29.9.21

Recensione: "Drive my car"

 

Film lungo, lunghissimo, estenuante, parlatissimo, una fatica. Ma una di quelle fatiche che portano a qualcosa, una di quelle fatiche che non sono la conseguenza di ma il metodo per.
La storia di un regista teatrale imprigionato in una rettitudine morale e in una incapacità di reazione quasi patologica.
Un film probabilmente sul controllo, sulla necessità di avere controllo, sulla necessità di dover guidare la propria macchina perchè si è convinti che soltanto se la si guida da soli possa funzionare. Ma, come nella vita, non è vero, come nella vita a volte serve un autista esterno per farti capire che quella macchina, che quell'anima, può avere anche una guida diversa, e forse salvifica.
Ma Drive my car è anche una grande opera sulla commistione tra vita e teatro, sulla necessità di liberarsi dai ricordi, sulla verità o rappresentazione dei sentimenti, sulla dicotomia tra voce e silenzio e sulla paura di cambiare percorso.
Perchè a volte solo cambiandolo ci si può ritrovare

Primo film che vedo di Hamaguchi, uno di quei registi cult giapponesi che alla fine, vuoi uno vuoi l'atro, qualcuno ne manca sempre all'appello.
In realtà vedo che la sua filmografia è piuttosto esigua e recentissima, mi sento meno in colpa.
Non sapevo niente del film tranne che durava uno sproposito (3 ore) ed è parlatissimo (confermo).
Tolgo subito un dubbio a chi si(mi) chiederà: "Oddio, 3 ore, troppo, ma non è stancante?"
Sì, è stancante, e sì, è troppo.
Ma non solo si arriva alla fine senza morire sulla poltroncina, non solo paradossalmente nel finale arrivano anche più forze di prima ma, e questo vale nel cinema come nella vita, bisogna ricordare che ci son cose che costano fatica, che devono costare fatica, cose in cui la fatica non è la conseguenza del percorso ma una delle componenti principali dello stesso, se non c'è lei allora non vale, allora non serve.


E' un film colto, possiamo dire tranquillamente "troppo" colto, nel senso che è una di quelle opere per cui in base a quanto uno ne conosce bene i riferimenti (Murakami, Cechov) allora può prenderne di più o di meno, come se un film alla fine possa essere paragonato ad una scodella di riso dalla quale ognuno di noi, con cucchiai di grandezza diversa, può attingere in maniera diversa. 
Il cucchiaio che avevo io per Drive my car era un piccolo cucchiaio (Cechov per me è una lettura adolescenziale rimasta fuori dai ricordi) ma per fortuna non piccolissimo vista la mia buona frequentazione con Murakami.
E sì, in ogni frase di Drive my car, in ogni personaggio, in ogni conflitto, in ogni mistero sembra di leggere le pagine di Murakami. Son personaggi profondi e verbosi, sempre che un personaggio possa essere verboso non per quanto parla ma per quanto per costruirlo bisogna parlar di lui. Personaggi che hanno sempre qualcosa nel passato che li attanaglia, a volte cose piccole che Murakami fa diventar macigni, a volte macigni che non possono non esser tali.

Yusuke è un regista e attore teatrale. E' famoso nel suo ambiente, molto conosciuto, anche se non pare navigare nell'oro (questo è il teatro) e gira ancora da 15 anni con una Saab rossa che diventerà personaggio principale del film, come se le ruote fossero gambe, la carrozzeria pelle e gli interni l'anima.
E' sposato con la bellissima Oto, anche lei scrittrice, in particolare sceneggiatrice tv.
Lei crea le sue sceneggiature mentre fanno sesso (e quindi se è vero che "in vino veritas" qui possiamo dire "in sexu lumen"), poi le dimentica ma lui le ricorda per lei e lei le trascrive. 
Un giorno la scopre a far sesso in casa loro con un giovane attore televisivo.
Yusuke vede la scena, lei non se ne accorge (ma forse sì, lo vedremo), lui esce di casa, passa la notte in albergo e dal giorno dopo è amore come se non fosse successo niente.
Ci sembra impossibile, inconcepibile. Il film, nelle sue due ore e mezza successive, proverà a dirci che un senso forse c'è.

