine di Baricco da far venire il dubbio che tale citazioni non siano ufficiali.

Il film alza notevolmente il livello perchè il personaggio interpretato da Blitch è così assurdo, pazzo, incomprensibile da risultare addirittura riuscito. E poi i ragazzi hanno il bavaglio e non sentirli parlare è davvero finalmente una boccata d'aria. Notevoli, come sempre, gli effetti di Stivaletti specie nella scena del Boccone del Prete. In Umbria la parte più pregiata della carne, specie del pollo, è chiamata Boccone del Prete perchè a lui, vera autorità del paese, era riservata. Il macellaio taglia il Boccone del Prete dalla coscia della ragazza e la offre al ragazzo ma questi fa anche lo schizzinoso. Rifiutare il Boccone del Prete è un'offesa che non si può sopportare, approvo quindi il macello del ragazzo. Ottima peraltro la scena della eviscerazione. Non dico altro, mi sono accorto di esser finito lungo ed aver inserito troppi spoiler, pericolosissimi perchè potrebbero rovinare la visione dei coraggiosi di turno.


Malgrado creda che questo possa essere uno dei peggior film visti in vita mia, ringrazio il Signore per averlo potuto vedere. E d'ora in poi avrò sempre il terribile sospetto che la carne che vado a comprare non sia in realtà quella che credo. Certo non riuscirò a distinguerla al gusto essendo molto simile a quella di maiale. La prova del nove sarà allora quella di chiedere al macellaio se conosce Baricco.


( voto 3,5)

3.8.11

Recensione: "L'ultima casa a sinistra (1972)"



Approfitto di questo autentico pastrocchio di Craven per scrivere 2-righe-2 su un tema a me molto caro che spesso per dimenticanza o miopia (io stesso vi cado) viene poco preso in considerazione. Ogni film, di qualsiasi epoca, deve essere analizzato in (almeno) due componenti: il valore storico e quello cinematografico. Quando entrambi gli aspetti sono di grande livello possiamo parlare di capolavori, ma possono altresì capitare film orrendi ma importantissimi per la storia quantomeno del genere (se non del cinema tout court), oppure, al contrario, pellicole ineccepibili sotto tutti gli aspetti ma che non dicono assolutamente niente di nuovo.L'ultima casa a sinistra, con tutto il rispetto, è un brutto film ma così importante, quasi decisivo per il cinema che seguirà da, giustamente, occupare il suo piccolo-grande spazio nel cuore e nelle attenzioni dei cinefili.

La storia, bellissima, è ormai risaputo come sia stata tratta da un film di Bergman (a sua volta ispiratosi a una leggenda delle sue parti). Il tema della giovane vergine appena scopertasi donna che finisce per l'esser stuprata e ammazzata (violentissimo contrappasso) è appunto base de "La fontana della vergine" del regista svedese cosiccome il fatto che i violentatori e assassini trovino riparo proprio a casa dei genitori della giovane. Quindi anche qua niente di nuovo per Craven. Il successivo e dilagante fenomeno dei rape and revenge però (anche se qui revenge conto terzi...) deve senz'altro gran parte del suo successo al regista americano, non certo a Bergman, perchè è Craven (insieme ad altri) a portare nel genere una certa animalità, violenza e genuinità togliendo tutti gli orpelli filosofici-religiosi del grande direttore svedese. Per questo, anche solo per questo, L'ultima casa a sinistra vale tanto oro quanto pesa.

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Però, uscendo un attimo da questi noiosi discorsi, un'analisi filmica molto spartana porterebbe all'evidenza di una serie di errori, affatto veniali, ma pacchiani, madornali, non certo dovuti all'epoca ma ad una sceneggiatura e a un comparto tecnico veramente amatoriale:

- il montaggio è ai minimi termini. Non si contano gi stacchi sbagliati e anche l'uso dell'alternato tra le scene di violenza alle due ragazze e quelle della tranquillità casalinga dei genitori è totalmente senza ritmo, inferiore anni luce alla stessa tecnica adottata da Lado nel finto remake L'ultimo treno della notte. La mancanza di ritmo è un pò una costante dell'intero film peraltro.

