29.2.20

I Film della Quarantena - Giorno 5 di 30 - La Trilogia sull'Essere un Essere Umano di Roy Andersson


Ieri ho visto due film per la Quarantena ma oggi non sono riuscito a scriverne.
E allora andiamo un'altra volta di archivio.
E peschiamo quella che, tutta assieme, è una delle opere più grandi degli ultimi 20 anni, la Trilogia sull'Essere Umano di Roy Andersson.
La grandezza di questi 3 film, il modo di girare di Andersson, il suo sguardo sulle nostre esistenze sono veramente qualcosa di grandioso e, sicuramente, unico nel suo genere.
Nelle 3 recensioni ho veramente parlato di decine di cose, pochi altri film mi hanno dato così tanti spunti.

Ve le rimetto in ordine di visione, non in quella dei film.

"Nei film di Andersson l'umanità e la società sono destinate a non andare avanti, a star ferme, a restare imbottigliate come imbottigliate sono quelle migliaia di persone ferme nel traffico della città.
L'umanità di Andersson o non ha più un futuro, o non sa dove andare o se sa dove andare è destinata a non riuscirci.
Forse però siamo ancora un passo oltre. Forse Andersson racconta addirittura L'Apocalisse umana, forse la fine c'è già stata e i suoi esangui e impotenti fantocci sono solo creature rimaste in un mondo già esploso"






Se ci si può innamorare di una donna con un solo sguardo, senza sapere nulla di lei e di tutti gli anni che ci sono dietro, così, un solo istante e ti innamori di lei senza sapere cosa nascondano i 20, 30, 40 anni che hanno preceduto quell'istante, se è possibile questo perchè non potersi innamorare di un regista allo stesso modo?
Solo che lo sguardo fugace che ti fa innamorare di un regista non lo ricerchi nei suoi occhi -  come per la ragazza - ma in un'immagine, in un'inquadratura. Questi sono gli occhi del regista.


E così circa 4 mesi fa mi capita sotto l'occhio questa immagine:


ed è amore a prima vista. Quest'uomo bianco come la morte che guarda negli occhi un piccione appollaiato in un ramo, questo strano museo di scienze naturali, questa freddezza ambientale e situazionale eppure con una fortissima vitalità intellettiva dentro.
Il film vince Venezia ma a me non interessa. A me interessa sapere di chi sono quegli occhi e li scopro essere di un regista svedese di 70 anni di cui non avevo mai sentito parlare, Roy Andersson.
Che, a parte 1/2 lavoretti giovanili, nella sua carriera ha fatto solo 3 film, uno ogni 7 anni (2000, 2007, 2014). Non voglio sapere altro, aspetterò il momento giusto per vedere se quegli occhi che per un istante mi hanno saputo così stregare riusciranno a fare lo stesso se proverò a guardarli a lungo. Come quell'uomo e quel piccione.
L'occasione, quasi fortuita, arriva ieri.
Controllavo di nuovo la lista di MyMovies, quella che servirà poi al progetto streaming del blog e per sbaglio, ma veramente per sbaglio, leggo il nome di Andersson sotto la locandina di un film.
Non resisto un attimo.
Ed è stato fantastico accorgersi dopo due sole inquadrature che quegli occhi di cui ti eri innamorato sono proprio quelli che avevi visto in quel'istante, non era un gioco di luce strano o un tuo momento particolarmente debole quando accadde.
Andersson, l'ho capito dopo 20 secondi, è uno di quei registi che sa meglio raccontare la mia visione del mondo.
Un mondo che racconta di un'umanità eternamente depressa, malinconica, rassegnata, insoddisfatta.

