23.11.23

Buio in Sala Crime, 4 documentari di True Crime da vedere su Netflix - "Amanda Knox" - "Kai, l'autostoppista con l'accetta" - "Il caso Isabella Nardoni" - "Missing : Il caso Lucie Blackman"

 

In un paio di giorni (due settimane fa...) ho visto 4 documentari di True Crime su Netflix.
Parlo di "docufilm" (anche se bisognerebbe specificare bene cosa sia un docufilm), non di miniserie, miniserie che vorrei cominciare a vedere tra un pò di tempo.
Come faccio con i film "normali" avrei voluto prendere qualche appunto durante la visione e recensirli nel miglior modo possibile.
Poi, però, mi sono accorto che questi documentari sono realizzati un pò tutti alla stessa maniera (ovvero benissimo, farli meglio di così è difficile) e che provare un'analisi "cinematografica" fosse quasi inutile, o che comunque ne bastava una per tutti.
Quindi faccio questo post semplicemente per segnalarvi questi bei doc e, in qualche modo, presentarveli.
Quattro storie affascinanti e interessantissime.
Una conosciuta da tutti, quella di Meredith (io poi sono di Perugia...), quella assurda di un giovane autostoppista che armato di accetta salva una donna da un'aggressione (e in 3 mesi passerà da eroe nazionale a ricercato per un altro omicidio), quella terribile di una bimba lanciata da un palazzo in Brasile (storia da noi sconosciuta, laggiù - invece - è forse una delle più famose di sempre) e quella di una giovane ragazza inglese scomparsa a Tokyo.
Alla fine i bei documentari di true crime questo devono avere, ovvero una storia "bella", particolare, non banale, tragica ma affascinante, ed essere raccontati come ogni grande documentario dovrebbe essere raccontato, con più materiali d'archivio reali possibili.
Questi 4, chi più chi meno, hanno tutto questo

OVVIAMENTE PRESENTI SPOILER



E' il 2007 (tra l'altro l'anno più assurdo della mia vita) e qui a Perugia viene uccisa barbaramente una ragazza inglese di 22 anni, Meredith Kercher.
Fu uno shock qui in città, città da sempre conosciuta per i giovani e per le Università, soprattutto quella per gli stranieri, una delle prime 3 in Italia.
Mai avremmo pensato però che questo caso, per tutti i suoi sviluppi, sarebbe diventato una delle vicende di true crime più importanti, controverse e famose della storia italiana.
Quando mi sono approcciato ad "Amanda Knox" avevo paura che fosse un documentario "in sua difesa" o addirittura realizzato dalle persone intorno ad essa. 
Ricordavo un libro, ricordavo interviste, ero sicuro che si fossero autoprodotti anche un documentario ad hoc.
Fortunatamente no, "Amanda Knox" su Netflix è una ricostruzione molto bella, oggettiva, intellettualmente super partes (anche se diventa, giocoforza, leggermente di parte avendo interviste solo di Amanda e Raffaele e non di Rudy, cosa assolutamente normale visto che i primi due sono liberi e il terzo no), davvero interessante anche per chi, come me, su questa vicenda ha visto tutto e di più.
Questo grazie a quello che dovrebbe essere il segreto di tutti i migliori documentari crime (che siano film di un'ora e mezzo, miniserie tv o anche video di 20 minuti sul tubo), ovvero recuperare il maggior numero di materiale d'archivio possibile.
E' davvero difficile infatti realizzare documentari crime di alto livello con solo ricostruzioni di fiction (anche se abbiamo delle eccezioni, come l'incredibile "L'impostore") mentre, quasi sempre, se vediamo immagini reali, volti reali e reali vicende difficilmente avremo qualcosa di non qualitativo o che non ti tiene incollato.
"Amanda Knox" ha veramente dentro un sacco di materiale, specialmente i video dei carabinieri e dei RIS dentro l'appartamento di via Pergola (ogni volta che passo in quella via impossibile non guardare a destra la villetta), che sono riportati in maniera quasi completa, cosa rarissima (molto forti).
Inutile dire che la "star" (o antistar) del Doc è Amanda, ragazza da sempre magnetica, ambigua, sfuggente.
E molto furba.
Il fatto che il documentario la intervisti per tutto il tempo e ripercorra tutta la sua vita pre e post Meredith per quanto mi riguarda non rende questo lavoro agiografico o assolutorio visto che non viene tralasciato nulla delle indagini, dei processi, dell'accusa e dei dubbi giganteschi che la coppia Sollecito - Knox ha sempre sollevato (alcuni loro comportamenti gridavano - e gridano - colpevolezza, da sempre).
Tantissimi scorci della mia meravigliosa Perugia, ricostruzioni degli avvocati di ambo le parti, immagini e interviste della famiglia di Meredith, un largo spazio ad un famoso giornalista inglese (abbastanza insopportabile e narciso), video dei sopralluoghi, il vergognoso arresto di Lumumba, spiegazioni delle prove con grafiche accattivanti e tanto altro.
Forse uno spazio troppo esiguo per la questione della "messinscena" sul luogo del delitto e soprattutto su Guede, ma questa scelta combacia perfettamente con quello che è successo realmente, ovvero come la vicenda di Rudy sia sempre stata messa in secondo piano rispetto a tutte quelle della Knox, Knox che, per estetica, comportamenti e ambiguità è sempre stata colei che ha attirato tutte le attenzioni.
Una ragazza che qui non amiamo (siamo colpevolisti, lo ammetto), che sin dal primo giorno si comportava in un modo in cui un innocente non si sarebbe mai comportato e che, soprattutto, aveva un suo DNA nel manico del coltello probabilmente usato per l'omicidio (trovato a casa di Sollecito).
Una che dopo nemmeno una settimana che si erano conosciuti parlava di quella con Sollecito come una grande storia d'amore (forse solo perchè le serviva qualcuno per difendersi, giovane e sperduta com'era) ma che a 20 anni appena compiuti aveva invece già avuto una vita che disinibita è dir poco.
A sentirla nel doc sembra una donna adesso molto matura, molto forte, molto sicura della sua innocenza.
Io mi auguro, e le auguro, che sia veramente come dice e, se è così, che possa essere felice.
E, lo ammetto, la telefonata che fa in italiano presumibilmente a Sollecito dopo la scoperta dell'assoluzione (altro documento questo inedito in questo documentario) mi ha inaspettatamente emozionato, forse una delle prime volte in cui ho percepito Amanda come sincera.
Momento cult (un pò divertentissimo e un pò cringe) quello in cui il "nostro" avvocato Biscotti, in risposta agli statunitensi che l'attaccavano, dice: "Qui nel 1308 abbiamo aperto la prima facoltà di Giurisprudenza d'Europa. In America nello stesso tempo forse disegnavano bisonti nelle caverne"
In definitiva per alcuni aspetti un documentario abbastanza definitivo (ripeto, solo per alcuni aspetti, come quello della perfetta cronologia degli eventi) e che ha il merito di darci una quantità di materiale originale eccezionale.
Resterà sempre di noi l'immagine di una ragazza che gira per Perugia, i suoi capelli neri, quel suo voltarsi, quel meraviglioso viso che aveva Meredith.


Ecco, questa probabilmente dei 4 è la vicenda più assurda, stramba e originale.
Seppur, ovviamente, tragica anch'essa.
C'è un incidente per strada e l'uomo che l'ha provocato scende alla macchina impazzito.
Dice di essere Gesù, vuole uccidere tutti i neri e altre farneticazioni simili.
Mentre sta per strozzare una donna di colore arriva un ragazzo giovanissimo (che, incredibilmente, aveva proprio fatto autostop con quell'uomo) che, a colpi di ACCETTA libera la donna e mette fuori gioco l'uomo (senza ucciderlo però).
Arriva un giornalista del luogo che intervista il ragazzo, un'intervista che passerà alla storia degli Usa.
Il giovane racconta con naturalezza quello che è successo, manda messaggi di pace e amore al mondo, e mima le accettate che ha dato all'uomo.
Quel gesto e quegli "smash! smash! smash!" diventeranno virali, meme su meme, parodie, di tutto.
Tutti vogliono trovare Kai, l'autostoppista eroe con l'accetta, tutta l'America lo vuole, tutte le ragazze lo cercano.

