7.6.11

Recensione: "Sulle mie labbra"


Sarò banale (perchè magari non li ha scelti lui), ma un regista che intitola i suoi tre ultimi film Sulle mie labbra, De battre mon coeur s'est arrêté (splendido titolo storpiato un pò in italiano, ma comunque affascinante, in Tutti i battiti del mio cuore) e Un Prophète (molto meglio de IL Profeta), dicevo, un regista così ha già una marcia in più. Diciamo subito che Sulle mie labbra non raggiunge il livello del meraviglioso Il Profeta, ma ce ne fossero di film così.



Carla è una ragazza che lavora come segretaria in una grande azienda di costruzioni. E' praticamente sorda per cui, quando non può utilizzare gli apparecchi acustici, è costretta a leggere le labbra dell'iterlocutore. Paul è un ex carcerato che cerca di reinserisi nella società. Troverà lavoro come assistente di Carla. I due hanno bisogno l'uno dell'altra, e non parliamo soltanto di legame affettivo...


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centrale è la figura di Carla, una ragazza sottomessa al lavoro, non considerata come donna (nè lei fa niente per esaltare la propria femminilità a dir la verità), loser nei modi e nel vestiario, sfruttata addirittura dall'unica amica che le fa fare la baby sitter o le prende l'appartamento per far sesso. Emmanuelle Devos (già vista personalmente negli interessantissimi L'Avversario e L'amore sospetto) regala un'interpretazione perfetta, intensissima. Il suo sguardo fisso nel volto delle altre persone per cogliere il più possibile il labiale vale da solo il prezzo della visione.



Paul, all'opposto, è abituato a prender la vita di petto, sa muoversi nella giungla, conosce le regole e i modi della malavita (malgrado quando fa "a botte" le prenda sempre lui a dir la verità...). Carla vede in Paul una possibilità sia di innamoramento e di valorizzazione del suo lato femminile, sia di riscatto sociale agli occhi degli altri, sempre pronti a prenderla in giro. La sua per Paul diventa una vera e propria ossessione tanto che il film forse avrebbe retto e sarebbe stato abbastanza forte anche soltanto raccontando questo rapporto, senza la componente crime dell'ultima mezz'ora (comunque ottima e decisiva per la valutazione finale). Anche Paul però ha bisogno di Carla perchè vede nella sua grandissima capacità di legger le labbra un possibile aiuto per mettere a segno un colpo.




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Aiuti, favori, tradimenti, possibilità di acquisire fama e prestigio, ex perdenti che arrivano al successo, tratteggio psicologico dei protagonisti, costruzione di plot impeccabile, tutte componenti che avvicinano moltissimo il film alle tematiche poi sviluppate ne Il Profeta. E' vero, non mancano un pò di forzature (lui che lavora malissimo in azienda ma nessuno se ne accorge, i malviventi che parlano sempre davanti quella finestra etc...) ma il livello è comunque quasi d'eccellenza. E alla fine è difficile capire se Sulle mie Labbra sia una crime-story, una storia d'amore burrascosa e apparentemente impossibile oppure semplicemente la storia di una solitudine che cerca disperatamente di non esser più tale (quella di Carla). Rimane un bellissimo film, questo è quel che conta.




(voto 7,5)


6.6.11

Uno di Due (2/20) PIXAR O MIYAZAKI ?

Dopo la prima puntata, eccoci al secondo appuntamento con Uno di Due, il gioco della torre de Il Buio in Sala. Siccome "qui comando io e questa è casa mia" (cit) chi non ha votato nel primo quesito non può votare nel secondo. Tiè! Quindi te, Nuovo e Occasionale (e Disgraziato) Votante, vai là e poi torna qua. :)

Sfida straordinaria, affascinante, vero e proprio scontro tra Titani. Voi potreste dire che forse era più consono contrapporre alla Pixar la Dreamworks ma sarebbe stato come mettere il Pizzighettone al cospetto del Barcellona. L'unico che può permettersi di lottare alla pari con il colosso d'animazione americano è il Maestro giapponese. E poi è ancora più bello mettere a confronto la Computer Grafica al suo massimo livello con il disegno perlopiù tradizionale, così la sfida assume anche un respiro ancora più ampio. E' vero, ci sarebbe stata la Disney, ma non aveva senso vista la fusione Disney-Pixar.
Molti di voi non lo sanno, ma tutti i più bei cartoni che avete visto in vita vostra in CGI sono della Pixar. Una casa che ti tira fuori la trilogia di Toy Story (tra l'altro riuscendo dopo 15 anni a realizzare il miglior episodio della saga), Gli Incredibili, Monster & Co, Alla Ricerca di Nemo, Ratatouille, Wall-E e Up non può che occupare un posto privilegiato nel nostro cuore. Stiamo parlando di cartoni straordinari, al tempo stesso divertentissimi (Ratatouille) e geniali (Monster & Co) ma anche malinconici (Up) o addirittura poetici (Wall-E). In quasi tutti la componente, assolutamente obbligatoria, della debordanza visiva, delle gag esilaranti, delle soluzioni grafiche meravigliose, è accompagnata ad una profondità straodinaria, a una capacità di raccontare il sentimento come pochi altri. Vedere la scena della discarica in Toy Story 3 o le scenette di vita tra Karl e la moglie in Up o l'assaggio della ratatouille di Ego per capirsi.
Dall'altra parte del mondo intanto stupiva e commuoveva il mondo un'incredibile personaggio, animatore, fumettista, sceneggiatore e regista, Hayao Miyazaki. Se possibile, le opere di questo incredibile artista volano ancora più alte di quelle della Pizar. I film di Miyazaki, infatti, sono sempre pregni di simbolismo, ogni sua creatura è molto spesso immagine di qualcos'altro, il regista giapponese tratta tematiche davvero importanti, tanto da non esagerare nel considerare alcune sue opere come opere di denuncia.
La Guerra, il Disastro Ambientale, la Spiritualità (specie quella shintoista degli spiriti guardiani di luoghi o incarnazione di elementi naturali) sono solo i più evidenti tra i temi affrontati nei film di Miyazaki. Il bello è che, comunque, anche un bambino di 2 anni può restar affascinato, perchè le vicende di Chihiro ne La Città Incantata, di Ponyo, di Totoro o di Sophie ne Il Castello Errante di Howl sono all'apparenza di una facilità disarmante, quasi infantili. E la dolcezza del tratto (specie nei visi) di Miyazaki è una cosa con cui rischiamo di scioglierci all'istante.

VERDETTO:
Qua siamo veramente alla pari, ma è un'eventualità che questo gioco non prevede. Allora tengo su la Pixar e dò una piccola spinta, quasi una carezza, a Miyazaki perchè son convinto che prima di raggiungere il suolo riuscirà a trasformarsi in qualche magnifica creatura e, come solo lui sa fare, volar via.