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Ma, ed è qui che io e il regista svedere facciamo veramente scopa, tutta questa insoddisfazione, questa malinconia e questa rassegnazione sono viste con un occho grottesco, divertito, brillante e, se lo analizziamo bene, nemmeno privo di speranza.
You, The Living è un film-non film quasi privo di struttura, costruito su scenette quasi autonome, su personaggi che a piacimento tornano o no, su legami tra gli stessi personaggi assolutamente sfuggenti.
E per rendere al meglio questo modo di raccontare Andersson usa quasi sempre inquadrature fisse, quasi sempre interni, quasi sempre fredde e statiche scene dove mettere in mostra il suo bestiario umano.
Non c'è una storia generale, non c'è nemmeno una storia singola portata a compimento, soltanto un album di vite disilluse. L'insoddisfazione è il tema principale, nessun personaggio è contento o soddisfatto della sua condizione. Non lo è la grassa signora che nessuno capisce, non lo è lo psichiatra, non lo è il signore che porta i fiori alla grassa signora, non lo è nessuno.
Tutto è freddo, anche le stesse stanze e il tempo, con quel temporale che imperversa, sembrano fare pendant con le esistenze raccontate. Non c'è mai un colore e quando c'è, probabilmente solo una volta, nella scena delle stoffe, è un colore che non si può vendere, perchè ne è stato tagliato un pezzo.
Non ci può essere colore in You, the Living.

Immagine correlata

Andersson sa che per raccontare il grottesco molte volte c'è bisogno anche del brutto.
E così il film è un campionario di persone brutte (ma non necessariamente brutte persone), inappetibili, indesiderabili, dalla carnagione chiarissima e dai tratti somatici tutt'altro che gradevoli (a parte la coppia di giovani).
Ho trovato richiami ai Monty Python, in questo umorismo nero ma brillantissimo, in questo tentativo divertito ma al tempo stesso malinconico e surreale di trovare un senso della vita.
Ma c'ho trovato qualcosa anche del miglior Fantozzi nostrano, in queste grigie esistenze, in queste vite insoddisfatte, in qualche gag che, a differenza di quelle di Ugo, tutte incentrate sul ritmo e sull'esasperazione, qua invece hanno il passo lentissimo della noia e della routine.
Noia e routine che sono perfettamente visibili in quel bar in cui nessuno fa nulla se non aspettare l'ultima ordinazione. L'ultima prima di chiudere, perchè domani comunque è un altro giorno dice il barista.
Andersson ha un senso dell'inquadratura pazzesco. La scena dell'uomo alla finestra con sullo sfondo le altre due finestre della casa dove eravamo poco prima, con sopra il suonatore di trombone e sotto quello che non sopporta sentirlo suonare, è strepitosa. Tra l'altro la musica, sempre diegetica, è quasi personaggio a sè, colonna sonora onnipresente, anche fisicamente, con quei tamburi, con quei tromboni, con quei clarinetti. Ed anche lei, la musica, ha il ritmo di quello che racconta, minimale, ipnotica, buffa, abitudinaria e stanca.
Come detto Andersson si avvale molte volte di un impianto teatrale, inquadratura ferma e gesti e parole stanche al suo interno. E almeno 3 volte il senso di surrealtà diventa anche metacinematografico con le interpellazioni, ossia con i personaggi che si rivolgono direttamente alla macchina da presa e allo spettatore. Tra l'altro una di queste interpellazioni, quella che parte dal traffico, porta alla scena della tovaglia, per me comicamente la più portentosa.



Ma ci sono molte altre scene memorabili, come quella del barbiere arabo, quella kubrickiana della cena di corporazione (perfetta per movimenti di macchina e dei personaggi), la casa treno finale, o la morte del dirigente, vera e propria dimostrazione di come la vita sia qualcosa di effimero che può finire da un momento all'altro.
Anche se, lo ammetto, ho trovato un drastico calo tra il primo tempo e il secondo, e qualche momento probabilmente tirato troppo per le lunghe. Non un film perfetto, certamente, ma è impossibile cercare perfezione in film senza struttura.
Ma tornando alla morte del dirigente proprio questo vorrebbe raccontare il film, sin dal titolo. Noi siamo i viventi, quelli non ancora morti, dovremmo saperlo e fare in modo di, come disse qualcuno, aggiungere vita ai nostri giorni, non giorni alla nostra vita.
Non ci riescono i personaggi anderssoniani, forse nemmeno ci provano fino in fondo.
Forse son talmente rassegnati che anche nei sogni qualcuno invece di un riscatto e della felicità finisce in una sedia elettrica.
Eppure, eppure, in quel bar si dice che domani è un altro giorno.
E se è vero che questa frase nasconde l'abitudinarietà e l'eterno ripetersi è anche vero che domani è sempre domani.
E domani è sempre anche speranza, futuro.
E un metro di stoffa rossa mancante che magari qualcuno ritroverà.


