19.9.19

Recensione: "C'era una volta a...Hollywood"


C'era una volta a... Hollywood è il solito Tarantino, un autore unico incapace di sbagliare completamente anche un solo film.
Eppure questo è un film che sembra destinato a un pubblico più ristretto, un pubblico di cinefili prima ancora che di semplici amanti di film, come me.
Una ricostruzione di un luogo e di un'epoca pazzesca, un atto d'amore per un'intera Arte, attori magnifici ma anche una sceneggiatura claudicante e slegata, una serie di sequenze troppo lunghe e l'incapacità del film di partire mai per davvero.
Fino ad un finale incredibile, in cui ancora una volta Tarantino usa l'ucronia, stavolta, se possibile, in una maniera molto più profonda, intima e delicata che in Bastardi senza gloria.
Finale che farà discutere, che anche io non riesco a fare del tutto mio, combattuto tra la commozione per l'omaggio alla Vita e una modalità infantile nel saperlo rendere.
Del resto Tarantino questo è, un bambino mai cresciuto. E in quello che forse è il suo film più maturo questo finale, in qualche modo, è qualcosa che stona.

Ogni volta che mi trovo a recensire un nuovo film di Tarantino (qui nel blog ce ne sono pochi, direi 4) devo fare la premessa scema di dire che io, tarantiniano, non lo son mai stato ma al tempo stesso ho sempre trovato TUTTI i suoi film da buoni a capolavori (Pulp Fiction e Kill Bill).
Premessa democristiana (ma sarò ancora più democristiano sul finale) per far capire, se mai ce ne fosse bisogno, che tutto quello che scriverò è frutto di una grande onestà intellettuale e di una stima davvero fortissima per questo regista, regista che è nella storia del Cinema, senza nessuna discussione.
Io un pochino ho faticato con questo C'era una volta a... Hollywood (cercherò di non scrivere più il titolo, troppo stancante) e in questa stupida recensione proverò a spiegare perchè.
Per prima cosa è doveroso dire che questo è cinema oggettivamente grande, tecnicamente perfetto, pieno d'amore, personale e curato nei minimi dettagli.
La ricostruzione tarantiniana di quell'anno a Hollywood è talmente maniacale da alzarsi ed applaudire, punto.
Ma proprio qui sta uno dei miei problemi, ripeto, miei.
C'era una volta a... Hollywood (cazzo, l'ho riscritto) è un magnifico film per cinefili, meno bello per chi, come me, è solo un amante di film.
Se non si ha quel fuoco dentro per la storia del cinema, per i suoi protagonisti, per le sue varie epoche, si rischia di far fatica o, nella migliore delle ipotesi, restare un pochino "fuori" dalle vicende.
Credo invece che chi cinefilo lo è davvero possa aver trovato in questo film il suo paese dei balocchi, con quei rimandi, quei riferimenti, quelle chicche nascoste, quel racconto di un'epoca.


Attenzione, il cinema di Tarantino tutto è un cinema per cinefili (del resto il regista è il non plus ultra della cinefilia) ma mentre nelle altre sue opere questo amore per il cinema era la cornice e il pennello qua è anche il soggetto dentro al quadro.
C'è anche da dire che operazioni del genere servono a far conoscere cose a tanti semplici appassionati (e infatti il film è stato sì a tratti faticoso ma interessantissimo) quindi lungi da me criticare l'operazione, parlo solo a titolo personale.
L'epopea di questi attori mediocri ma famosissimi, la scelta tra il cinema e le prime serie tv, il divismo, le feste alla Playboy Mansion, il cinema italiano che cominciava a produrre i suoi celeberrimi western, le star americane che andavano a parteciparvi, i registi italiani con lo pseudonimo americano, i grandi Studios, le ville dei divi, c'è da perdersi in questo viaggio/lezione sul/di cinema che ci offre Tarantino.
In epoca recente ricordo un'operazione simile nello strano e forse imperfetto Ave Cesare dei Coen che, però, secondo me, in alcuni aspetti metafilmici era pure superiore a questo Tarantino.

Inutile parlare di location, costumi, brani musicali, uno spettacolo.
Sui secondi, i costumi, restano soprattutto in testa quelli tremendamente iconici della Tate/Robbie (madò che attrice questa, sempre meglio), da quello alla festa a casa Playboy fino ad arrivare ai pigiamoni della fatidica notte.
Quanto alla regia e alla costruzione delle scene è Tarantino, insomma, un mostro sacro.
Quello che, forse, è il pregio maggiore del film (ma, vedremo, anche suo limite) è l'essere probabilmente l'opera più matura, misurata e adulta di Quentin.
Insomma, un film quasi "serio", composto, con personaggi costruiti alla grande e quasi mai macchiette (e il cinema di Tarantino è pieno di meravigliose macchiette).
Un film quasi privo di tarantinate, con dialoghi sempre brillanti ma mai supercazzolari, trovate anche divertenti ma mai esagerate ed eventi tutti molto verosimili.


