18.9.19

Recensione: "Vox Lux"


Corbet ci aveva meravigliato con il suo incredibile esordio, L'Infanzia di un capo.
E in questo 2019 che pare l'anno delle opere seconde che confermino delle bellissime prime ecco che anche lui riesce a confermarsi, e alla grande.
Eppure Vox Lux è film tremendamente fastidioso, odioso, strano (con molti aspetti che ricordano i Trier), bisognoso di analisi post visione per capirne il senso e il messaggio.
Quello che è sicuro è che ancora una volta, dopo Childhood, Corbet ci racconta di un delirio collettivo (il totalitarismo lì, l'idolatria verso popstar apostole di disvalori qua).
Lo fa attraverso un personaggio insopportabile, il cui successo è nato da una tragedia e da un dolore.
Solo nel finale però, nell'ultimo minuto, avremo la chiave principale per capir tutto e la metafora si farà palese.
Film ostico e difficile da consigliare ma, probabilmente, a livello psicologico il top di quest'anno 

Questo sembra proprio l'anno delle opere seconde, quello in cui i migliori registi emergenti devono in qualche modo riconfermarsi dopo notevolissimi esordi.
Non so quante volte mi sia capitato - credo almeno 6,7 - di scrivere in questo 2019 "la conferma di un giovane regista da tenere d'occhio", solo nell'horror penso ad Aster e Peele.
Anche Corbet era qui chiamato alla conferma dopo il folgorante, pazzesco - quasi incredibile per me - esordio con L'Infanzia di un capo.
E anche stavolta devo dirlo, la conferma c'è stata, eccome.
Intendiamoci,  Vox Lux - film fastidioso, strano, di non facile appeal - è secondo me sensibilmente sotto l'opera prima, ma quello che conta è che ancora una volta il giovanissimo Corbet ha realizzato un'opera coraggiosissima, ambiziosa, originale e di grande personalità.
Forse è andato anche "oltre" le intenzioni iniziali, nel senso che a 30 anni fare un film in cui si ha l'arroganza di spiegare il nostro mondo è un tantino troppo ma, oh, ce ne fossero di registi così sfrontati tra i giovani.
Vox Lux è, per quanto mi riguarda, una specie di Infanzia di un capo 2.0, dove uno raccontava infatti della follia dei totalitarismi dello scorso secolo questo mostra invece una delle follie degli anni 2000, quella del divismo, se possibile il più superficiale.
E ancora una volta questo delirio collettivo non ci viene mostrato tanto dalla parte del popolo ma da quella intima e personale dell'idolo, il giovane dittatore in un caso, la giovanissima pop star in quest'altro.
Tanto che, se ci pensate, potremmo sovrapporre tra loro i due finali dei film visto che entrambi raccontano due idolatranti folle che si strappano i capelli davanti al loro punto di riferimento, politico o di costume che sia.
Davvero straordinario come Corbet abbia potuto girare due film completamente diversi l'uno dall'altro (anche se a livello di struttura narrativa quasi identici) che sono invece praticamente lo stesso film girato in epoche diverse.
Dirò di più, Vox Lux è se possibile ancora più ricco di tematiche, ancora più complesso, ancora più insidioso.
Il risultato rispetto all'opera d'esordio è senz'altro inferiore sia perchè di problemi ce ne sono (ritmo non sempre convincente, troppo parlato, un filo ripetitivo) sia perchè, inutile dirlo, il soggetto di Childhood era mille volte più interessante.
Però, attenzione, perchè Vox Lux sembra film che racconta una storia banale quando in realtà ha degli aspetti - sopratutto psicologici - da poter stare ore a parlarne.
Per prima cosa c'è da dire che Corbet potrebbe diventare il nuovo principe degli incipit cinematografici.
Quello dell'infanzia di un capo, l'ho detto più volte, è uno dei primi 5 degli anni 2000 per me, questo è "solo" grandissimo.
Una voice over "dell'oggi" che ci racconta le cose partendo dal passato.
Una voice over praticamente identica a quelle dei film di Trier, e non solo per l'uso in sè della tecnica, ma anche per come dice le cose e quando le dice (questo parlare delle cose più semplici dell'esistenza, specie quelle banali, il ritmo, tutto).
Non è un caso che Corbet abbia recitato con Trier (Melancholia) e che abbia affidato questa voice over a Dafoe...
Del resto anche la stessa divisione in capitoli (vista già in Childhood) è trieriana.
Dirò di più, tutto il film secondo me somiglia a quelli di Lars, per questo suo essere davvero molto fastidioso, pieno di personaggi detestabili e fragilissimi psicologicamente.
Di certo non arriviamo a quei livelli ma secondo me chi detesta il disagio dei film di Trier detesterà anche questo.