5.6.11

Recensione: "Beautiful"


In attesa di vedere quello "storpiato" e sicuramente bellissimo di Inarritu, ecco che mi capita questo Beautiful, scritto lui sì correttamente ma, ahimè, bel film soltanto in potenza. Prendiamo un Ben X, un'atmosfera alla American Beauty, aggiungiamo un pò di Disturbia (non voglio nemmeno scomodare Hitchcock) e per finire cerchiamo di emulare Niente da nascondere. Il risultato che avremo sarà Beautful dello sconosciuto O'Flaherty, un film che vorrebbe tanto ma non riesce ad ottenerlo. In qualche istante ho avuto la paura di ritrovarmi addirittura nel mio incubo personale, ma per fortuna è stato solo un attimo.

Cosa nasconde il lussuoso e apparentemente tranquillo quartiere di Sunshine Hills? Dietro le villette a schiera e le pin up che "prendono il sole" sotto la pioggia quali terribili segreti sono celati? Davvero vengono rapite e uccise ragazze in continuazione oppure è tutta una leggenda metropolitana?



Diciamocelo, la trama è abbastanza intrigante e credo che i film che ho citato sopra siano ottimi esempi per cercare di far capire il "genere". Il fatto è che il film non decolla mai, gli attori sono ben sotto la sufficienza, la sceneggiatura vuole crear confusione e dubbio nello spettatore (specie nel finale) ma ad esser confusa è lei per prima. In più Beautiful riesce nell'incredibile impresa di avere TUTTI personaggi insopportabili. Il piccolo quattordicenne protagonista (forse l'unico che si salva), suo padre poliziotto, l'avvenente vicina, la madre di lei o l'uomo misterioso al numero 46 fanno a gara per farsi malvolere, anche per colpa di un doppiaggio veramente pessimo a dir la verità. Neanche troppo implicita c'è un' atmosfera molto morbosa che fa sì che quasi tutte le vicende abbiano una certa latenza sessuale. A tal proposito basterebbe la scena nella quale il protagonista va a far foto di notte, vedere per credere. Insomma, un soggetto più che discreto che va a farsi friggere producendo solo noia (quella che per esempio, malgrado la lentezza, non avvertiamo mai in Cachè), comportamenti stereotipati, tentativo di autorialità e una presunta aurea di mistero che invece, nel finale, ti lascia soltanto dei dubbi quasi inspiegabili. Dubbi che lasceremo stare dove sono, cuocere nel loro brodo e infischiandosene di loro andremo avanti con la nostra vita con un film sbagliato in più nel bagaglio.

(voto 5)

4.6.11

Recensione: "L'altra metà dell'amore"




"L'amore è il motivo per cui noi siamo qui, è la vetta più alta, e una volta che l'hai superata, e guardi gli altri da lassù, ci rimani per sempre perchè se ti muovi, allora, cadi" (Pauline nel film)

(ci sono spoiler)

Mamma mia che peccato...
Un ottimo soggetto e la straordinaria interpretazione delle tre giovanissime attrici, avrebbero fatto di Lost and Delirious (titolo originale) un film meraviglioso, se solo dietro la macchina da presa e in fase di scrittura ci fosse stata gente che i film li sa fare sul serio. Mi dispiace esser così cattivo con un film che è dovunque amatissimo ma, se uno non si lascia trasportare troppo dalla magnifica storia che narra, è impossibile non notare difetti macroscopici.
Mary è una ragazzina di quindici anni mandata dal padre in un college tutto al femminile tre anni dopo la morte della madre per cancro. Fa amicizia con Victoria e Pauline, in realtà amanti. Victoria, per paura della propria reputazione, lascia Pauline, questa impazzisce per l'amore perduto.



Impossibile non partire dalle tre protagoniste, Piper Perabo (già vista ad esempio nel sottovalutatissmo Carriers), Jessica Parè e Mischa Barton. Son talmente brave che è quasi impossible trovare la migliore. Certo spicca su tutte il personaggio della Perabo (Pauline) perchè è il più potente, il più travagliato, il vero eroe tragico della vicenda. Ma anche la poco conosciuta Parè, oltre che bellissima, rende al meglio l'insicurezza, la difficoltà che Victoria attraversa nel momento in cui è costretta a decidere per un amore vero ma non comunemente accettato (quello lesbo con Pauline) o uno falso ma rassicurante con un ragazzo di un altro college. E, quasi in disparte ma in realtà molto dentro le vicende, sta Mary, una sorprendente Barton, timida, educata, schiva, spettatrice quasi inerme della storia d'amore tra le due ragazze, dai momenti più coinvolgenti fino alla rottura.

E' un film sull'Amore, sulla passione, sui tormenti, sulle gioie e sulle delusioni che questo comporta. Il personaggio della Perabo acquista via via una tragicità impressionante e non è un caso che più volte vengano citati passi di letteratura classica.



Dove sono quindi i problemi?

Il film è troppo didascalico, la regista tende a sottolineare e spiegare davvero troppo. Ad esempio le musiche e il montaggio sono davvero da serie televisiva. Prendere una per tutte la scena in cui c'è il montaggio alternato di Piper fuori dalla stanza e di Victoria a letto, poco tempo dopo essersi lasciate. Sembra di essere dentro Dawson's Creek, altro che cinema. E l'insistenza con cui si citano passi letterari (sempre gli stessi tra l'altro); e la presenza del giardiniere filosofo; e le scene con ralenti (ancora da resa televisiva); e la metafora un pò banalotta del falco che deve volar via. Insomma, c'è un'atmosfera vagamente retorica quasi da telenovela. Senza dimenticare il finale, bellissimo (vedere la frase che ho postato all'inizio) per un verso, ma assolutamente falso e stonato per un altro. Quei visi che guardano su nel cielo dopo il tuffo di Pauline (tra l'altro grosso errore, dato che nell'immagine precedente avevamo visto come sotto non avesse il vuoto ma 10 metri di tetto prima di cadere...) e la voce fuori campo di Mary emozionano sì, ma hanno davvero poco senso. In questo caso la metafora fa troppo a cazzotti con la realtà, quei visi all'insù son davvero troppo forzati. Un buon sceneggiatore avrebbe volto lo sguardo di tutti in basso (dove è successo l'irreparabile) e avrebbe fatto guardare il cielo soltanto a Mary con il suo monologo finale. Sarebbe stata davvero una scena magnifica, guardatelo e ditemi che non avevo ragione.


(voto 7)

2.6.11

Uno di Due (1/20) RIDERE O PIANGERE?


Ogni blog che si rispetti dovrebbe avere le sue rubriche fisse. Questo non vuol dire che mettendone una il mio acquisti rispettabilità, ci mancherebbe. Però avere un appuntamento (quasi) fisso che copra i giorni in cui non guardo nulla può esser una cosa divertente, utile e in alcuni casi minimamente interessante. Ma in cosa consiste?