- L'inseguimento alla ragazza che scappa nella foresta è comico. C'è un uso dei tempi e degli spazi assolutamente senza senso, quasi che in fase di montaggio siano state messe sequenze in un ordine sbagliato (gente che corre davanti a un altro 10 metri e poi la si trova dietro, gente che corre a sinistra ma raggiunge chi è andato a destra, fuga in una direzione opposta a quella dello stupro per poi ritrovarsi lì).

- Le scenette dei due poliziotti sembrano prese da Stanlio e Ollio o da Benny Hill ma oltre che non far ridere affatto, sono de tutto gratuite e contribuiscono ai cali di ritmo sopra accennati.

- Questo è l'errore più grande, talmente evidente e assurdo da farmi ritenere di aver visto o capito male io. I due genitori scoprono che le persone in casa sono gli assassini della figlia (tra l'altro anche qua sceneggiatura pessima, PESSIMA, perchè Craven nella scena della cena aveva magistralmente inserito dei dettagli per far capire questo - il cerotto, le incomprensioni, il morso, la collanina!- e poi aveva fatto trovare per caso i vestiti insanguinati dalla madre. Allora perchè, perchè????, far urlare ad uno dei delinquenti "gli abbiamo ucciso la figlia" quando avevi perfettamente raggiunto il tuo obbiettivo in maniera "implicita"? è come negare e rendere inutili le sequenze precedenti), vabbeh, lo capiscono e che succede? escono di casa e vanno sicuri come niente fosse nel LUOGO dell'uccisione, come se gli fosse stato rilevato chissà in quale maniera. La figlia poteva esser stata uccisa anche a 300 km di distanza ma loro sanno dove è successo (forse è una rivelazione urlata dai delinquenti come quella precedente). Aspettate, non finisce qua. La ragazza, morta annegata, è invece nel ciglio del fiume, portata là da chissàchi. E, come se non bastasse, è PALESEMENTE VIVA ma il padre, peraltro medico, ne dichiara la morte incontrovertibile. Tre minuti da storia del cinema sì, al contrario però.

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Lì per lì avevo pensato che tutto fosse un'immaginazione dei genitori, ma poi quando ho visto il corpo della figlia nel divano di casa mi è crollato il mondo.

- Ti è morta la figlia 17enne, unica ragione di vita, che fai? Prendi il fucile e fai fuori tutti? no! Prepari non uno, ma due piani assolutamente privi di senso, freddi e calcolati malgrado la terribile situazione che hai appena scoperto. La mamma intavola una laboriosa fellatio-killer, il babbo un'ancor più laborioso fai-da-te alla Paint your life per tendere trappole agli assassini. Ricordo, ha il fucile. Le trappole (5 minuti di scene) porteranno a una caduta utile all'uopo quanto un refrigeratore al Polo Nord e a una scossa parimenti ininfluente. Da menzionare anche il montaggio alternato tra le azioni del padre e della madre, uno di notte, l'altra di giorno.

Vi assicuro che ho posto l'accento solo sugli errori più incredibili tralasciandone molti altri minori o quelli dovuti alla scarsità di mezzi, come la tremenda fotografia.. Allora mi chiedo, come si fa a non veder tutto questo? Come si fa a premiare, tornando all'inizio, soltanto il valore storico del film e non considerare l'assoluta amatorialità del tutto? Fa specie come in tutto questo casotto il livello di recitazione sia davvero ottimo, specie quello di David Hess o di Marc Sheffler nel ruolo di Junior. E non è nemmeno giusto disconoscere una potenza grezza dell'opera davvero notevole, con apice nella riuscitissima sequenza dello stupro. E, forse, il film è molto meno banale di ciò che può sembrare ma, anche qui, diventano assolutamente didascalici tutti i discorsi del padre sulla violenza dei giovani bla bla bla.



Se qualcuno in futuro mi chiederà il titolo di qualche opera che ha fatto la storia di un certo tipo di cinema, non mancherò di indirizzarlo a L'ultima casa a sinistra di Craven ma, mi par giusto, dandogli le giuste istruzioni per l'uso.


