11.2.17

Il Senso della Vita, ovvero 30 film esistenzialisti o che si pongono grandi domande - Parte 2

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Ed eccoci alla seconda parte della lista proposta ieri.
Per sapere, bene o male, di che si tratta vi invito a cliccare qui e vedere la prima puntata.
Partiamo

i titoli portano alle recensioni



L'importanza delle nostre emozioni.
Di tutte le nostre emozioni.
E di come sia necessario farle stare insieme, dare a ciascuna di esse il proprio spazio, per poter, forse, essere felici


L'ho scritto più volte, difficilmente troverete un film con dentro più possibili interpretazioni e tematiche.
Quello che è sicuro è che Magic Magic è un film sull'asfissiante e soffocante difficoltà di stare al mondo



Per un certo verso questo è lo Still Life orientale.
Perchè se è vero che i due film sono diversissimi tra loro entrambi trattano la morte, la partenza, con una delicatezza, un rispetto e una serenità infinita.
Uno di quei film che fanno bene all'anima


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E se il senso della vita -in una vita poi che nemmeno ha più senso- lo si ricercasse in un corpo morto?


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Sembra un ghost movie molto elegante.
Sembra solo questo.
Non lo è.
Se la lettura che gli diedi è quella giusta questo è un film dall'anima e dal significato grande


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Perchè è il mio film definitivo sul mal di vivere



Il film esistenziale se ce n'è uno.
Quello libero da ogni aggiunta, orpello, struttura.


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Il film delle scelte.
Della difficoltà di farne una.
Dell'impossibilità, a volte, di poterle fare.
Capolavoro



Perla dell'assurdo e del grottesco sembra "solo" un film strambo e divertente.
Ma a me parve invece un film che in ogni gesto, in ogni inquadratura, in ogni dinamica, sembrava raccontare della vita e dell'impossibilità di riuscire a coglierla nitidamente


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Il film sul Dolore e sulla Sofferenza.
E quello sui rapporti padri-figli, sul ricordo, sul non dimenticarsi mai


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Può esistere l'amore eterno?
E a che gesti possiamo arrivare, a fine vita, per amore?
Haneke, la vecchiaia e l'indissolubile legame di una coppia



Andersson e la sua visione grottesca, disperata, fredda e priva di speranza dell'umanità.
Non ne usciamo fuori bene, ma che bellezza



La difficoltà nel capire fino in fondo questo film è pari solo alla sua meraviglia.
Il senso di colpa restituito nel cinema come raramente si è visto prima


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Surreale.
Un uomo che arriva in una città dove tutti sembrano felici.
Ma niente ha sapore ed odore.
Una grandissima riflessione sulla nostra società, sulla morte dell'individualismo e sulla ricerca della felicità


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Come disse un lettore non è un film con tutta la vita dentro, ma è la vita con dentro un film


10.2.17

Il Senso della Vita, ovvero 30 film esistenzialisti o che si pongono grandi domande - Parte 1 -

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Chi siamo?
Che ruolo abbiamo nel mondo?
Quali sono le cose per le quali vale la pena vivere?
A cosa somiglia la nostra esistenza?

Non voglio certo parlare di "esistenzialismo", non ne ho le competenze e non basterebbero post su post.
Però, ecco, in modo molto prosaico ho pensato di farmi venire in mente una lista di film che, in qualche modo, pongano grandi domande.
Sarà un'accozzaglia, poche liste come questa possono essere contestate.
Però ho cercato di avere una "coerenza", almeno mia personale, e segnalare quei film che mi hanno fatto andare "oltre" le immagini che vedevo, mi hanno fatto riflettere sulla vita, sull'amore, sulla gioia, sulla tristezza, sulla realtà e sulla trascendenza, su cosa valga la pena e su cosa no.
La maggior parte di questi film avranno un'aura abbastanza negativa, malinconica, nera, ma quasi sempre il cinema esistenzialista ce l'ha.
Molto spesso film "metafora", ma non sempre.

Ah, NON ho incluso tutti quei film di fantascienza intimista di cui avevo già fatto una lista.
Via, vediamo quello che viene fuori

ogni titolo rimanda alla recensione completa


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Una clinica dove andare a morire.
Grottesco, anche divertente ma nero, molto nero.
Abbiamo il diritto di decidere quando morire?


