20.9.20

Recensione: "La ragazza della porta accanto" (libro) - Passeggiate, il cinema della poesia - 10 - di Roberto Flauto


Alcuni anni fa vidi un film, La ragazza della porta accanto.
Narrava di una vicenda terribile.
Ne scrissi la recensione.
Poi, poco prima di pubblicare, andai su wikipedia a ricercare un'informazione. E scoprii che tutto quello che avevo visto non solo era successo veramente, ma era forse ancora più sconvolgente.
Mi sentii quasi "sporco" ad aver scritto di quel film, di quelle vicende, scoprendo poi che una ragazza aveva davvero subito tutto quello.
Cancellai la recensione, completamente, e la pubblicai bianca, senza nulla.
Un gesto istintivo, giusto o sbagliato che sia.
Adesso nel decimo appuntamento della sua rubrica Roberto ci parla del libro da cui fu tratto quel film. Lo farà, ne sono certo, con la sua grazia, delicatezza e sensibilità.
Vi lascio alla lettura

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Un ruscello scorre tranquillo.
L’aria è tiepida, quasi calda.
Si potrebbe perfino essere felici.
Il mondo si muove lento, non ha fretta, tutto è sfumatura di una perfezione che è possibile solo in certi istanti.
Non esiste equilibrio più delicato di quello sul quale cammina un bambino. Piccoli, sterminati passi. Quel momento in cui tutto è possibilità, quando i fiori mangiano il sole e lo sguardo è libero dalla prigionia degli occhi.
Ma ogni equilibrio esiste solo nell’ipotesi della sua rottura: siamo sempre a un passo dal precipizio, è l’unico modo che abbiamo per essere davvero parte dei nostri desideri, della realtà che disegniamo incessantemente con ogni fibra dei nostri sogni.
Spesso è un passaggio lieve, accompagnato dai connaturati mostri dell’essere vivi.
Ma qualche volta succede: accade l’orrore.
David ha dodici anni e sta sdraiato su una roccia accanto al ruscello.

Notti interrotte da incubi devastanti.
Domande con bocche affamate e insaziabili.
Una lunga fila di demoni intenti a divorare passati possibili.
Ancora silenzio, dappertutto, che urla e scava.
Si potrebbe perfino essere inesistenti. Non basterebbe.
Il mondo ha fame, non aspetta, tutto è istante di una sfumatura che è impossibile in quanto perfezione.
Non esiste equilibrio che non sia destinato a incrinarsi, esistono solo differenti tipi di catastrofi: è la natura della nostra specie.
Quando deriva dall’orrore, la catastrofe si insinua nei tessuti della mente, entra in circolo nel sangue, abita le tempie e non finisce mai.
L’esistenza si modella intorno al mostro.
Si muore a ogni risveglio e tutto fa paura.
David ha quarantun anni e rovista tra ritagli di giornale.

Il dolore non è un gatto che ti dilania le guance.
Assomiglia di più a una mattina come qualunque altra, impercettibile come una colomba nella neve, che all’improvviso esplode in tutto ciò che non dovrebbe esistere.
Al ruscello David conosce Meg.
Lei sorride, il cielo vibra intorno alle foglie.
Istantanee. Un vestito di fiori. Mani leggere. Il desiderio di essere chiunque. Quei segni sulla pelle. Macchine capovolte. Ogni cosa ha un posto, niente fa paura. Il mondo è il giardino di casa. Nessuno può frangere il vetro che protegge e filtra la realtà.
Lei che racconta.

È un’estate dell’America degli anni Cinquanta.
I pomeriggi sono lunghi. C’è silenzio in ogni voce. I rifugi antiatomici sono una necessità. Clima torrido e di sospetto. Segreti, facciate, dispersioni.
I ragazzini del quartiere giocano insieme, scoprono, si scoprono. La vita scorre come deve. Tranquilla e dolorosa, come necessario.
David e i suoi amici. Si scambiano biciclette e pugni, opinioni e tempo, scoperte e bugie. Il loro è un mondo chiuso e sconfinato, al quale nessuno ha accesso, soprattutto gli adulti, capaci solo di limitare e opprimere.
Ci sono le riunioni tra i cespugli, le passeggiate improvvisate, una pubertà da scoprire e condividere, i tagli sulle ginocchia, le dita sporche di fango e adolescenza.
E le domeniche in chiesa, le coca cole in lattina, le ballerine in televisione, eternità da sfumare.
Nessuno è ammesso nel loro mondo.
Nessuno.
Tranne Ruth.

