6.10.21

Recensione: "Il Buco" (Frammartino - 2021)

 

Nel cinema il buio in sala, nello schermo il buio della grotta.
E allora qualsiasi luce diventa percorso, speranza, luce.
C'è una sequenza, però, che resterà una delle più grandi di questi anni, che non se ne andrà più via.
In questa sequenza ci sono solo uomini che camminano in delle grotte.
La loro luce e la fessura che stanno attraversando diventa sempre più piccola ai nostri occhi man mano che si allontanano.
Non ci sembra possibile, siamo dentro ad una grotta e e stiamo vedendo un campo lungo, anzi, lunghissimo.
Quella luce in alto a destra, quella fessura, si rimpicciolisce ancora.
E ancora.
E ancora.
E ancora
Fino ad essere minuscola.
Fino al buio più completo.
Siamo al grado zero del cinema, al grado zero.
Eppure, chissà perchè, ci sembra l'opposto, ci sembra il punto più alto che quest'arte può raggiungere.
Forse in questi casi il Cinema è come quegli stessi speleologi.
Più va in basso, più è povero, meno elementi presenta, più ci sembra lucente, maestoso, emozionate, indimenticabile.


Calabria.
Un piccolissimo paese.
Uno di quelli da un bar, un prete, un sindaco, un medico e una solitudine cosmica che si fa finta di esorcizzare col senso di comunità.
I paesani sono seduti al bar, stanno guardando una tv messa là fuori.
Quello che vedono è una cosa lontanissima da loro.

Milano.
Un giornalista sale con una piattaforma mobile lungo il Grattacielo Pirelli, costruito l'anno prima e adesso in fase di completamento, manca giusto l'ultimo piano.
Immagini in bianco e nero.
Si sale, si sale sempre di più e la macchina da presa sbircia dentro, oltre le vetrate, in quei nuovi uffici dove, probabilmente, ricche persone parlano di cose da ricchi.
Non è ancora la Milano da bere ma il bicchiere è già in tavola.
Si sale ancora di più, che se si guarda giù pare di essere sulla Luna.
Siamo a quasi 130 metri in altezza.
Milano si mostra bella, ricca, potente, maestosa.
Chissà i contadinotti calabresi in quel piccolo bar che cosa pensano vedendo quelle immagini in tv.
Grattacieli, sfarzo, uomini che costruiscono cose all'insù alte come il cielo.
Qui da loro, in una terra povera ma con quella bellezza grezza e naturale che Milano, per quanto può bere, mai raggiungerà, al massimo si guarda all'ingiù, non all'insù.
Eh, sì, perchè nelle montagne del Pollino s'è da poco scoperta una grotta, una cavità, un buco che per visitarlo non serve una piattaforma che sale, ma corde insicure per scenderla.
Arriva fino a 683 metri di profondità.
Ma ancora non si sa, questo ve lo sto dicendo io.
Ancora non si sa perchè un gruppo di speleologi che arriva proprio da lassù, dal Nord, deve ancora esplorarla tutta e finchè non finisce il film, finchè loro non ce lo diranno, nessuno saprà quanto sia profonda.
In realtà non sono 683 metri sotto al livello mare, chè partiamo comunque da montagne alte già di suo.
Ma sono comunque 683 metri da dover scendere, in condizioni difficilissime, metro per metro, conquistiamone 10, poi altri 10, poi altri 10, forza che ce la facciamo.
Sono 820 metri di differenza col Belvedere del Grattacielo Pirelli.
Ma la differenza più abissale è un'altra, perchè lassù, nel grattacielo dico, ci vai per mostrarti grande, per far vedere al mondo quanto sei bello e potente.
Laggiù, nella grotta, ci vai invece per nasconderti. Nessuno ti vedrà, nessuno sarà lì a glorificarti, nessuno ti ricorderà come simbolo di progresso e ricchezza.
Ma che buffo però, alla fine sono uomini più veri quelli che vanno giù per nascondersi che quelli che vanno su per mostrarsi.