Nel vecchio gioco della Torre, uno deve star su e l'altro, anche a malincuore, buttato di sotto. Oddio, ci sono anche casi in cui la spintarella la si darebbe volentieri a entrambi, ma la legge è questa: uno su, l'altro giù. Ho messo "1/20" nel titolo per costringermi ad andare avanti e rassicurare (minacciare) il lettore che ho già in mente un impianto a lungo termine. Ovviamente non è un sondaggio, non pretendo che la gente risponda (specie in questo piccolo blog), ma i vostri pareri, come sempre, sono la forza principale per andare avanti, ed in questo caso è davvero facile intervenire. Se poi si raggiunge il numero nel mio piccolo incredibile di 7 voti, ci sarà anche un vincitore ufficiale. Tutte le "puntate" compariranno poi in un box nella home page. Io lo faccio comunque come gioco personale, poi quel che viene viene. Possono essere paragonati 2 ATTORI, 2 FILM, 2 PERSONAGGI, 2 TECNICHE, 2 SCOPI, 2 REGISTI etc... .
Uno di Due DEVE rimaner su.
Mi sembra giusto cominciare con un argomento molto generale, così per rompere il ghiaccio.

RIDERE O PIANGERE?

Sì, proprio i 2 estremi. Niente film alla Haneke che ti faccia ragionare profondamente, niente megafantascientifico per lustrarsi gli occhi con gli effetti speciali, niente horror che ti faccia saltare dalla sedia, niente cinema d'azione per godere sotto adrenalina. No, quello che chiedo è: se devo scegliere tra i 2 estremi, preferisco un film che mi faccia ridere o uno che mi faccia piangere? La vita è così tanto dura e difficile che una sana risata con il cinema è una manna dal cielo, oppure sentiamo così forte il bisogno di emozionarsi che lo ricerchiamo anche nei film? Non venitemi a dire: meglio un film alla Chaplin che almeno soddisfa entrambi i bisogni. No, questo è Uno di Due, e da qui non si scappa.
Meglio un Ben Stiller o un Austin Powers oppure una botta di The Road o di Million Dollar Baby? Attenzione, qui non parliamo tanto di film, è normale che la seconda categoria qualitativamente sia un pochino più alta, qui parliamo di noi, di quello di cui abbiamo più bisogno.. Se ti propongono 2 pacchetti da 10 film ed hai la certezza che nel primo avrai 8 pellicole con cui ti sganascerai dalle risate e 2 in cui i fazzoletti sono d'obbligo, e nel secondo esattamente il contrario, quale pacchetto scegli?

VERDETTO:
Credo che di tutti i quesiti che proporrò, questo sia quello in cui la mia personale risposta sia più scontata. Datemi il secondo pacchetto e, se potete, non è che potete sostituirmi quei due film comici?



1.6.11

Recensione: "Il Collezionista di Occhi"

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(spoiler!)


Ormai è un'invasione...
Dopo il mitico Hulk Hogan in Rocky 3 e l'altrettanto mitico Andrè The Giant ne La Storia Fantastica (tra l'altro il ricordo dei due è indissolubilmente unito visto che, se non sbaglio, Hogan fu l'unico che riuscì ad sollevare il gigante francese) con un buco all'incirca di 20 anni, si è creato lo strano fenomeno di star del Wrestling nel mondo del cinema. Come non ricordare (?) infatti John Cena e i suoi due filmoni? O The Rock, oramai vero e prorio attore in profumo di Oscar? O ancora Steve Austin (anche lui lanciatissimo) o Rey Misterio Sr nell'imprescindibile Wrestlemaniac?
Come poteva mancare quindi il buon e affascinante Kane?




Con tali premesse mi ero approcciato alla visione de Il Collezionista di O
cchi con la sicurezza che sarebbe andata a finire così. Invece, pur restando un film tendente al brutto, siamo comunque di gran lunga sopra la media, e non parlo tanto di plot (solito gruppo di teen pronto ad esser macellato, con una sorpresa però che vedremo) o recitazione (al livello di un incontro di wrestling per restare in tema) ma di realizzazione. Il comparto tecnico e fotografico infatti è di primordine ed anche gli effetti, veri o in CGI, sono davvero buoni. Assolutamente meritevole anche l'ambientazione, un vecchio ed enorme hotel andato alla malora dopo un incendio. A volte sembra addirittura di muoverci nel primo Resident Evil (il videogame...).
Tralasciamo il tentativo di giustificare e dare spessore psicologico alle malefatte del buon Kane, roba da mettersi veramente le mani nei capelli (non certo lui). E tralasciamo anche il solito assurdo comportamento dei protagonisti che una volta scoperto di avere intorno un simpatico omino di 2 metri e 140 kg con l'hobby di uccidere e cavare gli occhi alle proprie vittime, che fanno? Escono dalla porta principale e chiedono aiuto? No, se ne vanno in giro per i piani dell'albergo, su e giù, destra e sinistra, sperando di incontrarlo.
Ottimo Kane, o meglio, ottimo quel corpo con nome Kane, che poi reciti o no ci interessa poco. E tra una vittima mangiata dai cani, una impalata, altre sbattute come bambole di pezza sul muro e una soffocata con un cellulare (!!!), arriviamo all'imprevedibile finale. Tre-ragazzi-tre sopravvivono! E quando si era visto mai? E il buon Kane? Fa la fine del sorcio e, come Eastwood in Gran Torino, credo che la morte che trova nel film sia la sua morte cinematografica definitiva.
Pace all'anima sua.

(voto 5,5)           

30.5.11

Recensione: "Two Lovers"





(solita possibilità di spoiler)


"Il disturbo bipolare è un disturbo della personalità più comunemente chiamato malattia maniaco depressiva, una condizione che descrive una categoria di disturbi dell’umore, il quale può oscillare alternando stati d’animo maniacali di estrema euforia (felicità) definita ipomania, e tristezza maniacale depressiva."
"Bipolare", bisbigliano da dietro la porta i genitori di Leonard, ultratrentenne che vive in casa con la famiglia, una famiglia che lo ama e protegge più che può. La sua malattia e un'esistenza vuota e priva di obbiettivi lo portano a vivere in una depressione che più volte è sfociata nel tentativo di suicidio (come nella prima scena del film, dalla fotografia magnifica). Per non farsi mancare nulla, soffre anche della Sindrome di Ty-Sachs, una malattia rara e incurabile che colpisce il cervello e può portare a danni serissimo, fino alla morte.
Il caso vuole che proprio nel giorno dell'ultimo tentativo di suicidio Leonard conosca non una, ma due ragazze: la dolcissima e responsabile Sandra e la rampante e immatura Michelle. E' amato dalla prima ma non la ama, ama la seconda ma non è amato.
Un grande Joaquin Phoenix incarna alla perfezione il protagonista, un ragazzo riservatissimo, timido ed educato, goffo e modesto fin dall'apparenza (abiti smorti e sformati e andatura pesante). Come bipolarismo vuole è portato ad enfatizzare al massimo le proprie emozioni, lo sconforto per un amore non corrisposto o l'eccessiva gioia ed entusiasmo quando, al contrario, sente l'affetto di qualcuno.