( voto 6 )


31.7.11

Recensione: "La maschera di cera"


La telecamera, laida e maliziosa, scorge nella macchina a fianco l'ereditiera Paris Hilton intenta a sostenere un'esame orale al mandingo di turno. Lei se ne accorge e, a differenza dell'altra volta,  lascia il boccone a metà.
Comincia praticamente con questo deja-vu l'horror d'atmosfera La Maschera di Cera, opera prima del giovane regista spagnolo Collet-Serra poi assurto a maggior gloria con l'ottimo (a quanto dicono) Orphan e col recentissimo thriller Unknown interpretato da Liam "iovitroverò" Neeson.
La Hilton era diventata famosa soltanto da un anno (sapete in quale maniera) quando è stata chiamata a partecipare al film. Per il fatto che abbia accettato la si potrebbe dunque definire ragazza auto-ironica, io preferisco considerarla incapace di intendere o volere. Comunque...

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Il museo delle cere è da sempre una location perfetta per l'horror. Più le statue sono ben fatte più il senso di inquietitudine è forte. Quante volte ci è preso un mezzo "colpo" in un negozio per colpa di qualche manichino? Figuriamoci cosa vuol dire girar intorno a copie quasi perfette di persone reali. Quindi Collet-Serra partiva avvantaggiato rispetto a tanti suoi colleghi, non gli restava altro che creare una storia intorno al luogo.
E, sorpresa, l'idea del film non era affatto male. Un'intera cittadina "finta" gestita da due fratelli pazzi che piano piano la stavano "popolando" alla loro maniera non era affatto un'idea peregrina. Peccato che questo sia praticamente un remake...
Quindi, la location c'era già, l'idea al 90% era stata già sviluppata, cosa rimane? Praticamente niente. Il solito gruppo di ragazzi, più o meno promiscui che va a divertirsi. La solita strada sbarrata, bla bla bla. A questo punto l'attesa è sempre quella: vedere come muoiono i giovini. Niente di speciale neanche sotto questo versante, da sottolinare forse soltanto la morte della stessa Paris trafitta da un palo. Malgrado la giovane sia allenatissima a tale pratica nella vita reale questa volta, potere del cinema, non riesce a salvarsi.



Da segnalare anche il curioso cameo di Renato Zero nel ruolo del fratello muto pazzo.
Però il finale con l'intero museo che collassa su se stesso a causa del fuoco (è costruito interamente con la cera) ruba letteralmente l'occhio, davvero magistrale sia nell'idea che nella realizzazione.
Crediamo di aver assistito quantomeno a un buon finale quando la polizia ha una rivelazione per noi. Il problema è che tale rivelazione sia così assolutamente inutile che l'unica persona degna a commentarla sarebbe il grande capo indiano Estiqatsi                             

(voto 5)


30.7.11

Recensione: "La Famiglia Savage"


Malgrado creda di averlo detto più di una volta, mi piace ribadire come siano indiscutibilmente due gli attori che a prescindere da film e ruoli riescano sempre e comunque ad emozionarmi. Parlo di Sam Rockwell e Philip Seymour Hoffman. Con il primo l'innamoramento è avvenuto nel sottovalutato Confessioni di una mente pericolosa (opera prima di Clooney) nel quale Sam interpreta meravigliosamente l'incredibile personaggio di Chuck Barris. E' invece nel ruolo di Truman Capote che ho scoperto uno dei veri e propri mostri della cinematografia odierna, Seymour Hoffmann per l'appunto. Vederlo recitare (la stessa cosa mi capita ad esempio con il nostro Servillo, forse 3° mio attore preferito) è quasi un privilegio.
Lo ritrovo in questo "piccolo" film, molto delicato e intimo per il soggetto che affronta (il ricongiungimento di due fratelli per badare al padre non più autosufficiente) ma incapace per qualche motivo di convincere pienamente.

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Eppure non mancherebbe niente: la recitazione è maiuscola; al già citato Hoffman, sempre eccezionale, si affiancano Laura Linney (grande attrice), Philip Bosco nel ruolo del padre e Friedman in quello dell'amante. I quattro fanno quasi a gara di bravura e forse è proprio il meno conosciuto, Bosco, ad offrire la prova più grande interpretando in maniera comica e allo stesso tempo melanconica la figura di un vecchio che inizia piano piano ad abbandonare la vita e con lei i propri ricordi. Nella scena in cui abbassa il volume per la lite in macchina o quella della lampada fluorescente si raggiunge quasi il lirismo per bellezza e qualità recitativa. Nondimeno è il livello dei dialoghi, notevolissimo. Quello che c'è ad esempio tra i due fratelli all'esterno dell'ospizio è da antologia e racconta in maniera fredda ed amara tante verità che spesso vengono taciute: "e' il tuo senso di colpa che lo porta qui, tutto questo non è per lui, ma per noi". Ed ottimo è anche il modo con il quale La Famiglia Savage tratta svariati temi come quello, abusatissimo, dei losers 40enni, quello della difficoltà ad amare una persona che non ti ha mai amato ("gli stiamo dando più di quello che lui ha dato a noi"), quello dell'improvvisa maturazione cui spesso la vita ti costringe o quello della spietata analisi di sè.

