17.1.23

Recensione: "Close" - Cinema 2023 - 2 -

 

Leo e Remi sono due migliori amici.
Migliori amici è dir poco, sono come fratelli.
O, forse, anche qualcosa di più.
Eppure il mondo guarda un pochino con sospetto due tredicenni così vicini, così "close", due tredicenni che non hanno paura di abbracciarsi, guardarsi dormire o appoggiare l'uno la testa nel braccio dell'altro.
Leo si impaurirà di questo e, anche se di pochi cm, si staccherà da Remi.
Ma quei pochi cm, in un animo puro e, forse, innamorato, sono come migliaia di km.
Un film bellissimo, con dentro tutte persone sane, belle, virtuose.
Eppure un film che fa male e che porta a profonde riflessioni.
So che la mia interpretazione può non essere accolta da tutti, ma così è come ho vissuto io il film

PRESENTI SPOILER MOLTO GRANDI


"Close" vuol dire, tra le altre cose, "vicino".
Credo non ci potrebbe essere titolo più bello da scegliere per un film che basa tutto quello che vediamo sulla distanza dei corpi.
Leo e Remi sono due amici tredicenni che non hanno paura di abbracciarsi, che non hanno paura - a scuola - di ascoltare la lezione uno con la testa sul braccio dell'altro, che si stendono sui prati uno sopra l'altro, che dormono insieme.
Close, vicinissimi, una cosa sola praticamente.
E il film cambierà quando questa (non) distanza diverrà distanza, non una grande distanza, è vero, ma quando sei abituato al tuo corpo sopra quello di un altro anche due metri ti sembrano infiniti, e lui lontanissimo.
A conferma della bellezza e della pertinenza del titolo anche dopo, quando Leo e Remi saranno distanti e quando addirittura uno dei due non ci sarà più, anche dopo, dicevo, le scene più belle saranno quelle di abbracci, penso a quella straordinaria col fratello o a quella finale con la madre di lui, terribile e meravigliosa insieme.
Questo è un film in cui i corpi che si toccano sono tutto, sono la cosa più bella, sono la cosa più delicata, sono la cosa più "ambigua", sono il motivo per cui vivere e quello per cui morire.
Dico già da adesso che io ho una mia lettura "forte" del film (forte nel senso di molto convinta da parte mia, ma probabilmente non convincente) che potrebbe essere molto diversa da quella di altri (ad esempio la mia compagna di visione in un aspetto la pensava all'opposto).
Ma ci arriveremo.


Leo e Remi, lo dicevamo, sono "super amici", roba che la loro intera vita è in totale simbiosi.
Giocano sempre insieme, stanno sempre insieme, dormono quasi sempre insieme.
Un'amicizia stupenda, da brividi.
Nel notevole incipit li vediamo giocare "alla guerra", nascosti, nel buio, per poi partire in una straordinaria corsa di luce nei campi in cui lavora la famiglia di Leo.
La scena successiva, dopo appena 6-7 minuti di film, sembra banale ma ci sarà uno di quei piccoli dettagli che poi mi porterà ad una interpretazione che, da lì in poi, mai mi abbandonerà.
I due bambini sono a letto.
Leo guarda Remi dormire.
Ho sempre pensato che "guardare dormire" sia uno dei (pochi? tanti?) segni tangibili dell'amore.
Dopo pochi minuti, come una carezza, mi è arrivata la certezza che tra quei due bambini ci fosse qualcosa di più di una splendida amicizia.
Qualcosa di ancora non definibile (non lo capiamo a 40 anni l'amore, vuoi capirlo a 13?) ma qualcosa che fa pulsare il cuore, che ci fa vedere l'altro con occhi con cui guardi solo lui.
Arriviamo alla scena che fa svoltare il film e le vite dei due bambini.
Alcune compagne, a mio modo di vedere con molta dolcezza e con una curiosità "obbligatoria" a quell'età (bisogna essere ipocriti per dire che se a 13 anni vedessimo due nostri compagni accarezzarsi e stare sempre abbracciati NON penseremmo che tra loro c'è qualcosa), dicevo, due compagne chiedono ai due se siano fidanzati.
I due lì per lì ci rimangono storditi (ma secondo me nella loro reazione e negli occhi di Remi si vede davvero tanto...) e gli rispondono di no, che sono solo migliori amici, come del resto lo sono loro due (le ragazze che gliel'hanno chiesto).
Le due ragazze accettano di buon grado, tutti si fanno una risata e la cosa finisce lì.
Io l'ho trovata una scena bellissima, delicata, per niente "violenta" o sbagliata.
Ma, delicata o no, quella domanda manda in crisi Leo.
E qui nasce il doppio bivio di interpretazioni.
Lo manda in crisi perchè, sì, loro sono davvero soltanto migliori amici ma adesso verranno visti in maniera diversa?
O lo manda in crisi perchè lui sente veramente qualcosa di grande verso Remi (contraccambiato), qualcosa di superiore all'amicizia e, dopo questa domanda, si rende conto quanto la cosa potrebbe rovinarlo?

