6.5.21

Recensione: "Chi canterà per te?"(Quien te cantara) - Su Netflix

 

Dopo lo stupendo Magical Girl (film che dovetti vedere due volte per capirne la grandezza) Carlos Vermut si conferma un autore straordinario, uno che risulta davvero incredibile che con due film del genere sia ancora praticamente sconosciuto.

Una famosissima cantante viene salvata da un tentativo di suicidio.
Ha perso però la memoria e tra poco deve partire il suo tour di rientro (dopo 10 anni).
Viene allora chiamata una sua grande fan (e cantante anch'essa) per reinsegnarle a cantare, a ricordare, ad essere chi era.
Come in Magical Girl un altro film eccezionale psicologicamente, del tutto polanskiano, un altro film ambiguo, con un mistero latente, con dei personaggi veri come le persone e con un dolore dentro talmente devastante e perfetto da fare male.
Un film sull'ìdentità, sulla personalità, sull'imitazione.
Stupendo.

Dovetti vedere Magical Girl due volte.
La prima visione fu talmente "strana", turbata e difficile che non riuscivo quasi a darne un giudizio (pur sentendone sottopelle la grandezza).
La seconda visione mi disvelò un capolavoro.
Vedo ieri il film seguente dello stesso regista, Carlos Vermut.
E ancora una volta sento che dovrei rivederlo, che la sua grandezza non mi si è ancora rivelata del tutto.
Ma stavolta mi basta una visione per dire che ci troviamo davanti, ancora una volta, ad un film eccezionale.
E mette quasi i brividi vedere come questi due film così diversi eppure così simili a sè stessi, mette i brividi riuscire a "capire" così bene quanto sotto ci sia la stessa anima, la stessa mano.
Sono due film difficili (non apparentemente, a primo sguardo, ma lo diventano "dentro" lo spettatore), pieni di personaggi ambigui, ricchi di un mistero non assoluto ma nascosto tra le pieghe, capaci di raccontare la vita vera e quella nascosta con la stessa precisione.
E soprattutto due film in grado di raccontare il dolore in una maniera così perfetta, vera e spietata che umanamente se ne esce travolti.
Io non capisco come un regista che ha fatto due film del genere sia ancora nascosto.
Qui siamo davanti all'eccellenza assoluta.


Una cantante famosissima viene salvata all'ultimo momento da un tentativo di suicidio.
Sta di fatto, però, che ha perso quasi completamente la memoria.
Stava per rientrare in scena dopo 10 anni, ma adesso non ricorda le canzoni, la sua vita, come ci si muove, niente.
Viene allora chiamata una delle sue più grandi fan (nonchè cantante anch'essa, di cover sue) per "reinsegnarle" a cantare, per farla tornare ad essere chi era.
Ne nascerà un film straordinario sull'identità e sull'imitazione.

E' innegabile che il cinema di Vermut sia un film di contenuti, di tematiche.
Ma è anche innegabile quanto siano belli da vedere, quanto siano ben fotografati, quanto gli attori che sceglie siano eccezionali, quanta cura ci sia nei dettagli (il regista li adora) e quanto le sue sceneggiature siano autentici capolavori psicologici, dei film apparentemente lineari che in realtà si capovolgono continuamente su sè stessi, come stare nelle montagne russe, dove sai che vai sempre avanti su binari prestabiliti ma facendolo rischi di perdere la testa.
Io li considero film quasi unici, talmente perturbanti e grandi "sotto" che il rischio di non amarli di primo acchito è altissimo.