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Ottima è anche la contrapposizione tra la cruda realtà che i due fratelli sono costretti ad affrontare e i loro studi e interessi teatrali. Non è un caso che Wendy abbia scritto una commedia molto autobiografica, l'unica maniera, non diretta ma "laterale", per analizzare e raccontare la propria vita.
Il problema è che non si entra mai in completa empatia con i personaggi e che la regista si barcameni un pò troppo tra il comico e il drammatico non riuscendo così ad accontentare in modo completo nessuno, nè chi cercava un film impegnato fino in fondo nè chi ricercava più spensieratezza,  .
Il finale l'ho trovato magnifico e forse emotivamente punto più alto dell'intero film. In 10 secondi c'è dentro di tutto, la speranza, l'ottimismo, la sensazione di avercela fatta e un grande insegnamento: crederci, crederci sempre.


(voto 7,5)

28.7.11

Recensione: "Il Bosco fuori"

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presenti spoiler

Dopo lo splendido film di Alemà, spinto da una rinnovata euforia ultranazionalista decido di vedermi un horror low budget made in Italy che a differenza di At the end of the day non è stato praticamente distribuito. Parlo di "Radice quadrata di 3" ma, senza sottotitoli, avrei forse avuto meno difficoltà con l'aramaico rispetto al dialetto friulano. Interrompo dopo 7 minuti. Mi butto allora, per restare nel range che mi ero prefissato, ne Il Bosco fuori di Gabriele Albanesi.

E anche stavolta rimango colpito molto favorevolmente.

Film la cui analisi è un continuo paradosso.

E' una scopiazzatura e citazione di mille altri (su tutti Non aprite quella porta con la famiglia di pazzi, la motosega, la roulotte e la cena) ma al contempo ha uno dei suoi punti di forza proprio nell'originalità delll' assemblaggio.Credo addirittura che se fosse più conosciuto potrebbe anche interessare gli americani per un remake.



Ha un uso delle luci pessimo (tanto da incorrere in errori di notte/giorno madornali) ma ha un paio di sequenze meravigliosamente fotografate come la fuga della ragazza al buio nella strada bianca.

Ha personaggi allucinanti, assurdi, pacchiani e assolutamente inverosimili come il trio di coattoni romani o i due fratelli handicappati acquisiti, ma proprio in tali personaggi Il Bosco fuori racchiude la sua particolare "magia".

Offre una recitazione a tratti imbarazzante (per esempio nella pseudo professionista Rocchetti) ma in alcuni casi talmente buona (vedi il padre) da farci dimenticare l'amatorialità del tutto.

Regala momenti di (in)volontaria comicità (vedi la battuta del coatto post-sbudellamento o lo scoppio del mega-bubbone) ma ha la forza di mantenere un fondo di serietà davvero notevole. E' tutt'altro che una commedia horror a dir la verità.

Spinge moltissimo sul grottesco, sullo splatter, sull'esagerazione ma di fondo (di fondo proprio, nessuna pretesa autoriale) tratta argomenti delicati e importanti come quello del diverso, dell'amore cieco per il proprio figlio, della violenza come divertissement e della scoperta di sè. A questo proposito mi è piaciuto moltissimo il personaggio di Giulio, un bimbo sì diverso, ma tutt'altro che mostro, che con ingenuità e innocenza inizia a conoscere e convivere con la propria natura. Per restare a visioni recenti c'è qualcosa di The Hamiltons in tutto questo.

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In definitiva un buon prodotto che trasuda passione scena dopo scena. Albanesi ha coraggio e, a proprio rischio e pericolo, non tira mai il freno e arriva fino in fondo in ogni aspetto o situazione che propone, sia grottesca che più seria. Come detto non mancano, anzi abbondano, errori tecnici e di scrittura (la ragazza che alla fine invece di fuggire, va in cantina...) ma c'è la netta sensazione che non si poteva far meglio, che si sia raggiunto il 100% dei risultati che mezzi e storia potevano garantire.