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Un campo.
Dei disertori e un alchimista lo attraversano.
L'ultima mezz'ora, psichedelica, pazzesca, toglie questo film dalla "corporalità" e lo porta ad una dimensione quasi metafisica.
E, forse, capiamo quel campo in Inghilterra cos'era


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Grandioso thriller.
La morte, il senso di colpa.
Possiamo riparare i nostri, terribili, errori?
Abbiamo davvero la possibilità di tornare indietro?


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Perchè anche dopo la morte ci sia qualcuno che pensi a noi, che non ci lasci soli, anche se non siamo più.
E forse, anche per lui, non lasciarci soli è l'unica maniera per sentirsi vivo


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Una bella vita, una bella famiglia.
Poi accade una cosa piccola, piccolissima, ma che apre una voragine tremenda.
L'istinto di sopravvivenza personale che si scontra con quello di salvare i propri affetti.
E noi, cosa avremmo fatto?


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Il piede pesta la mina.
Muoversi significa morire.
Ma nella vita, a volte, non dobbiamo avere paura di muoversi.
E farlo quel passo

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Refn firma quello che forse è il film trascendente per eccellenza di questi nostri anni.
Molte vostre domande forse non avranno risposta.
Ma è normale, questo è un film oltre.
Oltre



Il capolavoro di Noè.
L'allucinato, metafisico, struggente e psichedelico viaggio della nostra coscienza.
Della nostra anima.
Verso, forse, una nuova vita


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Purtroppo quasi impossibile da recuperare, questo piccolo film è una perla.
Colto, pirandelliano, delicato.
Un uomo e il suo rivivere continuamente gli ultimi due giorni di vita.
Al tempo stesso una dannazione e una tentazione


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Perchè uno dei possibili sensi della vita è anche l'Amore.
E nessuno lo racconta così



L'ultimo, ambiziosissimo e non del tutto riuscito, film di Gilliam.
Qui il Senso dell'Esistenza può essere addirittura calcolato.
E il risultato che ne viene fuori è lo 0, il Nulla


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Io lo lessi come un gigantesco omaggio al Cinema.
Ma non è solo quello, non è solo quello.
La vita e la sua rappresentazione, l'Uomo e l'Attore


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Il biglietto falso di una falsa vincita come metafora di quelle piccole cose che, a fine vita, ci possono ancora portare ad avere stimoli di andare avanti.
E anche se questo andare avanti porta a qualcosa che non ha senso, il senso è lasciarcisi comunque portare

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Un uomo e il suo viaggio nella neve per andare, finalmente, a ritrovare suo figlio.
Film che è tanti generi insieme, anche leggero e divertente.
Ma che racconta, probabilmente, un viaggio che è un fuggir via dalla solitudine e dalla depressione


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E per finire questa prima puntata il film definitivo sul non senso di vita, sull'odio, sulla misantropia.
Anche se, poi, quel senso forse lo si ritroverà.
Nel modo più immorale e disturbante che ci possa essere

FINE PARTE 1 - CONTINUA -

9.2.17

Recensione: "Incarnate"

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I film perfetti da vedere col cinema a 2 euri.
Solito horror sulle possessioni demoniache.
Ma con almeno 2 variazioni sul tema davvero interessanti, talmente tanto da farmi dare una sufficienza finale.
Ma c'è una scena che entrerà nella storia per quanto irreale.
Quella del Padre nel Sacco Nero

presente qualche spoileruccio

Ah, il cinema a 2 euri...
Quella confortante sensazione che qualsiasi cosa vedrai non saranno stati soldi buttati...
Il secondo mercoledì del mese è ormai diventato l'appuntamento con il "rischio", almeno per me che vado spesso al cinema ma quasi sempre con la certezza di andarmi a vedere roba molto bella...
E niente, mio fratello mi porta a vedere questo.
Non so niente, solo il titolo.
Parte il film e i primi 5 minuti mi danno quell'inconfondibile odore di minchiata.
La homeless nera truccata e caratterizzata manco fosse uno Z Movie, il bimbo che sente i rumori in casa, le solite cose insomma.
E poi quegli occhi rossi e il titolo graficamente stile Noè.