Meg racconta la storia delle sue cicatrici.
Parla di sua sorella Susan, più piccola, più fragile.
Il pomeriggio è luminoso e il cielo continua a sorridere. Anche i suoi occhi parlano. È bella. Delicata come una mattina di inizio autunno.
Immerge le mani nell’acqua del ruscello. Qualcosa si agita nell’oceano tra le sue tempie.
Sorrisi accennati e perfetti. Promesse fatte di ciglia. Le sue mani.
Rivela di essere appena arrivata in città con sua sorella.
(Un raggio di sole si ferma ad ascoltare).
I genitori sono morti in un incidente stradale, lei e Susan invece no, ma ne conservano il ricordo sulla pelle, nelle ossa, nel cervello.
(Dopo aver ascoltato, va a morire in un riflesso sull’acqua).
Usa poche parole. I minuti scorrono lentissimi. Il cielo è luminoso e il pomeriggio continua a sorridere. Anche i suoi occhi tacciono. È forte. Prepotente come un mattino di inoltrata primavera.
Un vento tiepido le accarezza il profilo.

Ruth Chandler.
Una donna di mezza età, che conserva ancora una certa bellezza.
Come chiunque. Come nessuno.
Non è come gli altri adulti. Nessuno è come lei.
È attraente come tutto ciò che inquina il cuore.
Come la polvere. Come la guerra.
Il marito è andato via da tempo, vive con i suoi tre figli – Donny, Willy, Woofer – tutti amici di David. Il loro mondo è anche il suo.
Si insinua e radica, come un cancro affamato. Fuma. Beve. Usa un linguaggio colorito, spesso offre birre ai ragazzini che si riuniscono nel suo salotto a guardare la televisione.
E sintetizza tutto in una sola frase, che ritorna e pervade ogni angolo di quella realtà. Se ne sente l’eco anche quando non viene pronunciata. Diventa l’unità di misura della definizione del reale.
Ruth Chandler.
Ancora. Annoiata, stanca, affascinante.
«Non ditelo a nessuno».

Tra i ritagli di giornale ci sono pezzi di notte, brandelli di esistenza, grida sporche di fuoco, un buio da morire.
Domande a forma di dolore.
Ogni punto interrogativo è un amo che arpiona la pelle.
Un esercito di demoni si diverte a pescare frammenti di vita.
Non basta chiudere gli occhi per non vedere. Ci sono certi mostri che abitano le palpebre, che pattinano sulle retine, e tracciano i contorni del paesaggio che poi ci inghiotte.
Non basta vivere per non morire. Niente esiste davvero, tutto sfuma nel nulla, che diventa casa, tempo, colore, pensiero. Ogni minuto è attesa del successivo. La vita è una prigione.
Non basta morire per porre fine a tutto.
Tra i ritagli di giornale c’è il sangue che non secca mai.

Il quartiere come universo, la casa come mondo, la camera da letto come pelle.
Meg è bella, una libellula che mangia il sole.
Susan è la purezza, una neve caduta su uno stormo di corvi.
Vanno a vivere da Ruth, a casa sua, a casa di zia Ruth.
Vanno a soffocare nel suo abbraccio.
Una discesa prigioniera.
Nel baratro dei suoi occhi.
Nell’abisso sordo del suo sorriso.
Nel suo cuore putrescente.
Meg guarda il mondo e il mondo volge lo sguardo altrove, anche lui finge, come Ruth, come i suoi figli, come David, come ognuno di noi.
Anche Susan guarda il mondo, ma è troppo piccola per accorgersi che il mondo ha gli occhi chiusi.
Donny. Willy. Woofer.
E poi Denise, e Eddie.
Gli amici, poco più che bambini. Ognuno di loro fa paura.
La pelle come prigione, la casa come condanna, l’universo come niente.