L'altro ieri mentre stavo guidando riflettevo.
Anzi, l'altro ieri mentre stavo riflettendo guidavo.
Che non è solo una questione di priorità, ma proprio del rendersi conto di quanto la guida sia automatica e subordinata a qualsiasi pensiero, sempre.
Fate 100 km, curve su curve, rispettate stop, evitate pedoni, sorpassate e decelerate, vedete semafori, fate tutto questo e paradossalmente potete farlo senza che ve ne siate accorti.
Sempre che in quel momento, in quei momenti, la vostra mente stesse pensando a qualcos'altro.
E io pensavo al grottesco.
Mi chiedevo come mai io ami tanto questa condizione/situazione, questa sproporzione, questa caricatura.

Dopo un pò ho avuto l'intuizione. La amo perchè ho paura di affrontare la vita. E quindi per non vedere in faccia l'esistenza per come davvero è io la deformo, come gli specchi dei luna park. Non è un caso, ad esempio, che nei Tipi da Videoteca io abbia trattato (e tratterò) con divertimento, scazzo, voglia di caricaturare e anche un piccolo di tenerezza persone che in realtà mi hanno rubato migliaia d'euro, minacciato di morte o sequestrato per un quarto d'ora in macchina con forbici al collo. Sublimazione. Ecco, anche sublimare ci sta bene, ma non nel senso metaforico del termine ma proprio in quello chimico. Io faccio diventare le cose solide aeriformi, per paura forse di farmi male con la loro solidità.

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Che poi riesco nel paradosso di rendere sì le cose importanti grottesche e divertenti ma riuscire comunque a starci ancora più male.
Poi però mentre stavo infierendo su me stesso con questi pensieri, probabilmente allo scatto del verde di un semaforo mi è venuta in mente un'altra cosa. In realtà amo il grottesco non solo perchè mi permette di "aggirare" la vita, ma anche perchè rappresenta  la condizione umana (come definirlo?) più rapsodica e completa che possa esistere.
Del grottesco puoi ridere.
Del grottesco puoi aver paura.
Del grottesco puoi provare un'infinita tenerezza.
Del grottesco puoi piangere.
Del grottesco puoi provare ripugnanza.
Del grottesco puoi riflettere.
E, attenzione, la magia del grottesco è che puoi avere tutte queste sensazioni contemporaneamente, nella stessa immagine o situazione.
Sì Giuseppe, ecco il motivo.
E ora attento che sta passando una vecchietta sulle strisce pedonali.

Le stesse mie riflessioni le aveva già probabilmente fatte un piccione seduto sul ramo.
Mentre tubava.
E quel piccione, con un pizzico di fantasia, potremmo identificarlo con un regista svedese 70enne che negli ultimi 15 anni ha provato a riflettere sulla nostra condizione esistenziale.
"Essere un essere umano"
Già.