INCARNATE

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Mè coglioni.
E parte così l'ennesimo film sulle possessioni demoniache, una cosa da sfrantumasse le palle solo a pensarci.
Però però però Incarnate avrà il merito di fare qualche piccola ma interessante variazione sul tema.

7.2.17

Recensione "The Tree of Life" - Scritti da voi (100!!!!) - Claudio Rugiero



E così siamo arrivati -senza nemmeno essercene resi conto- al pezzo esterno (ossia non scritto da me) numero 100.
Tantissimi.
Certo, su 1200 post non arriviamo nemmeno al 10% del totale, ma l'iniziativa partita 2,3 annetti fa si è confermata davvero riuscita ed ha permesso a tante persone di farsi leggere e conoscere.
Questa è la seconda volta per Claudio Rugiero, alle prese con l'analisi di uno dei film cardine di questi nostri anni, The Tree of Life


Qualche tempo fa mi chiesero una spiegazione del film di Terrence Malick “The Tree of Life”, Palma d’oro a Cannes nel 2011, uno dei film più complessi mai visti. Interpretato da Brad Pitt, Sean Penn e Jessica Chastain, “The Tree of Life” inaugura per il regista più riservato di Hollywood la trilogia esistenzialista, proseguita poi con il fiacco “To the Wonder” e il quasi riuscito “Knight of Cups”. La complessità del film risiede nel fatto che gli eventi narrati non seguano un ordine cronologico ma piuttosto un ordine sensoriale: non vengono narrate le cause per scoprirne le conseguenze ma, al contrario, dalle conseguenze si può arrivare a comprendere le cause. Nel film gli eventi della storia vengono risucchiati dal complesso apparato metafisico che il regista riesce a costruire.


Nero.

Dov'eri tu quand'io ponevo le fondamenta della Terra?

(Giobbe 38,4)

Dal nero una piccola e debole fiamma accesa. Udiamo una voce fuori campo:

“Fratello!...Madre!...Sono stati loro a condurmi alla Tua porta!”.

6.2.17

Recensione "Regression"




Anche noi, 20 anni prima di Dolan, abbiamo avuto il nostro enfant prodige.
Si chiamava Amenabar e a soli 32 anni aveva già girato almeno 3 grandi film (anche The Others, per capirsi).
Poi, dopo Mare Dentro, è praticamente scomparso.
E certo questo Regression non lo aiuterà molto a tornar fuori.
Thriller evitabile, un pò troppo patinato e poco coinvolgente ma che ha un grande merito, quello di raccontare, specie nell'ottimo finale, di un argomento pochissimo battuto al cinema.
La psicosi, l'isteria collettiva visti da un lato molto interessante.
Peccato, perchè alla luce del finale avevamo tra le mani un gran bel soggetto.

spoiler dopo ultima immagine

L'abbiamo avuto anche noi il nostro Dolan eh?
Certo meno bello, meno affascinante, probabilmente meno talentuoso.
E anche più "vecchio".
Si chiama(va) Alejandro Amenabar, spagnolo.
In quell'epoca a cavallo tra la fine anni 90 e i primi anni 2000 ritrovarsi un autore che dai 20 ai 30 anni sapeva tirar fuori certi film fu davvero una cosa nuova, sorprendente.
L'opera prima a 24 anni, Tesis, fu interessantissima (e ancora ricordo il mio urlo quando trovai il dvd in una bancarella di Firenze. Il film era introvabile e il commercio online, ovviamente, doveva ancora arrivare).
Poi l'anno successivo arriva Apri gli occhi, talmente nuovo e pazzesco come soggetto che gli americani non poterono resistere a farne il remake, Vanilla Sky.
E poi, a 29 anni, proprio negli Stati Uniti, arrivò The Others...
E come dimenticarsi Mare Dentro, anche solo per identificarlo come il film che, finalmente, lanciò nel grande cinema quel fenomeno di Bardem (c'era anche Belen Rueda...).
Amenabar a soli 32 anni aveva il mondo in mano.
Quello che gli è successo poi non lo so.