Poi arriverà quel finale, quel finale molto delicato, difficilissimo da giudicare.
Un finale dove il Tarantino che è rimasto (faticosamente?) nascosto per tutto il film irrompe con una forza tale da farci restare quasi più di sasso che divertiti.
Un finale che sembra cazzaro e invece è, in qualche modo, intellettuale ed etico, a prescindere dal ritenere la scelta compiuta giusta o sbagliata.
Ma del finale preferisco parlarne...nel finale.
Il problema principale del film è, a mio parere, nella sceneggiatura.
O.k, è quasi volutamente una non sceneggiatura, quasi un gioco di sequenze attaccate/staccate l'una dall'altra per raccontare un arco di tempo brevissimo (vero che passano sei mesi nel film ma quei sei mesi sono tutti in ellissi).
Il fatto è che tante scene sono incredibilmente lunghe, che alcune situazioni si ripetono troppo spesso, che ci sia un montaggio che pare quasi casuale, ma non del casuale/geniale di Pulp Fiction, semplicemente casuale.
Lo spettatore senza occhi a cuore per "l'operazione/film" più volte avvertirà quel senso di leggera noia nel vedere lunghissime sequenze (quasi tutte accorciabili) e una storia che non va mai avanti, non ha guizzi.
Per fortuna arriva Pitt nella comune di Manson e, finalmente, assisteremo a un quarto d'ora quasi eccezionale (poi oh, io sempre più innamorato della Qualley, lo dico).
Quella sequenza è una boccata d'ossigeno in un film che quasi claustrofobicamente sembrava star sempre lì, negli stessi luoghi e con le stesse dinamiche.
Ma di sequenze che restano addosso ce ne sono comunque, come la Tate che va a vedere sè stessa al cinema (la figura della Tate per tutto il film è di commovente semplicità e dolcezza, anche grazie ad una Robbie deliziosa), lo scontro Pitt-Bruce Lee, il delicato primo dialogo tra Di Caprio e l'attrice bambina.
E c'è da dire una cosa, forse come non mai Tarantino ha saputo creare personaggi che sono anche persone adorabili, alle quali rischi di affezionarti non per loro "cultaggine" ma per il loro lato umano.
Eppure, lo ripeto, non posso dimenticare quel mio poco coinvolgimento avuto in sala, quello sperare che il film in qualche modo "partisse". 
E poi, diciamocelo, molti di noi sono stati lì per due ore aspettando di vedere come Tarantino potesse affrontare il massacro a casa Polanski.


Nessuno, credo, poteva però immaginare tutto questo.
Tarantino aveva già usato l'ucronia in Bastardi senza Gloria. Quel rivoltare la Storia era operazione a metà tra il divertente, la vendetta e il gioco.
Stavolta quella che è stata cambiata è una storia molto più piccola e personale, solo quella di 4 uomini.

E, anche se sembra un paradosso  - viste le piccole proporzioni della vicenda Tate rispetto alla morte di Hitler - questa scelta è molto molto più delicata, eticamente discutibile e, concedetemelo, profonda.
Io sono molto combattuto.
Al cinema mi sono emozionato, ho vissuto quel finale come un commovente omaggio alla Vita e al Cinema, come un atto d'amore di Tarantino alla figura della Tate, come a un delicatissimo omaggio.
E, al contempo, come un nuovo sberleffo al Male, una presa in giro (come fu per Hitler) di un manipolo di hippie fulminati di testa.
Sì, a fine visione credevo (e forse credo ancora) che questo sia un finale che ricorderò per sempre.
Ma ci sono due problemi.
Il primo è che no, non è andata così, e il Male quella notte vinse su tutto e tutti. Possiamo sbeffeggiarlo ma la realtà è un'altra, vinsero loro.
Però non ci sono vie di mezzo, se uno ha apprezzato questo atto d'amore deve anche accettare il revisionismo immaginario di Quentin (del resto il titolo del film è molto favolistico).
Il problema principale è un altro.
Il problema è che il Tarantino cazzone che conoscevamo, quello che per quasi tutto il film si è nascosto, è forse arrivato nel momento più sbagliato e nel modo più sbagliato.
Perchè non puoi fare l'adulto per tutto il film e poi il ragazzino mai cresciuto in un punto delicato come quello. Hai fatto una scelta, forse una grandissima scelta (oh, io mi sono commosso nel vedere la Tate viva, questa realtà alternativa), ma per una buona volta dovevi contenerti, saper gestire tutto, non rendere barzelletta un fatto che, ahimè, è stata una immane tragedia.
E sì, la scena è spettacolare, divertente, esagerata ma non ce n'era bisogno, il tuo omaggio alla vita aveva bisogno di un tatto diverso.
Raramente ho amato e odiato allo stesso tempo un finale come successo con questo.
Ma Quentin è questo, un essere vivente di puro amore, uno che non crescerà mai, un bambino eterno.
Lo si ama per questo ma, a volte, essere adulti è indispensabile

45 commenti:

  1. (commento prima di leggere, poi eventualmente replico)

    Che godimento.
    Quentin stavolta vuole giocare con gli spettatori, in particolare con quella schiera di "fan" che lo hanno reso "mainstream" e "cool" coniando aggettivi come "tarantiniano" per indicare film citazionisti zeppi di violenza e dialoghi prolissi e sopra le righe. Come? Posticipando fino allo sfinimento la prima e comprimendo i secondi.
    "Once upon a time in... Hollywood" (non si accettano versioni doppiate maccheronicamente) non è assolutamente "tarantiniano", ma è "Tarantino", così come - e qui mi slancio in uno scomodo paragone che potrebbe creare attriti - "The house that Jack built" è "Von Trier".
    Tarantino prende la sua scatola dei giocattoli, la rovescia sul pavimento e si prende il tempo, il ritmo e l'ordine che preferisce per mostrare a tutti con che pezzi si è divertito a costruire e decostruire storie, generi e personaggi. E lo fa metacinematograficamente senza filtri, ricreando intere sequenze dei film di serie B (e a scendere) che un giovane commesso di una videoteca di Los Angeles conosceva a memoria. Omaggia con stile dissacrante i suoi idoli, sfottendoli con la stessa complicità che hanno due amici di vecchia data.
    Amici come il duo che fa da collante alle sequenze del film, un duo che in realtà mi trovo a leggere come un uno: Quentin stesso.
    Le ansie di Rick, attore in declino nella tribolata Hollywood del '69, rispecchiano quelle di Tarantino, autore verso il tramonto - autoproclamato - della sua carriera e in parallelo del sua maniera di vivere il cinema; così come Rick si scontra con un nuovo modo di fare film e attori giovani che gli rubano la scena, Quentin si erge come baluardo di un cinema analogico che si va via via dissipando in favore di un'alternativa digitale da fruire fugacemente su schermi portatili.
    E se da un lato Rick Dalton rappresenta la malinconia, la rabbia, la delusione (ma anche il riscatto), Cliff Booth - sua ombra e controfigura - racconta la maturità, l'accettazione, la serenità del proprio ruolo: calmo e consapevole affronta il cambiamento, nonostante il passato e le etichette sa controllarsi (non si scopa le minorenni), ma quando serve non ha paura di dimostrare la sua capacità di assestare poderosi pugni in faccia al nuovo che avanza.
    E quando i pugni arrivano, che catarsi! Mai vissuto un climax tanto euforico e intenso in sala: dopo 2 ore abbondanti di preliminari e onanismo la tensione accumulata è insostenibile, così come il timore che lo sfogo non arrivi; e quando finalmente esplode ho dovuto con forza trattenere una sonora risata di liberazione e puro divertimento. Non è il punto focale nè quello di arrivo, ma è estremamente soddisfacente.

