21.2.20

Passeggiate, il cinema della poesia - 1 - Recensione: "The Grey" - di Roberto Flauto


Diamo il benvenuto ad una nuova rubrica di voi lettori.
Roberto scrive davvero molto molto bene, tanto che, dopo che lessi la sua recensione di Still Life, gli chiesi se voleva scrivere qualcosa per qua.
Ne nasce questo Passeggiate, che lui descrive così:

"Passeggiate: il cinema della poesia. Perché ogni film è un mondo possibile, vivo, affamato, che chiede costantemente di essere vissuto, consumato, divorato. Perché la poesia, o meglio ciò che è poetico, è la dimensione in cui l'umano si definisce e dispiega il proprio potenziale. Perché una poesia che si fa film è il più incredibile degli universi. Un luogo sconvolgente e stupendo, in cui amo passeggiare"


La verità è che siamo umani. Siamo esseri razionali, creativi, pensanti, ci nutriamo di alfabeti, arte, casa, oceano, amore, speranza, vita: cioè di poesia. Siamo esseri irrazionali, distruttivi, sognanti, ci nutriamo di sogni, follia, fantasmi, violenza, altrove, tempo, morte: cioè di poesia. In principio, dunque, era la canna di fucile in bocca. Tutto intorno, il frastuono del silenzio. Istanti distanti, smarriti nel tempo, che è un cristallo di neve, in cui tutto è fermo, immobile, possibile, infinito. Siamo immersi nell’attimo sospeso, quel periodo che va dalla fine del sogno all’inizio delle labbra. Come Orfeo che sta per voltarsi. L’istante in cui sorge la poesia. L’istante esatto in cui tutto è grigio: non c’è niente di definito, o di definitivo. Tutto è possibilità, la metamorfosi come unica via. Siamo umani, e dunque conteniamo moltitudini, foglie d’erba, polmoni pieni di ninfee, desideri sporchi di sangue. Basta una piccola pressione del dito: il grilletto si aziona e la mia testa esploderà. È tutto finito, presto finirà tutto. Sì, qui nel bianco, alla fine del mondo. «Non so perché ho fatto la metà delle cose che ho fatto». Orfeo sta per voltarsi. Ma eccolo che arriva, inaspettato e puntuale: il mio nemico che mi salva. L’ululato stordisce ogni cosa, penetra nei ricordi, sbrana l’esistenza. John Ottway è perso dentro di sé.

The Grey. Il grigio, il colore dell’uomo. Il colore dell’esistenza, della natura, del reale, delle lettere d’amore, dei baci all’alba, dei graffi sulla schiena, della morte, del dolore. Di tutto ciò che pulsa, che vive, che vuole vivere. Il grigio, quindi, è il colore della complessità, di ciò che contiene in sé il germe della propria estinzione, di ciò che ingloba l’altro da sé per potersi definire. Come il giorno che si fa notte che si fa giorno che si fa notte che si fa neve nei ricordi. Il grigio, nel senso che io intendo, non è, semplicemente, “un po’ bianco e un po’ nero”, ma al contrario: è cento per cento bianco, è cento per cento nero. Esattamente come l’uomo è cento per cento poesia e cento per cento prosa. Il bianco (la neve, l’alba, i capelli di tua figlia che ti solleticano il viso): il nero (il buio, la fine, i lupi che ti dilaniano la carne). Il bianco è luce, ma troppa luce acceca: abbiamo bisogno di buio in pieno giorno. Il nero è oscurità, ma troppa oscurità annienta: abbiamo bisogno di luce in piena notte. La somma delle dimensioni che ci attraversano, quindi, è sempre la stessa: il grigio. Siamo umani, e dunque conteniamo solitudini, sovrumani silenzi, deliri inaccessibili, paure sporche di infanzia. Questo è il senso che io attribuisco al titolo di questo splendido film. Magari esiste solo nella mia testa, ma va bene anche così. Del resto, ogni film, ogni libro, ogni fumetto, ogni musica: tutto ciò che amo, non ho dubbi, è stato creata solo per me.