L'incipit, importantissimo, è già grande cinema.
Quel corpo rianimato, quell'oceano immenso dietro di esso (e quell'oceano sarà il personaggio nascosto più importante del film), bellissimo.
Poi quella mano che si tocca il corpo e il viso in ospedale, primo tentativo, forse, di riconoscersi.
E poi l'origami sul quale, però, voglio tornare più avanti.
Lila scoprirà di avere un'importante amnesia e, di conseguenza, doversi ricostruire un'identità, dover ricordare piano piano chi era.
La sua manager prova ad aiutarla ma ormai siamo a due mesi dal suo ritorno alle scene (dopo 10 anni dal suo ritiro) ed è impossibile per lei ricostruire la Lila artista.
Lila vede sul tubo una cantante che canta le sue cover in un karaoke (karaoke che era già presente in Magical Girl, in questa ossessione che ha Vermut per l'imitazione).
Le piace talmente tanto che la contatta.
La donna, una donna straordinaria che vi strapperà il cuore, vive una vita terribile, tra un'esistenza che l'ha privata di qualsiasi sogno e una giovane figlia talmente disturbata che ogni giorno c'è il rischio che la ammazzi o si ammazzi lei stessa.
Andare a casa del suo idolo sarà per questa donna, Violeta, una piccolissima speranza di evadere da quel dolore e da quel terrore.
Ne nascerà un film incredibile con 4 personaggi femminili uno più bello dell'altro (Vermut non scrive personaggi ma persone), un film cupo, fosco, ambiguo (come lo sono gli stessi personaggi), pieno di rapporti di dominanza e dipendenza, di relazioni quasi vampiresche dove c'è sempre qualcuno che succhia la vita dell'altra. 
Ma c'è tanto tanto altro.
Innanzitutto avremo dei dialoghi uno più bello dell'altro, dialoghi realistici, profondi, asciutti. Son talmente belli i personaggi e le relazioni che si creano tra di loro che gli stessi dialoghi diventano parole che vanno oltre le parole, vocaboli sospesi ed insidiosi.
Anche le cose più insignificanti, come quella del messaggio nelle bambole o la barzelletta della SuperPatata, sono sempre parole non scritte e dette a caso, ma metafora di qualcosa (in questi casi ad esempio c'è il tema delle bambole - ovvero di simulacri di esseri umani - che sanno di non poter essere felici o barzellette su qualcuno che prova ad imitare qualcun altro).
E, l'ho detto più volte, è proprio il concetto di imitazione il motore trainante del film.
Lila, lo scopriremo solo alla fine (l'ultima mezz'ora è eccezionale) iniziò a cantare per imitare la madre, grande promessa della musica fermata dall'eroina.
Violeta imita invece Lila, il suo idolo, la sua Musa. La imita a tal punto che, prima di essere fermata da Gloria, si stava suicidando nello stesso modo in cui ci provò Lila.
Ci sarà poi il ribaltamento per cui sarà Lila a dover imitare la stessa Violeta, imitare lei per imitare sè stessa, la sè stessa che ha perso.


L'imitazione non è altro che una spersonalizzazione di sè, un inserire dentro sè stessi le caratteristiche di qualcun altro. E questo è un film in cui abbiamo due protagoniste principali che per tutta la vita, forse per salvarsi, hanno sempre imitato qualcosa che, naturalmente, non sarebbero state. Ed è straordinaria questa sceneggiatura che ci porta al paradosso che dicevo qua sopra, dover imitare chi ti ha imitato per tutta la vita. Tanto che ne viene fuori un film che ha il sapore del Mulholland Drive, de Il Cigno Nero e di tutti quei film in cui due donne rappresentano due personalità che si rincorrono e uccidono, due lati della stessa medaglia, due gemelli staccati nel corpo ma siamesi nell'anima.
Ne viene fuori, di conseguenza, anche un film sull'identità, sul chiedersi realmente chi siamo.
Alla fine emergerà, su tutte, la figura di Lila, quella che, probabilmente, è in grado di cannibalizzare le altre, distruggerle per poi mangiarle.
Non è un caso che Lila non sia il suo vero nome, ma quello della madre, madre di cui non prese solo il nome ma a cui "rubò" anche il talento e la scena.
E questo solo perchè "Me lo doveva", in quanto, essendo eroinomane, era stata una madre assente e devastante.
Ma nel finale vedremo che Lila è tornata sulle scene con il nome di Violeta, la seconda donna che è riuscita a vampirizzare, ad inglobare, ad imitare, distruggendola.
Due nomi quindi che non sono mai stati il suo vero ma quello delle donne da cui ha succhiato la vita.
E non è nemmeno un caso che quelle due donne alla fine siano dovute morire (meglio dire "sono state uccise"), perchè ormai Lila (la falsa Lila) era diventata completamente loro.
C'è davvero da perdersi in questa straordinaria architettura psicologica che Vermut ha messo su.
Anche se sul finale avremo più di un dubbio, ci tornerò.