Gli effetti, avendo Stivaletti in troupe, non potevano che esser buoni, a parte quello finale bimbo mutilato, con un corpo evidentemente finto messo davanti a sè. Il massacro finale che ci troviamo in casa però è da Serie A del genere.

Bravo Albanesi, speriamo che anche lui approfitti di quest'aria nuova che si inizia a respirare e venga aiutato in un lavoro futuro.


(voto 7)


25.7.11

Recensione: "L'ultimo treno della notte"



Faccio finalmente una capatina nel selvaggio, sporco, violento e bellissimo mondo del cinema di genere italiano anni 70, una vera miniera d'oro sia per gli appassionati (che sono più di quanti sembrano), sia per gli addetti ai lavori che molto spesso hanno preso pellicole di tale periodo come proprie opere di riferimento. Qua il percorso è però inverso, essendo Aldo Lado (il regista) ad essersi ispirato all' americano L'ultima casa a sinistra , nientepopodimeno che il debutto cinematografico di un giovanissimo Wes Craven (e presto recensito su questi schermi).

Non è però un remake tout court perchè Lado riesce a rimodellare completamente lo scheletro di sceneggiatura di Craven, nella trama, nelle ambientazioni, nei personaggi e in alcune dinamiche (come il personaggio "aggiunto" della donna). Il risultato è (quasi) straordinario.

Già il prologo, nel quale i personaggi principali si muovono mischiati alle comparse senza poter quasi discernere gli uni dagli altri, è indice di qualità e originalità.

Facciamo così la conoscenza sia delle due ragazze, di ritorno in Italia dalla Germania, sia della coppia di delinquentelli con la quale, quasi per caso, incroceranno tragicamente i propri destini (non so perchè, ma questo film mi ha fatto tornare prepotentemente in testa il terribile massacro del Circeo).

E' nelle sequenze sui due treni, specie nel secondo treno (quello cui il titolo si riferisce), che il film di Lado raggiunge livelli di intensità e forza straordinari, non solo emotivi, ma anche strettamente cinematografici.

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L'uso assolutamente geniale della musica diegetica (l'armonica) unito a quello della colonna sonora "esterna"; il fantastico utilizzo del montaggio alternato con la casa del padre, maledettamente "vero" nel dare un senso di contemporaneità degli eventi  ( tra di loro antitetici per atmosfera, ma analogici per alcuni discorsi intavolati nella cena); l'atmosfera pazzesca che le luci e l'incessante rumore del treno riescono a conferire, specie nei terribili 10 minuti "finali" delle ragazze; tutto questo regala allo spettatore una mezz'ora (almeno) di un livello altissimo. Notevole anche l'interpretazione dei 5, con la dolcezza, l'innocenza e la paura delle due ragazze contrapposta alla pazzia, alla lascivia e alla violenza degli aguzzini. E quella verginità persa in quella maniera potentissima metafora dell'innocenza violata.

Poi si arriva al finale... Lado affida soltanto 10 minuti (dei 90 complessivi) alla seconda parte, quella del revenge. La contrapposizione tra il buio e le vicende da incubo svoltesi nel treno, e la luce e la tranquillità della casa del padre è straordinaria. Tranquillità apparente però, perchè lo spettatore è perfettamente consapevole del nuovo incrocio di destini che la trama ha riservato.


A dir la verità, però, c'è più di un punto debole  in questi minuti finali. La reazione di Enrico Maria Salerno (fin lì splendido) alla ferale notizia riguardo la figlia secondo me non convince appieno, e non parlo della reazione che avrà nei fatti, quella sì assolutamente comprensibile, ma quella semplicemente emotiva nella macchina; il primo omicidio l'ho trovato un pò goffo e poco credibile, il secondo troppo "laborioso" nello svolgimento; la chiusa finale sulla donna convince e non convince. In generale è proprio quel personaggio a risultare un tantino assurdo e gratuito malgrado, e questo sembra un paradosso, debba a tutti gli effetti essere considerarato davvero convincente e perfettamente riuscito. Una donna che apparentemente sembra la classica borghese perbene ma sotto sotto (come foto rivela) nasconde fantasie abbastanza perverse; allo stesso tempo ci appare prima una vittima (nello stupro) per poi diventare la vera e propria burattinaia del delirio di sesso e violenza nel treno. E' probabile anche una non velata denuncia di Lado verso un certo, finto,  perbenismo.borghese.