Ho parlato, nel cappello iniziale, di film sul controllo.
Non so se questa idea mi sarebbe mai venuta in mente se il titolo non fosse questo.
Perchè "drive my car", il titolo, alla fine, qualcosa deve pur voler dire.
E allora ho immaginato un'opera che racconta di un uomo che vuole assolutamente avere il controllo della sua vita e che, traslando la questione, deve assolutamente dover guidare la propria auto. La sua non reazione al tradimento sembra quasi uno stare alla guida in modo sicuro, un non voler accelerare o fermarsi per paura che il viaggio possa finire (cavolo quanto ricorda la bellissima "Ma che discorsi" di Daniele Silvestri, anche nella metafora automobilistica).
Lui ha bisogno di quella donna come della sua macchina, lui deve raccontarsi che tutto va bene, che la guida è perfetta, che quel percorso durerà all'infinito.


Ecco allora che quando lo costringono a prendere un'autista (grammar nazi tranquilli per l'apostrofo, è una donna) lui va in tilt. Per la prima volta dovrà uscire dalla sua comfort zone, non sarà lui a guidare ma dovrà per forza dipendere da qualcun altro. Non è un caso che la ragazza che guida ha la stessa età che avrebbe avuto la figlia di Yusuke se non fosse morta a soli 4 anni. E' come se quella figlia fosse tornata per aiutare il padre ad uscire da quel cul de sac, ad uscire da quella macchina, ad uscire da quella perfezione morale che si è costruito, ad uscire, soprattutto, dai ricordi.
Eh sì perchè gli innumerevoli viaggi dentro quella macchina in cui lui ascolta continuamente le cassette di lei con la "scusa" di ripassare la parte non son altro che questo suo attaccamento calmo ma disperato al ricordo di lei. L'avevam detto che quella macchina è una specie di anima, e si sa che nell'anima di un uomo c'è spesso una donna e si sa che la voce è una delle manifestazioni dell'anima più eclatanti.
Sì ma quella macchina più che un'anima sembra quasi un sarcofago, uno scafandro, un vestito che lo imprigiona e che solo apparentemente sembra proteggerlo mentre in realtà lo sta portando negli abissi.
Quanto questa metafora del controllo sia forte possiamo vederla anche in altri aspetti.
Ad esempio in quel provare la piece di Cechov soltanto leggendo e non interpretando, come se l'interpretazione fosse un qualcosa di troppo umano e autentico da impaurire Yusuke, Yusuke che, del resto, quello Zio Vanya non ce la fa più a recitarlo, perchè troppi sono i rimandi alla sua vita, troppe le emozioni, troppi i ricordi.
Ed ecco che anche vederlo recitare agli altri, specie a lui, a quel ragazzo con cui Oto lo tradì, diventa comunque un qualcosa che Yusuke non riesce a vedere anche se, paradossalmente, è frutto di una perversa vendetta, visto che era stato lui a dargli il ruolo.
Ma pensiamo anche alla scena di loro al bar, a Yutsuke che blocca il ragazzo dicendogli di "non perdere il controllo". Non vuole difenderlo, no, in realtà la vitalità di quel ragazzo, quel suo essere istintivo, quel suo essere "teatrale" lo infastidisce, lui uomo tutto d'un pezzo che crede che quel pezzo non possa mai andare in frantumi.
Il ragazzo è quella parte di sè che lui non riesce più a tirar fuori, chiuso com'è in delle convinzioni dalle quali non riesce ad uscir via, chiuso com'è in quell'abitacolo della macchina, una macchina vecchia come una vita, una macchina che ancora funziona come lui pensa stia ancora funzionando la sua esistenza.
Son quelle vite, son quelle automobili, che finchè non si fermano, finchè non avviene un incidente, tu non abbandonerai mai.
Drive my car è anche un film sulla potenza del racconto, come se solo in quello, appunto, nel racconto, si possano trasferire tutte quelle pulsioni che non si riesce ad avere in vita.
E così la sceneggiatura diventa un'incredibile crasi a tre tra la vita, il teatro e il racconto.
Ogni personaggio possiamo vederlo per come è nella diegesi e rintracciarlo poi nei personaggi di Cechov o nei racconti letterari che i protagonisti fanno.
Su tutte ci sarà una scena magistrale (la più bella?), quella quando il giovane attore e Yusuke si raccontano a vicenda la storia che la stessa donna, Oto, aveva confidato loro durante il sesso.
E' significativo che il ragazzo sappia molto di più di quella storia, come se il sesso con lei fosse stato più forte, più libero, più selvaggio. Non è un caso che avevamo visto lei e il giovane far sesso di altissimo livello seduti sul divano e poche scene dopo Yusuke usare la stessa posizione ma provocando sul viso di lei quasi uno stato di noia.
Anche qui la differenza tra il vitalismo senza implicazioni del giovane e la compostezza morale ed esistenziale di Yusuke marcano la differenza.