Ma torniamo all'incipit.
La scena a scuola è tragicamente bellissima, fastidiosa, perfetta (tra l'altro in un dialogo del film si farà riferimento all' elefante nella stanza, chiaro omaggio ad Elephant).
Quel primo sparo in soggettiva che ti sorprende, quel dialogo con Celeste, le immagini successive del massacro.
E quei fantastici titoli di coda che diventano titoli iniziali sovrapposti alle ambulanze che accorrono, chapeau.
Tra l'altro grandissima colonna sonora, non ci sono andato a guardare ma deve essere per forza lo stesso compositore sentito in Childhood, sono troppo simili.
Insomma, grande incipit.

Comincia il film, un film di cui non sapevo nemmeno un rigo di trama (solo che c'era la Portman).
Di cosa racconta Vox Lux?
(tra l'altro già dal titolo notiamo riferimenti mussoliniani, per tornare al parallelo che ho fatto all'inizio)
Del successo immediato e imprevedibile di una ragazzina, diventata in pochi mesi una pop star di livello mondiale.
La vediamo a 13-15 anni e poi, con una grande ellissi temporale, a 32-33 anni.
Nient'altro.
O meglio, questo è il soggetto, poi le cose che Corbet mette dentro sono tantissime.
Come dicevo sopra questo è un film psicologicamente eccezionale.
Partiamo dal primo elemento.
Celeste è sopravvissuta al massacro scolastico, anche se ha riportato danni permanenti alla colonna vertebrale (non del tutto invalidanti comunque).
Alla messa di commemorazione per le vittime della scuola Celeste canta in chiesa un brano scritto con(dalla) sorella (un'altra grande interpretazione di Stacy Martin).
Quel brano che doveva essere solo un intimo e delicato pezzo cantato per chi era presente diventa in pochi giorni una specie di hit della rete.
Celeste viene contattata da un grande produttore, la sua carriera comincia.
Il film si fa quindi da subito molto fastidioso.
Una ragazzina scampata ad un massacro che accetta di diventare una star sfruttando l'onda emotiva dello stesso massacro, un popolo che inizia a idolatrare una nuova cantante senza tener conto di quello che ha passato, una nuova follia collettiva che nasce dal dolore, Corbet è da subito terribilmente spietato nel raccontarci.
Celeste, sin da subito, ci viene mostrata come adolescente poco empatica, lucida, fredda.
Solo nel finale - e lo spettatore ci resterà di sasso - riusciremo a capire perchè, perchè sta ragazzina poi diventata donna abbia perso quasi tutta la sua umanità in favore di una ricerca del successo e di un imbarbarimento culturale della massa.
La vediamo col collo sempre coperto, a ricordarci la ferita - fisica e non - che si porta dietro. Eppure è una macchina, non si ferma davanti a niente, deve - ripeto, deve - raggiungere un obiettivo e per farlo tutta l'innocenza che aveva non esiste più.
Celeste - e quel suo sogno ricorrente di una galleria che non finisce mai lo dimostra - è ormai entrata in una spirale senza fine, dalla quale è impossibile uscire.
Finiremo per odiarla, specie nella sua versione, davvero insopportabile, da adulta, interpretata da un'odiosa (e grandissima) Portman.
Una star quasi inumana, incapace di provare affetto, empatia, completamente presa da sè stessa. Ma abbiamo la sensazione di una persona imprigionata in un personaggio, una specie di anima che grida aiuto in un corpo ormai costruito per essere il superficiale, volgare e lustrinato idolo delle folle.