Ma, identità, personalità e imitazione a parte questo è un film che racconta il dolore in un modo così perfetto da ucciderci (e già con Magical Girl io rischiai l'annegamento nel finale).
Potrei citare tante tante scene ma vi giuro c'è una sequenza di circa 5 minuti che reputo talmente grande e devastante che non fatico a metterla sulle più belle che io abbia mai visto in questi anni.
Violeta torna a casa.
La figlia ha scoperto il suo segreto.
Violeta non può fare niente, sa che non può mentire, ha terrore di quella figlia.
Poi avviene una cosa miracolosa, la ragazza si alza e l'abbraccia.
E' struggente il modo in cui Violeta non risponde subito a quell'abbraccio, perchè non riesce a crederci, ha paura di quel gesto d'affetto.
Alla fine, però, anche lei si abbandona e la stringe.
Ma Violeta aveva ragione, quell'abbraccio non era segno d'affetto ma solo un perverso e strumentale ringraziamento.
Ed ecco che da quel momento assistiamo ad una sequenza che se già era straordinaria e terribile lo diventa fino a livelli quasi insostenibili.
Violeta aveva solo due cose che la tenevano in vita, la piccola speranza che sua figlia le volesse bene e il rapporto nato con Lila. Nello stesso momento, nello stesso gesto, nelle stesse frasi, scopre che non avrà più nessuna delle due cose.
E allora si alza, non vista butta fuori il cellulare e le chiavi di casa della figlia (ovvero le sue due porte con il "mondo") e si mette a sedere.
Non si muoverà mai di lì, il suo sguardo, completamente spento, resterà fermo nel vuoto mentre la macchina da presa le si avvicina. Violeta sa che ormai non c'è più niente che la tiene ancorata alla vita, nessuna felicità, nessuna speranza. Sa che, in qualche modo, ormai deve succedere qualcosa in quelle quattro mura, nessuno può uscire di lì prima che non succeda qualcosa di definitivo.
"Fallo" dice alla figlia, e raramente sentiremo nel cinema una sola parola con dentro più disperazione di come viene usata qua.
Scopriremo solo alla fine cos'è successo, in una scena, come accadde già in Magical Girl, talmente spietata e terribile che se non avessimo conosciuto durante la pellicola la straordinaria sensibilità di Vermut lo odieremmo solo per questo.
E' forse la scena più grande di un film coraggioso, ostico, che non va mai incontro allo spettatore.
Un film che ha forse una parte centrale molto più stanca e meno densa della prima mezz'ora e dell'ultima mezz'ora.
Un film di piccole scene bellissime, come quando loro ridono ("ammetto che sembravi un pò idiota"), con una colonna sonora che ho adorato, meravigliosamente "dentro" al film (forse se la sentissi fuori dal film non la sopporterei), con delle figure di donne nelle quali sembra non possa esistere la felicità, come Violeta suggeriva di far dire alle bambole. 
E poi quel personaggio "nascosto" dell'Oceano che è forse simbolo del voler morire, del volersene andare per sempre, un qualcosa di gigantesco ed eterno che attira continuamente Lila (e quella canzone che sente nella testa è forse il rumore del mare).
Lila che dice che il suo colore preferito è il blu scuro.
Due donne che dipendono dalle altre, una che ha cominciato a cantare per la madre, l'altra che ha smesso di farlo per la figlia.
E arriviamo così al finale, immenso.
Violeta, come fosse una specie di testamento in vita, decide di fare l'ultima notte di lezione a Lila, anche se questa ha ormai deciso di non cantare più.
Ma lo ha deciso perchè lei, "da sola", non è nessuno. Non è un caso che tentò il suicidio a inizio film proprio il giorno dopo aver appreso del tour.
Sua madre ormai non c'era più e Lila, di conseguenza, lo stesso, è come non esistesse, non poteva ricominciare.
 Tanto vale morire, tanto vale far morire quel simulacro, quel corpo in quel momento senza più identità.
Ma adesso Lila può prendersi un'altra vita, può prendersi Violeta.
E così in una dissolvenza magnifica passeremo da Violeta che canta per lei a Lila (adesso diventata Violeta) che canta in teatro, tornata ad un incredibile successo.
Violeta adesso non ha alcun motivo per vivere, il buono e il bello di quello che era l'ha passato al suo idolo, di lei non resta più nulla.
Torna a casa, e noi con un colpo al cuore vediamo cosa nascondeva quella casa.
Senza emozioni prende il vestito di Lila, lo stesso vestito con il quale vedemmo nel prologo Lila suicidarsi.
Poi si mette una parrucca, poi si trucca.
E poi va a morire.
Per imitazione.


