27.9.22

Recensione: "Fallen Angels" - Passeggiate, il cinema della poesia - 22 - di Roberto Flauto

 

Ed eccoci dopo ben 5 mesi (!! ma è solo colpa mia) al nuovo appuntamento con il mio amico Roberto e la rubrica esterna più longeva del blog, Passeggiate.
Roberto, col suo solito stile (inimitabile) ci racconta uno dei capolavori di quel grandissimo regista che è Wong Kar-wai.
Il film è Fallen Angels (io purtroppo non l'ho visto).
Vi lascio prima alla sua presentazione e poi alla recensione vera e propria.
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Una storia di angeli caduti dall’altezza delle stelle, e precipitati nel cuore degli uomini.
Un film sulla solitudine affollata di anime perdute nel mondo del proprio cuore.
Sulla fragilità dell’essere vivi, sulla precarietà esistenziale.
Due storie si alternano, si sfiorano, danzano all’infinito.
È la nostra storia, umani che non siamo altro.
Angeli caduti, immersi nella ricerca dell’antidoto all’entropia dei sentimenti.




Ma chi, se gridassi, mi udrebbe, delle schiere
degli Angeli? e se anche un Angelo a un tratto
mi stringesse al suo cuore: la sua essenza più forte
mi farebbe morire. Perché il bello non è
che il tremendo al suo inizio, noi lo possiamo reggere ancora,
lo ammiriamo anche tanto, perch’esso calmo, sdegna
distruggerci. Degli Angeli ciascuno è tremendo.
(Rainer Maria Rilke)


Dietro un vetro bagnato dalla pioggia, osservo il mondo.  Il tempo fluisce secondo criteri che non mi appartengono. Mi ubriaco di sogni andati a male, derive iperboliche di abbracci immaginati. Di mesi e cosmesi. Di mari in piena notte e frammenti che danzano. La pioggia è lo sguardo che indossano i miei occhi. Non sono un angelo. Sono soltanto tremendo. Attraverso il vetro ed entro nella pioggia.

Fallen Angels. Un piccolo, infinito, fugace, eterno racconto della precarietà umana. Della fragilità che ci portiamo dentro, e addosso, e adesso. Una storia di cuori che battono disperati perché vogliono battere per davvero. Palpiti possibili solo quando c’è un altro cuore che canta insieme al tuo. E non importa se tu sei un assassino su commissione che non ha voglia di organizzare i dettagli dei suoi omicidi, una donna che cerca disperatamente un ex fidanzato che forse non è mai esistito, un ragazzo che non parla e che ogni notte si inventa una vita diversa, una ragazza con il neo sul viso che non vuole essere dimenticata. Non importa. Il buio è già qui. Gli angeli sono caduti.

Tra malinconia elegiaca e ricerca metafisica, Fallen Angels pone al centro della sua narrazione la ricerca dell’antidoto alla solitudine. Lo fa attraverso un racconto bilaterale, due storie parallele, che però si toccano, in qualche modo, in qualche punto, anche se non è importante. Perché ciò che importa è sapere cosa c’è nella spazzatura. Quali indizi riusciamo a trovare affinché possiamo costruire la strada che conduce al cuore del nostro angelo.

Angeli caduti, perduti, sfiniti, infranti. Non ci sono custodi. Dio ha lasciato il cancello aperto, sono tutti andati via. Perché ogni angelo è tremendo e porta con sé una tempesta che travolge ogni cosa. La stessa tempesta che ho nel cuore, che da un po’ di tempo a questa parte urla più forte.
Dov’è il mio angelo?
Dove sei?
Dove siamo?
Dove sì, amo?
Apro gli occhi e tutto è blu.

C’è il ragazzo muto che di notte occupa esistenze altrui. C’è suo padre, che si porta dentro una solitudine da cui non si può guarire. La morte della persona amata lacera ogni cosa. Le sue sono le sequenze più toccanti. Anche lui morirà. Il montaggio è perfetto, restituisce appieno i movimenti dell’abisso che urla dal profondo del cuore. Il ragazzo senza parole ha però ogni alfabeto, perché malgrado il peso schiacciante della solitudine, si trova nella più inattesa delle tempeste. La tempesta è una ragazza che parla al telefono e poi piange sulla sua spalla.

C’è il ragazzo che fa il killer su commissione, e la sua misteriosa socia, una ragazza tanto bella quanto sfuggente e tormentata. Si cercano senza trovarsi, si trovano senza riconoscersi, si riconoscono senza vedersi. Cuori su cui grava il peso insostenibile dell’essere sé stessi. Perché ognuno dei personaggi non è altro che la somma delle proprie fragilità. Le donne di Fallen Angels sono di una malinconia struggente. Tentano con disperata leggerezza di restare a galla, e non affondare nell’oceano affamato dell’esistenza. Che mangia tutto, che ingloba tutto, che vomita tutto. Allora lei cambia il colore di capelli, così non sarà dimenticata. Allora lei frugherà tra i rifiuti, in cerca di un indizio. Si toccherà da sola, di notte, a letto, dolcissima e disperata, andrà al bar e danzerà per dimenticare il vuoto.