Dunque, il film. È bellissimo. Liam Neeson è bestiale, è il caso di dirlo, come spesso gli capita, d'altronde. Le musiche di Marc Streitenfeld sono perfette: rarefatte, sospese, oniriche. The Grey è sostanzialmente il racconto metaforico della paura della morte, del vuoto, del senso e dell’assurdità della vita, dell’abitare certi istanti, dell’indossare certe esistenze. È il racconto del buio e della luce che ci portiamo dentro, in quanto umani, e del fascio di significati che si irradia dal nostro abitare: questo mondo, questa vita, questi battiti. È il racconto della guerra incessante che siamo. Il dissidio eterno e l’infinito confondersi tra Natura e Umano. I primi fotogrammi mettono subito le cose in chiaro: una montagna immersa nel gelo, alberi, silenzio, cioè una natura quasi “primitiva”, isolata, inaccessibile; e subito dopo le immagini di una fabbrica, i tubi di scarico, il fumo, l’acciaio, ovvero ciò che nell’immaginario collettivo è l’esatto opposto della natura. Ma la verità è un’altra: la natura, in natura, non esiste. È un’invenzione della modernità, è figlia del progresso. La fabbrica, emblema della rivoluzione industriale, che tutti vedono come qualcosa di distruttivo, di dannoso, è in realtà lo specchio che ha permesso alla “natura” di esistere. Mi spiego peggio: niente esiste senza il suo opposto, senza qualcosa in cui (non) riconoscersi, che gli dica «ecco, questo sei tu». Ogni identità, per esistere, ha bisogno di essere riconosciuta. L’universo e la mente umana, per molti aspetti, si reggono e si definiscono intorno a una logica binaria; il pensiero si basa su opposizioni dialettiche, su una eraclitea armonia di opposti, cioè a dire sul dialogo, sulla cooperazione, sulla lotta. Dunque, così come non esiste luce senza buio, freddo senza caldo, acceso senza spento, bene senza male, così non esiste natura senza qualcosa che natura non è, ed è ciò che io identificherei col termine “cultura” o “tecnologia”. La vita intelligente è forse soltanto un’invenzione del cosmo per poter esistere davvero: aveva bisogno di qualcuno che alzasse lo sguardo e dicesse «che bel cielo stellato!».

Lo stesso cielo che avvolge John Ottway, in una notte carica di mostri. Una lettera d’amore. La canna di fucile in bocca. Il gelo che penetra nelle ossa, nella mente, nel cuore. John esce dal bar, dove ci sono “uomini non adatti al genere umano”, la sua stessa razza, e si inginocchia nella neve. Anche la notte penetra ovunque, insieme al suo esercito di tenebre. Poi arrivata l’ululato. Gi occhi si riaprono, tornano i suoni. Ancora una volta le sue parole. «Non aver paura». Il tempo scorre lento, come i cristalli di neve, come la vita di chi ha smesso di vivere.

John è un assassino. Uccide i lupi, prima che essi uccidano gli operai. Ogni volta, muore anche lui. Ma come può morire chi ha smesso di vivere? Sì, si può. La morte della morte è l’estinzione. Come dice Adam Zagajewskij: «poiché sei solo morto, senza dubbio ci ritroveremo». La poesia. È costantemente presente in questo film. Come dicevo prima: The Grey è una metafora. Il racconto trasfigurato della paura del vuoto, della morte, dell’estinzione. Il timore e la rabbia suscitati da un dio che non risponde alle preghiere, queste divinità che tacciono di fronte alle sciagure umane. Il non senso della vita. L’attesa di niente. Un tremendo aspettare. «Mi lascio vivere come immagino facciano i dannati». Arriva il momento della partenza, finalmente si ritorna a casa. «Come un’anima in pena». Salgono sull’aereo. «Non c’è un secondo in cui non pensi a te, in un modo o nell’altro». Quanto freddo, quanto fuoco, quanti sbagli. «Mi sento in colpa». Ti capisco, John. «Non so perché scrivo». Scrivere è nascere, John. «Non c’è un secondo in cui non pensi a te». «Non c’è un secondo in cui non pensi a te». «Non c’è un secondo in cui non pensi a te». La neve, il grigio, i lupi. «Non aver paura». L’aereo decolla e niente sarà più come prima.