 Sandra (un'eccellente Vinessa Shaw, superiore alla Paltrow senz'altro) sarebbe pronta ad amarlo incondizionatamente ma Leonard le preferisce Michelle, una ragazza coinvolta in una storia con un uomo sposato (eccellente Koteas, che qua ricorda Servillo) la quale vede Leonard soltanto come amico del cuore. La Paltrow sovrasta anche fisicamente Phoenix, simbolo forse di un amore irraggiungibile.


Two Lovers è un film americano sui generis, che agisce per sottrazione come certo cinema europeo o quello orientale. Preferisce le emozioni trattenute a quelle plateali, l'impatto psicologico di un evento all'evento stesso. Tutto è sussurrato, leggero e dolcemente "nascosto" , come gli incontri tra Leonard e Sandra o le telefonate "muro a muro" con Michelle (veramente ottime).
Leonard non è un approfittatore, un falso. Non fa credere a Sandra qualcosa che in realtà non prova. Leonard vive ogni momento della sua vita quasi come fosse staccato dal resto. Quando ha una notte d'amore con Sandra prova davvero sentimento, come in tutte le altre emozioni che lo vedono coinvolto. E' difficile per lui progettare, lo può fare soltanto in un attimo di estrema felicità o serenità.
Si arriva allo splendido finale, preceduto dalla straordinaria scena con la madre, una madre che solo all'apparenza sembrava oppressiva, una madre che vuole soltanto il bene di Leonard, anche se questo fosse raggiunto per vie completamente opposte a quelle che
lei sperava.

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Michelle l'immatura lo lascia lì. Leonard va sulla spiaggia, completamente distrutto. Nel momento peggiore vede il guanto regalatogli da Sandra. Quel guanto è la Speranza, quel guanto è l'Amore, quel guanto è tutto quello che rimane per non cader giù, quel guanto è una fune per tornare in alto. Avere quel guanto è una fortuna che auguro ad ogni uomo, perchè senza quello, senza una ragione di vita, stupida o importante che sia, è davvero difficile andare avanti. Leonard si volta e qui abbiamo il secondo fortissimo simbolismo. Voltarsi e tornar su non è un ripiego, non è una menzogna a se stesso, voltarsi e tornar su vuol dire avere davanti a sè la malattia, guardarla negli occhi, sorridere, e sputargli in faccia.
E quella lacrima che si porta su per le scale fino all'appartamento è una lacrima speciale, una lacrima magica, perchè è stata versata per una persona ma si è rinnovata in un'altra. Michelle e Sandra, come diceva qualcuno, sono nella stessa lacrima.


(voto 7,5)

27.5.11

Recensione: "The Orphanage"


(presenti spoiler ammazzafilm)

Se ci sono due parole che non dovrebbero mai stare nella stessa frase, queste sono "innamorato" e "perchè". Come fai a spiegare l'amore, come fai a farlo comprendere, come fai a giustificarlo? Perchè sono innamorato perdutamente di The Orphanage? Perchè lo considero (con distacco) il miglior horror degli ultimi 5/10 anni e in assoluto quello che più mi ha emozionato? Se è vero che l'amore non si può spiegare, certo lo si può raccontare. Questo è il racconto di un innamorato, prendetelo come tale.
The Orphanage ha un solo grande difetto, avere la tremenda sfortuna di esser stato girato da un esordiente. Non sono bastati i 6 premi Goya, non è bastata la nomination agli EFA (quasi incredibile per un Horror, tra l'altro l'anno del trionfo dell'eccezionale Gomorra), non sono bastati 10 minuti di applausi alla prima a Cannes per considerarlo unanimamente un capolavoro. Se dietro la macchina da presa ci fosse stato un regista affermato, lo stesso Del Toro ad esempio (qui mecenate di Bayona e produttore), molti giudizi sarebbero stati diversi. Si ha sempre paura a dare il massimo dei voti a un nuovo arrivato...



La critica più assurda, tanto sbagliata da sfiorare la malafede, è il definire The Orphanage qualcosa di visto e rivisto. Niente di più falso, probabilmente chi l'ha detto si è limitato a leggere che fosse ambientato in un ex orfanotrofio e poi nemmeno ha visto il film. Comunque...
Il film si avvale di una sceneggiatura mostruosa (non a caso candidata e vincitrice di premi su premi), perfetta sia nello svolgimento e concatenarsi del plot quanto nel dosare in modo mirabile emozioni e scene madri. E' quasi impossible trovar difetti, ancora più incredibile per una sceneggiatura originale.
Ma è altrove la potenza, la straordinaria originalità del film, ci arriveremo presto.
Laura e Carlos sono una coppia molto affiatata. Hanno adottato Simon, un bambino sieropositivo preso in un orfanotrofio. La stessa Laura era stata una piccola orfana poi adottata. E' talmente forte il legame con l'orfanotrofio della sua infanzia che ha deciso di andare e vivere là con il sogno di aprire una casa-famiglia che ospiti bambini in difficoltà. Proprio durante la festa di inaugurazione Simon scompare. La coppia, disperatamente, lo cerca.
The Orphanage è un horror, su questo non ci piove, perchè una ghost story che si rispetti per definizione lì va collocata. Riesce però a distruggere le mura di confine del genere e nel finale quasi a cancellarne addirittura i detriti.
Questo perchè, ed è qui la potenza cui accennavo, questa è una ghost story che non è una ghost story perchè è TOTALMENTE costruita su un reale, banale, tragico, incidente domestico. Si è edificata una meravigliosa ed elaborata storia horror e di fantasmi sopra una base che in realtà è del tutto reale, una tragedia familiare, una delle più terribili che possa capitare. 

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Un film drammatico in definitiva, che poteva esser semplice e sobrio ma ha invece infilato degli splendidi abiti gotici, ha trasformato un orrore quotidiano in uno trascendentale. L'immagine della locandina, quel bambino incappucciato, in qualsiasi altro film avrebbe nascosto qualcosa di terribile, qua cela invece due storie tristissime e drammatiche, quella di Tomas, bambino deforme tenuto nascosto e rinchiuso per tutta la sua esistenza, e 30 anni dopo quella di Simon, un bambino che voleva solo far vedere un luogo segreto a sua madre e invece il caso ha voluto che trovasse proprio lì la morte. La stessa maschera, mostruosa, nasconde quindi due piccole vite distrutte. Ed anche i rumori sentiti più volte da Laura (tipici delle storie di fantasmi) nel finale si rivelano per quel che erano, i tentativi del piccolo Simon di trovare una via d'uscita da una prigione che la stessa madre, inavvertitamente, gli aveva costruito.
Prima di ritornare agli indimenticabili ultimi 20 minuti, è giusto citare qualche scena precedente. Bayona conosce il registro horror e lo dimostra più che altro nel grande inserto paranormale con Geraldin Chaplin, scena davvero magistrale. Senza dimenticare la vecchietta investita e quell'ultimo rantolo. O il filmato di Thomas con quella telecamera che si avvicina al bambino di spalle. O la tremenda scoperta di Laura nei forni, anche questa una sequenza che si incastra perfettamente con tutto il resto e regala ancor maggior tragicità alla pellicola. La fotografia è splendida, aiutata certo dalla bellezza delle location, la grande villa e la spiaggia con la caverna.
Ma, come dicevo, è negli ultimi 20 minuti che Bayona sembra invocare le muse della Grazia e della Poesia e gira 3 scene consecutive che per potenza emotiva non si erano mai viste in nessun horror precedente.
La prima è quella del 1,2,3 tocca la parete, che tra l'altro (anche qua) chiude perfettamente un cerchio con il prologo del film. Il movimento di macchina che da Laura si sposta più volte per vedere quello che le accade alle spalle per poi tornare ogni volta su di lei è qualcosa di indescrivibile per la tensione e l'emozione che riesce a suscitare, assolutamente geniale, da brividi.