David si lascia prendere dai ricordi.
Ripercorre la storia che non è mai avvenuta.
I rimpianti si nutrono di “se”.
Se quella mattina al ruscello, o quella domenica mattina alle giostre, o quella volta in cui.
Se non avessi avuto paura, se un attimo prima, un istante dopo, «la rete aveva un solo buco, e tu proprio da lì?».
Ma non c’è poesia, neanche un po’.
Ci sono solo esistenze in frantumi, violenza feroce e insensata, fondali oceanici di dolore.
I rimpianti nutrono il sé.
E fanno male.
David continua a rovistare tra i ritagli di giornale.
E vorrebbe morire. Vorrebbe vivere.
Forse si sposerà una terza volta.
È ricco, la vita gli sorride.
In fondo, gli è andata bene.
Oppure no? Forse, invece, è quello messo peggio.
Perché non esiste giorno che non abbia il volto di Meg, che non sia attraversato dai suoi lamenti. Non esiste notte senza incubi, non esiste luce capace di scacciare l’oscurità infinita di quel seminterrato.
David si lascia uccidere dai ricordi.

Meg si sposta una ciocca di capelli.
La luce sulla superficie del ruscello si frange in mille colori.
Nessuno è più accesso e vivo di quello dei suoi occhi, che contengono il mondo intero.
Lei è solo una ragazzina, ma ha già conosciuto la morte, il dolore, l’addio. Eppure.
Eppure sorride. Ama la vita. La ama davvero.
Poi va a casa di sua zia.

La casa di David dista letteralmente quattro passi dalla casa dei suoi amici di sempre, Donny, Willy e Woofer, i figli di Ruth.
Sono inseparabili, stanno sempre insieme. Con loro, spesso, ci sono anche Eddie e Denise, e Tony, Kenny, Glen, altri ragazzini del vicinato.
Sono appena adolescenti. Sono gli anni Cinquanta. Ci sono i boschi. È estate.
Uno scenario spaventoso.
I genitori di David stanno divorziando. Tutti gli adulti sono “stupidi”, dei “nemici”.
Ma non lei. No. Ruth non è come gli altri.
Ciò che è accaduto nel suo seminterrato è insostenibile, terribile, spaventoso.

La ragazza della porta accanto.
Jack Ketchum.
Megan Loughlin.
Quattordici anni.
Questa è la sua storia.

Ma Megan Loughlin, in realtà, non esiste.
È un nome di fantasia. Jack Ketchum l’ha usato al posto di Sylvia Likens, il vero nome della ragazza “della porta accanto”.
Anche quello di Ruth Chandler è un nome fittizio: in realtà si tratta di Gertrude Beniszewski.
Ma il male ha tanti nomi, tanti volti.
Quello di Ruth/Getrude è un viso segnato da rughe che solcano una bellezza stanca, marcia, putrida.
Aveva trentasei anni all’epoca dei fatti. Ma sembrava averne sessanta.
La sigarette. L’alcol. La cattiveria.
La sua pelle piena di macchie. Era in putrefazione dalla nascita.
Capelli sottili, sporchi, raccolti in una pettinatura senza senso.
I suoi occhi. Dio mio. Grandi, neri, vuoti e allo stesso tempo furiosi.
Terrificanti.
Ruth esce fuori dalle pagine con una violenza inaudita.
Ketchum, un autore che amo particolarmente per la capacità quasi unica di rappresentare l’orrore, ci regala un libro bellissimo, scritto in maniera impeccabile, la cui lettura è devastante.
Davvero. Se qualcuno mi chiede qual è il libro che più mi ha spaventato, disturbato e scosso fin dentro le viscere, io rispondo “La ragazza della porta accanto”.
Ho letto questo libro due volte, a distanza di qualche anno.
Tra le due letture, ho visto il film da esso tratto – ben fatto, benché non regga affatto il confronto con il libro.
The girl next door.
Megan.
Sylvia.

E non esiste neanche Jack Ketchum.
È un nome d’arte.
A mio avviso, si tratta di uno dei migliori autori horror di sempre.
È morto due anni fa.
Per me, che amo la letteratura e amo l’orrore, i suoi lavori sono davvero preziosi.
E nel narrare questa storia mostruosa, ha una trovata secondo me geniale: il narratore è David, ormai adulto, che nel raccontare quelle atroci vicende ha la capacità e la consapevolezza necessarie per poter scegliere e valutare cosa è possibile dire e cosa no.
Infatti, a tal proposito, c’è un capitolo in particolare, che è una delle cosa più tremende e spaventose che abbia mai letto. È un capitolo brevissimo, ha solo cinque righe. Ma è lacerante. Fa così:


«Non vi racconterò cosa è successo dopo.
Mi rifiuto.
Preferireste morire piuttosto che raccontare certe cose.
Preferireste morire piuttosto che assistervi.
E io vi ho assistito, e ho visto».