C’è una sequenza, piccolissima e probabilmente insignificante, che mi piace moltissimo. Il respiro dei passeggeri che si espande nel piccolo abitacolo dell’aeroplano. Silenzio, gelo infinito. Il respiro di questi uomini emerge con forza, stagliandosi in maniera nitida nell’aria. Pochissimi istanti. L’aria calda dei polmoni che si mischia con il freddo stordente della notte.

Gli uomini scherzano. Parlano tra loro, ridono, fanno battute. Stanno per tornare a casa. John stringe tra le mani la sua lettera. Un battito di ciglia, il tempo di un ricordo, il ricordo di un tempo, quello in cui c’era qualcosa di simile alla felicità. Ora ci sono solo neve e abissi e niente di niente di niente di niente di niente e quella bocca che non bacerò mai più. Poi accade, è un attimo, è tutta la vita: l’aereo precipita.

Neve. Gelo. Paura. Dolore. Sangue. Rottami. Cuorechebatteequindisonovivo. Sopravvivono in sette allo schianto. Ma presto si accorgono di non essere soli. Ci sono i lupi, ci sono sempre stati, sono ovunque, sono dentro ognuno di loro, essi stessi sono lupi, bestie affamate. John li conosce, sa come agiscono, ha paura, vuole tornare a casa, come tutti. Bestie affamate di vita. I lupi sono chiaramente irreali, metafore, simboli, allegorie: sono esageratamente enormi, intelligenti, astuti, furbi, feroci. I lupi sono la morte, sono l’estinzione, il vuoto sordo in cui precipita l’anima di chi ha smesso di vivere. Sono la paura della morte, le preghiere disperate e inascoltate, la cecità del mondo, il nulla sconfinato. I lupi sono l’istante che precede la fine. L’istante in cui Orfeo sta per voltarsi. Euridice sta per sparire per sempre, inghiottita dall’oscurità, dalla luce accecante della fine. Eppure. Eppure la poesia, la metafora: la possibilità. John e gli altri abbandonano la carcassa dell’aereo, per muoversi verso gli alberi, dove pensano che saranno più sicuri. Hanno bisogno di un riparo, di un posto in cui rifugiarsi, perché già hanno cominciato a morire. Hernandez e Flannery sono stati sbranati. Di loro, così come di tutti coloro che sono morti nel disastro aereo, restano soltanto i portafogli, i documenti, qualche fotografia. O meglio: queste sono le cose che il gruppo decide di portare via. “Per i parenti”. E allora si muovono, camminano, arrivano agli alberi, entrano nel bosco. Ottway, Hendrick, Diaz, Talget, Burke. Cinque uomini. Terrorizzati, a un passo dal congelamento, dalla follia, dalla morte. Eppure. Eppure lottano, resistono, trovano (o inventano) dentro di sé (o in qualunque altro luogo) la forza per credere di potercela fare, il desiderio di andare avanti, la volontà di sopravvivere. Per questo entrano nel bosco, per questo continuano a camminare, a muoversi, perché il movimento è vita, cambiare vuol dire evolvere, adattarsi, crescere, diventare. Questo vale a tutti i livelli: il mutamento, la trasformazione, l’adattamento, sono le sole vie che la vita conosce, le uniche che siano percorribili da chi è vivo e vuole vivere. Ci si muove per progredire, per crescere, per migliorare e migliorarsi. In altre parole, l’esistenza è sinonimo di imperfezione, una meravigliosa imperfezione. Solo chi è perfetto non ha bisogno di spostarsi, di mutare, di diventare, di evolvere. La stasi è una prerogativa di dio. Lo stesso dio che non risponde alle preghiere di John. Che tace di fronte allo spettacolo di questi uomini intorno al fuoco, immersi nella notte più gelida della loro vita, mentre vomitano paura, insulti, sogni, speranze. Nell’impenetrabile oscurità che li circonda, rimbalzano spaventosi ululati. Soprattutto dopo che loro uccidono e mangiano il lupo che era venuto ad attaccarli. Il respiro dei lupi si staglia nel gelo della notte. La scena si ripete, come il respiro degli uomini nell’aereo. Il cuore che batte non basta a farmi sentire vivo.