    Se dovessi trovare un aspetto negativo è il poco spazio dedicato alla miriade di personaggi presentati, interpretati da attori di assoluto rilievo: probabilmente Tarantino avrebbe voluto girare un film di 10 ore, ma la riduzione per esigenze commerciali li rende più dei simpatici cameo che elementi importanti. Mi sarei immerso con gusto in una versione estesa e senza freni, alla stregua del Too Old to Die Young di Refn. Forse abbracciare il nuovo e sfruttare la libertà creativa offerta dai nuovi mezzi digitali non è poi così negativo.

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    1. grande recensione che, come leggerai, è diversa dalla mia ma capisco dalla prima all'ultima riga

      pensa che credo di capire sia chi dice che questo sia il miglior tarantino di sempre come chi dice il più debole

      perchè è un grnade film che se trova lo spettatore giusto lo porta letteralmente in paradiso

      il tuo accostamento con Trier è perfetto, anche io volevo scrivere (l'ho solo accennato) che questo era il film "definitivo" di Tarantino, quello dove racconta più sè stesso

      davvero perfetto come racconti il duo del film e come lo riferisci a tarantino stesso

      io, come al solito, son partito volendo scrivere di tutto e poi mi ritrovo sempre a parlare tanto solo di un paio di cose tanto che, incredibile, praticamente non ho nominato nemmeno i personaggi (e gli attori) protagonisti

      meno male lo hai fatto così bene te

      il finale così debordante è, come ho scritto, bellissimo e spettacolare

      eppure, come leggerai, riflettendoci ho tantissime riserve al riguardo

      vero che poteva dare più spazio a personaggi minori ma, a quel punto, doveva asciugare molto di più tante altre sequenze, a me due ore e 40 sono più che bastate, ahah

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    2. ottima recensione, per sommi punti hai spiegato meglio sensazioni che ho provato anche io. grazie

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  2. "un" tarantino

    PER

    il secondo oscar a Di Caprio.

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  3. Anch'io ho faticato in sala a sostenere le prime due ore. Mi ripetevo " Dai, ora decolla, sta crescendo il climax, Tarantino arriva" e poi è finalmente arrivato.
    Nel frattempo per occhi e orecchie è stata una festa. Curatissima la ricostruzione, maniacale. E Pitt magnifico, facilitato nell'interpretare un personaggio così carismatico: fedele al suo amico, che forse qualcosa di più di amico, quieto e pacato, maturo e finalmente libero, capace di resistere a tentazioni alle quali il vicino di casa di Di Caprio, quello reale, non è riuscito. Che anche questa sia una frecciatina tarantiniana?!?
    Tutto questo mercoledì all'uscita del cinema.
    Poi però sono due giorni che ritorno al film e non mi spiego perché del finale ricordo solo lo Yeah! trattenuto quando tutto stava per esplodere, mentre non si staccano dalla mente le sequenze, innumerevoli, delle prime due ore.
    Ecco, uno di quei film che lasciano a me un giudizio ancora irrisolto.

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    1. Pitt grandissimo, è quello che mi è rimasto più addosso, sia attore che personaggio

      la maturità fatta persona e uomo, almeno adesso, dai principi eccezionali, forse persino troppo "buono" e umile (lavora vicino a una star e vive in quelle condizioni)

      molto particolare questo ribaltamento che hai avuto a pochi giorni dalla visione

      la penso come te, giudizio talmente irrisolto che per una volta manco il voto ho messo ;)

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    2. A quando la tua rece di Joker?
      FILMONE, ma non capolavoro. Di sicuro però vede una magnifica interpretazione di un IMMENSO e debordante Joaquin Phoenix. Ora, nella mia classifica dei migliori attori sta a un soffio dal mai dimenticato Philip Seymour Hoffman. ci aveva visto lungo P.T.Anderson in The Master.
      Non sto più nella pelle di conoscere la tua opinione!!!

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    3. credo vado martedì

      beh, io ho sempre detto che il più grande era PSH e al secondo posto c'era Joaquin

      ergo, adesso è il più grande

      ricordo che nella recensione di Her, in qualche modo, li mettevo in contatto telefonico tra loro