Lassù (oddio che strano dir "lassù" quando lassù fino ad adesso era Milano, quando stiamo parlando di Calabria, profondo sud, e quando parliamo di una grotta) ma lassù, nel Pollino intendo, è terra di pastori.
Ce n'è uno che pare un camaleonte, mimetizzato quasi nelle rocce e nelle colline.
Sta lì, fermo, fischia alle sue mucche a volte ma per il resto osserva, semplicemente.
E vede arrivare, in quella piana immensa sulla montagna, un camioncino militare.
Questo pastore non può aver visto Behemoth, film che arriverà quasi 60 anni dopo di lui e che nemmeno sarà distribuito, ecco, ma se l'avesse visto riconoscerebbe in quel suo sguardo, in quella che per noi è un'inquadratura da infarto, una scena di quel documentario cinese, forse uno dei più belli che l'essere umano ha avuto in dono questi anni.
Un camioncino che sembra quello di un bambino, con quella piana che sembra un enorme tappeto dove quel bambino gioca.
Là nel camioncino ci sono gli speleologi, là dentro ci sono quegli uomini che proveranno a scoprire fin dove arriva il mistero della grotta, fin dove ci è consentito andare giù.
E qua Frammartino comincia una metafora che più che metafora è forse un'analogia, chè a quanto ne so è cosa molto molto più ardita, faticosa e complessa della metafora. La metafora alla fine è sempre lì, immediata, chè nel momento che la capisci già si è esaurita.
E invece Frammartino comincia un'intera ora di vicende parallele, apparentemente slegate una dall'altra, un pastore che muore da una parte, degli speleologi che scendono una grotta dall'altra.
In montaggio alternato vediamo un pò dell'una e un pò dell'altra, ma facciamo fatica a capire.
Poi, però, arriva la scena del dottore e forse l'analogia intessuta con una grazia quasi commovente dal regista comincia a far capolino.