Poi, perla di sceneggiatura, in Croazia c'è un nuovo massacro, compiuto da un commando vestito come un videoclip di Celeste.
La notizia dovrebbe sconvolgere la cantante, sia per il fatto in sè, sia per come richiami la terribile esperienza da cui tutto è nato, la strage scolastica.
Invece niente, malgrado a volte i suoi occhi dicano altro, Celeste sembra impassibile anche a questo.
Impossibile a questo punto, per analizzare al meglio il film, non andare al finale.
Durante le immagini del concerto conclusivo, tenuto alla sua città natale come per chiudere un cerchio, (e con quella Portman seguita da dietro identica al Cigno Nero, e con quel rito preconcerto così inquietante) veniamo a sapere che quando spararono a Celeste lei entrò in una specie di coma dove incontrò il Diavolo.
E questo stipulò un patto con lei, sarebbe sopravvissuta ma in cambio doveva diventare quello che poi diventerà, un idolo delle folle che avrebbe, con le sue canzoni, sparso un Verbo di devastante superficialità (le canzoni di Celeste sono terribili, inni ai non valori).
E' questa la parte geniale di Vox Lux, farci credere che una bimba sopravvissuta alla morte possa poi diventare il Male di questo nostro mondo, uno dei suoi Apostoli.
E, attenzione, non è un caso che questo avvenga praticamente in contemporanea con l' 11 settembre 2001, il giorno in cui tutto cambiò, il giorno del Diavolo se ce n'è uno.
La metafora e il grido d'accusa di Corbet sono forti ed evidenti (anche troppo esplicito, vedi sottotitolo che appare nel finale, evitabile per me) ed ecco che questo film apparentemente semplice diventa invece un qualcosa di catastrofico a livello globale.
Del resto anche ne L'Infanzia di un Capo assistemmo alla stessa cosa, ovvero al semplice racconto di un'infanzia, poi sfociata in totalitarismo.
Una strage, il Diavolo, un patto, un dolore che diventa idolatria, una nuova strage (se ci pensate perfetta per quel patto col demonio), uno schema inesorabile.
Anche perchè è vero che spesso il Male riesce a far presa su di noi quando siamo più fragili e feriti. Del resto Vox Lux anche questo può raccontare, come a volte dal dolore (e quel collo bendato ce lo ricorda sempre) nascano solo cose orribili e di come noi non sappiamo invece crescere da quelle esperienze, individuali o collettive che siano.
E poi scopriremo che Celeste (probabilmente la prima notte col musicista) ebbe una bambina a nemmeno 16 anni. 
Ed eccola adesso quella bimba cresciuta, ha la stessa età di quando sua madre la mise al mondo (la giovane attrice - già vista del sacrifico del cervo sacro - è meravigliosa in questo doppio ruolo).
Se ci pensate anche qui un punto in comune con Childhoood, un figlio fatto interpretare dallo stesso attore che fa il di lui genitore (lì successe con Pattinson).
E dirò di più, questa ragazzina così dolce, così bisognosa d'amore, così amante  - nonostante tutto - della propria madre, così fuori dal delirio degli altri, potrebbe ricordare la bimba vestita di rosso del finale di Childhood.
In queste due figure, secondo me, Corbet mette delle piccole speranze, solo in loro.
Il loro rapporto è la cosa più bella del secondo tempo, con questa figlia che probabilmente rappresenta quello che Celeste sarebbe stata senza quel terribile giorno. La madre, a mio parere, questo lo sa e muore dentro per la cosa (del resto fa uso di ogni sostanza per combattere un disagio esistenziale).
E' che proprio ormai il suo patto col Diavolo, il suo ruolo nel mondo, il suo dover essere veicolo di messaggi negatici e superficiali, è una prigione dalla quale non può uscire.
Tra l'altro Vox Lux racconta anche di come le cose ritornino (la nuova strage, la bambina uguale alla madre) e non è un caso che Corbet abbia recitato in Sils Maria dove, se ricordo bene, uno dei temi principali era l'eterno ritorno nicciano e il suo concetto di tempo ciclico.
Il film va avanti, sempre con questo personaggio fastidioso della Portman, con dialoghi belli ma troppo lunghi, con questa sensazione che ci lascia addosso di un film odioso di cui non capiamo bene gli intenti.
Eppure, e più scrivo più me ne rendo conto, questo è uno di quei film che poi ti restano addosso, che ti spingono a riflettere, che, come accade appunto con Trier, ti lasciano un disagio e ti raccontano come siamo in un modo che non vorremmo sentire.
Anche perchè è geniale che proprio quello che in tutto e per tutto doveva essere il personaggio con cui empatizzare (Celeste, la sopravvissuta) sia invece quello che non riusciamo a sopportare.
Forse Corbet esagera con questa demonizzazione dei nostri tempi, forse in questo suo continuo parallelo "problemi individuali-tragedie collettive" calca un pò la mano ma, insomma, siamo davanti a un autore.
E questo film che durante la visione e appena dopo mi aveva lasciato anche molto perplesso più passa il tempo più lo trovo grande.
Magari provateci anche voi, vedrete comunque un film bello da vedere e che vi lascerà qualcosa dentro.
E proprio nelle brutte sensazioni che vi lascerà addosso, se vorrete, troverete il motivo per amarlo



9 commenti:

  1. Visto a Venezia, qui nelle sale non si è visto proprio :-( A dir la verità, sono rimasta un po' delusa dalla chiave di lettura (patto col diavolo) un po' buttata quasi per caso nel finale, ma è un film davvero potente, soprattutto nella parte iniziale. E la caratterizzazione dei personaggi è senza dubbio notevole così come la descrizione del rapporto madre-figlia e sorella-sorella. Un film che merita senz'altro la visione e che, come dici tu, cresce col passare del tempo.