C’è il dolore di queste ragazze, e di questi ragazzi, piccoli granelli sperduti nell’universo interstellare della propria solitudine affollata di occhi che scrutano nell’oscurità.



Degli angeli ciascuno è tremendo.



Primi piani che stordiscono. Movimenti di macchina che ondeggiano e danzano, sulle note di un cuore che vibra nelle profondità di un sorriso accennato, che sboccia all’improvviso e cambia la storia dell’universo.

La luce in Fallen Angels è parte integrante della narrazione, protagonista vera e propria. Contorna i dialoghi, colora il buio, estingue la cecità. Sprazzi di luce in cornici di buio, e viceversa. Macchie di colore sulla tela del reale. Al bar la fotografia è da noir, da romanzo hard boiled. Di notte assume sfumature da commedia e dramma esistenziale, che non sono altro che le due declinazioni della vita. Solo che non sappiamo distinguerle. Questa è la nostra condanna. Questa è la nostra salvezza. Ma ora c’è così buio, qui. Angelo mio, ti prego, fai brillare la notte.

Il fatto è che, come diceva Luciano De Crescenzo, siamo angeli con un’ala soltanto: possiamo volare solo stando abbracciati. La solitudine metafisica di Fallen Angels è tutta qui. Siamo soli, ma non siamo stelle. Voglio volare, ma giro in tondo. Abbracciami, angelo mio, volami via.

Ci sono la disperazione e l’abbandono, la tentazione di arrendersi e la necessità di proseguire, la speranza e l’illusione. Ci sono cuori che si cercano e mani che frugano tra i rifiuti. Ci sono uomini che portano avanti monologhi esistenziali che non hanno la forza di diventare dialogo. Ci sono donne che ingoiano pezzi di mondo sempre più taglienti. Ci sono questi ragazzi e queste ragazze che hanno l’anima in fiamme. Ci sono angeli che passano inosservati, come è necessario che sia, come è terribile che sia. La tempesta infuria come non ha mai fatto prima.



Ogni angelo è tremendo.
Ogni sogno è medicina.
Ogni bacio è temporale.
Ogni notte è nostra.



The road wasn’t that long,
And I knew i’d be getting off soon.
But at that moment
I felt such warmth.



Lei lo abbraccia da dietro.
Lui guida la moto.
Il viaggio sarà breve.
Il viaggio sarà eterno.
Non possono saperlo.
Forse questa è la felicità.






Non avere paura,
amore mio,
la tristezza
non è ancora
infinita...




4 commenti:

  1. Nicola!

    Roberto ti aveva mandato una lunga risposta ma non gliel'ha presa, è arrivata solo a me nell'editor

    solo ora mi sono accorto che qui non è apparsa
    è un problema che capita solo a lui e non capisco perchè

    aveva risposto subito, ahah

    te la incollo!

    "Le tue riflessioni, mio caro Nicola, sono sempre preziose. Arricchiscono ed esplodono le mie scintille. Grazie davvero. Hai fatto sorgere in me una serie di pensieri, alcuni dei quali assolutamente lontani dal cinema, che tenterò di riassumere. Parto dalla fine. Fallen Angels e Melancholia, luce e oscurità, riflessi e ombre: sono più complementari che analoghi, più metafora che similitudine. La luce di Fallen Angels colora la notte, l’oscurità di Melancholia invade il giorno, entrambe però illuminano la strada che conduce verso casa. Con destinazioni e percorsi diversi. (Tra l’altro, l’ “oscurità“, la stessa che Montale ha invocato per tutta la sua vita, è uno dei luoghi in cui il poetico rivela il suo potenziale, una delle sua modalità manifestanti più forti, ed è uno strumento da maneggiare con estrema cautela, perché il rischio di cadere e scadere nell’impalpabile è altissimo). “L’emozione precede sempre il pensiero razionale”, dici riferito al mio approccio. E’ una cosa molto vera. Precede e accompagna, perché, almeno credo, ho imparato, o sto imparando, a utilizzare l’emozione come attrezzo per scolpire il pensiero (e viceversa), disciplinando quello che Gottschall chiama l’istinto di narrare. Ammesso che abbia davvero capito qualcosa. Ma le tue parole danno senso alle mie, ne ampliano la portata, almeno per me, e mi fanno riscoprire, mostrandomela da un’altra luce (e un’altra oscurità), la strada che ho percorso: diventa una “passeggiata” sulle scale di Escher. Insomma, è davvero bello incrociarsi negli interstizi dei significati e dei signifi-canti e quindi melodia. Hai parlato opportunamente del rapporto tra l’immagine e il parlato in Fallen Angels, il secondo sembra subordinato alla prima, ed è sostanzialmente così. Il rischio è quello di mortificare la narrazione per un vezzo estetico, ma qui invece, a mio avviso, il racconto ne esce rafforzato, come spesso accade nel cinema di Wong Kar-wai (vedi per esempio Happy Togheter). E questo in qualche modo si collega anche al possibile rischio che tu richiami brevemente: la staticità dei personaggi. Dici bene: opere del genere possono apparire statiche. Naturalmente, a prescindere dai gusti e dalle inclinazioni di ognuno. Ma qui l’operazione riesce: l’apparente staticità trova dinamicità nell’alternarsi di momenti che sembrano slegati ma che invece sono parte della stessa storia: la ricerca degli uomini di una "cura" alla precarietà esistenziale. E tutti i personaggi sono in realtà frammenti di uno stesso mosaico, tasselli che da soli sono scintille incapaci di diventare fuoco, ma che insieme diventano incendio che brucia il mondo e lo rende vivo. Vorrei dire ancora tante cose ma mi fermo qui. Grazie Nicola, un abbraccio :)"