Non una pellicola esente da difetti in definitiva, ma opera comunque notevole, sporca, violenta e umanamente terribile.


( voto 8 )

23.7.11

Recensione: "At the end of the day"



Nell' intervista concessaci un mesetto fa, Zampaglione fa il nome di Cosimo Alemà tra quelli della new wawe italiana del thriller-horror. Scorgendo i film in uscita nelle sale in questa settimana leggo: At the end of the day di Cosimo Alemà. Buona, ottima occasione per tornare al cinema dopo moltissimo tempo.

Senza tanti preamboli arrivo al sodo: At the end of the day è bellissimo oltre qualsiasi aspettativa. Se con Shadow avevamo avuto i prodromi che stesse cambiando qualcosa nel panorama italiano del perturbante, con il film di Alemà abbiamo praticamente la conferma ufficiale. E, sono convinto, questo film potrebbe piacere anche più di Shadow, o perlomeno a più persone, perchè quanto il primo tentava il "colpaccio" in chiave metaforica, At the end of the day è talmente reale che è quasi impossibile trovargli difetti di verosimiglianza o imputargli chissà quale presunzione.

Sette ragazzi vanno a giocare a soft-air in un bosco a loro sconosciuto. Ben presto si renderanno conto che là, non sono gli unici a giocare alla guerra...



Sin da subito, dalla scena delle mine, possiamo apprezzare il livello tecnico del film, specie la fotografia di ottimo livello e le inquadrature mai banali. Componenti importantissime ma affatto decisive se manca il resto. Ed è qui che At the end of the day sorprende. Da un soggetto essenziale, quello di una guerra-stealth tra predati e predatori, Alemà riesce nella titanica impresa di gestire in maniera mirabile le dinamiche di ben 10 personaggi, aspetto che, essendo all'opera prima, fa quasi gridare al miracolo. Ogni azione sia temporalmente che spazialmente è verosimile, i dialoghi sono molto scarni ma dannatamente credibili. Continuo a premere su questo tasto perchè troppe volte, specie nel nostro cinema, si è assistito a una bella confezione rovinata da sceneggiature risibili infarcite di azioni senza senso, uso dello spazio e del tempo disastroso e dialoghi al confine, spesso superato, del comico. Alemà non vuole sorprendere, dopo 5 minuti ci fa vedere in faccia chi sono i buoni e chi i cattivi. Anche questa scelta mostra una maturità davvero impressionante. Grazie a una colonna sonora fantastica riesce nell'impresa di regalar sì tensione, ma anche umanità, romanticismo all'opera, sfiorando il capolavoro nella scena della ragazza nascosta sott'acqua. Forse passa un pò troppo tempo prima che il film decolli, forse ci sono cali di ritmo, forse in 2,3 passaggi c'è un montaggio troppo brusco, forse la vicenda dei tre militari-cacciatori può apparire un tantino forzata, forse il titolo inglese è poco sensato mentre il sottotitolo italiano, leggermente modificato, sarebbe stato più appropriato, ma qui siamo comunque davanti a un piccolo miracolo.



 C'è sobrietà in Alemà (nemici conosciuti sin da subito; nessun colpo di scena devastante; uccisioni quasi normali, molto reali; la stessa scelta degli attori, belli ma non modelli prestati al cinema; la storia all'interno del film, quella delle due sorelle, molto dolce e importante ma non enfatizzata). In tutto c'è un senso della misura invidiabile e io questo in un'opera prima lo trovo sorprendente. Non c'è la voglia di sembrar bravo con il "tanto", ma quella di far poco sperando di esser bravo. E non manca persino una scelta quasi unica per la storia del genere, quella di aver addirittura 10 personaggi e, beh, vedete l'ultimissima scena.

Sarò stato troppo entusiasta ma, sinceramente, non me ne frega nulla.

Stiamo arrivando. Stiamo arrivando anche noi.


( voto 8,5 )



22.7.11

Recensione: "Piranha"

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Filmare ad appena 25 anni una pellicola come Alta Tensione (pieno di difetti anche macroscopici, è vero,  ma capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo fino alla fine) faceva forse presagire ad una carriera fulminante per il parigino Aja. Le due opere successive (Le colline hanno gli occhi, Riflessi di paura) confermeranno sì il suo valore (sopra la triste media del genere), ma senza dubbio non offriranno quel salto di qualità che un pò tutti si aspettavano.