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E quello che è sicuro è che dalla trilogia anderssoniana viene fuori un'umanità derelitta, spenta, morta dentro, priva di sbalzi vitali, abitudinaria, anche abbastanza umile nella sua prostrazione, sconfitta, inerme, banale e anche generalmente stupida.
Anche le stesse cose sembrano accadere con fatica, come piccoli avvenimenti in una vita che è come un giro di pista a marcia indietro.
Come in You, The Living tutto sembra fare pendant con queste esistenze, gli ambienti freddi e spogli, l'assenza di colore anche nel vestiario (vedere il pubblico del teatro ad esempio), le stesse facce delle persone, bianche da morire, i negozi privi di attrattiva, le strade deserte. Non c'è niente di acceso, tutto è spento.
I personaggi anderssoniani sono personaggi che si muovono poco, lentamente e malvolentieri, sono personaggi che stanno sempre ad osservare (in ogni scena per uno che parla ce ne sono 20 che lo osservano), come fossero spenti spettatori di uno spettacolo comunque non attraente.
E anche extradiegesi il pendant rimane, con questa inquadratura fissa, ferma, priva di vita, un quadretto dietro l'altro che però nemmeno al suo interno pare muoversi troppo, più una natura morta che altro.
Infelicità.
Ma quello che ho notato è che Andersson mostra sì infelicità in ogni suo personaggio e situazione, mostra sempre infelicità in primo piano, ma nel secondo si ha la sensazione che invece, la felicità, o quantomeno la vitalità, sia possibile.


Ci sono 5 telefonate nel film e in ognuna, ma veramente in ognuna, colui che parla dice all'interlocutore; "Sono contento che stiate bene" come se la felicità, la serenità, lo star bene in fondo esistano, ma sempre altrove, a noi non tocca. E non è un caso che per accentuare il contrasto queste telefonate le faccia una ragazza piangente in terra, un ex comandante di nave depresso, un uomo con una pistola in mano pronto ad uccidersi, una coppia derelitta.
Attenzione, il film non è triste, anzi, io mi sono fatto parecchie risate, ma proprio per il discorso che facevo all'inizio, il grottesco è un insieme di cose, non una soltanto.
E ad accentuare questa vitalità soltanto altrove c'è anche la scena degli uomini che ridono grassamente al ristorante, in secondo piano sia visivamente che sonoramente.
Ed anche i due principali personaggi, i rappresentanti di articoli carnevalizi, sono un pò l'emblema di tutto questo. Vogliono vendere divertimento (sempre l'altrove, ancora) quando loro stessi sono due zombie che fanno fatica a vivere. Il loro sacchetto delle risate è l'unico modo che abbiamo in Andersson per sentirle quelle risate, perchè altrimenti, quelle vere, quelle umane e non quelle finte, sono dentro un sacco sempre vuoto.
Poi, all'improvviso, il film diventa qualcos'altro.
La scena (magnifica, veramente magnifica, specie nel controcampo riflesso sullo specchio) del terribile sogno dei coloni che bruciano i neGri sotto gli occhi divertiti e interessati dei ricconi (il potere) è un cambiamento repentino che non mi aspettavo.
Ma porta a una riflessione importante di uno dei due rappresentanti: "E' giusto servirsi delle persone soltanto per il proprio piacere personale?". E' come se quel personaggio, ai confini della demenza, con quel sogno abbia avuto un'illuminazione, uno squarcio che gli abbia permesso di vedere meglio la propria esistenza e quella di tutti.
"Nessuno chiedeva perdono" aveva detto poco prima nella sua stanza, come se a questa esistenza repressa, basata su sopraffazioni e violenza, faccia da contraltare un'umanità cinica, barbara, ricca e menefreghista che sta ad osservare e agire senza alcun rimorso (anche la scimmia forse è da vedere in questo senso).
Poi arriva il finale, quello vero, quello del mercoledì che è tornato di nuovo, quello dell'abitudinarietà, della mancanza di interessi, del grigio dominante.
Dell'assenza di vitalità.

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Ma in 2 film di Andersson che ho visto, in oltre 3 ore, io in una scena, in una sola scena, la vitalità, o forse addirittura la felicità, l'ho vista.
E' in queste bambine che fanno le bolle di sapone sul balcone.
Ridono, soffiano e saltano.
Sì, è una scena felice, senza controindicazioni.
Ma è una felicità identica alle loro bolle di sapone.
Che se mentre cade giù provi a prenderla è quasi inafferrabile.
E se riesci a prenderla, a fermarla, svanirà appena poi.