Ma, tornando alla scena, noi siamo dentro quell'abitacolo, completamente affascinati da questo flusso di parole.
E se la ragazzina del racconto potevamo identificarla con Oto allora abbiamo una rivelazione, la ragazzina voleva esser vista, la ragazzina quando l'intruso entra in casa brama di essere scoperta e, di conseguenza, fermata.
Ma la famiglia del ragazzino e il ragazzino stesso continuano la loro vita, come sempre, malgrado un cadavere in camera.
E allora la ragazzina deve urlarlo alle telecamere "Ho ucciso quell'uomo!"
Sembra tanto la confessione di una donna che sperava in tutti i modi che il marito la fermasse, la scoprisse, perchè quello che stava facendo era un qualcosa che lei percepiva sbagliato ma di cui non riusciva a farne a meno.
E Yusuke è come se fosse quella famiglia che, anche se vede, fa finta di niente e va avanti.
Ed è straordinario che questa storia la sappia la parte di Yusuke che Yusuke mai sarà, quella rappresentata dal giovane attore.
Madonna santa quanto ho scritto e quanto avrei ancora da scrivere. Ho già capito che niente dirà del teatro, tanto non sarei interessante.
E' impossibile non ricordare però la figura più bella dell'intero film, quello dell'attrice sordomuta.
Quasi tutte le scene più belle sono quelle dove lei ci "parla" attraverso i gesti. Il paradosso è che il teatro di Yusuke è un teatro rivoluzionario multilingue, dove recitano tanti attori di nazionalità diversa ognuno nella propria lingua.
Ma sarà proprio la lingua dei segni (una non lingua o, al contrario, l'apoteosi del concetto di lingua?) quella che conquisterà Yusuke,  quella che riuscirà a fargli superare il blocco del testo cechoviano. E' come se di quella mutezza lui non abbia la stessa paura che ha delle altre interpretazioni, come se il silenzio col quale arrivano le cose fosse il modo più morbido per tornare a quel testo e, di conseguenza, tornare a sè stesso, iniziare a togliersi dal bavero della giacca qualche mollica di ricordo che non se ne andava più via, in attesa di buttar via la stessa giacca.
Ah, mamma mia quel finale dove lei si cinge dietro a lui, in quello spettacolo teatrale che finalmente si fa, in quel finale che è struggente monologo muto sulla necessità di soffrire e ripartire, sulla necessità di vivere ben conoscendo i dolori.
Quando il pubblico inizia ad applaudire, quando diventa buio e quando il film d'improvviso si ferma ho provato un groppo e un senso di bellezza poi smorzato dall'inutile, quasi dannoso, finale reale, molto meno simbolico, molto più didascalico, quasi un contentino da "e dopo cosa successe?" di cui francamente non sentivamo il bisogno.
Ma questo è un film anche di omicidi, reali o morali.
Il giovane attore che uccide il paparazzo (non plus ultra del suo non-controllo), Yusuke che si sente in colpa per la morte della moglie (l'esser tornato tardi) la giovane autista per quello della madre (non averla cercata ed aiutata nel crollo della casa).
Alla fine mentre quello del giovane è un omicidio fisico, emblematico, crudo e senza sovrastrutture, gli altri due possono essere metaforici di due rapporti basati sul non-amore (mascherati d'amore) per cui quello che è successo è in qualche modo una conseguenza del volere dell'altro, del suo desiderio.
Però stringe il cuore sentire quella giovane che aveva imparato a guidare benissimo per far dormire la madre in macchina, che odiava la stessa madre per una sua personalità violenta ma l'adorava ed aveva bisogno di lei per un'altra di personalità, più bambinesca ed affettuosa.
Ed eccoli lì in quella neve, davanti alle macerie della casa materna di lei.
Ed eccoli lì nella neve davanti alle macerie della loro vita.
Ed eccoli lì nella neve abbracciarsi come si abbracciano due persone che hanno bisogno di farlo, due persone che quell'abbraccio l'avevano tenuto inesploso per non so quanto tempo.
Ed eccoli là nella neve chiudere un cerchio col passato, un uomo che sul suo di passato voleva restare ancorato e una ragazza, dell'età di sua figlia, che da quel passato era invece voluta scappar via.
Ed è buffo come a volte, per superare dei ricordi, non bisogna allontanarsene ma bisogna invece tornare da loro, a 1 cm da loro.
Li si guarda, si gettano dei fiori, si lascia una sigaretta nella neve ci si gira indietro.
Non se ne andranno mai, non se ne devono andare mai.
Ma possiamo vivere pensando che non sono accadimenti del presente, che non sono sarcofagi, che non sono abitacoli, che non sono zavorre,
Ma che sono quello che, alla fine, timidamente, loro in teoria vorrebbero soltanto essere.
Ricordi