Sta di fatto che negli ultimi 13 anni ha girato due soli film, Agorà (che mi dicono buono) e questo thriller Regression che, scusate la battuta, è una tremenda regressione nel cinema del (fu?) grande regista spagnolo.
Ambientato nel 1990 (e, attenzione, gli anni sono molto importanti) Regression racconta la storia di un detective finito in una torbida storia di abusi sessuali, sette sataniche ed omertà.
Una di quelle pellicole che, in teoria, amo molto, quella delle comunità laterali, delle storie squallide e dure, psicologicamente forti.
Eppure il difetto di questo film sta in una confezione troppo patinata, cinematografica, che non restituisce affatto lo sporco e il disagio di quello che racconta.
Anche per colpa di una sceneggiatura (almeno nella parte dialogica) tremendamente debole, bisogna dirlo.
Siamo dalle parti di quei film che mettono in contrapposizione Scienza, Fede e Legge (ossia senso pratico). Il che è sempre molto interessante sì, ma non se lo fai in modo così grossolano e manicheo.
I dialoghi tra il detective Kenner (un Hawke che fa sempre il suo) e lo psicologo Raines arrivano davvero a derive talmente scontate da non crederci.
E così avviene anche con il (per me pessimo) reverendo.
Un gioco di ruoli, insomma, davvero mal scritto.
Come se non bastasse abbiamo una storia che prende poco, abbastanza ripetitiva (un sogno sì, due sì, ma 3 o 4 no...), quasi mai inquietante e davvero banalotta.

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La chiave "nuova" per raccontare cose già viste e riviste è allora quella che dà il titolo al film, ovvero l'uso dell'ipnosi regressiva (che usava anche mio nonno ricordo). E anche qua il film, però, non decolla e, anzi, questa cosa della regressione rimane limitata solo alla sua prima parte, senza avere più nessuno sbocco.
Però oltre a qualche buona scena (il primo montaggio parallelo tra lui nel fienile e l'immaginazione che si fa ascoltando i nastri, il suo primo sogno o qualche altra cosa qua e là) ad un certo punto il film inizia a mettere dentro una cosa interessante che poi, nel finale, diventerà addirittura molto interessante.
Ad un certo punto sembra di trovarsi nello splendido Il Seme della Follia, con tutta quella gente suggestionata da un libro.
Sempre più riti demoniaci, sempre più sette, sempre più gente che inizia ad avere incubi o si sente osservata (buone le scene dove Hawke percepisce questo).
Ma comunque, lo ammetto, qualsiasi scenario mi ero fatto per un eventuale finale era peggiore di quello poi scelto da Amenabar.
Che qui sì, in questo scelta di soggetto, dimostra un pò della vecchia grandezza.
Ed ecco che Regression, con quel twist finale, diventa un qualcosa che ci si mangia le mani sia stato gestito così in precedenza.

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La psicosi collettiva e le suggestioni non derivavano da dei fatti concreti che avevano impaurito tutti ma, al contrario, avevano portato a "creare" questi fatti concreti.
Nel senso che in quella cittadina non era mai successo nulla.
C'era soltanto la storia di una ragazzina (ah già, giusto, c'è anche Emma Watson, non l'avevo ancora nominata) che, creduta vera, aveva portato ad un clima talmente teso e suggestivo da "caccia alle streghe".
Ricorda la vicenda di quell'asilo sul romano dove, a causa della denuncia di una famiglia, tutti iniziarono a pensare che anche i loro figli avessero potuto esser stati abusati (una vicenda vergognosa).
Ed è davvero ottimo che in questo clima per cui, un pò per quel libro uscito, un pò per i racconti della ragazzina, un pò per notizie sporadiche di riti satanici qua e là, ogni personaggio del film, in qualche modo, si ritrova a "vivere" questa storia in modo diverso.
Lo stesso Hawke resterà tremendamente turbato da questo clima e più volte sognerà uomini incappucciati e truccati che lo vengono a prendere. E a capo di questi chi c'è? semplicemente la veccnina il cui volto campeggia nelle pubblicità della città.
Ovvero la nostra testa plagiata prende elementi da tutto quello che ci sta intorno e si crea scenari suoi.
E l'altra cosa molto interessante è che in questo clima di plagio psicologico persone più deboli, come il padre di Angela, si ritrovano a vivere in un eterno senso di colpa, convinte di aver fatto qualcosa di tremendamente sbagliato.
Insomma, Regression è un innocuo thriller che nel finale diventa un grande soggetto sul plagio e sulla psicosi collettiva.
Almeno in questo mi sei sembrato quello di un tempo mio caro Alejandro