Inesorabile, arriva il momento di tregua, di calma, di speranza. Un attimo di pace infinita in una serie di fulmini. John Ottway e gli altri, seduti intorno a un nuovo fuoco, parlano di vita, di anima, di fede, di sogni, di resurrezione, di neve che si scioglie. È un momento dolcissimo: questi uomini feriti e malconci, braccati da un senso di spaventosa realtà, si rifugiano nei ricordi, e nei progetti. Talget parla di sua figlia, dei suoi capelli che profumano di paradiso. Diaz parla di sesso, ride con gli altri. John parla di suo padre. La luce filtra dalla finestra. Quella voce, ancora. «Non aver paura». Si addormentano. Burke non si sveglierà più. Ipossia, muore congelato nella notte. Vanno avanti, non possono fare altro. I lupi li circondano, li assediano, come la vita. Anche Talget muore, mentre tentano di attraversare un abisso, che non smette di guardare dentro ognuno di loro, in ciascuno di noi. Ritrova sua figlia, è lei che viene a prenderlo. «Comincia salendo», aveva detto John all’amico morente in aereo, sotto lo sguardo paralizzato degli altri. «Quello che succede è che stai per morire, va tutto bene, continua a guardarmi, sta’ tranquillo. Comincerà a salire, sentirai caldo, non opporre resistenza, lascia andare i pensieri, pensa a cose belle, pensa a chi ami, lascia che sia lei a prenderti». La vita che se ne va, che lascia il corpo. Che senso ha tutto questo? Perché lottare? Perché io, perché noi? Non doveva andare così. Mi sento in colpa. Mi dispiace. Mi manchi. Le lettere d’amore, il fucile in bocca. Un lupo che danza dentro il cuore.

Restano in tre. John Ottway, Diaz, Hendrick. Soli, tristi, disperati, feriti, arrabbiati. Ma cosa sono, dunque, i lupi? Il vuoto della morte o quella della vita? La paura di non aver vissuto, di aver smesso di diventare e diventarsi? La natura spietata e insensibile («se sono vicini alla loro tana, non hanno paura di niente») o la natura necessaria e inevitabile («aveva un debole per la poesia, era il suo modo di farsi perdonare»)? Amore disperato per la vita o vita disperata dell’amore? Il bisogno del silenzio o la necessità del canto? Il rapporto conflittuale tra gli uomini, lupi l’uno per l’altro? Il rapporto cooperativo tra gli uomini, lupi dello stesso branco? Il trascendente, il divino, il concreto, il triviale, l’atavico, l’assassino, il salvifico? Il deserto, l’oceano? Il problema, la soluzione? La strada, la fine? Il buio che precede l’alba o la luce che precede l’estinzione? Tutto questo, tutto il resto, tutto insieme. I lupi sono lo specchio: sono la natura della nostra natura. La metafora dell’io che non riesce a riconoscersi in questo labirintico gioco di specchi che è la vita, un riflesso senza fissa dimora, che vaga di soglia in soglia, senza aprire nessuna porta, e al tempo stesso spalancandole tutte, perché siamo come il gatto di Schrodinger e siamo vivi e morti finché qualcuno arriva e ci dice «questo sei tu». Quel qualcuno siamo noi, i lupi, i riflessi. Allora, siamo vivi, sì, adesso lo so. Anche se nessuno ascolta le mie preghiere, anche se ho ottenuto tutti i miracoli che ho chiesto. Siamo vivi, sono vivo, anche se tu non ci sei più e nessuno mai riuscirà a calmare l’angoscia che mi ulula tra le tempie. «Non aver paura». I lupi sono la strada da percorrere per superare la paura della morte, per ri-trovare il coraggio di vivere, un percorso di buio e di ombre, perché per ri-nascere bisogna entrare nell’oscurità della selva, ed è per questo che «vivi e muori in questo giorno».