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La sala riunioni di una grande azienda.
Un grandissimo tavolo ai cui lati siedono importanti dirigenti, tutti praticamente vestiti uguali.
Stanno tutti zitti.
Uno di loro sta cercando un foglio importante in mezzo a tutto l'incartamento che ha.
Tutti lo guardano.
Venti teste tutte girate verso quell'uomo che cerca il foglio.
Foglio, ovviamente, che non viene trovato.
Ecco, questa è una scena ancora più scollegata dalle altre in questo film che, comunque, è fatto di scene che, se son collegate, lo sono davvero con lo sputo.
Eppure in questa scena ho trovato tanto di Canzoni dal secondo piano, tanto della Trilogia di Andersson, tanto della sua poetica.
Intanto la messinscena.
Quasi sempre le scenette di Andersson hanno come epicentro un piccolo fatto, una piccola azione, quasi insignificante, e un "pubblico" che la osserva.
Voi fateci caso ma a volte la cosa più esilarante di Andersson sta proprio in chi osserva. 

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Tante volte è sullo sfondo, o di lato, o comunque da andare a ricercare con gli occhi.
Andate per esempio anche alla scena del pestaggio (senza motivo) dell'uomo che cerca col fogliettino un altro uomo.
Guardate in fondo a destra, li vedete quegli osservatori dall'altra parte della strada?
Ecco, questo con Andersson accade quasi sempre, che siano due, tre, 20 o 50 osservatori c'è sempre qualcuno che guarda, fermo, inerme, un palo.
E cosa guardano?
Guardano quasi sempre la disgrazia di un loro simile.
Nei film di Andersson di uomini vincenti non ce ne sono, di sogni realizzati nemmeno, di gesti virtuosi neanche, di cose riuscite manco per sogno.
I protagonisti di Andersson sono manichini a cui succede sempre una disgrazia, oppure uomini che vivono il nulla, oppure esseri grotteschi che stanno facendo cose senza senso.
Il fallimento è la base.
Ma torniamo a sopra.

L'uomo alla tavola rotonda ovviamente non trova il suo foglio.
Abbiamo quindi due degli elementi sopra elencati, gli osservatori e il fallimento.
Poi verremo anche a scoprire che quel foglio che l'uomo non trova era una specie di analisi che avrebbe dato la risposta sul problema lavoro in Svezia.
Ecco un terzo elemento.
Nei film di Andersson l'umanità e la società sono destinate a non andare avanti, a star ferme, a restare imbottigliate come imbottigliate sono quelle migliaia di persone ferme nel traffico della città.
L'umanità di Andersson o non ha più un futuro, o non sa dove andare o se sa dove andare è destinata a non riuscirci.
Forse però siamo ancora un passo oltre. Forse Andersson racconta addirittura L'Apocalisse umana, forse la fine c'è già stata e i suoi esangui e impotenti fantocci sono solo creature rimaste in un mondo già esploso.
Vivono per inerzia, girano in tondo, non hanno mete nè aspirazioni.