6.5

3.2.17

Recensione: "La Canzone del Mare"

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Un cartone bellissimo.
E lo è per tutto, per tratto, per colori, per soggetto, per importanza.
Un omaggio alla tradizione, all'oralità, alle radici.
La storia di Saoirse, una dolcissima e piccola bambina che non riesce a parlare.
La ricerca della propria natura, l'altruismo, l'importanza del distacco e della tristezza.
Una perla animata imperdibile

 Spesso e volentieri, magari anche da parte mia, si esagera con la classica frase "questo film andrebbe proiettato nelle scuole".
Come si esagera con l'uso di questa frase allo stesso tempo si esagera poi al contrario, ovvero con il non proiettare mai nulla nelle scuole.
Insomma, una frase che lascia il tempo che trova sia per quanto abusata sia per quanto, vedendo la situazione delle scuole italiane, inutile.
Ecco, però, La Canzone del Mare, questo delizioso, tenero, colto ed "importante" cartone europeo, è veramente uno di quei titoli che, scuole o no, tutti i nostri figli dovrebbero vedere.
E se non bastassero i valori che esso insegna è la sua portata culturale a renderlo grande.
The Song of the Sea è un fantastico omaggio al racconto, alla tradizione, alla cultura popolare, all'oralità, alle radici.
Di un popolo tra l'altro meraviglioso per questi aspetti, quello Irlandese.

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Disegnato con una tecnica magnifica, che val disegno a mano all'effetto pittorico, da qualche aggiustamento, credo, in computer grafica all'uso di colori dalle sfumature straordinarie, La Canzone del Mare racconta la storia di una famiglia isolata in una sperduta ed impervia isola dove il padre, un uomo con un cuore grande e grosso quanto il suo fisico statuario, fa da guardiano del faro.

2.2.17

Recensione: "Dawson's Creek" - Piangi, ragazzo, piangi - Un Piccolo Schermo - 7 - di Giuseppe Giacone



Settimo appuntamento con Giuseppe Giacone e le sue pillole di recensione sulle serie che più l'hanno segnato in vita.
Pensa un pò, 5,6 puntate di questa le vidi pure io all'epoca ;)
A proposito, da mesi e mesi non vedo più una serie, speriamo che o con The Young Pope o con la terza stagione di Black Mirror riesco a tornare a recensirne una.... ;)