      ahah, grazie

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  4. Ci sarebbe tanto da raccontare e dire, quindi questo commento sarà più disordinato del solito. Innanzi tutto, a suo modo questo è il terzo western consecutivo di Tarantino e, amico mio, al tuo decimo presunto ultimo film, per favore sorprendici e basta cinturoni, cavalli e polvere. La sorpresa qui è l'assenza di Samuel L. Jackson (anche se io, in un avventore silenzioso di un saloon, ci ho visto "uno" molto somigliante), che pare una battuta, ma andando oltre alla bravura del suo attore feticcio (in realtà ci sono comunque TUTTI gli altri), se a sorprendermi è un assenza, vuol dire che il film non mi ha stupito quasi mai.
    Film che si regge, nella sua lunghezza importante (2 ore e 45), sulla bravura degli interpreti e l'eccellenza del regista, qui quanto mai maturo cinematograficamente (ecco specifico "cinematograficamente", perchè Tarantino e "maturo" nella stessa frase, imbarazza).
    Partiamo dal cast; Di Caprio (non l'ho mai nascosto) è un genio, non solo è bravissimo di suo, ma più passa il tempo e più la sua presenza splende anche a fianco di attori di assoluto carisma e talento. Ok non è più bello (e qui il trucco non lo aiuta), ma ha una capacità di essere sempre nella scena che impressiona (parere personale, rende ancor più con Tarantino che con Scorsese). Ma oltre Leonardo (spettacolare nel recitare prima un attore non capace, che riesce poi per una volta ad essere il migliore), tutti fanno la loro sporca figura ed è sempre divertente ritrovare la solita banda tarantiniana.
    Ma se il cast gira a 1000 è sicuramente anche merito del regista, che qui, come ho anticipato, fa davvero sul serio. La padronanza delle scene, delle tecniche, delle inquadrature, dei tempi ....ok, sembra lento, anzi lo è, ma durante la visione capisci che Tarantino non si fa mai prendere dall'ansia e da respiro a tutto quello che a lui interessa: dai piedi sporchi, alle immagini sgranate nelle tv, agli inserti di altre pellicole (vere o finte che siano). E qui veniamo a Tarantino, quello che a 15 anni ha fermato la crescita ed è rimasto fanciullo con pulsioni, gusti, incanti da nerd arrapato. In "c'era una volta ....", favola moderna, ci sono pochi momenti di divertimento, ma c'è tutta la filmografia di Tarantino, con ampio spazio a tutto quello che è il suo "mondo" personale, che virtù sua, ma aihmè anche il suo limite, è circoscritto all'epoca in cui era adolescente.
    Il film mi è piaciuto, ma sicuramente il giudizio finale potrò darlo solo dopo una seconda visione (alla prima c'è quell'attesa che toglie spazio al piacere). Sicuramente ho apprezzato al punto che, a freddo (visto ieri sera), ho piacere a ripensare alle singole scene e non ho memoria di momenti deboli. Il finale? unica scena violentemente tarantiniana, al contempo la più comica;..... un po' come quando porti una situazione tanto, tanto per le lunghe e poi ti esplode in mano. Boom.
    Meglio o peggio degli altri film? sarà il tempo a dircelo, se dovessi fare un paragone, beh... almeno per la ricostruzione è in continuità con "Bastardi senza Gloria", film che ho imparato ad amare dopo la seconda visione.

    VOTO ****, per ora


    e adesso leggo la tua recensione!!!!

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    1. ecco ho letto. Sembra che abbiamo visto lo stesso film :-D

      credo, però che tu abbia ancor più patito di me la prima visione, quella dove l'adrenalina, l'attesa, il voler vedere ti porta ad esasperare tempi e sviluppi, perdendo il "piacere" della visione. Così il finale (nella mia volevo scrivere "un brufolo di acne giovanile spremuto in fretta", ma temevo di non essere capito) l'hai vissuto con troppo di TE già in scena. Non so come spiegarmi, è un po' come quando hai così tanta "eccitazione" per un qualcosa che poi quando la vivi/vedi non è mai come te la figuravi e, quindi, inevitabilmente ti lascia insoddisfatto. Poi la rivedi e, sapendo cosa è, te la godi per quello che è.

      Ugualmente le scene lunghe; erano davvero lunghe o era l'ansia di vedere le scene dopo, e il desiderio che il film decollasse? anche a me sono apparse dilatate, ma comunque piene, mai noiose

      boh ... mi sarò spiegato?

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    2. intanto leggendo adesso questi due commenti ho capito che sì, prima parlavi a matteo :)

      1 davvero dovrebbe esse il suo ultimo film? non sapevo. In effetti è tipo una summa del suo cinema e di chi è lui

      2 vero, nopn ci avevo pensato, tre film con ambientazioni similissime. Poi, c'è da ammetterlo, diversissimi l'uno dall'altro

      3 noto con piacere che anche tu hai usato il termine maturo. Proprio per questo l'incredibile scena finale mi hja sì emozionato ma anche un pochino deluso, avrei voluto questo colpo di scena meno pacchiano, mi sarei divertito di meno ma a film finito sarei stato più emozionato e avrei trovato il film superiore

      4 cast eccellente. Ma, appunto, in Tarantino questo avviene sempre, è un mostro

      5 "La padronanza delle scene, delle tecniche, delle inquadrature, dei tempi ....ok, sembra lento, anzi lo è, ma durante la visione capisci che Tarantino non si fa mai prendere dall'ansia e da respiro a tutto quello che a lui interessa: dai piedi sporchi, alle immagini sgranate nelle tv, agli inserti di altre pellicole (vere o finte che siano). E qui veniamo a Tarantino, quello che a 15 anni ha fermato la crescita ed è rimasto fanciullo con pulsioni, gusti, incanti da nerd arrapato. In "c'era una volta ....", favola moderna, ci sono pochi momenti di divertimento, ma c'è tutta la filmografia di Tarantino, con ampio spazio a tutto quello che è il suo "mondo" personale, che virtù sua, ma aihmè anche il suo limite, è circoscritto all'epoca in cui era adolescente."

      beh, se hai letto la mia rece inutile commentare, la penso esattamente come te

      6 sul finale hai detto poco, io invece l'ho trattato come vero e proprio discrimine per giudicare il film

      7 io non amai particolarmente bastardi, ma lo vidi solo una volta, di notte e stanco

      sono quasi sicuro che a una seconda ribalterei quasi del tutto il mio giudizio

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    3. non so, capisco che intendi ma non credo sia proprio così
      nel senso che non credo di aver vissuto il film male perchè pensavo al finale o avevo l'ansia di quello

      anzi, se il film mi fosse piaciuto di più probabilmente avrei amato più la prima parte che l'ultima

      tra l'altro più che voler gustarmi il finale semmai era il contrario, avevo il timore del finale (l'ho detto anche ai miei amici) perchè mi dicevo "cazzo, ma una tragedia così non ce la mostrerà splatter vero? avrà rispetto per la tate spero"

      ecco, il paradosso è che erano vere entrambe le cose, scena supersplatter ma scelta verso la Tate anche oltre il rispetto ;)

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  5. Se di 2h40' di film si salvano solo 4-5 scene, il giudizio non può che essere di un film mediocre.
    Ho visto gente alzarsi e andarsene dalla sala, ed anche io ho trattenuto a stento gli sbadigli.
    Lungo, noioso e inconsistente.