Nel momento in cui Lila è diventata completamente Violeta quest'ultima si è trasformata completamente in Lila.
Eppure lo straordinario Vermut non ci assicura che tutto sia realmente così.
Con una finezza straordinaria ci mostra la donna al trucco in maniera sfocata, non possiamo dire chi sia.
Violeta che sta compiendo la metamorfosi finale con Lila o è la stessa Lila prima del prologo?
La scena nella spiaggia ci metterà ancora più dubbi, con quelle scarpe posizionate nello stesso identico posto del prologo.
Un finale alla Dogtooth, alla Inception, alla Lourdes, in cui non sappiamo se si aprirà il cofano, se la trottola si fermerà, se la ragazza resterà in piedi.
Se quella donna nel mare verrà salvata o meno.
Lo schermo diventerà nero, solo il rumore delle onde ci accompagnerà nei titoli di coda.

Dimenticavo l'origami però.
L'origami, quella costruzione di carta che può essere anche distrutta, tanto poi restano ben visibili le pieghe per poterla ricostruire.
Come un'identità andata persa e che adesso va ricostruita.
Ma le pieghe di una vita o di un origami puoi anche vederle, è vero, ma una cosa è vederle, un'altra sapere quale viene prima e quale viene dopo.
Una cosa è vederle, un'altra saperle di nuovo affrontare.
E magari questo racconta sto film così bello, di come una volta persa l'identità è quasi impossibile, senza istruzioni, saperla ricostruire. Anche se conosci le pieghe, anche se conosci il tuo piatto preferito o il tuo film preferito.
E se non ce la fai non resta che una cosa, costruire un altro origami.

8

16 commenti:

  1. tre cosette di Carlos Vermut

    https://vimeo.com/93260219

    https://www.youtube.com/watch?v=dT_bNwvNrY0

    https://www.dailymotion.com/video/x9cpl0

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  2. Non l'ho "sentito" come il precedente, ma ci sto ancora pensando...

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    1. Anche per me è superiore Magical Girl. Ma, come ho scritto, l'ho visto due volte

      se devo considerare la prima visione sono alla pari, anzi...

      comunque questo fanno i film di Vermut, ci devi pensare, li devi far crescere dentro

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  3. Stefano Marchini8 maggio 2021 21:21

    Qualche anno fa ho iniziato a guardare qualsiasi cosa mi si presentasse nel catalogo di Netflix (ora mi sono disintossicato fortunatamente) e negli anni mi sono imbattuto in una montagna di brutture (chi si volesse far del male si guardi Romina) e film dimenticabilissimi. Grazie al cielo però nel tempo ho avuto modo di scovare film sconosciuti che mi sono rimasti nel cuore. Tra questi c'è anche Chi canterà per te; quando lo vidi mi folgoró, mi sembrava impossibile che nessuno parlasse di questo gioiellino.
    Non conoscevo Vermut ma ora grazie a te recupero Magical Girl e so già che mi piacerà da morire.

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    1. Netflix l'80% della roba è mediocrissima...

      però se si hanno buone spie, buoni consigli e magari anche buone intuizioni ci sono veramente decine e decine e decine di film sconosciuti e bellissimi

      come questo

      magical girl l'ho condiviso su facebook casomai non lo trovassi!

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  4. 1/2
    Una delle tue recensioni più belle, che rientra subito tra le mie preferite (insieme, in particolare e per motivi diversi, a "Sto pensando di finirla qui" - sul quale prima o poi ti dirò la mia - e "Joker").