E ci sembra che quel pastore sia la sua stessa terra, che quel pastore sia la stessa grotta.
E non era un caso che gli stretti cunicoli che gli speleologi superano sembrano tanto delle arterie, come se stessero visitando il pastore stesso, come se, scusate se abbasso il livello (o lo alzo?) stessimo vedendo una magnifica, reale, commovente puntata di Siamo fatti così.
Gli speleologi visitano, il dottore visita, il verbo è lo stesso.
La luce dei caschetti è la luce della piccola torcia che usa il dottore per guardare le pupille.
E' come se quel corpo in quel momento, come la sua terra, fosse stata violato.
Ma non c'è un senso di violenza, forse somiglia più a quel momento quando custodiamo un segreto e poi capiamo che quel segreto, segreto non lo sarà più.
E forse quel pastore guardando quella piana ha capito che è arrivato il momento, è arrivato il momento che quegli uomini vadano laggiù, è arrivato il momento di morire.
E credo se ne vada sereno.
Forse non vorrebbe nemmeno essere trovato, tanto quel camaleonte umano riesce a mimetizzarsi nella sterpaglia.
E' arrivato il mio momento, io sono la montagna, io sono la grotta, quello voglio diventare, erba di qua.
E se c'era qualche dubbio su questo possibile parallelismo poi Frammartino quasi ce lo urlerà in faccia.
Gli speleologi arrivano in fondo alla caverna, in una scena che per tutto quello che abbiamo visto fino a quel momento è di emozione indescrivibile, quasi anche noi avessimo faticato insieme a loro.
Mica sono andati in un belvedere con una piattaforma mobile loro, loro hanno faticato, al buio e al freddo, per loro arrivare lì non era il completamento di un percorso motorizzato, per loro arrivare lì era un miracolo.
Uno di loro fa ampi gesti con le braccia e dice che no, è finita, non si va più avanti.
E intanto, il pastore, muore.
Raramente, nel cinema, ho assistito ad una pennellata di scrittura di questa piccolezza e grandezza insieme, come intravedere l'universo in una pietra.
In questo che non è un documentario e non è nemmeno un film, perchè è più di un documentario e più di un film, di cose bellissime fino a quel punto ne avevamo viste anche troppe.
Avevamo visto dei poveri cristi dormire in terra vicino a un povero Cristo di legno.
Avevamo visto un giornale bruciato cadere giù, sempre più giù, in un paio di scene che son talmente belle, ataviche ed ipnotiche che, se mai ce ne scordassimo, capiamo quando a volte la magia del cinema possa essere dirompente col niente, col quasi nulla, col buio e un fuoco.
Avevamo visto poi lo stesso giornale bruciare a terra, un qualcosa che ok, prendo una telecamerina e lo faccio in cantina anche io.
Eppure perchè è così potente?
Eppure perchè quasi ti scende una lacrima?
Avevamo visto un pallone finire giù, come una pallina di un flipper impazzito e in tilt da millenni.
Avevamo visto dei disegni magnifici vergati da mani meravigliose, disegni di grotte e cunicoli.
Avevamo visto la mappa della grotta, anche questa disegnata cm per cm dagli uomini. E se in un film ti batte il cuore mentre la macchina da presa fa una panoramica su una mappa allora vuol dire che è successo qualcosa di magico.
Avevamo visto tanto tanto buio, tante tante piccole luci accese, elettriche o di fuochi.
In un film in cui, però, il buio non è mai del tutto minaccioso, è solo qualcosa che cela qualcos'altro, è solo il manto da togliere.
Il Buco è cinema degli ultimi, è cinema dei dimenticati, è cinema di montagne e rocce, solitudini e silenzi, grandi imprese che che resteranno minuscole nella storia.
Nel cinema il buio in sala, nello schermo il buio della grotta.
E allora qualsiasi luce diventa percorso, speranza, luce.
C'è una sequenza, però, che resterà una delle più grandi di questi anni, che non se ne andrà più via.
In questa sequenza ci sono solo uomini che camminano in delle grotte.
La loro luce e la fessura che stanno attraversando diventa sempre più piccola ai nostri occhi man mano che si allontanano.
Non ci sembra possibile, siamo dentro ad una grotta e stiamo vedendo un campo lungo, anzi, lunghissimo.
Quella luce in alto a destra, quella fessura, si rimpicciolisce ancora.
E ancora.
E ancora.
E ancora
Fino ad essere minuscola.
Fino al buio più completo.
Siamo al grado zero del cinema, al grado zero.
Eppure, chissà perchè, ci sembra l'opposto, ci sembra il punto più alto che quest'arte può raggiungere.
Forse in questi casi il Cinema è come quegli stessi speleologi.
Più va in basso, più è povero, meno elementi presenta, più ci sembra lucente, maestoso, emozionate, indimenticabile.
Non voglio andare in cima al Pirellone, non voglio mostrarmi, anche perchè ho paura delle altezze.
Portatemi lì in quella grotta, datemi una luce, indicatemi una strada, mostratemi le fessure, datemi un canotto per attraversare gli stagni, aiutatemi mentre passo le strettoie.
Perchè quel buio non fa paura, non è il buio degli abissi dell'anima, non è quello.
Quel buio è l'anima, semplicemente.
E voglio solo esplorarla


2 commenti:

  1. solo 10 sale in tutta Italia :(

    https://markx7.blogspot.com/2021/10/il-buco-michelangelo-frammartino.html

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    1. però spetta, me sa in 10 sale ora dici, in realtà ne ha avute tante di più se ricordo..
      anzi, per un film così c'è stato un numero di sale incredibile, chi l'avrebbe detto?

      una delle visioni più belle di quest'anno ismaele

      molto molto interessante la tua considerazione su come sarebbe stata trattata la morte del pastore "in città"

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due cose

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3 ciao