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Poi Laura (un'indimenticabile Belen Rueda) trova finalmente la casetta di Tomas, il luogo che il giorno della festa suo figlio voleva farle vedere. Quando scopre (e noi con lei) la terribile verità rischiamo davvero che il nostro cuore si spezzi definitivamente. Cosa può voler dire per una madre scoprire di esser stata diretta causa della morte del proprio figlio credo non lo si possa comprendere. Il suo rifiuto ha portato Simon lì da solo, lei stessa senza saperlo gli ha bloccato poi l'uscita. In quel corpicino c'è il dramma di una piccola vita perduta, la sconfitta di un genitore, un tremendo senso di colpa, la constatazione di quanto il destino in pochi minuti e in pochi gesti possa cambiar tutto. Vi giuro che è una scena che ho fatto veramente fatica a rivedere e metabolizzare. Ripensare adesso ai rumori che Laura sentiva in casa è al contempo un pugno nello stomaco e una coltellata al cuore.
Quando poi nel finale Laura culla quel piccolo corpo, quando arrivano i bambini, compreso Tomas che per una volta, finalmente, può sentirsi un bimbo come gli altri, non abbiamo davvero più difese, The Orphanage ci ha definitivamente sconfitti.
"E' Laura" urla la bambina cieca toccando il viso della donna.
Senza parole.

(voto 9,5)

25.5.11

Recensione: "Silent Hill"


Direi che l'abbiamo scampata bella. Chi ce lo dice che se il buon Christophe Gans non avesse girato Silent Hill prima o poi il progetto non sarebbe finito nelle mani dell'Innominabile? E diventare così un aborto alla Alone in the Dark o alla House of the Dead?
Fortunatamente non è stato così, anzi, se non ci troviamo davanti alla miglior trasposizione cinematografica di un videogame horror poco ci manca. Certo è che la prima ora è davvero notevole, poi quando si passa agli spiegoni e ai deliri religiosi il film perde moltissimo.
Silent Hill era un magnifico gioco d'atmosfera. La celeberrima nebbia, il mondo dell'Oscurità con tutto quel sangue, quelle pareti decrepite, quelle inferriate, quel rumore metallico. Per non parlare delle ambientazioni, la scuola, l'ospedale, la città stessa. E le creature, veramente mostruose. Beh, nel film c'è tutto, peraltro realizzato alla perfezione. Vi assicuro di non esagerare nell'affermare che le scenografie sono da nomination all'Oscar. Per non parlare della fotografia, eccellente nel districarsi tra le 3 dimensioni che il film presenta (realtà, la città "alternativa" e l'Otherworld).
Certo, il gioco faceva molta più paura ma soltanto per il semplice fatto di esser noi i diretti protagonisti, noi a rischiare di esser squartati vivi da un momento all'altro, noi con il terrore di "chissà cosa spunta fuori ora", è tutto un altro punto di vista. Ma l'Uomo Incaprettato o Pyramid Head, se allora ci terrorizzavano, qua fanno comunque la loro porca figura. Curiosa la scelta di cambiare il sesso del protagonista, forse dovuta al cercar di dare una maggiore profondità al film con il rapporto (sempre più naturale e "viscerale") mamma-figlia. Profondità che peraltro, malgrado l'ottima protagonista Radha Mitchell, non si riesce quasi per nulla a raggiungere. Son altri gli horror che riescono nell'impresa di spaventare e toccare il cuore (per me uno specialmente, tra pochissimo su questi schermi).

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Come accennavo sopra è evidente il calo di livello e di tensione tra la prima e la seconda parte, molto più corale, verbosa e ingarbugliata. Sempre bravissima Jodelle Ferland, piccola attrice che rischia di crescere con serie turbe visto che i ruoli da protagonista che finora le hanno assegnato son quasi sempre stati in horror, vedi Silent Hill, They, Il Messaggero, Case 39, il remake americano del fantastico The Kingdom di Von Trier, Seed (proprio di Boll!!) e anche un Master of Horror per non farsi mancare nulla. Porellina... Il problema è il viso, perfetto per questi ruoli.
Alla fin fine non ci frega niente della storia, il colpo di scena finale non è neanche un colpo di scena, chi muore e chi no ci fa poca differenza. A noi interessano le strade abbandonate, le carrozzine rovesciate e quella stupenda, indimenticabile, nebbia.

(voto 6,5)

23.5.11

Recensione: "Espiazione"


(presenti spoiler)

Una parte centrale completamente sbagliata, lenta, noiosa, retorica e melodrammatica, rischia di affossare quello che con dei primi 40 minuti superbi e un'intensissimo quanto inaspettato finale aveva tutte le carte in regola per essere un grandissimo film.
Espiazione racconta la breve e tragica storia d'amore tra Robbie (James McEvoy, il dottorino dell'ottimo L'ultimo Re di Scozia) e Cecilia (Keira Knightley).
Siamo nell'Inghilterra degli anni '30. Cecilia è una ricca benestante, Robbie il figlio della domestica. La loro storia d'amore è osservata da Briony, la sorellina di Cecilia, aspirante scrittrice. Una serie di coincidenze faranno sì che la piccola incolpi (volutamente) Robbie di una violenza sessuale (ai danni della spocchiosa cuginetta) in realtà non commessa dal giovane ma da un amico di famiglia. Robbie sarà accusato, imprigionato e poi mandato al fronte.
La prima parte è magnifica. Succedono tante piccole cose che concatenate tra loro porteranno in maniera lineare, perfetta, al momento dell'arresto di Robbie. Su tutte la scena del pranzo dove con un semplice sguardo (quello del futuro stupratore alla bambina) e una macchiolina (dovuta alla perduta verginità di Cecilia) il regista definisce perfettamente le due storie, quella dei due amanti e quella che porterà alla violenza sessuale. Veramente pochissime pennellate per raccontar molto, prerogativa del cinema di qualità. Anche l'uso (due volte) della stessa scena vista in momenti diversi è gestita benissimo, con una prima visione sempre approssimativa (ed è proprio per colpa di questa visione approssimativa che Briony fraintenderà molte cose) e una seconda che va nel dettaglio.