Ecco, per me la seconda.
Per me Close racconta di due bambini che stanno scoprendo sentimenti bellissimi, puri, superiori all'amicizia, e che per colpa di un piccolissimo intervento esterno (la domanda innocente delle compagne) non riescono più a vivere quel rapporto.
O meglio, Leo non riesce più a viverlo.
E' risaputo che spessissimo chi si scopre omosessuale molto presto non "accetta" di esserlo.
Non lo accetta soprattutto per colpa di un mondo "sbagliato" che per primo ti fa sentire diverso.
Leo sente qualcosa per Remi ma è un qualcosa che deve reprimere, che deve camuffare, che deve allontanare da sè per la paura di non essere più accettato, per la paura di quello che lo può aspettare se vivrà quel rapporto al massimo.
E allora comincia a fare hockey, e allora comincia a lavorare nei campi di famiglia (prima mai), e allora, soprattutto, comincia ad allontanarsi da Remi.
Poco, pochissimo, mezzo metro, un metro al massimo, ma la differenza - come dicevamo - tra due corpi che si toccano e due corpi che non si toccano più è la differenza più grande che possa esistere, un metro o 1000 km cambia poco.
E' la differenza, nel caso di Remy, tra vivere e morire.
Ecco, anche questa scelta devastante che farà Remy io la leggo solo in un contesto che va oltre l'amicizia.
Non ci si uccide per amicizia, specie a 13 anni.
Ci si uccide per amore.
Sempre, in casi come questo, ci si uccide o si uccide per amore, in tutte le sue declinazioni possibili, dalle più belle alle più tossiche.


Intendiamoci, l'altra lettura (ringrazio Marta per avermela detta) è impossibile da non considerare.
E, se ci pensate, tutte le azioni che farà Leo (l'hockey, i campi, il distacco da Remi) sono azioni "perfette" in ognuna delle due interpretazioni.
Dobbiamo mostrarsi uomini, virili, dobbiamo farci vedere con altri occhi.
Dobbiamo, dobbiamo, dobbiamo.
Per colpa di un mondo che sta sì migliorando ma che ancora in questo campo fa fatica a vedere come normalissimi alcuni rapporti.
Secondo me, però, oltre a come si toccavano, oltre a come si guardavano, oltre alla decisione di morire per l'altro, oltre a tante altre cose, c'è una frase emblematica, secca, "perfetta", che ci fa capire tutto.
Quando la madre di Remi chiede a Leo perchè suo figlio ha fatto quello che ha fatto lui risponde:

"Perchè l'ho rifiutato"

E' l'unica frase che si dicono sull'argomento, messa in sceneggiatura perchè, da sola, ti fa leggere tutto il film.
Non si rifiuta un'amicizia, un'amicizia al massimo si rompe, ci si allontana.
Si rifiuta qualcosa di più, qualcosa che qualcuno vuole e l'altro non può dare.
Anche nel caso, come qui, in cui lo voleva invece dare.
Ma non lo può dare perchè a 13 anni bisogna avere il coraggio di 10 uomini adulti per sfidare un mondo che non ti accetterà.