Incurante di tutto (della critica, della carriera e della propria poetica, non certo dei soldi...), il giovane regista decide invece di divertirsi con un pulpissimo b-movie, roba da veri appassionati. E se il livello filmico di Piranha è pressochè nullo (a parte la fotografia)  la componente che più interessava Aja, cioè quella splatter, è di un livello stratosferico.

La trama, come b-movie vuole, è di una banalità sconcertante. Il susseguirsi degli eventi (escono i piranha, storia d'amore, festa in spiaggia e massacro) è roba da "fai una storia divisa in sequenze" della scuola materna. I personaggi hanno una complessità da gioco di ruolo ( Il Regista Pappone, La Puttana, L'Aspirante Puttana, Il Timidone, La Poliziotta Testicolata) e l'atmosfera, tra culi, tette e snervante musica da spiaggia, è da Baywatch col capezzolo in più.

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Ma, e di questo va dato atto al regista, Piranha se ne frega di tutto.

Se ne frega se in una scena due ragazze completamente nude se ne stanno 10 minuti sott'acqua senza riprender fiato; se ne frega se un ragazzo ad un certo punto prende senza alcun motivo un motoscafo e compie una strage; se ne frega se nel finale ci vogliono far credere che i piranha son tutti morti mentre ce ne saranno ancora 12.135 sparsi per il lago.

Piranha è SOLTANTO corpi e sangue in chiave grottesca, fuori da ogni verosimiglianza o tentativo d'atmosfera horror. Corpi squartati, altri tagliati a metà, altri ancora orrendamente devastati dai piranha, quasi "prosciugati", testa spaccate da prue, scalpi di visi e chi più ne ha più ne metta. La scena del massacro alla festa è da Storia del genere, il livello degli effetti, a parte quello degli stessi piranha, è da urlo. Senza tale scena anche un appassionato del trash avrebbe trovato poco o nulla da salvare.

Lasciate quindi  perdere giudizi estetici o di valore assoluto, Piranha è divertente come quando a 5 anni dicevamo "pisello" e poi scoppiavamo a ridere. Non abbiam bisogno, ogni tanto, anche di questo?


(voto 6,5)


19.7.11

Recensione: "Premonition (USA)"


presenti spoiler pesanti
A 'n certo punto del film ce sta Sandra Bullock (attrice della quale, ci crediate o no, questo che ho visto è appena il 2° film dopo Crash; certo il non vedere commedie è il motivo principale di questo scarso rapporto che ho con lei, anche se probabilmente cercherei di evitarla comunque), dicevo, ce sta Sandra Bullock che prende un foglio, pure bello grosso, e du pennarelli, perchè nun se sà mai, magari uno dopo 'n pò non glie scrive più e allora pò pià quell'altro.
(switch in italian language) --> Lo divide in 7 parti, ognuna rappresenta un giorno della settimana. Inizia a scrivere i fatti più importanti di ogni giorno. Ah, Premonition (che non è un remake del giapponese! ma come è venuta fuori sta storia?) parla di una donna che perde il marito in un incidente ma poi ogni mattina si risveglia in un giorno diverso della settimana, prima e dopo la morte dell' husband. Per questo a un certo punto cerca di metter ordine negli incredibili avvenimenti che le stanno accadendo fissandoli nel foglio sopracitato. Alla fine, in basso, scrive anche: "ferite di Bridgette (la figlia) quando?".
Perchè tutto questo preambolo? Perchè questa è la scena madre del film anche se non del film in senso stretto ma, fuor di diegesi, sta a simboleggiare l'assoluta confusione in fase di sceneggiatura.
Quel foglio è reale, è quello stilato dagli sceneggiatori, completamente persi nell'impalcatura che hanno tentato di costruire. E anche la domanda riguardo le ferite della figlia vergata in fondo al foglio da Linda, è perfetta, dato che l'errore più grande (di una serie mica male) riguarda proprio quella faccenda (la figlia si ferisce al viso col padre vivo ma quando questi muore non ha più niente).