Briony, una grande Saoirse Ronan, è la presenza catalizzatrice di tutto, il vero motore non solo di questa prima parte ma dell'intero film. Non è un caso che in tutta la parte centrale (una noiosa carrellata delle avventure di guerra di Robbie, intervallata dalle stucchevoli lettere d'amore di Cecilia- ti amo- torna da me etc etc...) il suo personaggio non compaia. Solo quando la ritroveremo, ormai 17enne, il film riprenderà quota. E'anche vero che a livello puramente tecnico però, abbiamo in questa parte la scena più suggestiva con un superbo piano sequenza che accompagna Robbie per tutta la spiaggia gremita di soldati e finisce in un'altura da dove, con una panoramica, possiamo apprezzare tutto il percorso svolto per arrivare fin lì. Anche la musica purtroppo non aiuta, molto pesante e francamente inutile.
Poi, come detto, torna Briony (ed anche la seconda attrice, Romola Garai, è davvero ottima). E' qui che cominciamo a capire il significato dell' Espiazione del titolo. Briony ha un terribile senso di colpa, sa che con una bugia, perdipiù assolutamente volontaria, ha rovinato la vita di sua sorella e del suo amato. Curioso come in film totalmente differenti possiamo ritrovare lo stesso spunto. Parlo di Old Boy. In entrambi i casi una bugia detta da ragazzi porterà alla rovina di due persone e, di conseguenza, alla necessità di scontare la colpa da parte del "bugiardo", anche se in modo volontario in un caso, costretto nell'altro.
Davvero bellissima la scena del matrimonio della cuginetta e ottimo il filmato d'epoca appena precedente che la preannuncia. Briony deve lavare le proprie colpe, ha abbandonato la sua agiata vita per diventare infermiera. Spera che tra i feriti di guerra che si ritrova a curare possa rivedere Robbie e porgergli finalmente le proprie scuse.




Nell'ottimo finale scopriremo però che Robbie non poteva tornare nè Cecilia avrebbe potuto riabbracciarlo. E' ormai impossibile per Briony espiare la propria colpa se non in una maniera, quella che meglio le riesce. Arrivata ormai alla fine della propria esistenza non le rimane che scrivere il suo ultimo romanzo e celebrare quel meraviglioso amore che a causa sua non potè essere vissuto. E qui sta la forza di Espiazione, il suo incredibile paradosso. Briony consacra all'eternità della parola un amore che in realtà visse soltanto pochi minuti all'interno di una biblioteca. Soltanto quei pochi, magnifici e indimenticabili minuti.

(voto 7,5)

21.5.11

Recensione: "Death Door" - Gli Abomini di serie Z - 9 -


Per prima cosa sfido chiunque a trovare un titolo e una copertina che ci azzeccano meno di questi con il film.
Death Door?????
Un cimitero????
Questi sono i misteri insondabili dell'universo Horror.
Siamo invece in un ospedale psichiatrico e c'è un dottore che recita talmente esaltato che Carmelo Bene in confronto sembra L'Uomo Bicentenario. E una protagonista che crede di essere Jack lo Squartatore, cioè, almeno all'inizio, poi sinceramente ho capito poco e niente. E poi, e poi, oh, scusate, per una volta non ce la faccio proprio, scriviamo qualcosa di più utile.

CALAMARATA CON RAGU' DI PESCE SPADA


Togliete la pelle laterale dal trancio di pesce spada, poi tagliatelo a striscioline e successivamente a cubetti piuttosto piccoli.
In un ampio tegame ponete l’olio extravergine d’oliva e spremete 2 spicchi d’aglio con l’apposito attrezzo; fate scaldare appena l’olio e unitevi le acciughe tagliate a pezzetti che avrete precedentemente dissalato sotto l’acqua corrente, togliendo anche le lische e le impurità.
Quando le acciughe si saranno sciolte, unite i pomodorini Pachino tagliati in quarti e fateli saltare a fuoco vivo 3 o 4 minuti (la cottura dipende dalla dimensione del pomodorino e dal grado di maturazione dello stesso, più saranno piccoli e maturi meno tempo ci vorrà). Prima che i pomodorini si comincino a disfare, unite il pesce spada tagliato a cubetti e fateli saltare nel tegame; in questo caso il termine saltare è il più appropriato in quanto con l’utilizzo di un cucchiaio di legno per girare il sugo si rischierebbe di spappolare i pezzetti di pesce. Sfumate con un goccio di vino bianco - un paio di cucchiai sono sufficienti - regolate di sale e pepe e unite qualche cucchiaio di prezzemolo tritato finemente. Unite ora la pasta al sugo, amalgamando con attenzione e servite immediatamente.

Un film di merda in meno e una ricetta coi controcazzi in più. Poi non dite che il blog non sia utile.

( voto 2 )



meno male che è venuto dopo le ali della libertà... Son passato dal post più lungo mai fatto a questo di sciopero. Dovevo compensare.

20.5.11

Recensione: "Le Ali della Libertà"


Uno dei film a cui sono più legato. Visto appena uscito nel 1994, per anni, prima che critica e passaparola ne facessero un capolavoro universalmente riconosciuto, l'ho considerato il mio film preferito. Pensavo che fosse un piccolo film e lo feci mio, poi, come detto, ebbe il successo meritato. Per questo, a costo che nessuno arrivi alla fine, sono costretto a dilungarmi.

"Io punto su quello che sembra avere un palo infilato nel c.ulo"Andy Dufresne arriva nel carcere di Shawshank. Si vede subito che c'entra nulla con un posto del genere. Bancario, faccia pulita, modi pacati. Red (un grande Freeman nel ruolo che lo lanciò definitivamente) , il condannato "trovarobe" della prigione, punta su di lui come primo a cedere dei nuovi arrivati. Si sbaglierà di grosso.

"Non conterò nemmeno fino a 1"Il capitano Hadley è un aguzzino spietato. Facciamo la sua conoscenza con l'arrivo del gruppo di Andy. Ne fa fuori subito uno a forza di botte. Mai, mai per tutto il resto del film conosceremo un lato di lui diverso da quello di spietato esecutore degli ordini. Nella scena del tetto il suo scontro con Andy porterà al vero turning point del film.



"Lei si fida di sua moglie?"Siamo sul tetto. Dufresne ha l'incredibile coraggio di chieder questo al terribile Hadley. Mai tentativo fu più rischioso e al tempo stesso meglio pensato. Andy conquista 2 cose: il prestigio tra i suoi compagni di sventura (con i quali fino ad allora aveva appena scambiato 2 parole) e la stima delle alte sfere del carcere, Hadley e l'ancor più terribile direttore Norton (un'indimenticabile Bob Gunton, forse MVP del film). Stima significherà protezione, decisiva alla luce del finale.