In Close ho trovato almeno altri tre aspetti eccezionali.
Il primo è che questo è un film unico, perchè ha al suo interno tutte persone "sane", belle, virtuose.
Le due coppie di genitori sono magnifiche, l'insegnante lo stesso, l'ambiente della scuola bellissimo (innumerevoli le scene di giochi e risa, senza mai niente di sbagliato, senza mai cattiverie, senza mai pesantezze), il fratello di Leo commovente (il loro rapporto dura il tempo di 3 pennellate, ma sono 3 pennellate che raccontano e valgono l'Universo intero), non ricordo un solo personaggio negativo, ambiguo, non virtuoso.
Eppure è un film che fa male, eppure pur avendo dentro esseri umani eccezionali comunque il dolore e la tragedia arrivano, e in maniera molto forte.
Per Remi quei piccolissimi ma gargantueschi cambiamenti di Leo sono un macigno che non riesce e togliersi dal cuore.
La sceneggiatura è magnifica nel raccontarci queste piccole ma decisive differenze.
Il lettino messo a fianco del letto, lui che si scosta di mezzo metro nel prato, la scena dell'incipit (quella della guerra nella grotta) leggermente modificata.
Leo c'è, c'è ancora, non si stacca mai completamente da Remi.
Ma non riesce ad essere quello di prima, adesso ha paura di ogni gesto fraintendibile, adesso ha paura degli altri e di sè, di quello che prova.
E, per tornare ai tre aspetti magnifici del film, adesso cambiano anche gli sguardi.
Prima era un continuo guardarsi, anche mentre l'altro dorme, adesso è invece un fingere di guardare altrove per poi, di sott'occhio, provare a cercarsi.
Ma il gioco di sguardi del film non è solo quello dei due bambini, c'è spessissimo (anche grazie agli occhi di Leo, impressionanti, vera "presenza" costante del film).
Ad esempio in quella che per me è una delle scene più belle - la cena delle due famiglie - ho trovato davvero emozionantissimo quel continuo e quasi impercettibile guardare il marito da parte di lei, la madre di Remi. Quel marito che ad un certo punto crolla e lei, mantenendo la conversazione con gli altri, cerca sempre con lo sguardo, uno sguardo d'amore, di empatia e allo stesso tempo di protezione, facendo finta di fare altro.
Ecco, la scrittura degli sguardi in Close è magistrale.
Ma è magistrale anche l'ultimo aspetto di cui voglio parlare, quello più particolare e quello che, forse, ha tenuto freddo qualche spettatore.
Il comportamento di Leo.


Una volta perso il suo migliore amico Leo entra in una specie di bolla in cui sembra non provare emozioni. Continua la sua vita, si mostra apparentemente sempre sereno, a volte pare che quello che è successo non gli abbia spostato nulla.
Eppure, e il film lo racconta da Dio, siamo davanti ad un ragazzo che sta accumulando il dolore, il vuoto e la disperazione dentro di sè, forse anche grazie a quel processo, già iniziato prima della scomparsa di Remi, in cui doveva mostrarsi "diverso da sè".
Leo non piange mai, a volte pare anche poco empatico, ma è solo un 13enne che sta vivendo dei momenti devastanti, prima il distacco dal migliore amico (e che bello prendere per metafora di quel distacco la stupenda scena delle bici che prendono strade diverse), poi la morte dello stesso.
La sua reazione di sopravvivenza è perfettamente comprensibile.
Eppure prima o poi si arriva al collasso e il collasso è prima quel pianto che finalmente esce fuori (con la "scusa" del braccio rotto, anche qui grande scrittura, un dolore reale e fisico di cui non interessa nulla che ti permette di far uscire il dolore più grande, quello dell'anima), poi con l'incontro, che tutti aspettavamo, con la madre di Remi.
Che ci porta a 10 minuti "perfetti", intensi, drammatici, duri ma anche umanamente i più belli.
E quell'abbraccio nel bosco, mamma mia...
(abbraccio che richiama anche quello con la madre, nudo, anche questo preceduto dalla rabbia. Ma che sia un film di abbracci e di corpi che devono stringersi per sopravvivere l'abbiamo detto no?)
Come mi capita spesso ho parlato di un film dimenticandomi completamente di quasi tutti gli aspetti che un film lo compongono, la regia, gli attori, la trama, la fotografia.
Ma ci sono opere in cui il significato e quello che trasmettono mi travolgono, facendomi perdere di vista tutto il resto.
E con Close è stato così.
Voglio però ricordare, almeno visivamente, la scena notturna del trattore nel campo di fiori, forse una delle cose più belle del film.
E quel campo di fiori (l'amicizia/amore dei due ragazzini) che adesso invece è distrutta, solo terra che serve a prendere il concime.
Ecco, quella terra con quei pochi petali rimasti mi è sembrata l'immagine più bella e simbolica del film.
Insieme a quella corsa finale, identica a quella dell'incipit, ma stavolta solitaria.
E Leo poi che si ferma e si guarda intorno sembra quasi cercare noi con lo sguardo.
Ma quello che cerca è invece qualcosa che non c'è più, è qualcuno che non c'è più.
E non per colpa sua, semmai per una involontaria causa sua.
Se qualcuno ha colpa è il mondo dove viviamo, non Leo.
Ormai non potrà più correre insieme.
O, se potrà farlo, sarà solo alla fine della recensione di un blog.