    Film travolgente. Personaggi magnifici. Lo sguardo di Violeta, nella scena che hai citato, quella con il carico emotivo più alto, è così penetrante, tagliente, con dentro una vita che è, al contempo, al collasso (perché ha realizzato che non le resterà più niente) e sul punto di esplodere ("fallo"). Brividi.

    La tua riflessione a proposito dell'origami è illuminante, non avevo colto, che scemo, la portata allegorica di questo elemento, il quale evidentemente si presenta come un correlativo oggettivo di grande significato. Così come davvero ottime sono le tue osservazioni sul senso della bambola e della barzelletta.

    I temi della definizione identitaria, dell’imitazione, della costruzione dell’io, e tutte le questioni a cui rimandano, lo sai, sono tra i miei preferiti. Temi universali, che nella narrazione di “Chi canterà per me?”, attraverso la storia di una coppia di donne, si declinano sul piano individuale, singolare, specifico (nel senso di preciso, determinato). A differenza di quanto avviene, per esempio, in “Vivarium”, in cui questi stessi temi, sempre attraverso la storia di una coppia, vengono sviluppati sul terreno sociale, antropologico, plurale, specifico (ma nel senso di specie). Tutto questo per dire che non c’è (apparentemente) metafora, ma una prosa intimamente poetica: l’uso dei colori, delle inquadrature, dei dialoghi, il gioco di sguardi e di rimandi che stordisce per quanto è bello. Però, a ben guardare, oltre alla presenza dell’origami, c’è una grandissima metafora, che è l’oceano (questa, devo dire, l’avevo colta).

    L’oceano che rincorre sé stesso, continuamente, con le onde che si frangono a riva, senza sosta. Perché la ripetizione è l’essenza stessa dell’imitazione: meccanismo vitale per ogni specie vivente, dal quale non può prescindere nessuna forma di adattamento (in senso darwiniano) né alcuna dinamica formativa e di apprendimento. Un elemento centrale nella costruzione del sé. Ma qui si racconta la deriva patologica del dispositivo mimetico, perché l’io di Lila si erge intorno alla menzogna e al “parassitismo” identitario. Se è vero, come è vero, che l’autocoscienza e la formazione dell’io derivano dalla capacità di saper cogliere la propria immagine riflessa, direi che Lila si è sempre specchiata in un vetro in frantumi.

    Del resto questo film è proprio un gioco di specchi. Lila che si specchia in Violeta per “ritrovare” sé stessa, dopo che Violeta si è specchiata tutta la vita in Lila per “esprimere” sé stessa. E quindi l’appropriazione, l’invasione, il dilagare dentro l’altro. L’imitazione, la ripetizione: dinamiche intrinsecamente poetiche (nel senso letterale) che però in questa storia degenerano, fino a sfociare nella tragedia, nella distruzione, nell’annientamento. E forse è per questo che alla fine lo specchio rimanda un’immagine offuscata, appannata, confusa: Violeta (o è Lila?) non riconosce più quell’immagine riflessa, perché ha perso tutti gli elementi che le permettevano di cogliere la sua unicità in questo oceano caotico e irrefrenabile che è la vita.

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    1. 2/2
      L’ambiguità del finale mi ha steso. La posizione delle scarpe sulla spiaggia (quanta cura per i dettagli, lo hai detto benissimo) impedisce di prendere una posizione chiara, definitiva: è Violeta o Lila? Quale riflesso stiamo guardando? Dove ci stiamo specchiando? E il cerchio, in qualche modo, si chiude: si parte dall’oceano per poi farvi ritorno.

      C’è una poesia di Rilke, uno dei manifesti poetici più suggestivi e significativi di sempre, che si chiede qual sia il compito del poeta. La risposta che si dà, e che io condivido, è racchiusa in due semplici parole: “io canto”. Questo fa il poeta: celebra l’esistenza, ogni cosa possibile, incluso l’impossibile, per il semplice fatto che esiste e che accade. Ed è appunto l’io, che canta, il soggetto, che a prescindere da ogni cosa, si interfaccia con il mondo dalla sua, inestirpabile, soggettività. Ma quanto si scade nel patologico, allora il vetro della vita si frantuma, lo specchio riflette un’immagine sbiadita, irriconoscibile e “io canto” diventa “chi canterà per me?”.