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    1. io credo che quel finale sia geniale

      ma non va visto in senso letterale ma proprio come metafora

      chiunque diviene quello che diviene celeste in qualche modo fa un patto col diavolo, con la parte nera di sè, con qualcosa di sbagliato

      corbet ci insegna questo, che dietro queste persone a volte ci sono dolori e occasioni di crescere non sfruttare, il diavolo è solo metafora (per me grandissima, percchè ci dà quella sensazione di "impossibile tornare indietro)

      per il resto d'accordo con tutto!

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  2. Mamma mia che bella recensione! Le tue analisi sono sempre lungimiranti e lucidissime. Non posso che condividere ciò che scrivi.

    Per il discorso dell'opera seconda che si ricollega così tanto alla prima mi viene subito in mente Laszlo Nemes. Anche lì, "Sunset" sembrava la continuazione e la ripresa del primo grande "Il figlio di Saul". E tra l'altro: di nuovo c'era uno stesso tema e una stessa ricerca che nell'opera seconda veniva traslata del tempo. Per Nemes, era un passaggio dalla Seconda Guerra Mondiale già in atto nel Figlio di Saul, al presagio dell'imminente Prima Guerra Mondiale in Sunset. Per Corbet è invece un passaggio avanti nel tempo, ma dove comunque un certo tipo di odio e violenza è presente.
    Incredibile come entrambi questi registi (seppur tanto diversi) cerchino sempre di raccontare qualcosa di grande, storico, umanitario e universale attraverso gli occhi e le vite di singole e particolari persone.

    Condivido anche sul discorso che il film sia ostico e probabilmente difficile da digerire. Per questo penso che sia stato odiato così tanto da molti l'anno scorso a Venezia quando è stato presentato. In un festival si vedono tipicamente tantissimi film in pochissimo tempo. Si passa velocemente dall'uno all'altro. Ed è chiaro che, in queste condizioni, un film come Vox Lux facilmente può non piacere (al di là ovviamente dei gusti soggettivi). Perché ha bisogno del suo tempo, deve sedimentare e la mente deve poterne ragionare libera e senza altre "distrazioni". Io stesso, quando ne parlai in maniera più che positiva qua sul blog (ormai più di 1 anno fa), feci una recensione nel resoconto finale, a freddo e quindi in ogni caso dopo averlo lasciato lì un po' a sedimentare.
    Penso sia stato più o meno lo stesso quest'anno a Venezia per Ema di Larrain, di nuovo un film ostico, stiliscamente invasivo e che necessariamente richiedeva un certo tempo per essere metabolizzato. E infatti Ema mi ha richiamato tantissimo alla mente questo Vox Lux e le reazioni a Venezia per Ema sono infatti state allo stesso modo bipolari e così tanto divise.

    Penso in ogni caso che questo Vox Lux (almeno da parte mia) rimarrà lì ancora, a distanza di anni, a farmici pensare e ad alimentare la voglia di rivederlo.

    Viene da chiedersi, a questo punto, se Corbet (e Nemes) chiuderanno una trilogia tematica e quindi ci condurranno in chissà quale epoca storica attraverso gli occhi di chissà quali personaggi.

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    1. a te arrivo con più calma, troppe cose

      grazie!

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    2. Quando riesci :)

      grazie a te!