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  2. inserisco di nuovo il commento che si è cancellato e al quale qui è sopra è pubblicata la risposta di roberto. diciamo che leggendo dal basso verso l'alto la discussione rimane coerente!

    ***

    Dopo aver letto le tue Passeggiate su The father e Irreversibile (gli unici che ho visto dei film nella tua rubrica) non posso non imbattermi in Angeli perduti, intenzionato a leggerti dopo averlo visto. E appena trovato l’ho fatto. Il film è di grande impatto emozionale essendo innanzitutto arte dell’immagine; lo è al punto che la maggior parte del parlato è fuori campo: mi pare che l’estetica visiva non dovesse subire la contaminazione prosaica del dialogo (salvo dove indispensabile). Spesso opere del genere tendono ad apparirmi statiche non trovando (nella mia ottica) l’evoluzione dei personaggi pur nella loro profondità. Il film mi è rimasto in altrettante visioni incastonate nella memoria di una bellezza violenta e persistente. Ho quindi “percorso” la tua passeggiata. E hai spiazzato – ancora una volta – il mio approccio (in parte innato, in parte dovuto alla mia formazione) che si cimenta a decodificare i significanti per comprendere i contenuti della narrazione nelle diverse stratificazioni. Il tuo approccio invece mi pare l’inverso ed è ciò che lo rende unico (almeno per me); perché l’emozione precede sempre il pensiero razionale, anzi se ne appropria dal livello della poesia visiva a un altro livello di poesia, quello della parola e quindi dell’immagine interna. E’ una chimica delle parole che le lega al film generando una nuova composizione e l’inatteso dono di una nuova appropriazione. Frequento raramente la poesia (tranne poche e importanti eccezioni), ma cerco il poetico perché è sempre e comunque necessario; è un discorso di sensibilità linguistica e quindi di proprietà di pensiero. Per questo in un’operazione come la tua ho trovato qualcosa di speciale. Mi è sembrato a suo modo sorprendente accostare due momenti di scrittura che alludono a significanti abbastanza analoghi ma con tutta la differenza linguistica che rilevo, proprio inerenti alla mia Melancholia e al tuo Follen Angel; non so quanto sia calzante fino in fondo, ma non ho potuto fare a meno di rilevarlo a mera didascalia di ciò che intendo:
    “La luce è parte integrante della narrazione, protagonista vera e propria. Contorna i dialoghi, colora il buio, estingue la cecità. Sprazzi di luce in cornici di buio e viceversa”.
    [Follen angel, R.F.]
    “[…] oscurità la cui purezza è casomai sfondo ideale al riverbero delle nostre vite […] Può annullarci o essere l’unico fondale su cui scoprirsi finalmente visibili.
    [Melancholia, N.C.]
    Un Saluto, Nicola C

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  3. E' tutto surreale, ahah, un post dove alcuni commenti sono scomparsi, poi ricomparsi, poi scomparsi quelli che ci sono sempre stati

    peccato, il vostro scambio era molto bello ed è stato rovinato nei tempi e nei disagi da blogger

    ma, in qualche modo, è riuscito lo stesso (sempre che non si ricancelli)

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  4. Ciao Roberto,
    Dopo tanta poesia che dire, bisognerebbe lasciar spazio al silenzio della riflessione.

    Visto su Mubi in sequenza, prima Hong Kong Express e poi questo, senza sapere che erano legati. Ho scoperto dopo leggendo quà e là che dovevano esser un unico film ma questa storia è cresciuta e aveva bisogno dei suoi spazi.
    Tanti elementi, dettagli adoro i dettagli, saltano da un film all'altro e come un alfabeto compongo un linguaggio, che anche se concitato, piano piano prende forma. Il tutto è più della somma delle singole parti.
    È un viaggio ipnotico tra molteplici solitudini, l'incomunicabilità di chi pensa tanto e non può parlare ma anche di chi parla troppo.
    France Basil


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