Quel “mi rifiuto” mi ha tormentato per diverse notti.
Ancora oggi, mi fa paura.
C’è un orrore profondo, viscerale, che annienta ed estingue. E non esistono parole per descriverlo. Non esiste suono, né disegno, né forma. Semplicemente, la natura non ci ha dotato della possibilità di esprimere certe atrocità. È un cortocircuito esistenziale: non si può assistere, vedere, sentire, ciò che ha visto e sentito David e restare vivi, sani, felici. Qualcosa si spezza definitivamente. E non sei innocente.
Ho odiato Ruth con tutte le mie forze.
E ho odiato i suoi figli, e tutti gli altri.

La storia de La ragazza della porta accanto, sebbene presenti elementi di diversità rispetto alla realtà (nel libro siamo negli anni Cinquanta mentre i fatti sono avvenuti nel 1965, per esempio), è spietata, devastante, disturbante, dolorosa.

Ruth Chandler accoglie Meg e Susan in casa sua.
Tortura fino alla morte Meg. Lo farà con i suoi figli, farà partecipare a questa orgia di violenza e sadismo anche gli altri ragazzini del quartiere. Costringendo Susan, piccola e indifesa, ad assistere.
È sconvolgente.

David è l’unico personaggio dotato di moralità.
È adulto, ormai, e ricorda quei giorni che hanno segnato e rovinato la sua vita per sempre.
E in, quanto essere dotato di moralità, non potrà fare a meno di addossarsi la colpa del sacrificio finale che ha luogo nel seminterrato di Ruth.
Allo stesso tempo, però, proprio perché unico essere dotato di moralità, David è in qualche modo il più colpevole di tutti: è l’unico capace di percepire e comprendere quanto avviene in quell’inferno, in termini di puro orrore, a differenza di tutti gli altri, che bruciano, stuprano e mutilano la ragazza della porta accanto.

È alla sua colpevolezza che pensa David, mentre scava tra i ritagli di giornale.
Si chiede cosa ne è stato della sua vita.
Ripensa a Meg, alla sua morte atroce e disperata.
Ripensa a Susan, uscita devastata da questo orrore tremendo, che non lascerà in pace nessuno dei due – che per un certo periodo, dopo i fatti, hanno anche cercato di restare in contatto, ma la corrispondenza è svanita presto. Probabilmente, l’uno ricordava all’altra il dolore indicibile di quei giorni. Le grida strazianti di Meg affollano le loro notti.
David si interroga sul suo passato, su ogni singolo giorno che ha vissuto dopo quella mattina al ruscello..
Credo che la sua vita sia finita quel giorno. Quando incontra Meg per la prima volta, e si innamora di questo angelo così puro.
Quando Ruth la chiuderà nel seminterrato, lui non dirà nulla, eppure, come solo un bambino farebbe, cerca di “aiutare” la sua nuova amica. David, a dire il vero, non partecipa a nessuna della barbarie che questi mostri senza cuore infliggono a Meg. Tuttavia, non racconta niente di quanto avviene lì sotto, né ai suoi genitori, né alle autorità. Perché?
Perché, David?

Solo alla fine, lo vedremo prendere un’iniziativa, e noi siamo con lui, ma al tempo stesso lo odiamo, perché non ha agito prima.
I rimpianti si nutrono di “se”.
Spesso, anche la rabbia.
David ci fa pena, possiamo anche capire la sua riluttanza nel denunciare Ruth, la quale tratta i ragazzini come adulti e non come dei rompiscatole da evitare, come fanno gli altri adulti. Lei è la mamma dei suoi migliori amici, la donna che lo accoglie nel salotto di casa sua, che gli fa bere birra e che lo lascia imprecare. Vuole essere come i suoi amici. È solo un ragazzino. È solo un ragazzino?
Non conoscerò mai il tormento che si agita in quello che è rimasto del suo cuore.
Ma ho odiato anche David, in certi momenti.
Quel suo non dire, quei suoi silenzi assordanti.
Eppure, non si può non stare dalla sua parte. È sincero, vero, indifeso.
L’ho accettato come parte valida della mia visione del mondo.
Anche per questo, per me, La ragazza della porta accanto è un romanzo splendido, e Jack Ketchum un autore formidabile.