Kai è un senzatetto, ha un passato tremendo e, dentro di sè, delle parti super oscure.
E presto passerà da eroe USA a ricercato, ma per altri motivi.
Documentario davvero straordinario per l'assurdità delle cose che accadono, per l'incredibile magnetismo e carisma di Kai, per la curiosità che mette allo spettatore sapere come la storia andrà avanti.
Viene raccontato un mondo senza scrupoli, pieno di avvoltoi che cercano di sfruttare la popolarità di Kai senza minimamente rendersi conto delle condizioni psicologiche del ragazzo (che sembra vivere in un mondo tutto suo, a tratti dolcissimo, a tratti che mette i brividi per come può scattare all'improvviso).
Un reality tutto su di lui (dai produttori di quello delle Kardashian), interviste nei più noti talk show, su Kai si avventano tutti, vista l'incredibile storia che rappresenta (l'essere homeless, il mandare messaggi d'amore mentre quasi uccide uomini, il non essere rintracciabile).
Poi, però, succede un gravissimo fatto di sangue e, ben presto, si scopre che l'assassino è proprio Kai.
Un omicidio brutale, violentissimo, che forse ha matrici ben solide (Kai è stato davvero stuprato da quell'uomo?) o forse no.
Ed ecco che il ragazzo eroe adesso diventa un mostro, ed ecco che tutte le sue stranezze che prima venivano viste con simpatia adesso sono lette come inquietanti.
Per un'ora e 20 avremo quasi soltanto filmati originali, scopriremo una storia famosissima negli USA ma quasi sconosciuta da noi, ci divertiremo, resteremo affascinati da Kai e schifati dai media, ci commuoveremo per il passato del ragazzo e, al tempo stesso, avremo in qualche modo sempre "paura" di lui.
Davvero notevole




Senza dubbio il documentario che fa più male.
Voglio dire, quando una vicenda racconta di una bambina di 5 anni buttata dal sesto piano di un palazzo ci sono davvero poche cose che possono colpire di più.
La vicenda di Isabella Nardoni è, ovviamente, famosissima in Brasile (forse ho detto "ovviamente" in modo troppo scontato visto che da noi un paio di storie identiche sono passate quasi del tutto inosservate), così famosa che questo documentario, più che la vicenda in sè, racconta tutto quello che è successo intorno.
Un popolo intero che si solleva, che va per strada, che manifesta, o le interviste televisive dei protagonisti (quelle per scagionarsi dei due assassini ma anche quelle, un pò da primadonna, del magistrato), o la lotta di "classe" che è scaturita (il padre dell'accusato è molto ricco e ha sempre fatto vivere suo figlio sotto la sua protezione), sono moltissimi gli aspetti che hanno fatto diventare il caso della povera Isabella un qualcosa di gigantesco, "nazionale" e terribilmente mediatico.
Direi che in Italia questo caso possiamo paragonarlo per alcuni aspetti a quello della Franzoni, e non solo per il circo che ne è venuto fuori, non solo perchè è morto un bambino, ma anche perchè siamo davanti ad uno di quei casi che, anche senza prove schiaccianti, qualsiasi persona di buon senso si troverà a dire "non può NON essere stata lei" (o loro, in questo caso).
Come i famosi 8 minuti a casa della Franzoni (chi mai in un tempo così breve avrebbe dovuto entrare in una casa, uccidere un bambino senza alcun motivo, e poi andar via?) anche qua gli assassini li abbiamo già, per pura logica.
Un padre che torna a casa con la nuova compagna, con la figlia - Isabella - del precedente matrimonio e i due nuovi figli acquisiti, lo stesso padre che senza alcun motivo dice di essere salito in casa con la sola Isabella per metterla a letto e poi tornare in garage (sei piani sotto) a prendere gli altri, una bambina che cade dal sesto piano (anzi, viene gettata visto che c'è una rete di protezione che è stata tagliata) proprio mentre, in due minuti, il padre sta tornando in garage.
Insomma, come nel caso della Franzoni, l'unico scenario alternativo possibile è quello di un pazzo che in 5 minuti entra in un appartamento, uccide una bambina strozzandolo e buttandolo dalla finestra e poi esce.
Capite da soli che, anche nella stringatezza di questo breve riassunto, si capisce quanto questo sia uno di quei casi che  - se è vero che per la legge deve essere dimostrato - per la logica solo in un modo può essere andata.
Umanamente ci sono momenti molto forti, specie tutti quelli che riguardano Isabella e la giovanissima madre (lasciata sola dal presunto assassino dopo appena un anno) o i ricordi delle cugine e dei nonni.
Questa ragazza-madre così buona, così ancora legata al vecchio compagno, così contenta che Isabella "vivesse" anche l'altra famiglia.
E poi, piano piano, una verità (l'unica possibile) che viene fuori.
Ed è una verità sempre più terribile, con la scoperta che Isabella, prima di esser stata gettata, fu strozzata (anzi, probabilmente è stata gettata per quel motivo, per coprire quell'omicidio).
E se è vero che nelle ricostruzioni dell'accusa ci sono parti per niente convincenti ed "errori", se è vero che questo probabilmente è stato un processo quasi inutile, visto che un intero paese ormai gridava odio ai presunti assassini, è anche vero che lo spettatore non può NON provare disgusto ed odio ogni volta che vede quel volto da pesce lesso del padre e quello - fintamente commosso - della nuova compagna.
Forse come struttura questo documentario non riesce ad andare in climax, anzi, la seconda parte pare abbastanza prevedibile e scontata, e anche leggermente ripetitiva.
Ma la vicenda raccontata è incredibile ed incredibili i comportamenti di alcuni dei protagonisti.
Proverete commozione, dolore, rabbia, curiosità, disgusto.
Un padre inumano e una matrigna, almeno lei, che ha sicuramente come parzialissima scusante una forte depressione, dei disturbi mentali, un buco senza fondo in testa (ragazza bellissima ma senza alcuna amicizia, una casa tenuta in modo disastroso, l'assoluta solitudine).
Quello che è strano, e il documentario lo ricorda, è che siamo davanti un rarissimo caso di due condannati che, negli anni, hanno continuato a professarsi innocenti (e questo è normale) senza però (questo rarissimo) accusarsi mai l'uno con l'altra.
Non si sa sia dovuto al fatto che siano veramente innocenti (direi impossibile, ma si sa mai), se per una specie di patto d'amore fatto o perchè qualcuno dei due è riuscito completamente a manipolare l'altro.
Intanto Ana Carolina (la madre di Isabella) è riuscita a rifarsi una vita, avere altri figli, appoggiare una coltre di felicità sull'apertura di quel pozzo di dolore senza fondo. 



Una giovane ragazza inglese pazza del Giappone.
Il sogno realizzato di trasferircisi per lavorare, conoscere meglio quella cultura e fare un'esperienza di vita.
Poi, d'un tratto, quella ragazza scompare.
In una delle città più popolose e "dense" di tutto il pianeta.
Il padre arriva in Giappone e, in modo commovente, lotta con tutte le sue forze per ritrovarla.
Una storia tristissima e torbida che, purtroppo, ha la fine che tutti si erano ormai aspettati.
Ecco, forse questo tra i 4 documentari è quello più "investigativo", nel senso quello che racconta di più le varie indagini per trovare un colpevole.
Questo è senz'altro un suo punto di forza perchè, a differenza degli altri 3 documentari, non sappiamo già chi è l'assassino (o il presunto assassino).
A tutto questo unite il sempre affascinante mondo giapponese ed il gioco è fatto.
Suo punto di forza (come nel caso della Nardoni) è quello umano, è l'empatia che lo spettatore instaura sia con Lucie (immaginarsi che fine potrebbe aver fatto una ventenne sperduta in un altro stato, in una città così gigantesca e alienante, è davvero forte) sia col suo meraviglioso padre che, non solo con commozione e dolore, ma anche con rabbia, forza, dedizione e coraggio farà di tutto per "smuovere" tutta Tokyo per ritrovare Lucie.
Il documentario - mi ripeto - è realizzato benissimo, con una grandissima quantità di interviste sia d'archivio, al momento dei fatti, che di adesso, a bocce ferme.
E' molto interessante l'unione di questi due mondi, anche investigativi, tra gli inglesi e i giapponesi.
Come è interessante il contrasto tra luoghi squallidi e altri ricchissimi, in un documentario in cui c'è sempre la sensazione che il marcio sia dietro uomini con montagne di soldi.
E, come in un film, c'è la voglia (e la speranza) di scoprire come è andata a finire, di trovare l'assassino (perchè la speranza che Lucie sia viva è veramente nulla. In ogni caso ne approfitto per consigliare di guardare documentari di vicende che non si conoscono senza andarsi prima ad informare, li vivrete in tutt'altra maniera. Solo poi, dopo, è bello informarsi).
Alla fine possiamo dire che questo documentario ha le stimmate di un thriller.
Poi, attraverso un paio di finezze investigative, arriveremo a scoprire tutto e si aprirà a noi un mondo orribile di una persona orribile, un serial killer, un violentatore, un perverso, uno proprio di quegli uomini che incarnano completamente il Male assoluto.
La parte più emozionante, però, sarà quella finale, molto tragica, vero, ma umanamente la più bella.
Il ritrovamento di Lucie in quella sporca e squallida caverna vicino al mare, il dolore del padre, la straordinaria empatia dei giapponesi che non solo costruiranno - in quell'impervio spazio - un altare per la ragazza, ma andranno anche a trovare la famiglia in Inghilterra.
Davvero bello.

17.11.23

Recensione: "C'è ancora domani" - Scritti da voi - di Angela Sid



C'è un film di cui stanno parlando tutti tutti tutti, quello della Cortellesi.
Come già feci con Barbie - che feci recensire ad una 16enne perchè mi dispiaceva un sacco non avere "una voce" (in quel caso molto positiva) qui nel blog, dato che a me non interessava - anche stavolta ho affidato la recensione a qualcun altro.
Lei è Angela, amica che mi aiuta da due anni sulla pagina Instagram e qui al debutto nelle "recensioni".
In realtà, a differenza di Barbie, sono sicuro che un giorno questo film lo vedrò anche io.
Intanto vi lascio alla recensione di Angela, recensione che - come mio costume coi film non visti - non ho letto ma, conoscendo lei, sono sicuro sarà interessante e ben scritta.