Ora, forse mi sto sbagliando io. Il sottotitolo del film recita "realtà o immaginazione?". Non vorrei che alcune delle vicende che vediamo non siano effettivamente accadute anche se il film in questo senso non ci aiuta, anzi, ci fa credere il contrario, cioè che tutto nella vita di Linda sia reale, pieno sì di salti temporali (come nello splendido Timecrimes) tanto da renderlo terribilmente confuso, ma reale e ineluttabile.
Il film parte benissimo e, sinceramente, mantiene sempre un livello più che discreto. La Bullock se la cava bene in un ruolo non facile, ruolo vero e proprio architrave dell'intero film. Il problema è che c'è questa serie incredibilie di errori che anche nel caso volessimo "salvare" quelli dovuti allo sbagliato collegamento degli eventi, ce ne sarebbero comunque degli altri, più che errori scelte discutibili, come la scena della bara, quella del dottore che piomba in casa e porta via Linda, il sottofinale nell'autostrada quasi comico e il finale vero e proprio, talmente melassoso e forzato che, volendo, potrebbe bastar da solo per ditruggere l'opinione che uno si poteva esser fatto del film.
Della serie "come impegnarsi al massimo per riuscire a rovinare un ottimo film".
Switch off --> ah scribacchini, ma n' ticchino più atenti no?

(voto 5,5)


17.7.11

Uno di Due (5/20) statuetta degli Oscar o qualsiasi altra statuetta del _azzo?

Ed eccoci, dopo una lunga pausa, al quinto appuntamento con Uno di Due, il gioco-sondaggio de Il Buio in Sala. Potete trovare qui tutte le precedenti puntate con tanto di risultato parziale tra parentesi. Se avete saltato qualche puntata, recuperatela perchè alla fine ognuno avrà la propria "scheda" personale. Ricordo infine a chi non avesse votato ancora la mia tortura di approfittarne, perchè ci sono stati sì molti voti, ma il quorum non è stato raggiunto. Meno male...

Prima di votare in questa nuova puntata, leggete attentamente. Mi sono accorto che nella recensione di Precious di ieri, parlando della grande interpretazione di Mo'nique, non ho ricordato come tale interpretazione l'avesse portata a vincere l'Oscar come attrice non protagonista. Questo fatto mi ha spinto a ripensare un pochino a tutte le mie recensioni per constatare come in effetti, anche in presenza di film pluripremiati, non abbia mai praticamente citato le famosissime statuette. Da un lato ciò mi fa onore perchè testimonia la mia assoluta automia di giudizio nell'analisi del film (non mi piace chi bastona un dato film perchè ha vinto troppi Oscar, ne ha colpa lui o chi ha votato?), dall'altro, in un blog di cinema, rappresenta certamente un notevole "buco" informativo.
Volevo chiedervi non tanto quanta importanza date agli Academy Award, se vi entusiasmate nel seguire le premiazioni, se scegliete addirittura i film in base a tal premio, se vi incavolate di brutto qualora il vostro favorito non vinca; no, a me interessa sapere se per voi l'Oscar conta QUALCOSA oppure no, se è in qualche modo importante o vale quanto qualsiasi altra statuetta, anche una del _azzo come quella di Priapo. Non siate frettolosi, gli Oscar raccontano comunque la Storia del Cinema e leggendo l'albo d'oro ci saranno sì ingiustizie a go go, ma anche la presenza di quasi tutti i più grandi nomi della storia cinematografica.
Però, se in un referendum doveste scegliere fra l'eliminazione degli Oscar (più magari un assegno da... 50 euro) o il loro mantenimento, dove mettereste la vostra X ? I 50 euro sono solo un pretesto per chiedervi se gli Oscar valgono così poco da accettare la loro eliminazione in cambio quasi di niente (ma sempre qualcosa, con niente nessuno vorrebbe eliminarli) oppure, anche nel caso voi non li amiate, sono sempre fonte di notevole interesse.

VERDETTO
Più che un verdetto ragionato, la mia è solo la constatazione di un dato di fatto. Non parlo mai degli Oscar, se non per convincere un cliente a noleggiare un film. Molte volte mi sono emozionato in qualche cerimonia, ma in genere sono sempre stato tra l'indifferenza e l'incredulità di veder pluripremiati alcuni film di basso valore. Per me possono pure toglierli, voto per l'eliminazione e con i 50 euro mi compro la statuetta di Priapo. Così, tanto per fargli venire l'invidia del pene.
A lui.