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Ma prendete la fantastica, meravigliosa, sequenza dell'aeroporto. Una sequenza che per quanto mi riguarda va nel Gotha del genere.
Centinaia di persone che spostano con fatica immensa carrelli pieni di valige. Per fare un metro ci mettono un quarto d'ora.
E come raccontar meglio questa impossibilità di fuga, questo immobilismo, questo inutile affannarsi verso nulla?
Quando recensii You, The Living, se non sbaglio, trovai come difettuccio quello di somigliare troppo al Piccione.
Non potevo scrivere cazzata più grossa.
Perchè adesso, dopo aver visto Canzoni dal secondo piano, posso dire che la Trilogia sull' "Essere un essere umano" di Andersson è in realtà un Film Unico, un film unico girato in 15 anni, ogni 7 anni un capitolo.
C'è una tale uniformità, una tale coerenza narrativa, una tale identità di tecnica cinematografica, messinscena e tematiche che è quasi inutile parlare di tre film staccati. 
E se pensiamo che questi 3 film sono praticamente le uniche cose girate da questo regista (i film precedenti, giovanili, erano di 30 anni prima...) capiamo quanto cazzo questo progetto sia grande.
In Canzoni dal secondo piano abbiamo i soliti figuri di Andersson, un'umanità dai colori esangui che quasi si mimetizza con dei luoghi, delle stanze, dai colori smorti.
Tutte le location di Andersson sembrano delle camere mortuarie in cui i morti ancora non si rendono conto d'esser tali.
Si ride, si ride alacremente o sommessamente.
Penso alla scena del mago e della sua sega (altro esempio di disgrazia osservata) penso ai fustigatori (forse, paradossalmente, i personaggi di Andersson più consapevoli), penso alla già citata scena della tavola rotonda o a quella, magnifica, di quel Cristo che bascula per colpa di un chiodo che non c'è.
Sì, ma quante riflessioni, a quanti pensieri ti porta ogni singola scena.
Andersson racconta poi di un mondo dove l'unica cosa che conta è il commercio, è saper vendere. Mondo contrapposto a quello del Poeta, relegato così tra i pazzi.
Sì, ma alla fine non c'è futuro nemmeno per i mercanti, le ditte saltano in aria, i cristi non si vendono nemmeno nell'anno in cui gesù compie 2000 anni, nessuno ha successo.
E quell'uomo che si porta la croce diventa metafora dell'uomo anderssoniano, un individuo che è stessa carne col suo calvario.



E se qualcuno prova a parlar di futuro, se qualcuno prova a parlar di speranza, se qualcuno prova a parlar di innocenza, se qualcuno, insomma, trova una bambina che può esser simbolo di tutto questo allora no, non sia mai, e in una scena terribile (come era terribile quella della fornace umana nel Piccione) Andersson fa uccidere questa bambina simbolo, e la fa uccidere da tutte le istituzioni, militari, religiose o didattiche che siano.
Non c'è alcuna speranza, è davvero l'Apocalisse.
E allora nell'ultima grande sequenza di un film difficile da dimenticare non resta che buttare tutti i crocifissi nella discarica.
E mentre succede questo in lontananza sta arrivando qualcuno.
Il ragazzo russo impiccato, l'uomo buono che doveva avere i soldi, tanti altri morti come nel finale di Still Life e poi lei, la bambina.
E raggiungono uno dei nostri protagonisti.
Persone morte innocentemente che raggiungono persone che si fingono ancora vive.
E il film finisce con il simbolo del futuro e della speranza che arriva in mezzo alla scena.
Morta.
Ovviamente

5 commenti:

  1. Vidi il "Piccione" a Venezia e ne rimasi folgorato, dopo ho recuperato gli altri due. E quest'anno, sempre a Venezia, ho visto "About Endlessness", che chissà se uscirà mai... una cosa è certa: aldilà dei gusti personali e dello stile particolarissimo di questo regista, non si può non restare affascinati dall'incredibile bellezza di questi quadri (perchè di quadri si tratta: nei film di Andersson il montaggio non esiste). Sono film di un'accuratezza maniacale, esteticamente sublimi. Complimenti per la disamina! Ci sarebbe tanto da dire...

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    Risposte
    1. se non uscirà mai ci penseremo noi ;)

      pensa che c'è gente che non rimane affascinata manco dalla messinscena ;)

      capisco che possano non piacere (insomma, hanno un mood e una narrazione veramente non per tutti) ma sono film unici che oggettivamente hanno degli aspetti straordinari

      grazie!

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  2. Ho visto solo "Il piccione", film stralunato e non poco, però con quella brillantezza grottesca che ti conquista ;)

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    Risposte
    1. beh, se ti è piaciuto uno ti piacerebbero per forza tutti visto che è praticamente un unico grande film

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