Di questo film sta parlando (giustamente) chiunque, in Italia e all’estero. C’è chi lo ha definito un capolavoro, chi lo ha denigrato aspramente, chi lo ha trovato banale e didascalico e chi l’ha definito il “Barbie” italiano.
E allora perché leggere l’ennesima recensione del film del momento?
Perché non è una recensione.
Perché non parlerò dei numeri, degli incassi, delle sale piene, degli applausi o degli occhi lucidi a fine proiezione.
“C’è ancora domani” non è un film perfetto. Non è il film migliore che ho visto, non è il più bello, né il più commovente, non è il più doloroso né il più poetico. Però è il film che mi ha fatto trovare il coraggio di pubblicare per la prima volta una mia “recensione”. E se proprio dobbiamo trovare un merito a questo film (non è necessario che ogni film ne abbia uno) sicuramente questo film ha il merito o, per lo meno lo scopo, di infondere coraggio.
“C’è ancora domani” serve a ricordarci da dove (e soprattutto da chi) veniamo e dove possiamo arrivare.


È un dramma ed una commedia insieme, con un bianco e nero che porta direttamente indietro nel tempo, al dopoguerra in cui è ambientato, ma con una colonna sonora che sta lì apposta per dirti che si, è storia, è il passato di (tutte) le famiglie, ma non è così passato e non è così lontano.
La sinossi è semplice e, se vogliamo, anche scontata: famiglia alla soglia della povertà che, nella periferia romana del secondo dopoguerra, cerca di sopravvive e mandare avanti la baracca tra un marito ex tombarolo e violento, due figli maschi agitati, una figlia, Marcella, a cui è stata negata la possibilità di studiare per la sopradetta condizione economica, il nonno (padre di lui) fascista e più mascalzone del figlio e Delia, la mamma-moglie-sarta-infermiera-cuoca-aggiustaombrelli-idraulica-tuttofare protagonista della storia. Gli abusi che Delia subisce non sono solo le botte che prende in casa dal marito, narrate magistralmente e trasformate delicatamente in passi di danza che sembrano parte di una coreografia provata così tante volte da poter essere eseguita ormai a memoria, senza alcun errore, e con la musica al posto del rumore dei colpi, che forse fa più male che averle effettivamente sentite, quelle botte che fanno tremare le mura di casa. Le vessazioni che Delia (e tutte le donne di questo film) subisce vanno dalla privazione della libertà, della parola, alla differenza salariale.
Per questo è un film che a molti (maschile plurale sovraesteso non a caso) è sembrato banale, scontato, non necessario o evitabile. Perché parla, per l’ennesima volta, del femminismo più diretto e immediato che si possa immagine. Impossibile non empatizzare con quelle donne, di qualunque estrazione sociale, che si sentono dire per tutta la vita, prima dai padri, poi dai mariti: “Zitta tu”, anzi “A bocca chiusa”.
È un dramma e una commedia insieme perché si ride, si piange, ci si commuove, si empatizza, si prendono le distanze e ci si arrabbia.
Le scene più autentiche e riuscite sono quelle di effettivo supporto e spensieratezza tra Delia e la sua amica Marisa, che sembra l’unica a non accettare le violenze che l’amica subisce ma a guardarla con tenerezza, non colpevolizzandola, prestandole sempre complicità; quelle più delicate quelle tra Delia e Nino, l’amico meccanico, primo fidanzatino, il primo amore mai consumato, la riflessione su qualcosa che poteva esserci e non c’è stato e che potrebbe essere ma non sarà mai.
C’è poi la complicità con le altre donne che sanno tutto ma non fanno (o non possono fare) nulla; c’è la speranza del riscatto sociale di tutta la famiglia conquistato attraverso il matrimonio della figlia con il figlio del “ripulito” proprietario di un bar; c’è il soldato americano che nella più assoluta incomunicabilità cerca di aiutarla (ed effettivamente ci riesce). Non ci sono grandi rivolte o manifestazioni urlate. C’è la vicina di casa che presta la tovaglia buona per il pranzo del riscatto e c’è il gesto, che mille volte abbiamo visto fare, dello spolverare il servizio di piatti e bicchieri, quello “buono”, la sera prima del pranzo per “fare bella figura”. C’è lo scorrere della quotidianità e la totale fiducia nel futuro, nella storia, nel cambiamento che arriverà.


Ma la cosa che, in assoluto, mi ha colpita e ferita di più, più delle botte, più delle umiliazioni, più di tutto quello che Delia sceglie di sacrificare, più del non vederla mai sedersi a tavola, più del vederla fare le scale a piedi con il cesto del bucato perché non era concesso loro di prendere l’ascensore insieme ai “signori”, più dello scegliere quella famiglia rispetto alla prospettiva di un’altra vita (prospettiva a cui lei non pensa neanche per un attimo) sono le parole della figlia nei suoi confronti. Più di tutto, in questo film, è estremamente dolorosa la mancanza di complicità, di empatia, di comprensione e, al contrario, la rabbia da parte di una figlia che vede (e subisce) le orinarie dinamiche dolorose e pensa che la colpa di tutto sia della madre, che lascia che accadano. La giudica, non rendendosi conto che il futuro che stava scegliendo era tale e quale alla scelta passata, e tanto criticata, della madre. Pensa che sua madre possa scegliere, non lo ha fatto e continua a non farlo, pensa che lei sia inutile perché permette al marito padre-padrone di comportarsi come fa, senza tentare nessuna reazione. E invece Delia reagisce, in silenzio, di nascosto, nel modo migliore in cui può farlo, per lei e per il futuro dei suoi due figli maschi e soprattutto di quella figlia femmina che, solo alla fine, riesce a sostenere e, in qualche modo, proteggere sua madre. Reagisce con quella totale fiducia nei confronti del futuro che ci fa quasi impallidire e sentire i morsi dei sensi di colpa per un futuro (oggi presente) che non è come quello che Delia e tutte le altre donne speravano.
Non è un film che svela, o rivela, chissà quale grande segreto o verità. Questa storia, quei passi di danza, quelle coreografie le conosciamo tutte e tutti, direttamente o indirettamente. Però è un film che, almeno a me, ha ricordato perché a bocca chiusa io non ci sono mai stata.

Andando al cast: Paola Cortellesi, all’esordio come regista e come attrice protagonista, credibile e perfetta; Romana Maggiora Vergano (la figlia Marcella) bravissima, intensissima e bellissima; Emanuela Fanelli (Marisa, la migliore amica di Delia) quota spensieratezza e simpatia, conquista subito con quel rapporto che, tra le due, sembra autentico; Valerio Mastandrea (Ivano, marito padre-padrone) riesce così bene in questo ruolo che credo lo detesterò per sempre; Francesco Centorame (Giulio, fidanzato promesso di Marcella) è semplicemente perfetto con quel sorriso che incanta il cuore e quelle mani che vorresti staccargliele; Vinicio Marchioni (Nino, il meccanico) timido ed ineccepibile nell’interpretazione di chi poteva essere felice e forse, finalmente, trova il coraggio per esserlo davvero; Giorgio Colangeli (Ottorino, il nonno dispotico) magistrale e credibilissimo.
Sulla colonna sonora, invece non mi dilungherò perché rischio di piangere al solo ricordo. Da “Aprite le finestre” di Fiorella Bini a “A bocca chiusa” di Daniele Silvestri, passando per “La sera dei miracoli” di Lucio Dalla e “B.O.B. – Bombs Over Baghdad” degli Outkast, ogni suono sembra messo al posto giusto.


“C’è ancora domani” è un film che parla di azioni quotidiane, di dinamiche nascoste e di altre note, di rivolte silenziose, attuate a bocca chiusa, di cose che sono successe e che continuano a succedere, di libertà negate e di quelle conquistate, di passato e di futuro. È storia ed è presente.
Didascalico probabilmente, immediato sicuramente, questo film ha fatto incazzare (quasi) solo i maschi bianchi etero cis basici. E allora forse di questo film, e di film come Barbie, e di tutti gli altri film in cui il femminismo è latente o è manifesto, è nascosto o è urlato, di film che fanno discutere di patriarcato, di disparità salariale, di diritto di voto e di parola, ce n’è ancora bisogno.

2.11.23

Recensione: "Anatomia di una caduta" - Al Cinema 2023

  

"Anatomia di una caduta" è un film magnifico che, per quanto mi riguarda, ha come unico difetto l'eccessiva durata (dovuta ad una parte centrale, quella del processo, assolutamente troppo prolissa).
Un bambino cieco trova suo padre morto, nella neve.
L'uomo sembra essere caduto o essersi gettato dalla soffitta, ma in casa era presente anche la madre, che risulta quindi indagata.
Ne nasce così un grandissimo film che analizzando quella "caduta" analizza invece un intero rapporto di coppia, con tutte le sue crepe, i suoi problemi, i suoi segreti.
Dialoghi magnifici per un giallo sull'impossibilità di raggiungere una verità e su come per ogni cosa ci può essere sempre un punto di vista diverso per giudicarla.
Sandra e Samuel siamo tutti noi, sono tutte le nostre storie d'amore difficili, tormentate, a volte pure "mortali".
E' impossibile descrivere l'anatomia di un amore o di una vita.
Perchè l'anatomia è scienza, e tutte le nostre vite e le nostre emozioni, scienza, non potranno mai esserlo.