"La salvezza è qui dentro"La cella di Andy viene perquisita. Qui, in una scena che soltanto successivamente rivelerà la propria assoluta perfezione, Andy sarà vicinissimo 3 volte ad esser scoperto. Norton parla a pochi cm dal poster ed è quasi indeciso se toglierlo. Prende poi in mano la Bibbia di Andy. Sarebbe bastato aprirla... Inoltre sta per portarla via ma all'ultimo la riconsegna al carcerato. "La salvezza è qui dentro" dice ad Andy. Magnifico.

Intanto la regia di Darabont, tra la splendida ripresa aerea del carcere e la perfetta direzione di tutti gli attori, fa il suo dovere alla grande, ma è nella sceneggiatura che Le ali della libertà nasconde il proprio tesoro grazie perlopiù a 3 aspetti: l'aggiunta del personaggio narratore di Red (non c'è nella novella) che parlando al passato crea un'attesa nello spettatore incredibile, una voglia di scoprire dove porterà questo racconto; la grandiosità dei dialoghi (non a caso sto dividendo i capitoli attraverso le battute del film); la capacità di inserire storie e sottostorie senza che nessuna appaia superflua o mal riuscita. Anzi forse proprio in una di queste Le ali della libertà raggiunge il suo apice.



"Brooks was here"Qua intendevo. La vicenda del vecchio Brooks vale da sola la visione del film. In realtà sarebbe potuto essere anche uno splendido corto. Un personaggio che con pochissime pennellate e la commovente interpretazione di Whitmore (morto 2 anni fa, molto simile fisicamente al nostro grande Arnoldo Foà) ci regala 10 minuti indimenticabili. "Qui è importante, fuori soltanto un vecchio stanco e inutile" dice Red. Per questo Brooks, 50 anni nel carcere, non vuole esser "liberato". Perchè quelle mura "prima le odi, poi ci fai l'abitudine, poi non riesci a farne a meno". E' talmente importante questa piccola sottostoria che Darabaont cambia addirittura il narratore, da Red a Brooks stesso. La scelta dà ancora più intimità e tragicità, specie in quel "ho deciso di andarmene" e nell'indimenticabile scritta "Brooks was here". Con "dite a Heywood che mi dispiace di avergli graffiato il collo" raggiungiamo poi picchi di commozione altissimi. Le emozioni e le tematiche (il concetto di libertà, la vecchiaia, il suicidio come liberarsi da una vita stanca e ormai inutile) affrontate in questi 10 minuti sono qualcosa di quasi unico.

E passando per la magnifica scena delle Nozze di Figaro, andiamo avanti.

"Me ne dia solo l'opportunità"
Nel perfetto concatenarsi di eventi ecco che arriva Tommy, il bulletto che (anche qui il caso...) conosce la verità sull'omicidio di cui è accusato Andy. Anche qua, in pochi minuti riusciamo ad affezionarci a un personaggio (vi assicuro che non è facile) ed anche qui dal suo arrivo alla spietata esecuzione assistiamo a un cerchio che si apre e chiude perfettamente. Andy è ormai troppo importante per Norton, è "suo" malgrado Dufresne, al rifiuto del direttore di far ricominciare le indagini, gli urli "E' la mia vita, è la mia vita!".

"O fai di tutto per vivere o fai di tutto per morire"Chiunque abbia amato Le ali della libertà ricorderà la scena del poster rivelatore come uno straordinario colpo di scena, uno dei più belli, emozionanti e beffardi che io ricordi. Quando Andy non è dentro la cella (almeno la prima volta che lo vidi, a 17 anni) davvero non me ne capacitavo. Lo scaglio della pietra verso il poster e il rumore dell'impatto che non viene restituito dal muro furono un'emozione enorme. Qua parte una ricostruzione perfetta di tutto quello che Andy, a nostra insaputa, aveva fatto negli anni. E' bellissimo che tale scena e le conseguenti rivelazioni siano precedute dalla sequenza in cui Norton trova le scarpe di Andy al posto delle proprie. Anche qua la sceneggiatura è pazzesca. I più attenti avranno notato che mentre Norton e le guardie perlustrano la stanza e sono increduli di come Andy possa non esser là, sul muro c'è un poster di Einstein che fa loro la linguaccia. In realtà me ne sono accorto solo ieri, alla 7° o 8° visione credo.
"Ci vuole pressione tempo, pressione e tempo, e un poster gigante naturalmente" per far quello che ha fatto Andy, per poi camminare in "mezzo km di m.erda e uscire pulito e profumato". La scena poi delle braccia al cielo sotto la pioggia, che dire...

Risultati immagini per le ali della libertà

"Ziwataneo"Quando Andy racconta a Red di Buxton, del campo e della "pietra che non ha niente a che fare con un campo del Maine" davvero non riusciamo a comprendere. Neanche Red capisce. "Se vuoi sapere vacci" gli dice Andy. Così, quando Red riceve la libertà condizionata e si reca a Buxton siamo per l'ennesima volta difronte a una scena che appaga testa, occhi e cuore. E come dimenticare quando pur nell'assoluta solitudine, una volta visti i soldi, Red controlla più volte la situazione per assicurarsi che non ci sia nessuno...
Tutto il piano di Andy è riuscito, non ultimo quello di incastrare Hadley e Norton a cui, piace sperare a Red, "l'ultima cosa che gli ha attraversato il cervello, oltre il proiettile, è la sensazione che Andy fosse riuscito a fregarlo". Red arriva a Ziwataneo, davanti all'Oceano, un Oceano "che non ha memoria". Si riparte da zero, con una barca da rimettere a posto.
E con Andy, quello che sembra avere un palo infilato nel c.ulo, quello che avrebbe ceduto per primo.

(voto 10)

18.5.11

Recensione: "I Guardiani del Giorno"


No, vabbeh, ho cercato in tutti i modi di non scendere dalla barca di Lukanjenko, Bekmambetov e compagnia brutta, ma ora mi hanno proprio buttato a mare con forza. E' come se provi a difendere un presunto omicida e appena prima del verdetto questo si alza in piedi ed esclama "non credete a tutte le fregnacce del mio avvocato, l'ho uccisa io, e non solo lei, se scavate nel mio giardino troverete altri 68 corpi. Ah, e non dimenticate quello sotto il letto, come avete fatto a non vederlo?".
I Guardiani del giorno è una delle tamarrate più grandi che mi sia capitato di vedere, talmente trash da rimanere sbigottiti. Direi che il film può essere riassumibile nella figura del nuovo personaggio che qui viene presentato, Alisa, quello stacco di foca delle Tenebre. Poteva essere bellissima ma è vestita im un modo talmente esagerato, tamarro, improponibile, che non se pò vede. Come il film, appunto.
La trama riesce nell'impresa quasi impossibile di esser ancora più inconoscibile del precedente capitolo. Come si entra nella zona dell'Oscurità? Da quando Anton fuma? A cosa caspita serve di preciso il Gesso? Chi sono i Grandi Altri, mai nominati nel film precedente? In cosa consisteva il complotto verso Anton? La storia di Tamerlano, alla fine, a che serve? Vi giuro che sarebbero decine gli interrogativi. Ogni 3 minuti capitano elementi totalmente nuovi che il regista dà per scontati o ribaditi più volte. Quello che più inquieta è che sembra addirittura non esserci un filo conduttore, un plot definito. Tante storie e sottostorie messe là senza apparente motivo. Il film non porta a niente, non ha nè un fine nè uno svolgimento. Ed è ancora più esasperato il taglio da videoclip sia nel montaggio che nelle musiche. 