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  6. (Parte1)La caratteristica di Tarantino è che (fino ad ora) ha quasi sempre parlato ad un pubblico molto esteso. Tutta la sua precedente filmografia poteva essere apprezzata allo stesso tempo dal cinefilo accanito come dallo spettatore occasionale appassionato più al lato action. Il suo è sempre stato, cioé, un cinema anche (e soprattutto) per il grande pubblico. Poi arriva questo film e, come hai giustamente fatto notare tu nella tua recensione, pare che la cerchia di persone a cui si vuole rivolgere Quentin si sia ristretta. Perché, intendiamoci, per quanto uno possa amarlo e amare il cinema, se uno non conosce o non è appassionato specificatamente di quegli anni (e di quel cinema di cui si parla), può difficilmente cogliere tutte le citazioni presenti. Perché alla fine anche nei precedenti film si facevano citazioni, ma non rappresentavano la colonna portante di tutta la narrazione. Erano un plus per lo spettatore più attento e avido di dettagli. Qua invece sembra proprio che Quentin si rivolga ad un altro sé, come se avesse diretto un film che lui innanzitutto come spettatore avrebbe adorato. E in quel senso (e solo in quel caso) il film può essere realmente adorato, perché c'è tutto quello che un cinefilo come lui potrebbe volere. È una fiaba, dove si concretizzano i sogni di chi ama il cinema di quegli anni. I sogni dello spettatore sono gli stessi di Rick e Cliff, i personaggi fiction del film, che, come noi spettatori, osservano quei grandi del cinema muoversi ad Hollywood, dove ogni sogno in effetti può apparire realtà. Il problema è proprio che quei sogni non possono essere percepiti da tutti. E per questo motivo, il parallelismo e il triangolo Rick/Cliff-Quentin-spettatore può non stabilirsi in molti casi. Tarantino gioca per questo con le aspettative di chi guarda, tradendole spesso, ma di nuovo al fine di potenziare ed affermare con ancora più forza quel sogno cinefilo di cui si fa portavoce. Tutti si aspettano che muoia la Tate, tutti si aspettano un certo Manson, un certo Bruce Lee, tutti si aspettano, cioè, una storia che è già scritta, ma Tarantino sceglie come protagonisti personaggi che non sono già scritti, ma frutto della sua immaginazione registica. E così saranno proprio loro, Rick e Cliff, a salvare quel sogno dalla storia, dai documenti oggettivi che tutti conoscono. Per questo motivo ho trovato coerente e sensato il finale: in tutta quell'apparenza di realtà della prima parte, Tarantino sfrutta il suo stesso stile eccessivo per ricordarci che quello è il sogno (anche irreale) di chi il cinema lo fa e lo ama. Sì, la Tate è davvero morta. Ma è bello pensare che in un mondo alternativo (dove i sogni cinefili dettano le regole) quella donna sia in realtà ancora viva, per un colpo del destino, per la presenza casuale di due uomini fittizi che potrebbero essere chiunque.

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    1. (Parte 2) Detto questo, in realtà, io mi pongo in generale come te rispetto al film. Purtroppo non ho colto tutti i riferimenti della prima parte e seppur riesca a comprenderne (da distante) il valore, questi mi risultano troppi (e troppo prolungati) per farmi apprezzare davvero il film.
      Come dicevo all'inizio è un Tarantino regista che parla ad un Tarantino spettatore.
      E se dovessi cogliere degli eventi ricorrenti in quest'anno cinematografico (così come ho fatto nel commento su Vox Lux, parlando di Corbet e Nemes e del valore delle opere seconde), con questo film bisognerebbe parlare proprio dei grandi registi che parlano prima di tutto a loro stessi. Di grandi autori che cercano di fare film più personali, intimi ed autobiografici. C'è questo film di Tarantino. C'è "La casa di Jack" di Lars von Trier. C'è "Dolor y Gloria" di Almodovar. Sono film in cui i registi si vogliono scoprire, svelare, denudare, partendo dai loro film per arrivare all'essenza della persona che li ha concepiti. Dentro ci sono i loro segreti, le loro malattie, le loro ossessioni, portate all'estremo. Ci sono, cioè, le loro vite, prima ancora che le loro storie. Per Tarantino quindi ci sarà l'amore incondizionato verso il cinema, il western, la Hollywood a cavallo degli anni 60 e 70, ma anche più banalmente il feticismo (quante scene di piedi ci sono in questo film? ahaha). Per Trier i suoi stessi film, le sue mille metafore simboliche che partono dalla violenza, ma anche le sue reali psicosi ed ossessioni, così come la sua immisurabile autoironia. Per Almodovar ci saranno nuovamente i dolori psicologici e fisici, ma anche l'amore per il cinema e il melodramma.
      E proprio per questo, possiamo considerare forse questi 3 film quasi come dei testamenti.
      E alla fine dunque cosa ne penserà il pubblico poco importerà, perché quei 3 film sono innanzitutto dei dialoghi con se stessi, che parlano a chi li ha creati, prima ancora che a chi deve vederli.

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    2. perfetto, le tue prime 20 righe sono la spiegazione estesa di quello che io ho accennato, ovvero di un film per una cerchia più stretta e di come la cinefilia qui non sia solo il colore ma il soggetto

      sì, è un film che i cinefili adoreranno, credo che per loro sia davvero IL film.

      verissimo, non solo con il massacro tate ma anche in altri momenti Tarantino in qualche modo sconvolge la storia o la percezione comune, hai ragione, Lee su tutti

      "Per questo motivo ho trovato coerente e sensato il finale: in tutta quell'apparenza di realtà della prima parte, Tarantino sfrutta il suo stesso stile eccessivo per ricordarci che quello è il sogno (anche irreale) di chi il cinema lo fa e lo ama. Sì, la Tate è davvero morta. Ma è bello pensare che in un mondo alternativo (dove i sogni cinefili dettano le regole) quella donna sia in realtà ancora viva, per un colpo del destino, per la presenza casuale di due uomini fittizi che potrebbero essere chiunque."

      ma anche io ho amato il finale per lo stesso motivo, bellissimo

      ma che ne so, avrei sperato che fosse meno tarantino, che restasse più adulto, che cambiasse la storia sì per amore del cinema e della vita ma non con questo sberleffo e cazzona così

      non so, secondo me poteva arrivare a vette emozionali ancora più alte e se per una volta frenava il suo lato bambino credo che tutti l'avremmo amato lo stesso