"Devi prendere una decisione"

dice la tutrice di Daniel al bambino.
Non riguarda tanto quello che pensi, non riguarda tanto quelli che provi, ma riguarda quello che decidi sia meglio per te.
Forse, in mezzo agli innumerevoli e superbi dialoghi del film, questo potrebbe restare nascosto o dimenticato.
Eppure credo sia importantissimo, probabilmente il più importante e indicativo per dare una soluzione al giallo e alle vicende.
Daniel depone per l'ultima volta, in piedi, nel sui mondo oscuro di ombre e dolori.
Sembra aver finito di parlare eppure vuole aggiungere un'ultima cosa, che sembra una piccola postilla quando, invece, è semplicemente il "nuovo" frutto nato di quel "devi prendere una decisione" del giorno prima.
Daniel ha deciso.
Ha deciso che anche se il suo cuore magari dice altro, anche se il suo senso logico magari dice altro, anche se le sue sensazioni sono altre, lui non vuole perdere anche sua madre, l'unica cosa che gli è rimasta (oltre al suo splendido e commovente cane).
Parte il racconto, probabilmente inventato, di quel viaggio in macchina col padre verso il veterinario.
Sono 5 minuti straordinari, emotivamente giganteschi, incastonati in un'ultima mezz'ora che, emotivamente gigantesca, lo è quasi sempre.
Cinque minuti sulla necessità di prepararsi alla morte di chi ami, sull'ineluttabilità della stessa morte, sul concetto per cui ogni vita è vissuta con diversa intensità e, quindi, quel "super cane" che ha dato la sua esistenza per Daniel, proteggendolo da tutto e dovendo spendere energie gigantesche per farlo, magari era destinato ad andarsene prima del previsto, troppo stanco.
Un pò quello che successe con John Coffey ne "Il Miglio Verde".
"Sono stanco capo", disse quell'uomo che, seppur ancora giovane, aveva usato tutte le sue energie per salvare ogni volta la "malattia" degli altri.
Come del resto - da qui l'analogia pensata da Daniel-  Samuel, il padre, era un uomo che aveva dato tutto, aveva amato, sofferto, lottato fino a quel momento, e magari si sentiva stanco, arrivato al culmine, svuotato.
Pronto ad andarsene.
E' straordinario come ad un certo punto le parole dette in tribunale da Daniel diventino, nel ricordo, una specie di "doppiaggio" del padre, il viso e labiale di lui, le parole del figlio.
A darmi ancora più la sensazione che quel ricordo non sia reale, ma sia stato costruito dallo stesso Daniel.
Una scena di impressionante bellezza.
E, se ci pensate, esattamente "contraria" all'altra scena madre di questo magnifico film, quella dell'ascolto in tribunale del file audio della litigata.
Ecco, ad un certo punto - brividi - il flash back del litigio "apparso" a noi spettatori con l'audio scompare, per lasciarci solo i rumori di una lite spaventosa, di una vera lotta a calci e pugni.
Lotta che quindi noi spettatori non vedremo, come del resto non poteva vederla nessuno dei presenti in quel tribunale, a ricordare che noi dobbiamo essere come tutti i personaggi del film, non avere alcun elemento in più per conoscere la verità.
O interpretarla.
Ecco che quindi una scena reale e drammatica successa veramente ci viene preclusa allo sguardo proprio nel momento in cui sarebbe stato più importante vederla, mentre la scena del ricordo di Daniel, probabilmente non reale, ci viene mostrata (anche se con l'artificio della voce del figlio nel labiale del padre, pensateci, non può essere un caso).
Il vero nascosto e il falso manifesto.
Un pochino, se volete, questo potrebbe apparire il mantra dell'intero film, una magistrale architettura che nei suoi mattoni inserisce verità e bugie come fossero una calce perfetta.
Però poi, a ben pensarci, questo film di bugie al suo interno potrebbe averne pochissime, se non nessuna.
Sembra più che altro un film sull'interpretazione della verità, sulle suggestioni, sulle ricostruzioni, sull'analisi delle cose.
Con quella "caduta" del titolo che diventa invece sineddoche di intere vite, probabilmente non solo quelle dei protagonisti, ma anche delle nostre.
Anatomia in realtà è termine scientifico, incontestabile, quando ne viene descritta una quella è.
E attraverso disegni, computer grafica, modellini in tre dimensioni e ricostruzioni in cui vengono fatti cadere manichini dalla finestra, si prova veramente a dare un'anatomia a quella caduta.
Eppure ci sono 2,3,4 anatomie diverse di quella caduta.
Un ossimoro, l'anatomia una è e deve essere.
Ed è qui che questo magnifico titolo esplode, ovvero in questo tentativo inutile e impossibile di dare anatomia a cose che un'anatomia non ce l'hanno.
Questa caduta che non si riesce a ricostruire, così tanto complessa che due tesi completamente antitetiche sembrano entrambe assolutamente incontestabili, non è altro che la metafora di tutto quello che avviene nel film, ovvero il cercare di dare una "scientificità" ai rapporti umani, alle emozioni, ai comportamenti.
In tribunale si analizza la caduta ma poi, con uno zoom all'indietro a schiaffo che finisce in un campo larghissimo, si analizza l'intera vita di Sandra e Samuel cercando delle prove "scientifiche" per corroborare la stessa scientificità dell'analisi della caduta.
Eppure, ed è questo il messaggio più grande del film, non potrai mai dare forma all'informe, non potrai mai dare scientificità al non scientifico, non potrai mai pretendere di trovare certezze, verità monolitiche e punti di vista sicuri in quella cosa così incredibilmente schizofrenica, complessa, indecifrabile, bipolare, ipocrita - e per questo vera - che è l'esistenza umana.

Andiamo alla registrazione.
Appare il flash back.
Ogni frase di lui ci sembra giusta, perfetta, inoppugnabile,
Ogni frase di lei, dal suo punto di vista, lo stesso.
Eppure stanno dicendo cose una completamente opposta l'uno all'altra, per ogni aspetto analizzato viene esposto il suo contraltare.
Analizzando questo straordinario dialogo sembra di vedere i due periti forensi che danno le due versioni della caduta.
Entrambe sembrano reali, vere, condivisibili.
Sia nel caso della litigata che nell'analisi della caduta possiamo anche propendere più per l'una che per l'altra delle due posizioni (per esempio io ero più dalla parte di lui in quel dialogo, cosa molto strana per me che di solito sono sempre dalla parte di "lei") ma ci rendiamo benissimo conto che, alla fine, tutti hanno ragione, nessuno ha ragione, semplicemente ogni aspetto della vita ha punti di vista differenti e, addirittura, anche quando una verità sembra inoppugnabile (per restare in tribunale  diremmo "la prova") anche quella può essere analizzata, capita, per poi magari mostrarsi in altra maniera.
In questo senso la gigantesca figura di Daniel, il figlio (in un paio di scene mi ha devastato) diventa emblematica.
E' cieco per un terribile incidente, incidente successo "per colpa" del padre (virgolette d'obbligo, nessuno ha realmente colpa).
Incidente che diventa importantissimo nella sceneggiatura non solo in maniera "reale", ovvero perchè quel figlio così per sempre menomato diventerà un tormento incredibile per il padre, devastato dal senso di colpa e probabilmente da quel momento entrato in una spirale senza via d'uscita (molto interessante come in questo senso l'incidente abbia creato una specie di domino di disgrazie, tipo i costi delle cure troppo alti, la successiva mancanza di soldi, il dovere tornare a lavorare del padre invece di scrivere, tutta una serie di conseguenze reali che diventano anche simboliche, come se quel senso di colpa lo mangiasse così tanto da togliergli ogni bene e libertà), dicevo non importante solo per questo motivo ma anche per il suo valore metaforico.
Daniel non vede, è cieco.
Mentre noi analizziamo plastici, filmati, ricostruzioni, mentre noi vediamo i visi e i comportamenti di ogni singolo personaggio lui è lì, nel suo mondo oscuro di solo udito.
E' lì con un compito preciso, un compito che esplica già dopo 10 minuti di film:

"Io devo capire"

aveva detto. 
E così mentre il mondo fuori a colori mostra, dimostra e si mostra, mentre il mondo a colori urla e discute lui, a occhi chiusi, metafora se ce n'è una della riflessione, cerca di capire.
Su 10 personaggi del film è forse l'unico che non deve portare avanti una posizione, è l'unico che se ne sta lì, in mezzo, nè da una parte nè dall'altra, cercando di capire.
Ecco quindi che la sua cecità diventa un dono o un "vantaggio", quello della possibilità di estraniarsi da tutto e capire.
E quello che capirà, come detto all'inizio, si unisce all'altra frase simbolo del film , "devi prendere una decisione", e Daniel è forse così l'unico "a capire che non c'è niente da capire", che non ci possono essere certezze, che l'unica certezza in quella terribile situazione è il dubbio, che non ci può essere nessuna anatomia di una caduta, di una vita, di due vite o delle vite di ognuno di noi.