Risultati immagini per i guardiani del giorno

Se nel primo tutto questo era incastrato in una interessantissima storia di fondo, qui la forma prevarica il contenuto 10 a 1. Più di una volta i toni di commedia, commedia trash addirittura, vengono fuori. Si salvano i 2 kafkiani inquisitori (mai Kafka fu meglio citato vista la difficoltà che incontra lo spettatore a capire qual è l'accusa...) e poco altro. Intendiamoci, ci si può divertire, ma per una trilogia che era nata come una specie Signore degli Anelli scivolare in appena 2 capitoli in un Fast & Furious della peggio specie fa davvero tristezza.
Basterebbe la sequenza della macchina che derapa sul palazzo per chiudere ogni discorso. A questo punto, vista la deriva presa, meno male che non sia mai arrivato da noi il 3° capitolo. Meno male, perchè l'avrei pure visto.

( voto 5 )

17.5.11

Recensione: "I Guardiani della Notte"


Che casino...
Arruffone, confusissimo, esagerato, debordante, tamarro ma al tempo stesso intrigante, originale, divertente e pieno di potenzialità. Tutto questo è I Guardiani della Notte (prima parte di una trilogia), un fantasy russo (!?) in cui le ancestrali forze del Bene e del Male si nascondono ancora nella Mosca moderna aspettando quell'Eletto in grado (dopo aver scelto una delle due fazioni) di porre fine al millenario patto di non belligeranza e far cominciare un nuovo cruentissimo scontro nel quale finalmente qualcuno vincerà. Capito niente? Beh, l'ho spiegato male ma sempre meglio del film. Se poi aggiungete che durante questa millenaria tregua gli uomini della Luce sono i Guardiani della Notte e le Forze Oscure sono i Guardiani del Giorno capite quanto tutto si può dire del film tranne che faccia qualcosa per esser compreso facilmente. E poi tra Oracoli, Vortici, Altri, Deleghe, Mutantropi e mille altre cose la sensazione di esser stupidi prende sempre di più il sopravvento.



Però...
Però c'è un qualcosa di tremendamente affascinante, sarà la Russia, sarà che è un fantasy che parte nella notte dei tempi ed arriva a noi, sarà che più fa casino più paradossalmente ci spinge a cercar di capire, sarà quel che sarà ma a me non è dispiaciuto. Una regia allucinante, sopra le righe come poche volte mi è capitato di vedere, fa da pendant perfetto con la "debordanza" di sceneggiatura. Virtuosismi come se piovesse, effetti visivi a volte ottimi (caduta del bullone) altre meno, montaggio che in certi frangenti sembra curato da Usain Bolt (guardate l'indimenticabile scena quando all'inizio la vecchietta prepara la pozione), aura epica che striscia nei sozzi corridoi degli appartamenti russi, personaggi gogoliani e la tremenda sensazione di trovarsi difronte a un dilemma: il regista ci crede o si diverte? E' un Louis Nero o un Robert Rodriguez? Boh, intanto gli dò subito un'altra chance, subito subito, stasera. Andiamo con il 2....

( voto 6,5 )

14.5.11

Recensione: "Awake"




(CONTIENE SPOILER)

Ultimo tuffo. Il distacco da quelli davanti è troppo alto. Abbiamo però ancora il quadruplo e mezzo in avanti raggruppato. Il coefficiente è altissimo. C'è un misto di fortuna, tecnica, disperazione e forza tutti concentrati insieme. Il tuffo è sufficiente, il risultato comunque molto alto, il podio è raggiunto.
Questo mi pare Awake, uno dei thriller con più cose dentro, più colpi di scena, più tematiche, più intrecci, più pretese. E' vero, le sbavature son tante ma il regista ha comunque tentato il capolavoro senza mai cadere nella sgradevolissima sensazione di sembrar superbo a mio parere.
Clayton è un affascinante e ricchissimo giovane afflitto da gravi problemi al cuore. Sarà costretto a subire un trapianto ma una sbagliata anestesia lo porterà ad esser cosciente di tutto quello che gli accade.
La prima metà, benchè molto sobria e priva di tutti i colpi di scena presenti nella seconda, è perfetta. Nella seconda si tenta quel tuffo di cui sopra.
Terribile la situazione dell'anestesia cosciente, soprattutto in un intervento a cuore aperto. Il regista non riesce a rendere al meglio la situazione in cui si trova Clayton, e quella voce fuori campo "proveniente" dal corpo immobilizzato rischia in certi punti di diventar macchiettistica. E senz'altro son molte le situazioni un pò forzate, sia a livello di sviluppi narrativi sia riguardo le scelte dei protagonisti, o meglio, le motivazioni che portano a tali scelte. Ma son tante le cose da premiare a mio parere. Intanto la scrittura dei tre personaggi principali, quello di Clayton, di sua madre e di Sam, purtroppo, tranne nel caso della madre, non restituiti al massimo dagli attori. Soprattutto il subdolo personaggio di Sam rappresentava a mio parere un grandissimo ruolo ma la Alba non va oltre una striminzita sufficienza. 




Altro grande punto di merito e di coraggio sono i 3 colpi di scena, ben dosati anche se non perfettamente plausibili. Quello che sembrava davvero troppo telefonato (ossia il piano diabolico della "cricchetta") viene fortunatamente svelato subito, quello riguardante il "sacrificio" della madre e il ricordo rimosso del padre giungono invece abbastanza inaspettati (almeno per me). La cosa che però ho più apprezzato però sono i temi che Awake solleva. Il primo è quello del ricordo, della memoria. L'affannoso tentativo di Clayton di appigliarsi ai ricordi del suo amore mi ha ricordato molto quello in Eternal Sunshine. Ancor più bello l'insegnamento finale: spesse volte la nostra volontà, l'infinita forza che nascondiamo dentro noi stessi è più potente di qualsiasi malattia, di qualsiasi problema. Battere il dolore, lottare il più possibile contro la morte non dipende solo dalla scienza medica e dall'abilità dei dottori perchè siamo proprio noi i nostri primi dottori. E l'aiuto di una persona amata, e non l'aiuto prettamente fisico, ma quello spirituale, è la migliore medicina che possa esistere al mondo.

( voto 7 )