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    3. cazzo, hai ragione, è stato l'anno dei film summa, quelli più completi e intimi di grandi registi, almeno tarantino, almodovar e trier, come dici

      e come dici sono film che raccontano sia sè stessi che le loro filmografie

      credo che ti incollo il commento su fb :)

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    4. Eh ma perché ho scritto il commento proprio partendo dalla tua recensione. Le tue parole sono sempre d'ispirazione e illuminanti per ragionare sul cinema ;)

      Sul finale, in parte concordo: se l'obiettivo era esaltare il cinema e il sogno, avrebbe potuto concludere davvero portandoli a livelli incredibilmente emozionali, così da renderli realmente indimenticabili. Però, appunto, alla fine il buon Quentin ha prima di tutto parlato a se stesso e quel lato bambinesco e così tanto improvviso fa parte della sua essenza. E dovendo autoanalizzarsi, non ha potuto negarlo.

      Son contento che il commento sia giunto anche su fb: grazie mille :)
      Ho visto che ne hanno aggiunti altri: su Polanski condivido appieno. è molto autobiografico, anche se forse (almeno per me) non è allo stesso modo così tanto intimo e personale, come i sopracitati, per quanto rimanga comunque un'opera spettacolare. Gilliam non l'ho volutamente incluso essendo dell'anno passato, però lì di nuovo siamo a livello di Trier e Almodovar (ricordo di averlo messo anche in classifica l'anno scorso per il film dell'anno ahah). E per Clint, credo che la parola testamento vada proprio di pari passo con la sua filmografia, sarebbe difficile trovarne una unica che rappresenti la summa di tutto ;)

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    5. E comunque a proposito di Polanski e degli altri film di Venezia, mi sono reso conto che quest'anno molti dei grandi premi del concorso usciranno (o saranno usciti) già entro il 2019.
      -"Martin Eden" già uscito
      -"La mafia non è più quella di una volta" già uscito
      -"Joker" esce il 3 ottobre
      -"J'accuse" esce il 21 novembre

      E tra l'altro, piccola perla a proposito di uscite in sala: il 10 ottobre esce Manta Ray (vincitore di Orizzonti a Venezia 2018) e amato moltissimo.

      Chiusa parentesi uscite-festival di Venezia ahaha ;)

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    6. impossibile trovare una quadra di questo finale

      cioè, per me il capolavoro era tirare fuori sè stesso ma al contempo restare più controllato, magari togliendo quei due pezzi molto comici che ha messo dentro

      continuo a pensare che sia la cosa migliore e peggiore del film quel finale, sarò sempre combattuto

      sì sì, interessantisdsime quelle aggiunte su fb, compresa quella di Dolan, prorpio stranissima sta cosa che sta succedendo nel 2019...

      ora mi vado a vedere Buring (perugia l'ha finalmente preso), poi Joker poi, se lo prendono, Manta Ray. Si prennaunciano 15 giorni notevolissimi

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    7. Per il finale concordo con te. Sono anch’io combattuto su come valutarlo nel complesso, proprio per il suo essere così tanto diverso rispetto a tutto il resto del film che è venuto prima. Per ora (ma la cosa potrebbe cambiare) mi sa che Tarantino è il grande escluso della top 10 di quest’anno.

      Verissimo per Dolan. E lì si potrebbe parlare di un’altra questione, che avrei voluto approfondire se avessi avuto il tempo di recensire al festival il nuovo film di Koreeda (che tra l’altro esce sempre in questi giorni), ma che purtroppo non sono riuscito a fare per mancanza di tempo. Quello a cui faccio riferimento è il lancio internazionale (ma che dico, proprio mondiale) di un cinema invece molto personale e nazionale. E soprattutto la difficolta nel compiere questa operazione. Penso a Dolan (ai piccoli film dell’inizio, dov’era anche attore) che arriva ad un set talmente grande da avere la Portman. O penso a Koreeda che arriva al suo primo film europeo, di nuovo con attrici gigantesche come la Deneuve e la Binoche (qua si parla proprio di passaggio da oriente a occidente). Ed entrambi questi passaggi di un cinema che da nazionale si fa mondiale conservano le tematiche dei loro registi all’ennesima potenza, ma devono confrontarsi con una mentalità produttiva spesso diversissima. E arrivo ad un terzo esempio, sempre da Venezia di quest’anno: il film con Johnny Depp di Ciro Guerra, il regista dell’immenso El Abrazo de la serpiente, che di nuovo, come i precedenti, riprende la tematica più intima del suo regista (i barbari, il dilemma dello straniero), ma ha la difficoltà nel metterla in scena. E proprio per questa difficoltà nel rendere produttivamente mondiale la propria intimità, credo che non sia un caso che i tre film sopracitati abbiano difficilmente suscitato giudizi entusiasti nella critica internazionale.

      Grande! Allora ci vediamo sotto la recensione di Burning, che ho visto anch’io oggi, ma già non vedo l’ora di leggerti. Per Joker sono curioso di sapere che ne penserai, anche perché la mia recensione scritta per il blog è forse una di quelle di cui sono più soddisfatto tra quelle di Venezia di quest’anno!

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    8. anche da me sarà escluso sicuramente dalla top 10, troppi grandi film ho visto e, soprattutto, troppi altri che ho amato più di questo (magari inferiori)

      è esattamente come dici, quando un autore personale incontra il cinema milionario deve accettare compromessi

      alcuni rimangono personali e tirano fuori grandissimi film (villeneuve?) altri la sfangano (penso anche a Fahradi oltre a quelli che citi), altri crollano

      non parliamo poi dei casi in cui veri e proprio autori come Shyamalan accettano film su commissione praticamente non scritti da loro, lì è un disastro...

      molto interessante la cosa di Ciro Guerra, ora magari mi informo...

      burning (ma lo sai) messa ieri, Joker spero di andare prima che posso ;)

      e poi ti leggerò

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  7. Ecco, stranamente io non ho sofferto il tempo, e parlo da "non fan" di Tarantino - mi piace molto, ma raramente mi strappo i capelli. Eppure qui è stato qualcosa di sorprendente, il tempo passava ma ne volevo sempre di più.
    Per me è stata una lezione di cinema pazzesca. Anche nell'esagerazione finale-.
    E quella camminata nella villa, nella sua semplicità, mi è rimasta dentro per tutto quello che racchiude.