E allora, conscio di questa impossibilità di capire, sceglierà la via meno dolorosa, la via in cui avrà ancora una madre a fianco, una madre che FORSE ha anche causato la morte del padre, ma meglio un rapporto da ricostruire con l'unica persona che mi è rimasta al mondo che perdere per sempre quella persona, persona che poi, altrettanto FORSE, non ha colpa di nulla.
E' come se nel marasma ed incertezza della vita Daniel abbia scelto non tanto la via della verità (impossibile da imboccare) ma quella della sopravvivenza, probabilmente anche quella dell'amore.
In questo dubbio amletico (e, attenzione, per Daniel il dubbio non è solo sulla dinamica della caduta ma ce ne sono di molto più importanti, ovvero quello di capire se i suoi genitori si amavano davvero e quello di capire se la stessa madre lo ami) Daniel doveva "decidere" (per tornare alla tutrice) se vivere (salvare la madre) o morire (condannarla alla prigione a vita).
Ed ha scelto di vivere, anche perchè solo vivendo avrà modo, stando con lei, di continuare a capire.

26.10.23

Recensione: "Nessuno ti salverà" - Su Disney Plus

 

Per prima cosa ci tengo a dire che, come sempre, darò al film interpretazioni completamente personali (probabilmente sbagliate) che, mai come in questo caso, potrebbero essere molto diverse da quelle dei più (non ho letto nulla ma l'istinto mi dice che generalmente il film possa essere stato letto in una certa maniera).
Invito quindi a leggere la recensione fino in fondo solo a chi ha visto il film.
  In ogni caso se tutti ne parlano e quasi tutti benissimo significa solo una cosa, ovvero che "Nessuno ti salverà" è un gran bel film.
A prima vista è derivativo, non originale, pieno di cose viste e riviste.
Eppure riesce, specie attraverso due scelte particolari - l'assenza di dialoghi e il mostrare "loro" sin dall'inizio - ad essere un film con una sua fortissima peculiarità, una cosa completamente diversa dalle cose simili a lui.
Ma l'aspetto più interessante di questo film è che eccelle dove, ad esempio, falliva "Talk to me", ovvero il riuscire, andando avanti nel minutaggio, a dare sempre più spazio ai sottotesti e alle tematiche che ha dentro (mentre il bellissimo horror della mano demoniaca le perdeva tutte per strada).
Tanto da farci arrivare alla fine con la sensazione che il vestito di genere fosse, appunto, solo un vestito.
Di sicuro "Nessuno ti salverà" è l'ennesimo film su uno dei "sentimenti" più affascinanti e devastanti che possa provare l'essere umano, il senso di colpa.


La cosa più bella di "Nessuno ti salverà" è il suo essere completamente derivativo, poco originale, visto e rivisto ma, al contempo, capace di darci la sensazione di unicità.
Come se ad una ricetta tradizionale noi cambiassimo due piccoli ingredienti che apparentemente non la modificano ma, al palato, ce la restituiscono in un modo diverso, quasi nuovo.
Un film che ci mostra alieni nel modo in cui ci viene mostrato da 80 anni, che ci mostra adduzioni nel modo che ci viene mostrato da 80 anni, che non ha un solo elemento visivo nuovo ma che riesce, quasi miracolosamente, ad essere originale, peculiare e, probabilmente, restarci nel ricordo.
E lo fa principalmente grazie a due idee davvero minime (i micro ingredienti di cui sopra) ma che, a ben guardarle, sono grandi e coraggiose.
La prima è quella di non avere una parola al suo interno, essere completamente senza dialoghi.
Non parliamo solo della protagonista (che non riusciamo a capire se

A non parli per circostanze
B sia veramente sordomuta
C sia diventata muta dopo la tragedia del passato

ma di tutti i protagonisti.
La sceneggiatura è intelligentissima perchè anche nelle interazioni di Brynn con gli altri personaggi non crea mai situazioni per cui "se deve parlà per forza", lasciando quindi questo dubbio allo spettatore (quello del mutismo della protagonista) e proseguendo questa sua radicalissima scelta dell'assenza di dialoghi.
Tra l'altro, ma questa è solo una delle tante suggestioni che il film mi ha dato, nei "gorgoglii" degli alieni, in quella loro lingua gutturale, ho visto qualcosa di molto simile alla "lingua dei sordomuti", ovvero a quei penosi (detto in senso molto empatico) tentativi di parlare di chi non ha voce (ho ripensato a un vecchissimo film della mia infanzia, "Figli di un Dio minore").

Il secondo micro ingrediente non è tanto l'aver trasformato un film di alieni in un home invasion (siamo a metà tra l'home invasion e un film apocalittico, fuori dalla casa), chè questo alla fine si è visto più volte, ma il non aver minimamente battuto la strada del mistero, del climax ascendente, e averci fatto vedere dopo appena un quarto d'ora, in maniera esplicitissima poi, che di alieni stiamo parlando.
Assenza di dialoghi, quindi, e rivelazione degli alieni sin da subito.
Unendo le due cose potete notare che, forse, abbiamo già un'indicazione molto rilevante.
Ed è quella per cui "Nessuno ti salverà" ha una mission molto precisa, ovvero quella di diventare, piano piano, sempre di più film esistenziale e di tematiche.
Prendiamo l'ultimo film recensito, ormai 20 giorni fa (niente, non riesco mai a riprendere un buon ritmo co sto blog), "Talk to me".
Ecco, "Nessuno ti salverà" si esalta proprio dove "Talk to me" quasi affondava.
Perchè mentre uno, il primo, più va avanti il film più si libera del vestito "esterno" di genere per diventare più profondo ed intimista l'altro, "Talk to me", fa il contrario, più passa il tempo più lascia perdere o non approfondisce tutte le bellissime cose che aveva messo nel piatto nella prima parte.
Fanno un percorso esattamente inverso ed è inutile dire quanto, almeno per me, il percorso di "Nessuno ti salverà" sia più bello.


Andiamo più nel dettaglio del film.
Brynn è una ragazza che vive da sola.
La sua casa, i suoi vestiti, le sue abitudini, sembrano uscire tutte dagli anni 60.
Tanto che se non fosse per la data di morte nella lapide della madre anche lo spettatore ne sarebbe convinto.
Vive in un'atmosfera apparentemente felicissima, quasi disneyana (e che il film sia su Disney Plus forse non è un caso), per cui cuce, balla, canta, ascolta musica, saltella qua e là, fa colazione in giardino, manda lettere, colleziona modellini di edifici.
Sembra letteralmente una bambina nella sua cameretta, senza un solo pensiero, felice.
Eppure Brynn ha un macigno nel cuore, una tragedia nel suo passato che non riesce a dimenticare e superare.
E, anzi, quel suo vivere apparentemente felice tra balli, canti e modellini, è forse dovuto al suo essere rimasta a 12 anni, quando la tragedia è avvenuta, come se, per sopravvivere, non sia mai più riuscita a crescere.
Il trait d'union tra il mondo fatato dove vive e l'orrore del passato è rappresentato dalle lettere che scrive ad una sua amica, lettere scritte "divertendosi" e in modo spensierato ma, in realtà, estratti della sua anima lacerata, del suo senso di colpa.
Una notte Brynn sente dei rumori e, in una lunghissima sequenza di 15 minuti - davvero bella - scoprirà che quei rumori altro non sono che alieni che le sono entrati in casa, e che vogliono prendersela con sè.
Vediamo sin da subito le fattezze degli alieni (come dicevo molto classiche, il classico "grigio") e capiamo sempre da subito che il loro obiettivo (anche questo molto classico) è prendere Brynn, addurla.
Brynn riuscirà ad uccidere questo primo alieno e fuggire in città.
Ma anche gli altri abitanti della città sono strani, l'invasione ha riguardato tutto e tutti.

5.10.23

Recensione: "Talk to me" - Cinema 2023

 

Il miglior horror di sala del 2023 è, però, anche un'occasione persa.
"Talk to me" - film dal soggetto semplicissimo, quasi infantile, ma paradossalmente geniale e "nuovo" - è davvero uno di quegli horror da consigliare senza nemmeno pensarci, a chiunque.
Eppure c'è la sensazione che la scrittura si perda, che diventi confuso ed incoerente e, soprattutto - e questa è la cosa che più mi fa male - che i mille sottotesti che ha (o poteva avere) non riescano ad essere sviluppati come meritavano e che il film, più che concentrarsi su quelli (lo avrebbero elevato), punti su aspetti molto più canonici e da semplice horror "da sala".
Eppure resta un film che ci ricorderemo, sia per lo spunto accattivante che per le piccole riflessioni che suggerisce che per resa visiva.
Ma un film che sfiora e tratta tematiche come la droga, la dipendenza, la manipolazione e l'empatia doveva arrivare più in alto.
Perchè aveva tutto per farlo.