Come qualcuno mi ha chiesto di recente nei commenti di una mia ultima recensione io in questa rubrica non recensirò tutte le serie tv mai uscite.
Nope, se mi permettete l'espressione inappropriata.
Non so quanto senso avrebbe e, anzi, sarebbe controproducente: renderebbe la rubrica dispersiva.
Questo, quindi, ci porta alla domanda: che cosa potete trovare in questa rubrica?
In questa rubrica potrete trovare tutte quelle serie tv, in corso o no, che per un motivo o per l'altro o sono diventate storiche o hanno lasciato un segno nella mia vita e in quella di molti altri, per qualche motivo, anche stupido.
Fatta questa premessa, ad aver lasciato un segno nella mia vita è stata anche la serie protagonista di questo articolo: " Dawson's Creek ".
Nata nel 1998 e durata per sei stagioni sino al 2003 questa serie vedeva Dawson e i suoi amici infestare la mia vita e quella di molti altri adolescenti che, in quelle fresche e calde estate, decidevano di prendere il telecomando e di sintonizzarsi su Italia Uno.
Avete presente quella serie infinita di repliche che venivano mandate a nastro ogni estate?
Ecco " Dawson's creeck " è entrato nelle nostre vite di soppiatto, proprio in questo modo, diventando, piano piano, un appuntamento fisso.
Ma perchè, perchè " Dawson's creek " ha lasciato un segno nella mia vita?
Questa serie rappresentava la provincia, la città e la visione di queste e del mondo attraverso gli occhi di un gruppo di ragazzi di una piccola cittadina.
Ragazzi amici e nemici tra di loro, un gruppo bene o male unito che andava allargandosi e rimpicciolendosi man mano che le stagioni passavano.
I personaggi principali rimanevano gli stessi e i comprimari giravano attorno a loro.
Abbiamo visto l'amore e la disperazione di Dawson, poi diventata protagonista di tantissimi meme.
La forza di Joey diventata, purtroppo, la vera protagonista della serie.
La spontaneità e la tenerezza di Pacey che ci ha lasciato un Joshua Jackson sempre sul pezzo da quel momento in poi.
La tragedia di Andy, una pugnalata al cuore a tradimento.
La ribellione di Jen, quanta ispirazione.
Tutti questi personaggi, con tutti i loro cambiamenti, furono per me e per molti il primo vero incontro con l'adolescenza, in qualche modo.
Attraverso le loro scelte e le loro vite noi, più piccoli, filtravamo i nostri sogni, i nostri pensieri sul futuro e le nostre aspirazioni.
Abbiamo visto l'amore, la mancanza e anche la perdita grazie a questo gruppo di ragazzi.
Abbiamo visto l'omosessualità per la prima volta in una maniera in cui, in Italia, non credo fosse mai stata mostrata.
Anche se il loro mondo era lontano dal nostro, lontano quanto l'Italia è lontana dall'America, la cosa non ci interessava ma anzi avevamo deciso che era giusto seguirli, soffrire con loro e sognare anche come la loro storia sarebbe finita.
" Dawson's creek " quindi, non solo ci ha mostrato che cosa poteva essere l'adolescenza ma ci ha anche, a suo modo, mostrato come poteva essere davvero l'amore per una serie tv prima della vera mania per le serie tv.
Ci ha mostrato come si può regolare un triangolo amoroso tra i tre protagonisti o come vivere la dipartita di un personaggio amatissimo.
" Dawson creek " è stato un punto di partenza per tante, tantissime cose che hanno fatto di me e di molti altri ciò che sono ora.

Grazie Dawson, grazie per tutte le tue lacrime.

1.2.17

Recensione: "Split"


Split rappresenta il ritorno, il grande ritorno, di Shyamalan alla luce che gli compete.
I soliti difetti di sempre ma anche la solita grande passione, maestria e originalità. 
E se McAvoy è straordinario nel suo personaggio a personalità multiple ancora più grande, forse, è la magnifica Anya Taylor-Joy, lei e i suoi occhi neri nei quali ho rischiato di perdermi

presente qualche spoiler, grande solo dopo l'ultima immagine

Che poi, alla fin,e credo che anche il cognome c'entri eh.
Voglio dire, essere terzino dell'Inter e chiamatte Gresko, Pistone o Centofanti vuol dire esse dileggiato, a parità di prestazioni, 1000 volte peggio se te chiamassi come un Rossi o un Esposito qualunque.
Shyamalan c'ha un cognome che pare un gargarismo e la cosa, ne sono sicuro -il mio è un discorso serio- sicuramente ha peggiorato le cose.
Se si fosse chiamato Singh (per restà in India e ricordare il grande Tarsem) o, che ne so, Taylor, per dà un respiro più anglosassone, mica sarebbe stato preso per il culo come è stato preso per il culo per tutta la sua carriera.
Il cognome c'entra, stop.
Poi c'entra anche il fatto che di cazzate ne ha fatte tante e che anche quando ha fatto le cose più buone di cazzate dentro le cose più buone ne ha fatte.
Oh, ma io glie voglio bene.
E mi fermo qua che sennò ogni film de Night ripeto le stesse cose.

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Split.