      E seppure ho scritto tanto, sento di non aver detto niente di ciò che volevo dire. In ogni caso, un film bellissimo. Magnifico. Perfetto nella sua cornice narrativa e nella messa in scena. Ambiguo come solo certe grandi opere sanno essere. Un oceano gravido e affamato di emozioni :)

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    2. guarda, m'è saltato il tennis e ti leggo e rispondo subito

      come ti dissi al telefono ci tenevo tanto che te (te e un'altra persona) vedessi sto film perchè sapevo che avresti potuto scriverne cose bellissime

      e così è stato

      saltando i complimenti (che buffo dici che le recensioni migliori sono questa e quella di un altro film che riguarda proprio la persona di cui sopra, ma non è una coincidenza, ormai non ci credo più) li rimando al mittente, leggerti è sempre un'emozione e un arricchimento

      le tue riflessioni sull'identità, sull'Oceano, sullo specchio, sono bellissime

      quelle poi sulla poesia e sul canto da brividi

      sapevo che lo avresti adorato

      Ormai ci si può quasi iniziare a spostarsi, non vedo l'ora di incontrarci Robè, qui o a Napoli

      anzi, qui E a Napoli. Ti avevo promesso che forse giù sarei venuto in due, non sarà così

      e usando il tuo finale andremo davanti ad un mare gravido e affamato di emozioni ;)



      (va da sè che ormai io e te Vermut e Alverson su tutti)

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    3. Quando mi consigli un film, va subito in cima alla lista. E ogni volta scopro un film meraviglioso. Se avessi ancora la videoteca sarei tuo cliente fisso, e magari avrei l'onore di finire tra i "tipi da videoteca" anche io :)

      Per quanto riguarda le recensioni che ho citato, alcune tra le mie preferite, e a mio avviso tra le tue migliori, mi hanno tutte emozionato e colpito, ognuna a suo modo.

      L'identità, l'oceano, lo specchio: penso che ogni storia, ogni espressione umana, possa essere racchiusa in questi tre elementi, in quanto sintesi delle tre domande fondamentali dell'uomo. Chi sono? Dove vado? Chi mi tiene per mano?

      E sarà un grandissimo piacere incontrarti, Giuse. A Napoli E a Perugia. Appena potrò muovermi/potremo muoverci più liberamente, vorrei proprio venire dalle tue parti.

      (Vermut e Alverson, che cinema meraviglioso!)

      Un abbraccio, amico mio :)

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    4. no, guarda, ti assicuro che te non avresti avuto manco una caratteristica pe esse un "giocatore" (concetto che te spiegherò) e finì nei Tipi da Videoteca...

      a sto punto devi scrive un libro e chiamallo L'Identità, L'Oceano e lo Specchio ;)

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  5. Ehilà Giuseppe, intanto grazie per averlo segnalato e recensito, Magical Girl l'avevo amato tanto e pure questo mi è piaciuto molto :)
    Certo, come Magical Girl è tutt'altro che immediato, ma non è mai noioso né frustrante.
    E' curioso però. 'Sto Vermut sembra pensare, sviluppare le sue storie ispirandosi ai giochi geometrici... il puzzle in Magical Girl, coi suoi incastri del caso/destino: un puzzle che andava in frantumi man mano che veniva completato. Qui invece, l'origami (su cui hai già detto tutto tu)

    E' verissimo quando parli dell'incredibile sensibilità di questo regista, che ha anche un senso della misura impressionante e uno stile riconoscibile.
    A me, al di là di tutto quello che hai sviscerato in rece (a proposito, complimenti, io mica ho colto tutte le cose che hai colto tu, anzi), ha incuriosito il (mancato, carente) rapporto tra Violeta e sua figlia. Quest'ultima, nonostante la scenata da stronza per farsi dare i soldi per il telefono, vorrebbe che la madre - che ha palesemente soggezione di lei - ogni tanto le desse uno schiaffo, la responsabilizzasse, si imponesse con autorevolezza su di lei (altrimenti non cercherebbe gesti punitivi provocando gli altri né domanderebbe alla sua migliore amica di prenderla a ceffoni, credo), autorevolezza che Violeta sceglie di mettere in pratica, tragicamente, solo nell'ultima, drammatica scena in cui le vediamo insieme (vive).