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    1. su tarantino allora abbiamo lo stesso atteggiamento, ci piace molto ma non impazziamo (poi oh, per me pulp fiction è da 10 eh)

      vero, lezione di cinema in tutti i sensi, come fare cinema, come parlare di cinema e storia del cinema

      è che io appunto non sono un cinefilo, le lezioni un pochino mi annoiano ;)

      dici la camminata finale? ero emozionatissimo anche io

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  8. Sono pienamente d’accordo a metà con la tua recensione...

    Leonardo DiCaprio è così braco a trasformarsi che nell'ultimo quarto d'ora mi sembrava di vedere Jack Black :)

    https://markx7.blogspot.com/2019/09/cera-una-volta-ahollywood-quentin.html

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    1. letta!

      però devo riflettere sulla differenza tra falso storico e ucronia :)

      forse che il primo è un vero e prorpio errore mentre l'altro un cambio consapevole?

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    2. secondo me la differenza è che quando uno dice che è successa una cosa che gli storici e tutti (o quasi) dicono che è successa e io dico no, non è successa, allora è un falso storico (è proprio una questione di "maggioranze"), se dico so che non è successo, ma la storia poteva andare diversamente (come in "La svastica sul sole" di PK Dick) o come sarebbe stato meglio che fosse andato diversamente, come in Tarantino, allora è ucronia.
      in parole semplici, io ho capito così

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    3. ah, ok, sì sì, una è ucronia, l'altra proprio negazionismo convinto, certo

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  9. Contea Sergej: 25 Settembre, Anno Domini 2019; ...( C'era una volta Tarantino ...contro Hollywood )

    Il tempo dell' anarchia-incendiaria de "Le Iene", di "Pulp Fiction" e "Kill Bill era piacevole a vedere, dirompente e sprezzante di ogni codice stilistico imposto dagli schemi delle Grandi Major....è la nascita di una nuova Stella nel firmamento del Cinema, ma se si crea un tarantino-brand questo sarà altamente instabile e alla fine collasserà su se stesso formando un buco nero.... ed è per questo che abbiamo film, con tonnellate di parole inutili, alla deriva del fastidioso polical-correct contro...

    - gli allupati maschi-misogini (Death Proof)
    - i pokemon-nazisti ( Bastardi senza Gloria)
    - gli schiavisti come non gli avete mai visti (Django)
    - gli sfigati killer-giustizieri-razzisti (The Hateful Eight)
    - e infine, per non farci mancare nulla,..gli hippie satanisti...filmati nel loro ambiente naturale

    ...con esili trame e finali scontati che si potrebbero sintetizzare in poche righe, ma non è certo questo il problema, a funzionare sempre meno sono proprio le immagini filmiche oramai prive di ogni forza eversiva artistica......che cosa è accaduto?

    - un codice infantile-malevole annidato nella mente?...forse
    - un errore nel modo di vedere la realtà?...potrebbe
    - un loop emo-cinematografico?...quasi sempre
    - un diabolico algoritmo per accalappiare spettatori-cinefili ? ...senza dubbio

    Nota: Occhio! E' indubbio che alcune sequenze (inquadrature,tempi, montaggio) di Tarantino sono da Università del Cinema..;)


    Nota: Migliore film della stagione estiva 2019? Lo strampalato e sconclusionato Midsommar di Ari Ester perché come diceva il Maestro D. Cronenberg “L’arte è sovversiva perché fa appello all’inconscio. Più un film è collegato con l’inconscio, più è sovversivo. Come lo sono i sogni”.....Ciao Caden ;)

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    1. a te arrivo con calma, insieme a riccardo in vox lux ed enrico in annientamento

      fatti sti 3 sono a pari!

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    2. eccomi :)

      allora, commento coraggioso e molto preciso nella sua critica

      è vero, il Tarantino "geniale" che inventa un nuovo tipo di far cinema non c'è più. Ma mi chiedo, sarebbe stato possibile proseguire tutta la carriera con quell'originalità, con quella rottura degli schemi?

      a me i film più classici e maturi di Tarantino sono piaciuti tutti ma, come te, credo che il meglio sia tutto prima

      sono d'accordo con te che negli ultimi film ci parli troppo, veramente troppo, restando su sè stessi, in un paio cancellerei quasi mezz'ora di dialoghi

      poi che Tarantino non sia un autore profondo e che le sue tematiche siano abbastanza semplici e didascaliche assolutamente, ma credo e spero lo sappia lui per primo


      e sì, Tarantino non strabilia più, di certo in questo non è un Trier o un Noè che ogni film rischiano tutto e sbalordiscono (nel bene o nel male), è diventato "solo" un grande regista che mette in piedi potenziali grandi opere

      meno pazzo, più misurato, sempre grande, ma boh, poi nel cuore non mi resta

      stupendo midsommar e anche le tue 3 righe al riguardo

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  10. Premetto che sono un amante del cinema e non un'esperta, non sono una fan di Tarantino ma neanche lo odio, ho amato Pulp Fiction, Bastardi senza gloria, Le iene se pur minore e basta. Sono andata al cinema per curiosità e ne sono uscita delusa e sconcertata. Troppo lento e dilatato, una sceneggiatura assente e anche un pò paracula, nel senso che mi aspettavo più risalto per la Tate, che parla pochissimo, e la Manson family, che invece finiscono da fare da contorno a più di 2 ore di scenette vuote, ben curate, certo, ma per me prive di alcuna emozione. Salvo l'interpretazione magnifica di Brad Pitt e arrivo al finale, troppo breve, un po' pacchiano, visto come sono andate le cose nella realtà, ma anche originale. Detto questo non mi interessa che Tarantino sia appassionato di cinema (mi pare che ogni regista lo sia), e non lo ritengo un genio come tanti, dopo solo 9 film al suo attivo. Non mi interessa la sua maturità, se proprio devo scegliere ho preferito di gran lunga la maturità di Almodovar nello splendido Dolor Y Gloria. Tarantino è un bravissimo regista, ma per me i geni stanno altrove.