2 commenti:

  1. "Oddio, 3 ore, troppo, ma non è stancante?"
    Devo dire la verità, no, almeno non come le ricordo. Ci sono stati dei momenti in cui mi chiedevo quando sarebbe finita? Sì. Ci sono stati alti e bassi nel ritmo? Sì. Avevo bisogno di tutte quelle tre ore quel giorno, nessun minuto escluso? Sì, certo che sì.
    Ha aiutato quel perdermi nel film anche il fatto non sapessi la durata entrando in sala, solo che era un film giapponese tratto (per una volta!) da un racconto che avevo già letto, da quella magnifica raccolta che è Uomini senza donne. E hai ragione, questo è Murakami puro, la verbosità, il sesso, le macchine fedeli come un vecchio cane che non ha perso il fiuto. E la storia raccontata dal giovane amante al maturo vedovo, quella con il cadavere scomparso, è come se gli sceneggiatori avessero voluto scrivere un racconto in stile Murakami e metterlo come tale in un film tratto a sua volta da Murakami.

    Piccolo aneddoto, essendo tratto da un testo breve, mi aspettavo una durata altrettanto contenuta. Così quando intorno ai 50 minuti di film sono partiti i titoli di testa, per un attimo ho pensato avessero fatto un mediometraggio e fosse già finito hahaha. Evidentemente hanno fatto tutto in proporzione ;)

    Detto ciò, non mi è dispiaciuta l'espansione della fonte letteraria, anche se certe cose forse sono un po' strane guardando solo il film: per dire, quella degenerazione della visione periferica che colpisce il protagonista è il motivo per cui è costretto a farsi assegnare un'autista. Su pellicola c'è tutta quella storia dell'attore che aveva ucciso qualcuno al volante, molto bella ma che rende la sottotrama dell'occhio un po' inutile. Strano poi, al giovane amante e l'attrice taiwanese non è stato assegnato nessuno, tanto che a un certo punto si vedono in macchina assieme e fanno pure un incidente :)
    a proposito, bellissima la loro doppia audizione, quando lui è molto intenso e bacia la ragazza, causando la reazione violenta di Yusuke, ancora con negli occhi la moglie che lo tradiva. Nell'audizione però domina la ragazza coreana muta, quando recita il dialogo sulla morfina senza una parola, talmente intenso che mi stavo commuovendo senza motivo, come Yusuke. Molto bravo anche il suo compagno, uomo davvero dolce e onesto.