8 commenti:

  1. Close è uno dei film più difficili da raccontare, impossibile capire se uno non lo guarda.
    e se lo guardi non puoi non restare coinvolto, in questa piccola grande storia

    https://markx7.blogspot.com/2023/01/close-lukas-dhont.html

    guardavo ieri un corto di Lukas Dhont, del 2012
    https://www.youtube.com/watch?v=pRKlZfCAAtI&ab_channel=COREYDNYC

    e come capita subito dopo è partito un altro corto, svedese, da youtube, mi sono accorto che i due protagonisti avevano qualche somiglianza con Leo e Remi, l'ho guardato, non male

    https://www.youtube.com/watch?v=Rvd95PWVPsY

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    1. Dal tuo miniracconto forse percepisco una velata accusa alle compagne. Del resto molti l'hanno vista così. Io no, a me sembra una domanda innocente che qualsiasi 13enne al mondo pensa e fa. E due minuti dopo la cosa finisce lì. Non per Leo, ovviamente. Ma io ho trovato l'ambiente della scuola molto bello, ovviamente con tutti i difetti che avere 13 anni può portare, ma per niente negativo

      spero di vedere i corti!

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    2. quelle compagne dicono a voce alta quello che sentono, e forse pensano, che l'amicizia fra ragazzini è strana, a differenza dell'amicizia fra ragazzine.
      anche a me quella sembra una bella scuola, con bravi insegnanti

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    3. Assolutamente.
      Ma ho visto qualcuno che le demonizza, ho letto anche di "bullismo"

      non scherziamo, quella domanda l'avrebbero fatta tutti, anzi, è stata posta con dolcezza e comprensione

      certo il danno causato da quella domanda è inimmaginabile ma non si può ragionare a posteriori

      Ognuno di noi dice cose che magari possono ferire e "cambiare" chi ha davanti

      l'importante è l'empatia e la dolcezza, o meglio, evitare la cattiveria

      poi che alcune cose che diciamo possano far male è inevitabile

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  2. A quando lista migliori black comedy? Grazie

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    1. Al 2041, quando, facendo una proiezione, ne avrò viste almeno 10

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  3. Non dimentichiamoci che questo film è una rivelazione perché parla della (nuova? Uguale a quella sempre esistita?) adolescenza.
    Se non fossero stati preadolescenti a mezzo passo dall’adolescenza il film non sarebbe stato il capolavoro che è.
    E la differenza tra la pre-adolescenza e l’adolescenza la fa proprio quella domanda lì, quella che le sue gentili e sensibili compagne di classe gli fanno durante il pranzo.
    L’infanzia sarebbe sopravvissuta a quella domanda, con le cicatrici -certo-.
    L’adolescenza no, non ci sopravvive.

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    1. Come ho sempre scritto l'adolescenza è l'età crisalide tra ciò che eravamo e ciò che diventeremo (stiamo diventando)

      quindi sì, una domanda del genere colpisce proprio quel processo, quello che stiamo diventando

      non siamo più bambini, stiamo costruendo il nostro mondo adulto

      e una frase del genere, anche detta con tutta la leggerezza e la dolcezza possibile, colpisce quel processo e può mandarlo completamente in cortocircuito

      grazie per il bellissimo commento anonima Marta :)

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