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    3. cazzo che collegamento che hai fatto tra Corbet e Nemes :)

      forse lì il legame è ancora più radicale percè, mi dicono (anche te) rimane lo stesso anche il taglio e il modo di raccontare

      ma in entrambi abbiamo un'epoca raccontata attraverso un unico personaggio, vero

      anche se, forse, Corbet parla dei leader, Nemes di uno qualsiasi del popolo (non so in Sunset)

      la penso come te, lo scrissi anche, i festival uccidono sto tipo di film. Cioè, finisce il film, sei frastornato, devi provare a capirlo ma intanto ti inizia quello dopo...
      Ricordo che io infatti quando vidi The Crescent a Torino poi mi presi una pausa almeno di qualche ora, volevo pensare solo a quello

      poi questo è un film che rimane più dopo che appena dopo come, per esempio, mi sta accadendo con Burning

      ci sono invece film che dico wow subito e poi scompaiono, ad esempio gli ultimi Tarantino

      per tutti e due sarà difficile, e anche rischioso, fare una trilogia

      c'è rischio di ripetersi e di fossilizzarsi su una cosa soltanto

      se poi ci riescono facendo film "nuovi" spettacolo

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    4. Ah cavolo, io pensavo che tu l’avessi visto Sunset ahaha Non so perché ne fossi convinto

      Comunque sì, per Nemes il legame tra opera prima e seconda era ancora più forte. E penso che anche nell’interpretazione di Sunset fosse comunque un punto chiave (mi dirai quando lo vedrai ahah)

      Vero quello che dici: per Corbet ci sono i leader, per Nemes un popolo. Però alla fine per Corbet il racconto dei leader gli permette comunque di parlare del “popolo”, di chi quel leader arriva ad idolatrarlo, anche se chiaramente in maniera più implicita. Per questo motivo, come dici, si possono vedere opposti, se non quasi complementari gli approcci di Corbet e Nemes: entrambi raccontano di ciò è umanitario (nel senso che riunisce una massa di persone), secondo il punto di vista rispettivamente di chi guida quella massa e di chi invece ne è parte integrante. Sono grandi registi che, in maniera diversa, riflettono sul senso di appartenenza: essere parte di un popolo, di un’etnia, di una minoranza (fondamentale se pensiamo soprattutto a Il figlio di Saul) oppure cercare di emergere da una massa, per guidarla, per essere diversi e avere influenza su di essa. Come se un film alludesse a qualcosa il cui punto di vista viene invece affrontato dall'altro regista.

      Verissimo per The Crescent: altro esempio lampante di film che deve rimanere lì a sedimentare e rilasciare tutto il suo “succo” cinematografico solo in un secondo momento! E concordo anche per Burning: come già ti dissi, il commento che ti ho fatto sotto la tua recensione è frutto di alcuni giorni di pausa, di riflessione senza distrazioni.

      Eh quello è forse l'unico lato negativo dei festival. Però, ti dico: hai magari quella limitazione, ma sei portato a volerli approfondire quei film, già solo per il fatto che siano lì, selezionati, in un festival prestigioso. Ne cogli facilmente i rapporti, i confronti, i grandi filoni di quell’annata cinematografica che li legano tutti insieme. Questo stesso confronto tra Vox Lux e Sunset (e quindi tra Nemes e Corbet) era uscito fuori proprio perché entrambi i film erano contemporaneamente in concorso a Venezia75.

      Chissà davvero come decideranno di continuare, collegandosi o meno alle loro opere seconde (e prime da quanto abbiamo detto ahah)
      In ogni caso: pur essendo quasi esordienti, hanno già raggiunto un livello di autorialità incredibile e ora non ci resta che aspettare per scoprire

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    5. la differenza potemmo sintetizzarla che uno racconta l'uomo tra la folla, l'altro l'uomo che la folla la domina

      poi c'è anche un legame tra le due coppie, visto che l'infanzia di un capo parla di come è nato il leader che porterà a... il figlio di Saul (anche se non ufficialmente, ma è evidente dal finale come il riferimento sia al nazista)

      anche le regie di conseguenza son diverse, una racconta in maniera più distaccata e "lunga" tanti anni, l'altra (penso anche per sunset) è confusa, live, appunto tra la folla

      sì sì, burning cresce sempre più anche a me, appena posso leggo il commento (ancora non l'ho fatto :) )

      sì sì, la metodologia festival ha i contro ma anche tante cose belle, oltre all'abbuffata di film (che tanti amano, non io) c'è anche il confronto tra essi, il passare da un mondo all'altro, il divertirsi nella competizione, a parte vivere una bellissima atmosfera e conoscere gente...

      se si fermano ora sono comunque meglio di registi con 10 film, ahah

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    6. Davvero pazzesco, comunque, quanti collegamenti e confronti possano uscirne. Alla fine stiamo pur sempre parlando di opere prime e seconde, non di registi che hanno prodotto una quantità così ingente di film. Eppure, come dici anche tu, anche se si fermassero ora, avrebbero prodotto di più (in termine qualitativi) che registi con 10 film ahaha

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