    Ora che ci penso questo è un film di grandi coppie: i due attori, l'assistente di Yusuke e la ragazza muta, Yusuke e Oto, l'autista e sua madre (anzi, le sue due personalità), ma soprattutto Yusuke e l'autista. Nel racconto è molto più esplicito, loro sono come Sonja e quel Zio Vanja che lui non riesce più ad interpretare. C'è addirittura una frase, la più bella, in cui lei recita un pezzo (imparato a forza di audiocassette) e dice di sentirsi vicina a Sonja, "come vorrei essere bella!". Forse nel film l'hanno tagliata per essere ancora più sottili, chi sa :) lei poi, Toko Miura, è davvero bravissima, oltre che un'ottima cantante ;) il nome non mi suonava nuovo, e ho scoperto poi che ha cantato "Celebration" per l'ultimo film del mio amato Makoto Shinkai, Weathering with you 💙

    Per finire... il finale. Devo dire che ho apprezzato (leggo, diversamente da te) la scelta di avere un altro momento dopo la rappresentazione in teatro. Scena emozionante e tutto, però il taglio netto in nero con applausi in sottofondo si è visto in tremila finali al cinema, ormai è manieristico. Mi è piaciuto quel suo andare al supermercato in mascherina (un ritorno alla realtà presente, anche se in un finale felice?), vedere quel cane che le era piaciuto tanto alla cena. Non l'ho vissuto come contentino, anzi mi sono posto nuove domande. Lei guida ancora quella macchina rossa. È sua ora, un'eredità del suo "zio"? Yusuke forse non ne ha più bisogno, ha smesso con l'ansia del controllo? Vogliono forse lasciare il dubbio sulla natura della loro relazione attuale? Non importa. Come in un libro, "Dance dance dance", l'importante era continuare a ballare, qui è importante guidare, guidare la mia macchina.

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    1. leggo a rate e rispondo a rate

      1 confermo, alle volte era estenuante ma arrivato alla fine ho ringraziato di tutte e 3 le ore ;)

      2 ma pensa te, quel racconto della ragazza e la casa vuota non c'era in Murakami? grazie di avermelo fatto sapere. Sì sì, grandissimo inserimento, e sembra Murakami ;)

      3 Eh, io sapevo delle 3 ore quindi quando ho visto i titoli dopo mezz'ora ho fatto solo una mezza risata ;)

      4 perfettamente d'accordo... Se vedi in recensione non ho nemmeno parlato dell'occhio quando, ad un certo punto del film, avevo pensato fosse addirittura la metafora principale. Ma no, lui lo costringono ad avere l'autista per altri motivi, e questo è assurdo, rende inutile l'altra cosa... Possiamo quasi definirlo un errore grave

      5 Le scene dell'attrice muta sono straordinarie, per me le più belle del film... E sì, molto emozionanti

      6 Che belle cose che mi fai sapere! adoro le differenze tra libri e film ;) E' evidente che i paralleli con Zio Vanja siano importantissimi ma nel film non è facile coglierli. Dopo vedo qualcosa de sta cantante :)

      7 Confermo che non avrei voluto quel sottofinale... Però, vero, lascia mille domande (e infatti al cinema avevamo tutti un'idea diversa).

      Per me che lei guidi quella macchina e ci sia il cane (e che faccia spesa) è simbolo di "famiglia". Spesa, la macchina di lui, un cane, per me sono una famiglia ora :)

      ma è possibile anche altro ;)

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