Ruth è un cancro che si insinua ovunque, lento ma inesorabile.
Non ditelo a nessuno.
Le sue parole assassine, cariche di quel nulla che opprime il petto, che smorza il respiro, che soffoca  gli occhi.
David ha solo dodici anni.
È poco più che un bambino. Come tutti gli altri.
Dio mio.
Solo alla fine, lui, insieme a Susan, aiuterà la polizia a ricostruire il tutto.
Ma come può un bambino sopportare tutto ciò?
Come si può tornare a vivere dopo aver visto e vissuto l’orrore più devastante?
Non si può. Ci si arrende alla vita.
Mi rifiuto.

Ruth è uno dei personaggi più brutali che abbia mai conosciuto.
Forse il più disturbante, sadico e cattivo.
I suoi gesti, le parole, il suo sguardo.
La sua anima infernale, il suo cuore cattivo.
Vuole punire Meg, la sua bellezza, la sua purezza, la sua vita che sboccia.
Ruth è una donna malata, disturbata, sadica, spietata.
Vuole dare una “lezione” a Meg e a tutti i ragazzini.
«Ecco come si tratta una donna», dirà a un certo punto, «ricordate ragazzi: dovete sempre essere gentili con le donne, e loro faranno per voi qualsiasi cosa».
Le sua parole graffiano e fanno male quanto gli attrezzi, le armi e gli oggetti che usa e fa usare per torturare e dilaniare il corpo e l’anima di Meg.
Nel libro non viene mai rivelato che cosa ci sia in lei che non va: Ruth è un essere spregevole. Il Male, una bestia sadica e al posto del cuore ha solo veleno.

Nessuno dei suoi figli riuscirà a salvarsi.
Vivranno una vita mediocre, lurida e criminale.
Faranno tutti una fine triste e sporca.
Come anche gli altri ragazzini.
Solo David riuscirà ad avere una vita.
Due matrimoni, un terzo in arrivo, una casa lussuosa, un lavoro stabile e ben pagato.
E notti insonni, incubi, panico, ricordi.
Forse è quello a cui è andata peggio.


Il sole accarezza i capelli di Meg.
I giornali tra i quali scava David appartenevano a sua madre.
Le sfiora il profilo, le bacia la pelle.
Ci sono notizie riguardanti quegli eventi, raccolti negli anni.
Chiude gli occhi e assapora il dolce suono della pace.
C’è il necrologio di Meg, e quello di Ruth.
Il ruscello scorre lento, è un attimo di perfezione.
Morte lo stesso giorno, nello stesso seminterrato.
Ha il cuore spezzato e i segni della passato sul corpo.
C’è la notizia di un omicidio. L’uomo dell’articolo è Woofer.
Ma è ancora capace di sorridere e di amare la vita.
“Chissà come stanno Donny e Willy?”, ha scritto sua madre sul bordo del ritaglio.
Pensa al suo futuro, lo sogna, lo immagina. “Chissà quanta sarà meraviglioso crescere, diventare grande, essere mamma, amare e essere amati?”.
David piange. Aggiunge i nomi di Denise, di Eddie e il suo.
Meg sorride. Apre gli occhi e osserva il cielo. È felice.
E si pone la stessa domanda.

10 commenti:

  1. Conosco Ketchum solo di fama (ho visto "The woman" di McKee) e questo libro mi incuriosisce da sempre. Purtroppo non sono mai riuscito a trovarlo, nemmeno come usato...
    Dannazione a questo articolo che mi ha fatto venire ancora più voglia di leggerlo 🤣😅

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    1. Come ho scritto sopra, Ketchum è un autore di talento, un pregevole narratore dell'orrore, per me al pari di King. Questo libro, in particolare, scritto benissimo e con profondo sentimento, è di una ferocia incredibile, un romanzo disturbante e doloroso come pochi. Ricordo che lo lessi per la prima volta 8 o 9 anni fa, mi sconvolse. Bellissimo e straziante. Ti auguro di riuscire a trovarlo.