Ecco, se già con The Visit il regista indiano aveva saputo (per umiltà o necessità non si sa) ripartire dal basso, portando a scuola quasi tutti i registi di mock degli anni 2000, Split è la conferma che Shyamalan può ancora dar tanto nel cinema grande, in quello dove sguazzava una quindicina di anni fa.
Siamo davanti ad un gran thriller.
Un thriller in qualche modo anche colto, complesso, coraggioso, difficile da gestire.
Kevin è un uomo affetto dal disturbo dissociativo d'identità.
Dentro di lui vivono 23 diverse personalità.
Qualcuna è più forte delle altre, qualcuna meno.
In ogni caso tutte hanno la "coerenza" per rapire 3 ragazze e portarle in un sotterraneo.
Per quale motivo?
Per darle "in pasto" alla più terribile delle sue personalità, la 24ima, La Bestia.
Oh, sarà esagerato, ma a me sto film ha anche emozionato.
Merito di 3 fattori principali.
Il primo è la passione viscerale che c'ho visto dentro da parte di Shyamalan, quel suo solito dar tutto, mettere dentro alle cose che fa tutto sè stesso, 
Il secondo è un soggetto molto doloroso che racconta dello scontro-incontro tra due anime simili, due esseri umani dall'infanzia negata e segnata di abusi.
Non siamo mai davanti ad una vera e propria Sindrome di Stoccolma ma alcune scene dimostrano chiaramente come Casey riconosca Kevin come anima affine e viceversa.
Il terzo motivo ha un nome e cognome: Anya Taylor-Joy.


Ecco, io ancora una volta, dopo The Witch, mi sono perso nei suoi grandi occhi neri.
Credo che raramente, a questa età, io abbia visto due interpretazioni, una dietro l'altra, di tale livello.
Anya è bellissima, di una bellezza non urlata, quasi intellettuale. E trasmette le cose che è una meraviglia. 
E' talmente brava che i due registi che l'hanno portata alla ribalta, Eggers e Shyamalan, in entrambi i casi l'hanno nascosta dietro abiti larghi e spersonalizzanti, bianchi in un caso, neri nell'altro. Hanno visto il fuoco della recitazione in questa ragazza, hanno capito che, anche se aveva solo 18 e 19 anni ai momenti delle riprese, potevano affidarle ruoli da protagonista basati solo e soltanto sulla recitazione.
Non è un caso che in Split le altre due ragazze vengano usate, rispetto a lei, anche più come corpi. Perchè la differenza di bravura tra loro e lei è abissale.
Dico la verità, ho provato un mezzo innamoramento per la Taylor-Joy, un misto tra il fisico e l'artistico-interpretativo, un pò come mi successe con Adele Exarchopulos.
Insomma, il suo personaggio mi trasmetteva moltissimo.
Questo anche grazie a dei superbi flash-back, fotografati divinamente, quasi in maniera irrealistica (ma che bosco ci mostra Shyamalan? che bellezza...) che ci mostrano la storia della Casey bambina (formidabile la piccola attrice), una storia raccontata con mirabile pudore e misura sì, ma che mette i brividi lo stesso.
per farla breve uno dei due personaggi principali funziona del tutto.
E che dire dell'altro?

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Ricordavo McAvoy solo per lo splendido L'ultimo Re di Scozia (in cui, curiosamente, giganteggiava il Whitaker appena visto in Arrival). In realtà non credo di averlo incrociato mai più successivamente.
E lo trovo adesso fornire un'interpretazione pazzesca, "incredibilmente credibile" nel restituire così tante facce, caratteri e personalità.
Un viso dall'espressività enorme, una recitazione che, visto il soggetto, prestava il fianco all' overacting e che invece, a mio parere, è stata gestita in maniera perfetta.
Il suo piccolo Hedwig e l'omosessuale Barry rimangono davvero impressi.
Senza polemiche, a volte penso se ci fosse stato, che so,  Gosling in questo ruolo. 
Che sarebbe venuto fuori?
Split, quindi, è anche un film che riporta a grandi livelli un aspetto sempre più secondario nel cinema, la recitazione. E non solo con loro due, ma anche con la splendida Betty Buckley, in un personaggio, quello della psicologa, davvero riuscito.
Non è un caso che i dialoghi tra lei e McAvoy siano, probabilmente, tra le parti più riuscite del film.
Sulla regia quasi inutile dir qualcosa, credo che anche i più grandi detrattori di Shyamalan ne abbiano sempre lodato la mano e lo stile.
Basterebbe la scena del prologo, quella nell'automobile, per capire la classe e la maestria del nostro.
Una sequenza di sguardi e di rapidi movimenti di camera, di vedo e non vedo.
A me, poi, per colori, movimenti e location è piaciuta tantissimo la sequenza del pasto coi sandwiches.
La sceneggiatura ha i suoi due più grandi punti di forza nel sopracitato rapporto tra Casey e Kevin e nella riflessione che scaturisce fuori riguardo la "malattia" dell'uomo.
Questo suo poter essere tante personalità diverse viene vista dalla psicologa, più che come malattia come un "super-potere", ossia la dimostrazione fisica di come l'uomo, sfruttando al massimo il suo cervello, anche nelle sue anomalie, possa raggiungere risultati difficilmente spiegabili.