Poi c’è uno dei momenti più belli del film. C’è Diaz, che zoppica, ferito, stanco, il quale decide di fermarsi. Il suo personaggio mi piace tantissimo. «All’improvviso mi è tutto chiaro» dice sedendosi su di un tronco vicino a un lago, «sono spacciato». Il paesaggio è mozzafiato. Una meraviglia di luci, suoni, nuvole, alberi, colori. Ottway e Hendrick lo esortano: non vogliono abbandonarlo, lo porteranno con loro a costo di trascinarlo. Diaz, che fino a quel momento era stato la testa calda del gruppo, accenna un sorriso, piange senza fragore, le sue lacrime sono piccole storie d’amore. «Almeno ci ho provato. Che cos’ho che mi aspetta laggiù? Girati e guarda: che spettacolo. Questo è tutto, una cosa così non si batte, quando avrò mai qualcosa di meglio? Io non ti so spiegare, non so trovare le parole… Lo sapevi che mi chiamo John? Grazie. Buona fortuna…». Devastante. Bellissimo. John Diaz decide di restare lì, fermo, sfinito e ferito, a contemplare se stesso riflesso nel cielo riflesso sull’acqua. È da solo, gli amici sono andati via. La telecamera lo inquadra di spalle, si avvicina piano. Nel silenzio si sente il ringhiare di un lupo. E la voce di Diaz: «Non ho paura».



In principio, era la canna di fucile in bocca. Il lupo, il mio nemico, la mia nemesi, il mio opposto, mi ha salvato. Hendrick confessa a John di averlo visto, quella sera, uscire dal bar, convinto che non l’avrebbe più rivisto. «Diaz aveva il tuo stesso sguardo». Il suicidio, la paura della vita, del vuoto, del nulla, dell’assenza di significati: ecco chi sono i lupi. Siamo sempre più vicini alla loro tana. È da tutta la vita che ci giriamo intorno. Un piccolo branco comincia a rincorrere i due uomini, nella fuga Hendrick cade nel fiume, resta incastrato tra i rami sul fondo gelido e muore annegato. A nulla valgono i tentativi di John, che non riesce a salvarlo. I lupi ora non ci sono più. John è solo. Circondato dal bianco della neve, attraversato dal nero della paura, immerso nel grigio della sua umana dimensione. Si inginocchia nella neve, ma stavolta non ha fucili: si inginocchia e comincia a raccogliere tutti i portafogli e le foto dei suoi compagni. Costruisce la sua personale tomba, un sepolcro simbolico. Sa che la fine è vicina. Una fine, almeno. «Non aver paura».

Ancora un volta nella mischia

Nell’ultima vera battaglia che affronterò

Vivi e muori in questo giorno

Vivi e muori in questo giorno


Nella luminosa oscurità del Grigio, John si ritrova di fronte al capobranco. È il momento dell’incontro, inevitabile e prepotente, tra l’Uomo e il Lupo. Tra cacciatore e preda, tra essere umano e Dio, tra poesia e prosa, tra paura e amore, tra il desiderio di volare e la tentazione di fermarsi, tra vita e morte, che forse sono tutte sfumature della stessa cosa: un cuore che continua a battere dopo lo schianto di un’esistenza, nella oscura luminosità del Grigio.

Si guardano negli occhi. Nell’aria c’è odore di sangue e di poesia. È un attimo. Un movimento, un suono, un niente di niente che contiene ogni mondo possibile. Lo schermo diventa nero. Titoli di coda. Ma c’è ancora una piccolissima scena. L’Uomo e il Lupo sono l’uno accanto all’altro. Non sapremo mai chi ha vinto, perché non esiste fine. Perché siamo vivi e siamo morti in questo giorno. Perché siamo pronti per tornare a casa, l’aereo ci aspetta. Perché non ci siamo ancora voltati e tutto è ancora possibile. Perché la verità è che siamo umani. Spietata e dolce, cade la neve.

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