E' molto infantile ma secondo me anche piuttosto pertinente classificare gli horror tra quelli "da sala" e quelli "superiori", quelli insomma che dalla stessa sala riescono ad elevarsi.
Questa distinzione non è dovuta a mie considerazioni ma all'analisi del mercato, di quello che esce, di quello che viene visto, di quello che funziona al cinema.
Ed è abbastanza evidente che gli horror da sala sono quelli più spettacolari, quelli dei jump scares, quelli che più che alla scrittura e ai sottotesti si affidano alle atmosfere, ai presunti spaventi e, spesso, alla magniloquenza visiva.
Sono abbastanza incazzato perchè questo bello(issimo) "Talk to me" aveva tutte le carte in regola per elevarsi dagli horror di sala e piombare in quel ristretto Olimpo di film del terrore "completi", quelli che sanno creare atmosfere, che sanno far riflettere e che ti emozionano anche fuori dalla paura.
E invece non ce la fa, magari non ce la fa ad un metro dal traguardo, ma non ce la fa.
Questo a causa di due problematiche abbastanza grandi.
La prima è il suo creare tanti presupposti per diventare un notevolissimo horror metaforico - uno di quelli da letture e letture - per poi fregarsi quasi totalmente di questo aspetto o, comunque, puntando su altro.
Il secondo problema è che Talk to me è un film confuso, confusissimo, incoerente.
Attenzione, non inverosimile, chè gli horror quasi tutti lo sono (devono esserlo) ma incoerente, ovvero un film che nella sua inverosimiglianza e trascendenza sembra perdersi, non rispettare "regole", smentirsi.
Tutta la faccenda dei 90 secondi, dei demoni che poi rimangono al di qua, di quelli che prendono sembianze di persone reali e ci confondono, di quelli che vogliono che l'essere umano muoia per restar qua, del limbo, del suicidio di lei, dell'incipit, di alcuni spiriti che sembrano preoccuparsi non tanto della propria vicenda (vedi quello della madre) ma di altri spiriti come loro, e tante tante tante altre cose che creano una confusione e incoerenza talmente grandi che, forse, è meglio fregarsene (ma se l'abbiamo visto in 6 e tutti e 6 avevamo letto il comportamento dei demoni in maniera diversa non è un merito del film e del suo essere interpretabile, ma solo un demerito della sua confusione).
E siccome sono stronzo continuo con i difetti (ma i pregi, tantissimi, arriveranno).


Il film ha un altro presupposto completamente sbagliato e, anche qui, incoerente.
L'idea, geniale, del voler "essere impossessati" è composto da due passaggi.
Prima c'è il "parla con me" (vedi titolo) e poi il "ti lascio entrare".
Eppure è pazzesco come nel film avvenga solo UNA volta e prima nessuno ne faccia menzione la parte di mezzo, ovvero quella in cui il demone risvegliato può PARLARE con il vivente.
E' incredibile, l'umanità scopre un modo di parlare ai defunti ma nessuno lo usa, anzi, tutti sembrano completamente dimenticarsene per preferire, dopo pochi secondi, il far entrare quel demone dentro di sè.
L'errore è abissale e quasi comico se si pensa che il film si chiama "Talk to me" e proprio quel momento, quello in cui si può parlare al demone, tutti lo saltano.
E non c'entra nemmeno la fretta (i 90 secondi partono infatti solo nella seconda fase, quella della possessione), per quanto ci viene mostrato alla fine, ovvero l'unica volta in cui la protagonista parla a un defunto prima del "ti lascio entrare" l'unico dato che abbiamo è che quella fase intermedia, di dialogo, potrebbe durare anche minuti, ore, essere infinita, tra l'altro con il vivente completamente in sè, lucido e, in qualche modo, "sereno".
Pazzesco che nella scrittura del film questo aspetto si sia dimenticato, ancora più pazzesco che venga inserito solo nel finale (paradossalmente se non l'avessero inserito per niente avremmo semplicemente potuto dire che la cosa, il parlare coi defunti prima del "ti lascio entrare", non era possibile, visto non avevamo alcun elemento certo per dare come sicuro l'errore).
Porca puttana.
Ma perchè quel titolo allora???
Ma se la cosa l'avevano pensata sin dall'inizio, tanto da intitolarci il film, come è possibile che NESSUN personaggio ne faccia menzione?
Ma poi, mi chiedo, come è possibile che quelle cose girassero in rete senza diventare famose?
O che la polizia avendo tutti i filmati non fosse intervenuta?
O..., no basta.
Mi ricompongo.

27.9.23

Recensione: "Medusa Deluxe" - Su Mubi

 

Su Mubi.
Un film strano, indecifrabile, dall'atmosfera unica, come piacciono a me.
E un'altra di quelle perle da aggiungere a quella ristrettissima cerchia (un giorno mi deciderò a farne una lista) di film in unici (o comunque pochissimi) piani sequenza.

Siamo in uno stabile dove sarebbe dovuta avvenire una gara di Hair Stylist.
Ma qualcuno è stato ammazzato.
Nel frattempo che la polizia (che non vedremo mai) sta facendo le sue indagini, modelle, stilisti, addetti alla sicurezza e altre persone parlano di quello che è successo o, semplicemente, se ne fregano, pensando solo ad una gara che ormai, è ovvio, non si farà più.
Un giallo? Un thriller? Un film a suo modo anche "divertente"? 
Un pò di tutto questo, con un finale "diverso" e inaspettato, per me super.
Film tecnicamente mostruoso, e non solo per il piano sequenza, ma anche per le luci, la colonna sonora e tanto altro.
Eppure a Medusa Deluxe, opera basata principalmente sulle ossessioni, sembra mancare qualcosa per farcelo apparire straordinario.
Ma questo è quello che accade sempre con questi film strani, che ti confondono, che non riesci a decifrare.
E' il loro destino quello di farti restare al tempo stesso affascinato e confuso.



Medusa Deluxe è un film tecnicamente superbo e non solo Siamo dentro un camerino.
Due parrucchiere, una modella.
L'inquadratura volteggia tra di loro senza mai uno stacco e io che penso quanto sia bello questo piano sequenza non sapendo nulla del film, non sapendo che, in qualche modo, questo sarà tutto Medusa Deluxe, un film in unico piano sequenza.
E, se possibile, il piano sequenza lo avremo anche nei dialoghi, nelle parole, un fiume vorticoso e inarrestabile, tanto che il primo silenzio arriverà dopo addirittura un quarto d'ora.
Si candida ad essere una delle cose più strane, originali e peculiari dell'anno questo film, opera prima straordinariamente evoluta per tecnica e consapevolezza, un qualcosa che sembra scritto e girato da qualcuno che sa maledettamente quello che fa.
Impossibile catalogarlo, alterna momenti divertenti (mai comici però) ad altri da "reality" (c'è un grande senso di realtà dentro), ha delle leggere tinte di giallo e thriller per finire, giusto un pochino, in una leggerissima dimensione esistenziale, anche, alla fine, questo resta uno di quei film "belli e senz'anima", non nel senso brutto del termine, ma in quello di esser di livello davvero notevole riuscendo però parlare quasi di niente, a non avere profondità, a sfiorare i suoi personaggi senza penetrarli mai, come - ed è qui che il piano sequenza diventa perfetto - un vento che passa loro intorno e si sposta continuamente.
Forse questo suo non fermarsi mai (tra inquadrature continue, dialoghi senza sosta e decine di volti e spazi) alla fine dà l'effetto non solo di coinvolgerci ma, all'opposto, anche quello di non farci mai pensare un attimo, non darci respiro, non permetterci mai di riflettere, analizzare bene il film e le situazioni.
Ecco, a volte potrebbe essere quasi noioso tutto questo perchè si fatica e non si respira mai per una vicenda che sì ci interessa e stimola (capire chi è l'assassino ad esempio) ma non ci coinvolge mai in prima persona, come se noi quel vortice lo vedessimo da fuori, in tutta sicurezza, senza sentirci mai dentro l'occhio del ciclone.


Per prima cosa, anche se l'ho accennato, bisogna dire che questo è un film tecnicamente mostruoso.
E non parlo solo del piano sequenza, tra l'altro difficilissimo visto la miriade di spazi coinvolti, di alcune sequenze difficilissime (pensate all'azzuffata in camerino) e la costante presenza di specchi o pareti riflettenti (magari i riflessi sono stati tolti in post produzione ma la scena al bagno in cui l'operatore per passare da uno specchio all'altro abbassa la macchina da presa ci fa pensare che sia tutto dannatamente umano).
Insomma, chi ama questa tipologia di ripresa (come me) e - sempre come me - oltre a vedere il film si diverte a immaginare i funambolismi dell'operatore, troverà Medusa Deluxe stupendo, una delle meglio cose viste in quest'ambito.
Ok, il tipo di ripresa, vero, ma non solo.
La fotografia è straordinaria, con un uso delle luci perfetto (ne troverete a decine diverse).
C'è proprio la sensazione che, un pò come la materia del film (una gara di acconciature), anche la stessa confezione voglia puntare su un senso estetico massimo, sul "bello".
Scene come la ragazza che cammina con la barca fosforescente in testa restano impresse.
O i visi in controluce che abbiamo nel camerino, da infarto.
O il drone che dopo un'ora spezza "finalmente" il piano sequenza per andarsene lassù, penetrare il vetro (anche in Birdman c'erano cose del genere) e far cominciare il secondo (?) piano sequenza, quello più allucinato.