Alcune personalità sono fisicamente più deboli, altre più forti, alcune hanno il diabete, altre stanno bene, alcune sono più intelligenti, altre meno.
Quello che apparentemente può sembrare un handicap in realtà, per la psicologa, è la prova tangibile di trovarci davanti ad esseri viventi in qualche modo "soprannaturali".
E ancora non aveva nemmeno visto La Bestia...
Tutte le 23 personalità hanno però, in qualche modo, la "coerenza" di poter permettere a Kevin di avere un lavoro, quella di poter tenere segregate le ragazze senza che una delle 23 le voglia liberare e, soprattutto, tutte la stessa intenzione di voler proteggere il loro corpo originario, Kevin appunto, un ragazzo cresciuto con una madre terribile e che ha sviluppato questo suo disturbo per protezione.
C'è una 24ima personalistà però, la Bestia sopracitata, che piano piano arriva sempre più fuori, "alla luce", aiutata principalmente dalle due personalità più indesiderate, quella del maniaco dell'ordine Dennis e quella della "donna" Patricia (sono loro alla fine ad aver rapito le ragazze).
Split è un film tutt'altro che perfetto.
E, come al solito con Shyamalan, i difetti sono nel troppo, nel suo non sapersi mai contenere.
Innanzitutto nella pessima scena del suo cameo, francamente inutile e mal girata.
Poi la motivazione del mostro, ovvero quella di punire le ragazze "non meritevoli", impure, che non hanno mai sofferto, pare davvero debole.
Siamo dalle parti di quegli assassini che puniscono intravedendo negli altri dei peccatori, come, tanto per fare due titoli, Frailty e Saw.
Sarebbe bastata la vecchia storia del mostro che si mangia le vergini per quanto mi riguarda. Ma, come al solito, Shyamalan esagera con le sue connotazioni morali.

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La terza esagerazione è, ancora una volta, tipica di uno che non si sa contenere.
Era molto interessante vedere come Kevin potesse diventare La Bestia. Come i suoi muscoli venissero fuori, come acquisisse una forza straordinaria, il non plus ultra della teoria formulata dalla psicologa.
Ma a Shyamalan no, non gli bastava, e ha dovuto renderlo una creatura molto vicina al soprannaturale. Il che ci ha regalato dei momenti notevoli (lui che cammina per le pareti, l'aumentare della dentatura) ma che portano Split da gran thriller psicologico che era a derive horror che io, francamente, avrei evitato.
E così dopo un, mai visto prima, montaggio alternato quintuplo (La Bestia, la psicologa, Casey, l'altra ragazza, l'altra ragazza) arriviamo in qualche modo al finale.
E Shyamalan per l'ennesima volta esagera, regalandoci tre finali.
Tre finali diversissimi.
Il primo è il finale emotivo, intensissimo, quello che finisce sul volto di lei.
Il secondo è il finale di genere, quello su McAvoy non ancora morto che minaccia l'umanità, un finale da cinecomics che avrei francamente evitato (quarta esagerazione, quarto difetto).
E l'ultimo è il finale personale, quello che Shyamalan si prende per sè.
E' un finale che è quasi un grido di autoaffermazione, un amare sè stesso, un moto d'orgoglio, uno sconclusionatissimo ma emozionante, tremendamente emozionante, dire:
"Sono M.Night Shyamalan.
Adesso come allora"

7.5