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    1. cavolo, addirittura sconcertata :)

      ogni cosa che scrivi l'ho pensata anche io, anche se poi però non ho avuto un giudizio negativo netto come il tuo

      è un commento coraggioso anche il tuo, molto duro ma, per quanto mi riguarda, comprensibile e non da hater insomma

      sì sì, ho detto il tarantino più maturo ma di certo non maturo come altri registi, quello credo che non lo sarà mai :)

      per me genio ci può stare, ha inventato un cinema tutto suo, ha stravolto un'epoca e di solito i geni questo fanno, ci regalano qualcosa di diverso

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  11. Io vado controcorrente: non mi è sembrato un film riservato o apprezzabile esclusivamente a cinefili, anche perché Tarantino fa riferimento a un universo comunque diventato cultura popolare mentre i riferimenti più precisi sono comunque trascurabili. Tra il serio e il faceto direi che sia più un film da giocatori di Grand theft auto :D Tra le corse in macchina con la musica e quelle strade la mia mente andava sempre lì ahah
    Ho apprezzato anche il finale, anche se ritengo che il suo significato sia stato "bruciato" dal precedente utilizzo di quell'espediente in Bastardi senza gloria. Qui l'ho trovato molto più azzeccato, in un buddy movie che diventa favola (o favola mascherata da buddy movie), però appunto rimane un po' questa sensazione di riciclaggio di idee che me lo sminuisce. E lo sguardo di Pitt in quel secondo in cui il tizio gli punta la pistola contro è impagabile :D
    La parte che mi è piaciuta di meno è quella di Tate che va a vedere i suoi film al cinema, quella m'è parsa proprio una cavolata. Come "soddisfazione" di fare cinema funziona alla grande la prova di DiCaprio nella scena con la bambina.

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    1. no no, assolutamente non è esclusivo per i cinefili, certo

      mi pare però un film che per essere amato quanto probabilmente lo ha amato il suo autore bisogna amare in quel modo il cinema

      però se ci pensi non ho sentito una sola persona che, visto il precedente di bastardi, ha previsto quel finale
      però te dici che anche a posteriori pensare che ha usato una medesima tecnica lo depotenzia e su questo in parte concordo

      pitt straordinario, davvero un personaggio che ho amato, ma non in maniera fredda, proprio emozionale

      a me quella parte è piaciuta ma mi è sembrata terribilmente lunga (e mostrata in 4-5 sequenze staccate) alal faccia di chi dice che la Tate c'era troppo poco ;)

      vero, il ruolo di Di Caprio è un regalo agli attori, per farci capire quanto alcuni amino così tanto il proprio lavoro da starci veramente male

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  12. Visto 2 giorni fa e non riesco a togliermelo dalla testa...devo assolutamete tornare a vederlo!
    A quanto già è stato detto aggiungerei: grandissima colonna sonora! Emozioni alle stelle quando parte Out of time degli Stones! Tra l'altro curiosamente contiene 2 pezzi (Hush dei Deep Purple e 12.30 dei The Mamas & The Papas) inclusi anche nella sound track di 7 sconosciuti al El Royale...altro film con chiari riferimenti alla Manson Family...

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    1. te pareva che non ce regalavi qualche chicca sulla colonna sonora!

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  13. Dunque, all’ uscita di sala ero perplessa. Poi: un film imperfetto, con tanti difetti che riconosco nella tua recensione, ostico per la durata e per certe circonvoluzioni ombelicali estenuanti. Ma: ho adorato la scena al ranch della Manson family. Amo Di Caprio a cui mai oscar fu strameritato prima e dopo e assolutamente mal dato quando fu assegnato. Ho adorato Pitt nella sua faccia cazzona che sembra guardare tutto con il disincanto di una vita a latere. Ho amato letteralmente tutte le scene in cui appariva Sharon Tate (grandissima Margot Robbie). Sono di una dolcezza debordante. E alla fine ho sperato che finisse così. Perché in fondo tutta la vicenda storica appare come una maledetta versione di una sliding door aperta per sbaglio. Sarebbe bastato poco perché forse quello che è accaduto non accadesse. Mi spingo a dire che Tarantino ha fatto un film senza compiacimenti e strizzate d’occhio al pubblico (critici compresi). Un film che non sarebbe piaciuto così come gli altri. Ma un film in qualche modo necessario. (per lui, naturalmente).

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    1. beh, fino a "e alla fine ho sperato" praticamente siamo identici, sia nei difetti che nei pregi (scena del ranch, pitt, la pazzesca dolcezza della tate/robbie)

      sì sì, ti capisco perfettamente, io sono sempre combattutissimo su sto finale...

      ma sì, credo che alla fine bisogna riconoscere a tarantino che fa sempre i film come vuole lui, a me furbo o piacione mai sembrato...

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  14. Proviamo ad immaginare di vedere il film senza essere fan di Tarantino e senza conoscere la storia di Cielo Drive.

    In parole semplici:
    - dopo 1 ora e mezza la noia è totale ed assoluta a causa di una sceneggiatura totalmente incosistente
    - tutti i messaggi del finale "spariscono" se non si conosce la vera storia.

    Quindi, visto con questi occhi, un filmazzo.

    Per fortuna ci sono 20 minuti eccellenti: la visita alla Mansona family, le luci di LA, Susan al cinema.

    Ma non basta

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    1. molto interessante e quasi incontestabile questo commento

      è anche vero che il gioco dei "se" alla fine nemmeno è tanto giusto, altrimenti, per restare nel tormentone joker immaginiamocelo senza Phoenix (per me resterebbe comunque un gran film però)

      concordiamo appieno, anche nelle due scene migliori vedo

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due cose

1 puoi dire quello che vuoi, anche offendere

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3 ciao