20.9.23

Recensione" Io Capitano" - Al Cinema 2023

 

L'ultimo film di Garrone (regista e autore che adoro) è forse una spanna sotto alle sue opere più grandi (L'imbalsamatore, Gomorra, Reality, Dogman) ma è comunque l'ennesimo gran film di una carriera invidiabile.
La storia di Seydou e Moussa, due giovani senegalesi col sogno di arrivare in Italia, in Europa.
Ne nasce un road movie che attraverso bus, jeep, lunghissime camminate nel deserto e un'ultima traversata in barcone deve portare questi due ragazzi, e tutti i migranti insieme a loro, a questo sogno europeo che molte volte si rivela soltanto una chimera.
Una prima parte non del tutto convincente per fotografia, per montaggio e per racconto, fa da base ad una seconda molto più drammatica.
Eppure "Io Capitano" sembra un film che rifugge il completo realismo per diventare qualcosa di più simbolico.
E Seydou, questo giovane straordinario ragazzo, diventa una specie di Cristo che, attraverso l'empatia e l'amore per gli altri, può far aggrappare l'intera umanità alla speranza


Quando ho visto Seydou urlare continuamente a pieni polmoni "Io capitano! Io capitano! Io capitano! Io capitano!" ho pensato che il film dovesse fermarsi in quel momento, perchè una stessa identica scena ha una potenza diversissima in base a dove viene inserita.
E una sequenza finale, da sempre - parlando di potenza - ne ha una tutta sua che tutte le povere sequenze inserite prima di lei possono solo sognarsi.
Come la fine di una canzone, come la fine di una storia, come la fine di una vita, l'ultima cosa che ci rimane resterà sempre, nel bene o nel male, indimenticabile.
L'urlo di Seydou è, "tardellianamente", senza freni, senza misura, l'urlo più grande che quel meraviglioso ragazzo potrà emettere in vita.
Eppure è un urlo afono per noi spettatori, completamente sovrastato dalle eliche degli elicotteri della guardia costiera (e, curiosità, quell'elicottero è nell'intero film l'unica "presenza" non africana).
Un primissimo piano straordinario in cui l'audio che non senti (l'urlo) è mille volte più potente di quello che ti assorda (le eliche).


Seydou è vestito con la maglia del Barcellona come sono vestiti con maglie di squadre di calcio tantissimi suoi compatrioti e amici.
Queste shirt con tanto di sponsor miliardari indossate da poveri cristi possessori di nulla è uno di quei contrasti tristi e meravigliosi che, in qualche modo, possono rendere belli i film e le nostre vite.
Eppure, se ci pensate, in questo film in cui sia i nostri protagonisti sia gran parte degli immigrati sul barcone sono sempre vestiti con maglie da calcio, ecco, quel "Io Capitano" urlato nel finale si contorna anche di un significato metaforico sportivo, come se Seydouy fosse veramente il capitano di un'unica squadra, dando a quella parola un duplice ambito ma uno stesso significato, io sono colui che li guida, io sono quello che si mette davanti a tutti e parla a nome di tutti (come nel calcio fanno i capitani con gli arbitri).
Quando, in teoria, il suo ruolo di conduzione della barca doveva impaurirlo e tenerlo nascosto, ecco che nel finale Seydou diventa veramente capitano, ma non tanto perchè ha portato tutta quella gente fin là ma perchè li ha sostenuti moralmente, perchè li ha protetti, perchè ha lottato per loro, perchè ha dato loro speranza.
Seydoux è entrato in quella barca come impreparato e impaurito conducente e ne è uscito come capitano, come leader e, soprattutto, come simbolo.
Ecco, simbolo perchè io credo che questo gran bel film di Garrone (in ogni caso una spanna sotto ai suoi 3/4 capolavori migliori) vada letto soprattutto in maniera simbolica.
Vero, è raccontato in maniera ultrarealistica (anche se montaggio e fotografia remano contro al realismo, ne parleremo) ma alla fine Io Capitano - un pò come fu per quell'immenso film che è Reality o come è successo anche in Dogman (vedi finale) - è l'ennesimo Garrone in cui il racconto di una "storia vera" riesce in qualche modo ad ergersi (o abbassarsi?) a simbolica.
Il canaro che in un finale quasi onirico offre al popolo l'enorme corpo del pugile è in qualche modo simbolo dell'oppresso che uccide l'oppressore, del suddito che uccide il Re e vuole mostrarlo agli altri sudditi, per essere amato.
E pure in Reality il nostro protagonista, in modo più o meno esplicito, finiva in un mondo "tutto suo" apparentemente molto legato alla realtà ma alla fine sradicato da essa.
E come in Dogman anche lì il finale sembrava quasi una reificazione della sua pazzia con quella risata e l'inquadratura che se ne andava fuori dalla casa, fuori dalla città.
Lassù.

12.9.23

Festival del Cinema di Venezia 2023 - Recensione di ben 23 (VENTITRE') film - A cura di Francesca, Enrico e Tommaso

 


Nuovo record sul buio, 23 mini-medie recensioni tutte insieme :)
Quest'anno "avevo" 3 ragazzi a vedere film a Venezia.
Per problemi organizzativi miei o di recensioni tardive loro (non sono professionisti e hanno fatto tutto in ritagli di tempo) abbiamo deciso di fare un "mega unico grande postone" adesso, con tutte i loro pezzi.
In realtà a me piace molto questa impostazione, anche perchè trovare tutto in un luogo unico è davvero comodo.
Vero è che a 2/3 giorni dalla chiusura della Mostra questi post sembrano già anacronistici ma ricordiamo sempre che questo blog esiste per parlare di film, non di attualità o premi, di cui ce ne siamo sempre fregati.
Quindi vi lascio alle recensioni (tantissime!) di Enrico, a quelle di Tommaso e all'unica (però vedi che occhio? quella del vincitore) di Francesca.
Non posso leggerle perchè non ho visto nulla ma son sicuro saranno davvero interessanti e ben scritte.
Ah, visto il numero diversissimo di contributi di ognuno ho pensato di alternare i 3 nell'impaginazione (grazie Gianluca, sempre)
Ah, potreste trovare anche lo stesso film raccontato da più persone eh, credo sia interessante come cosa.
Buona lettura!

ENRICO GASPARI


LUMBRENSUEÑO di José Pablo Escamilla (Messico)


Ah, Venezia, la Mostra del Cinema. L’aria di mare e di novità. La stanchezza che si mischia all’eccitazione febbrile. Le stroncature, che, come dice Ego in Ratatouille, “sono uno spasso da scrivere e da leggere”. Cominciamo proprio così, oggetto, questo film messicano. Mentre entravo in sala leggermente affannato, ho catturato qualche stralcio di introduzione della presentatrice, che diceva come questo film fosse prodotto a basso budget proprio dalla Biennale, e creato da un collettivo di registi. Già mi sono scesi i sudori freddi, ma forse era solo la corsa per raggiungere il posto, non essere prevenuto, mi sono detto. Poi, il film comincia, introdotto dal solito montaggio animato. (E questo non c’entra niente, ma da quanti anni è che non lo cambiano? Il logo viene giustamente rinnovato ogni anno, e poi al film vero e proprio trovi sempre lo stesso motivo, che sarà lì ormai da quando la Coppa Mussolini era ancora un premio.) Insomma, comincia l’avventura. Ed ecco flash, luci sfocate, scritte ad effetto, per accompagnarci. Non giriamoci tanto intorno, il film è brutto. Anzi, più che altro noioso e pretenzioso (nonostante attori anche bravi, come il protagonista e la sua sorella filmica), magari non ai livelli di The Maiden, l’anno scorso. Persino la trama ha qualche similitudine, se così vogliamo chiamare la vita di questo ragazzo in un fast food messicano, e come la cambia dover affrontare un lutto. Questo porta ad un primo stralcio del film profondamente inconcludente, dove si vaga qua e là senza un punto. Un secondo, dove immagino dovremmo sentire il dramma per il suo amico complottista, quello che per tutto il film fa cose e spara discorsi senza capo né coda. Quasi mi aspettavo che ad un certo punto saltasse su, gridasse “LIBERATI!”, e armato di un cappello di stagnola andasse ad unire le forze su Facebook al complottista di Piove. Terza e ultima una mezz’oretta di elaborazione, dove devo essermi addormentato più volte, data l’alzataccia per venire a Venezia. Nel mezzo, continui stralci, come ho già detto, di frasone che compaiono sullo schermo, e sembrano le robe fintamente profonde e nichiliste che scrivevo io in terza media per sentirmi importante. Insomma, cominciamo bene.