      Consiglio anche "Red", il mio primo Ketchum, altra storia di violenza e crudeltà che tiene col fiato sospeso - anche da questo libro hanno tratto un film, che seppur godibile e fedele al romanzo, non è affatto all'altezza dello stesso.

      "The woman", invece, è forse il film più riuscito tra quelli tratti dai libri di JK, se ricordo bene ne firmò anche la sceneggiatura.

      Insomma, un grande autore. Chi ama l'orrore, chi ama la letteratura che racconta le oscure e tremende profondità dell'animo umano, lo amerà sicuramente.

      Grazie per il commento.

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  2. Una cosa Roberto...non ho capito se conoscevi già la vicenda della Likens o sei arrivato impreparato alla lettura del libro di Ketchum?
    Ciao

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    1. Ciao Max.
      Ho letto per la prima volta questo libro senza conoscere la vera storia che lo aveva ispirato. Ne rimasi profondamente toccato. Poi andai a informarmi, e conobbi tutta la atroce vicenda, fui scioccato e inorridito. Tempo dopo mi decisi a vedere il film. Qualche anno fa, invece, ho riletto "La ragazza della porta accanto" per la seconda volta, sentivo di doverlo fare. Ho provato sensazioni sensazioni forse anche più intense e disturbanti della prima volta.
      A ogni modo, considero questo libro uno dei punti più alti della storia della letteratura horror.

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  3. Ciao .
    Si , leggere questo libro come vedere il film dopo che si conosce la storia reale della Likens mi lascia un po’ perplesso.
    Io non avrei il coraggio .
    Almeno non ancora.
    Sarebbe come ucciderla due volte...e la seconda volta senza rispetto.
    Per il libro non lo so ..ma so che la trasposizione cinematografica mistifica un po’ il finale.
    Comunque ti faccio davvero i miei più sinceri complimenti per come sei riuscito a raccontare l’orrore e lo schifo della vicenda con delicatezza e poesia.

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    1. Perché leggere il libro o vedere il film conoscendo la terribile storia di Sylvia Likens "sarebbe come ucciderla due volte"? Non condivido. Il cinema e la letteratura, come ogni forma d'arte, che spesso si ispirano a storie "vere", hanno un solo dovere: raccontare bene, emozionare, a prescindere dalla storia che raccontano.

      Sì, la versione cinematografica ammorbidisce in qualche modo il finale. Il libro è molto più duro, doloroso, spietato.

      Ti ringrazio veramente di cuore per i complimenti, grazie Max.

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  4. Non son d’accordo ma non ho manco voglia di cominciare una discussione che non porterebbe da nessuna parte...forse è solo una questione di sensibilità.
    Ciao

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    1. Meno male, nemmeno io ne ho voglia. Ti ringrazio ancora di cuore. Ciao Max :)

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  5. Bellissima recensione, era difficile essere più delicati di così nel descrivere senza sconti gli orrori di questa vicenda tanto più lancinanti perchè la storia è accaduta realmente.
    Anche io ho odiato David e poi non l' ho odiato e poi ancora non lo so nemmeno io... Hai ragione : era l' unico ad avere una moralità e questo lo rende quasi più colpevole degli altri ma nel contempo sconterà più degli altri la sua pena interiore.
    Ancora complimenti (mi hai fatto venir voglia di rileggerlo ma non credo lo farò).
    Ciao. Luca

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    1. Sì, il personaggio di David si fa odiare e allo stesso tempo si fa voler bene dal lettore, in costante equilibrio tra la complicità assassina e il timore di ritrovarsi vittima (degli amici, di Ruth, dell'adolescenza). Ed è inevitabile mettersi nei suoi panni, chiedersi "e io cosa avrei fatto?". Ma non si può rispondere a questa domanda. Non esiste salvezza, nessuno è innocente.

      Il breve capitolo che ho citato nella recensione è la sintesi migliore del profondo e lacerante tormento di David, un ragazzino che si ritrova a dover fare qualcosa di impossibile: dare un nome all'indicibile, accettare l'inaudito, accogliere l'orrore.
      Quel "mi rifiuto" mi ha tormentato per un sacco di tempo. Quel "ho visto", scritto in corsivo, è una delle frasi più spaventose in cui mi sia mai imbattuto. Quando ci penso, fa ancora male.

      Ciao Luca, e grazie.

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