    Oh, forse questi sono solo dettagli spiccioli, di poca importanza, ma in 'sto film è tutto così meravigliosamente ambiguo e complesso da mettere a fuoco, anche in luce del finale, che avevo piacere di metterli giù lo stesso :)

    Ho anche rinnovato Netflix dopo qualche mese che ero senza per vederlo, e già che ci sono ho iniziato anche Dark... ho visto qualche episodio ed è abbastanza pesante... bella eh, ma un sorriso non se lo fanno mai 'sti tedeschi?
    In 'sti giorni recupero pure Il Sabba

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    1. domani te rispondo

      (scrivo sto commento solo per ritrovarmi sto post in alto nel gestionale, con i commenti a la casa occupata altrimenti rischio che scompare e me scordo)

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    2. eccoci :)

      Tu non ce crederai ma nei miei appunti (te manderei una foto) avevo scritto puzzle=origami

      poi in rece so andato solo sui secondi senza scrive il parallelismo. Bravissimo ad avello fatto te

      ha talmente senso della misura che poi quando arrivano quei due finali tremendi e senza pietà (anche visiva) ti ammazzano ancora di più proprio perchè fino a quel momento hai vissuto dei film che, pur perturbanti, hanno sempre giocato col non mostrare

      anche qui hai coperto una mia mancanza

      mi sono accorto di aver scritto pochissimo di Marta (mi sembra si chiamava così la figlia), personaggio invece centrale, tragico e bellissimo

      Marta ha sicuramente vissuto un'infanzia che l'ha privata di qualcosa (forse del padre a vedere il film) e ha maturato una psicologia in cui fare male e farsi male è l'unico modo per sentirsi in qualche modo viva, per riconoscersi, per affermarsi

      è qualcosa che ho vissuto sulla mia pelle e che conosco bene

      è proprio l'ambiguità e la complessità il tratto -possiamo dirlo ormai- caratterizzante di Vermut. Cioè, è diventato con soli due film uno di quei registi che se me dicono ne èuscito un altro lo vedo subito, e io non vedo mai subito

      ahah, Dark vista la prima, bellissima, ma poi non le successive perchè avrei dovuto rivedè la prima ;)

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    3. Quello che dici a proposito del senso della misura è esattamente quello a cui pensavo quando l'ho scritto :)

      Il rapporto tra Marta e Violeta io l'ho vissuto molto intensamente, e infatti mi è un po' dispiaciuto che in rece l'hai trattato poco... ma questa risposta mi consola

      Che poi Vermut ha anche un'opera prima che non abbiamo visto, giusto?

      Su Dark me sa che finita la prima stagione potrei fermarmi pur'io, non perché non sia fatta benissimo ma se per 3 stagioni mantiene 'sta pesantezza... non credo mi entrerà mai nel cuore. Ma tutto è ancora possibile in 4 episodi

      Via, basta, ti lascio in pace :)

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    4. è molto strano infatti non abbia parlato di quel personaggio, ma prendo sempre qualche tangente, lo sai ;)

      ah, non sapevo dell'opera prima, ora me la faccio cercare

      no, ma te le hai già tutte pronte, quindi se non vai avanti è perchè, come dici, non ti prende tantissimo

      io invece la vidi subito la prima e quindi poi quando uscì la seconda, non ricordando tutti gli assurdi intrecci della prima, capii che dovevo rivedè quest'ultima (quest'ultima riferita alla prima...) e lasciai perde

      mi lasci in pace? ma magari sempre continuare dialoghi ;)

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due cose

1 puoi dire quello che vuoi, anche offendere

2 metti la spunta qui sotto su "inviami notifiche", almeno non stai a controllare ogni volta se ci sono state risposte

3 ciao