DOGMAN di Luc Besson (Francia)



Con una certa sorpresa, ho ritrovato al Festival (in concorso pure!) Luc Besson, uno dei miei registi preferiti ancora in attività. E con un titolo che agli italiani non può non rimandare a Garrone, presente anche lui in concorso e, credo non a caso, nei ringraziamenti di questo film. La storia comincia in una notte americana, quando la polizia ferma per strada un furgone. Quasi un inizio alla Prisoners, con la pioggia, questo travestito sanguinante e di cui non vediamo il volto alla guida, nessun documento ma un furgone pieno di cani. Il resto è un lungo flashback alla stazione, dove il nostro “uomo cane” racconta la sua tragica e strana storia alla dottoressa chiamata lì per capire chi è. Insomma, intrigante, nelle premesse come nello sviluppo, anche se a titolo assolutamente personale, mi è sembrata una pellicola, come dire, poco “bessoniana”. Non che il francese volesse fare Joker piuttosto che un film suo, come hanno sostenuto tanti. Uno dei pregi maggiori qui, è la mancanza di quella complicità morale con un protagonista che amorale lo è totalmente, che affossava un film come quello di Phillips. Besson è interessato solo a raccontarti una storia, quella di un uomo particolare, che ha fatto grandi cose e terribili cose. Non da solo ovviamente, ma circondato dai più fedeli amici dell’uomo. E non me ne voglia un Caleb Landry Jones coraggiosissimo, spesso sopra le righe ma a suo modo sontuoso, sono loro le vere star del film. I canidi di tutte le razze e dimensioni, le loro espressioni (far recitare un cane è difficile, anche se poi non come con un cane di attore), la loro presenza intimidatoria o consolatoria, la loro intelligenza, chiaramente assistita dietro le quinte dai non meno importanti addestratori. Ecco, questo è il Besson che ci piace, che lavora alla vecchia maniera con la terra e con il fango, senza la faciloneria degli effetti speciali; che è sfrontato e senza paura, come nella scena del drag show sulle note di Sweet Dreams, dove affronta il camp e lo trasforma in lirica, similmente a come aveva fatto in Valerian nell’analoga scena del club mutaforma. D’altronde, credo che Besson sia l’unico regista al mondo in cui la quota “citazioni ai classici” (stavolta con Shakespeare) sia altrettanto consistente di quella “sparatorie ignoranti”… Messo da parte tutto questo, sembra comunque una Carica dei 101 - quello sì, rivisto recentemente, un signor film coi nostri amici animali – in salsa signori della droga più che una vera opera bessoniana. E non aiutano certi difetti oggettivi, come i suddetti criminali, tremendamente sopra le righe e stereotipati, pura carne da macello. Lo sono pure il padre e il fratello nei flashback d’infanzia, protagonisti della scena del fucile, un incredibile pasticcio di continuità: viene sparato un colpo che sarà all’altezza dei piedi (tanto che lì si crea un buco nella rete della gabbia), lui che vola all’indietro come se lo avessero colpito in pancia, e il colpo vero e proprio che si scopre essere… al dito. Mentre la scheggia che lo paralizza, nella schiena. Insomma, un disastro, come lo è il personaggio della dottoressa, totalmente inutile, noiosa, senza un’espressione che sia una diversa da quella che si tiene in faccia tutto il film. Però c’è anche tanto di bello, i cani, le scene e i personaggi del club, tutte divertenti e ispirate, il ritmo che non cala mai, l’originalità di una sceneggiatura autentica, scritta di suo pugno da Besson. Nonostante sentimenti contrastanti, alla fine, davvero non si riesce a voler male a questo film.


SER SER SALHI di Lkhagvadulam Purev-Ochir (Mongolia)




La City of Wind del titolo inglese di questo film è Ulan Bator, la capitale della Mongolia, paese immensamente affascinante, e che, credo per la prima volta, al Festival, posso scoprire in un esemplare della sua filmografia. E mi è andata bene, perché Ser Ser Salhi è un bel, forse ottimo film. La storia segue Ze, un ragazzo dei quartieri yurta della metropoli, già questo un dettaglio particolare. Il mio occhio occidentale, che tra l’altro in Asia non è mai stato, si intriga davanti ad un posto così legato alla propria Storia, a quella tradizione nomadica che ha distinto il ceppo mongolo nei secoli, e che ancora non può rinunciare alle tende, nemmeno all’epoca degli appartamenti automatizzati. Uno di quelli che sogna anche il nostro protagonista, giovane, studente di una città viva e per molti versi orientata al futuro, sebbene abiti in un simile quartiere con la sua famiglia e faccia, a richiesta, il lavoro più arcano che esista, lo sciamano. È durante una di queste consulenze che incontra una ragazza, Maralaa. Sebbene malata, e prossima ad una delicata operazione, lei non crede minimamente agli appoggi del “corpo spirituale”. Diversamente da lui, che fa lo sciamano non per soldi o spinto dalla famiglia (almeno, non principalmente), ma sente fin da piccolo questa connessione ultraterrena. Eppure, dopo che l’intervento riesce, i due si ritrovano e cominciano effettivamente a legare. Molto interessante l’atteggiamento dei genitori in questo, defilato, sebbene non assente, e certamente amorevole. Ma d’altronde questo è un efficace spaccato di famiglia, dove spicca la sorella, che per prima aveva sentito la ribellione adolescenziale, la voglia di scappare di casa, l’ansia della sua età che il fratello doveva calmare con lo scacciapensieri. Ad un certo punto tocca a Ze, innamorato, provare la felicità mondana, sentire allentato il legame coll’antenato, ed è lei, tornata a casa dopo essere rimasta incinta, che si dimostra adulta e prende in mano la situazione (e lo scacciapensieri). Nemmeno Maralaa rimane schiacciata, anzi è un gran ritratto di gioventù inquieta, senza amici perché scostante, infelicemente tesa tra la madre, più credente, che cerca di rifarsi una vita a Ulan Bator, e il padre trasferitosi in Corea, che le manca profondamente. Insomma, è chiaro come questo film voglia raccontare il conflitto tra la modernità e le tradizioni, e come esse vengano accolte o respinte dai giovani mongoli. Il maggiore successo della pellicola, comunque, è accontentarsi largamente di essere una semplice, ma per nulla semplicistica, storia d’amore tra ragazzi, raccontata con grazia, poche pretese, e due interpreti dolcissimi. Per quanto mi riguarda, specie visto l’andazzo della Mostra, un successo.


AGGRO DR1FT di Harmony Korine (USA)



Una provocazione di Harmony Korine. Qualcuno si sarebbe aspettato qualcosa di diverso, da un regista col curriculum simile? Credo piuttosto che chi è entrato nelle sale che davano Aggro, si aspettasse un film provocazione, e se certamente il secondo attributo è giustificato, il primo mi lascia perplesso. Di solito i film si vedono, non si subiscono, almeno non del tutto, parzialmente casomai. Qui lo spettatore può anche rimanersene fuori dalla sala, perché il suo coinvolgimento è totalmente sacrificato. E intendiamoci, all’inizio è anche affascinante questo radicalismo, la rappresentazione perversa di un mondo dove tutto è bruttezza e orrore, dove il killer protagonista ha letteralmente un demone in sé, che gli sussurra, anzi urla, perché niente è sottile o delicato qui, vomita cattiveria e orrore. Ma dopo dieci minuti, diventa unicamente punizione. È come quando ti mettevano, appunto, in punizione alle elementari (almeno a me è successo le ultime volte lì, non so se lo facciano ancora): volta le spalle alla classe e guarda il muro. Non imparerai nulla, anzi sarai faccia a faccia col nulla stesso. Qui però non puoi nemmeno goderti il silenzio e la tranquillità che esistevano persino in esperienze simili: sei assordato da un sonoro opprimente, pungolato agli occhi da un regista che ha creduto bene girare un’ora e venti di infrarossi, mortificato da una storia che potrebbe aver scritto uno di quei ragazzini americani che va a sparare nelle scuole – il protagonista che si definisce “il più grande assassino del mondo”, roba di un infantile unico – dove tutte le donne sono puttane e tutti gli uomini demoni violenti e scamiciati. Aggro Dr1ft qualcuno ha anche avuto il coraggio di definirlo geniale; per quanto mi riguarda geniale forse Korine lo è, che da quando ha scoperto le spiagge, i passamontagna e probabilmente la droga della California costiera in Spring Breakers, “racconta” solo quello facendosi anche ricamare sopra dai critici. Beh, contento lui, contenti voi, contenti tutti.


TOMMASO FERRERO

LA BÊTE di Bertrand Bonello (Francia, Canada)



Una bestia ti sta inseguendo, quando ti troverà qualcosa di terribile accadrà. “Ficata”, penso subito, “che premessa bomba”. Eppure, la bestia non arriva mai a mordere, come La Bête non arriva mai ad un punto fermo che ci faccia dire “Oh, ste due ore e trenta davanti a uno schermo sono proprio state un buon uso del mio tempo”. Resta un grande amaro in bocca di aver visto un film che poteva essere, ma non è stato, un “potrebbe emozionarmi”, ma non ha emozionato. Insomma, La Bête è un film elegantissimo, capace di ottimi picchi visivi, di un montaggio sperimentale, ma non fastidioso, e di giocare con il significato del tempo sullo schermo in maniera egregia. Tutto questo è ottimo, se non fosse che poi ci propone una lettura di una storia d’amore sciapa, non del tutto riuscita, che arriva e non arriva allo stesso tempo. Perché di amore, infine, parla, una coppia di innamorati costretta o benedetta, dal dovere di rincontrarsi a ogni reincarnazione, ma che non possono mai consumare e portare a termine il loro amore. Amore e morte, rassegnazione e lotta e un futuro in cui i grandi sentimenti umani, perché scomodi, vanno eliminati tramite una lunga e complessa terapia. Peccato che siano gli stessi sentimenti che il film non riesce ad innescare nello spettatore, quindi, forse, “missione riuscita”? Comunque, Lea Seydoux e George McKay sono due interpreti davvero eccezionali.